II.

Roccaforte sapeva.

Aveva dapprima intuíto il secreto dell'amico suo, convivendo tutti i

giorni e tutte le ore con lui; poi ne aveva ricevuto le confidenze. Più

volte, con la reputazione di essere esperto nelle cose del cuore, i suoi

amici e camerati gli si erano aperti come ad un confessore; nessuno lo

aveva mai tanto turbato quanto Luigi. Effetto, senza dubbio, del gran

bene che gli voleva; ma anche un indifferente sarebbe rimasto

impressionato dallo spettacolo di quella passione. Innamorato come un

fanciullo e come un pazzo, non una volta Luigi gli aveva parlato

dell'amor suo senza piangere. Aveva pianto di gioia e di dolore, di

tenerezza e di rabbia, di speranza e di disperazione, secondo che il

contegno della donna amata, i suoi atteggiamenti e le sue parole erano

stati dolci o severi, freddi o incoraggianti. Luccicanti di lacrime e

ardenti di febbre, gli occhi del giovane avevano impetrato dal compagno,

dal fratello d'armi, consiglio nei dubbî, conforto negli accasciamenti,

partecipazione alle esultanze. Gelosie cieche, collere bieche lo avevano

róso, vedendo circondata, ammirata, desiderata da altri la prediletta,

credendola infinta, giudicandola capace di prendersi giuoco di lui; poi,

ad un biglietto cortese, ad un invito, ad un sorriso, il paradiso; poi

ancora, all'idea di dover presto o tardi partire, di non poter vivere

sempre nel cerchio dell'ombra sua, l'inferno.

Vani i tentativi di moderare quella gran fiamma, inascoltati i consigli,

inefficaci i conforti. «Vincerai! Amore a nullo amato amar perdona!...»

gli aveva detto, nel vederlo disperato, smarrito, perduto; ma sorrisi

amari avevano accolto le assicurazioni. «Fingi d'allontanarti!

Ingelosiscila!...» gli aveva suggerito; ma si era sentito rispondere:

«Non posso!» E sempre un dubbio ansioso, e sempre un'avida domanda: «Mi

ama? Mi ama?... È amore? È capriccio?...»

Come rispondergli? Roccaforte non conosceva quella donna se non dalle

stesse confessioni dello spasimante. Sapeva, per averla vista a bordo,

durante una festa, che era molto desiderabile: alta, di forme ben

modellate, bella nel viso, non della semplice e spesso fredda bellezza

che è data dalla perfezione delle linee, ma di quella che consiste nella

loro capricciosa vaghezza, nella profondità della loro espressione. Gli

era noto ancora che viveva divisa dal marito, che non aveva figli, che

possedeva uno spirito molto vivace; ma come giudicarne l'anima? Certo,

il suo contegno, la continua vicenda degli allettamenti e delle repulse,

poteva giustificare le querele dell'adoratore. Nonostante il fervore

dell'adorazione, Luigi l'aveva giudicata tante volte illogica,

irragionevole, falsa! Se gli voleva bene davvero, non avrebbe dovuto

farlo felice? E se non gliene voleva, non doveva togliergli ogni

speranza? Questo diceva la logica, questo voleva la ragione. Sulla

ragione e sulla logica, tuttavia, che assegnamento si poteva fare nelle

cose del cuore, da parte d'una donna segnatamente? Ma quella vicenda

durava da troppo tempo, si prolungava oltre i termini della resistenza

che ogni donna, anche libera, anche amante, oppone alle sollecitazioni

d'amore. E la sfiducia dell'innamorato, la disperazione di non poter

vincere mai poichè non aveva vinto ancora, pareva talvolta tanto

fondata, che nessun argomento di speranza restava da opporgli. Era

egualmente fondato il sospetto che ella fosse perfida? Che, avendo

appagato altre brame, godesse nell'accenderne ancora, freddamente, per

soddisfazione di vanità, per compiacimento nel veder soffrire?

