CAPITOLO IV

Se è vera la ragione che il cambio alto dia guadagno a chi vuol

portare denari in Regno per cambio e non in contanti e per tal

rispetto non vengano contanti.

Giá si è fatto conoscere non esser vero l'assunto _seu_ conclusione

sua maggiore, che il cambio alto fusse causa della penuria e il basso

della abbondanza in Regno delli denari quali doveano venire per

l'estrazione della robba; ed esser falsa, ancorché la ragione o

conclusione, che per il guadagno del cambiare ognuno volesse portare

denari per cambio e non in contanti, e l'esperienza, che quindici,

venti, trenta anni adietro, che il cambio era basso, abbondasse il

Regno di monete, fussero vere; e similmente la detta esperienza essere

falsa. Resta solamente di conoscere se la ragione o conclusione

predetta sia vera, cioè se, stante l'altezza del cambio di Napoli, vi

sia il guadagno di diece per cento e piú, come dice, che per tal

rispetto li denari si cambiano e non si portano in contanti. Al che

forse mi si potria dire, da che li piace stare in errore e non vuol

cercar la certezza, che non occorre questo disputare, essendo

chiarissimo che, essendo il cambio alto, vi sia il guadagno. Al che

rispondo che in potestá mia non è altro che farli conoscere l'errore,

volendolo conoscere, e, non volendolo conoscere, lasciarvelo dentro,

come dice san Giovanni: «Chi sta nelle spurcizie vi stia ancora». E

che questa sua ragione e proposizione sia falsa, appare dalla medesima

sua asserzione. Poiché, se è vero che quindeci, venti anni adietro in

Napoli si dava grana 118 insin a 125 per un scudo di oro di Roma, e

per un scudo di lire sette e mezza di Fiorenza grana 112 insin a 116,

e per un scudo di marche di Piacenza il simile di quel di Roma; e in

quel tempo dice che il cambio era basso, e da dodici in quindici anni

in qua il cambio è alterato, ché in Roma si è dato e dá il scudo d'oro

e in Regno si riscote grana centotrentacinque, insin a 40 e 45, e il

simile per il scudo di marche di Piacenza, e per il scudo di Fiorenza

si riscote grana centoventicinque insin a centotrenta; il che si dice

esser causa che ognuno che vorrebbe comprar robba porta denari per

cambio e non in contanti, poiché per un scudo non potria riscotere piú

di carlini tredici e per cambio ne riscote quattordici e piú, e cosí

per il scudo di Fiorenza di lire sette e mezza, la cui valuta dice

essere carlini dodici, ne riscote tredici: se tutto questo fusse vero,

non occorreria disputare. Ma non è altrimenti vero l'ultimo, che da

dodici o quindici anni in qua, portandosi un scudo d'oro di Roma o di

marche di Piacenza, se ne riscotesse carlini tredici, ché se ne

riscoteano non solo carlini tredici e mezzo in quattordici, ma

quattordici e mezzo e quindeci, cosí come dura ancora ed è noto a

ciascuno, e che il prezzo del scudo è andato sempre variando e

crescendo insin a carlini quindeci; sí che non solo non vi è il

guadagno predetto nel cambiare, ma il contrario. Né questo errore lo

defenda, che la pragmatica stabilisce il prezzo del scudo d'oro in

carlini tredici, perché dall'uso non s'osserva, né credo che egli o

altri avesse dato o volesse dare li scudi, né in quel tempo né al

presente, per carlini tredici. Né mi può negare che, portandosi scudi

di marche di Piacenza o d'oro di Roma, quali vagliano carlini tredici

e forse meno nell'una e nell'altra parte, che non avria il medesimo

guadagno e utile che avria nel cambio, e all'incontro nulla

guadagnarebbe estraendo scudi da Regno per le parti predette per farli

dopo ritornare per cambio, valendo il scudo in Napoli il prezzo che si

è detto. E il simile si dice del scudo di lire sette e mezza di

Fiorenza, quale d'argento è vero che valea in Napoli carlini dodici e

meno, ma d'oro valea piú di tredici. Sí che l'inganno consiste in

questo: che il prezzo del scudo d'oro in Napoli è alterato e

cresciuto, e nelli detti luochi è stato quasi sempre il medesimo, né

mai il scudo in Napoli è corso per moneta, ma per mercanzia, e perciò

è andato crescendo, e il cambio che si fa dalle piazze predette con

Napoli si fa d'oro in argento e non da oro in oro o d'argento in

argento; e per necessitá dall'alterazione del prezzo dell'oro nasce

l'alterazione del cambio, come si vede da quel che egli dice, che

quindeci, venti anni adietro, che il cambio era basso, era per la

causa predetta, che lo prezzo del scudo era meno di quel che è

cresciuto dopo. E che il prezzo del scudo d'oro sia andato sempre

crescendo non solo per l'uso, ma per disposizione di pragmatica, si

vede dalle pragmatiche istesse fatte in diversi tempi, che sempre

l'han cresciuto; sí che resta chiaro che, facendo il conto della

moneta propria che si cambia, che sono li scudi d'oro, se si portasse

di contanti, piú presto si guadagnaria che perderia in Regno, a

rispetto di quel che dice guadagnare nel cambio. E perché, essendoci

questo guadagno in portarvi scudi, non ve ne vengano, e che possa

causare questo disordine, per non essere del mio intento, lo lascio, e

forse se ne accennerá a basso, quando si trattará che giovi al Regno

crescere il valore della moneta. Per ora basti conoscere che questa

altezza di cambio nella sua ragione propria non dá guadagno alcuno, e,

se ve ne è, è per altro rispetto e disordine; e il medesimo e maggiore

è in portarvi la moneta istessa del cambio, che sono li scudi, e non

per detta causa. Resta dunque concluso per ogni via che l'altezza o

bassezza del cambio non importa cosa alcuna per far venire o non

venire li denari in contanti in Regno per l'estrazione della robba,

non che sia la sola e unica causa, come egli dice; ché, per quel che

potria importare a rispetto dell'accidente del trafico, si dirá forse

a basso. Sí che, non vi restando difficultá alcuna per questa veritá,

si passará a discutere l'altre ragioni e consequenzie per

confirmazione di detta conclusione addotte.

Economisti del cinque e seicento · 第 102 / 180 题