Sinceramente, Roccaforte non sapeva che cosa pensare, che cosa augurare

all'amico. Forse una grande felicità lo aspettava, ma forse un

disinganno atroce. Intanto non era dubbio che per quella donna egli

tardava a riprendere il posto del dovere. A quell'ora egli era da lei, o

con lei, o in qualunque modo occupato di lei. Bisognava trovarlo,

avvertirlo, ingiungergli di accorrere, poichè con tutta probabilità non

doveva essersi accorto dei segnali del richiamo.

Come durante altre lunghe soste in altri porti, anche questa volta i due

amici avevano affittato insieme un piccolo alloggio in città, il «punto

d'appoggio», due camerette dove tenevano gli abiti borghesi, dove

ricevevano qualche amico: di lì egli doveva esser passato, lì bisognava

cercarlo prima che altrove. All'annunzio della partenza, Roccaforte vi

aveva spedito Lisi, il proprio attendente, per far ritirare tutte le

cose di loro proprietà e consegnare la chiave al portinaio; ora girava

per il ponte di coperta e per quello di batteria in traccia

dell'attendente del compagno, ansioso di eseguire l'incarico affidatogli

dal comandante in seconda. E appena ebbe scorto il marinaio, sull'uscio

del quadrato, lo chiamò, gli fece cenno d'appressarsi.

--Tringale!... Scendi subito a terra! Vai a casa, vai a cercare il tuo

padrone!

--Sissignore. Ma se non c'è?

--Se non c'è cercalo altrove. Domandane a Lisi, che è andato da un pezzo

laggiù. E non far lo stupido, adesso: tu sai dove trovarlo. Dove ti

manda coi libri, coi fiori?

--Sissignore, dalla signora contessa.

--Corri a dirgli che si parte fra un'ora. Digli che torni subito,

riconducilo con te: hai capito?

Mentre la barca col marinaio s'allontanava a forza di remi, tornava

quella col commissario recante i fondi. Erano le due. Roccaforte aveva

esagerato, annunziando che mancava un'ora sola alla partenza; forse non

si sarebbe salpato neanche alle cinque; ma il ritardo del compagno lo

turbava troppo. Da parecchi giorni, da circa una settimana, Luigi lo

impensieriva, non già perchè gli avesse rivelato di attraversare una

nuova crisi, di trovarsi ridotto a qualche pericolosa estremità, anzi

per non avergli confidato più nulla di nulla. Il preannunzio di una

catastrofe non lo avrebbe tanto inquietato quanto quell'insolito

silenzio. Perchè l'amico tacesse dopo averlo voluto partecipe di tutta

la sua intima vita, qualche cosa di molto grave doveva essere avvenuto o

prepararsi. Non taceva soltanto: lo evitava anche, tutto chiuso in sè

stesso. Quella nuova condotta, data anche la delicatezza della

situazione, era tale che gl'impediva, di prenderlo per la mano e

domandargli: «Che cosa avviene?...» Che cosa avveniva, realmente? Egli

si perdeva in supposizioni, intuendo un dramma, fremendo all'idea di una

tragedia. Quel ragazzo non era capace di ricorrere ai più disperati

propositi per sottrarsi a un disinganno, per dare una prova dell'amor

suo?... No, via! Esagerazioni! Aveva taciuto non avendo nulla da dire,

per non ridire sempre le stesse cose, vergognoso di non aver vinto nè

l'amata nè sè stesso. Tardava, ora, a rientrare, per un motivo

semplicissimo, forse volgare: perchè non sapeva della partenza, perchè

comprava i corpetti dei quali aveva detto che cominciavano a

mancargli.... Da un momento all'altro sarebbe sopraggiunto: ecco, non

era nella lancia a vapore che tornava alla «Siracusa» fischiando e

rimorchiando la bettolina coi sacchi e le botti delle provviste?...

Roccaforte corse a prendere il cannocchiale: nella lancia stavano

soltanto gli uomini della comandata col guardiamarina che li guidava e

il tenente medico che aveva verificato la buona qualità dei viveri.

Pochi minuti dopo sopraggiunse l'altra imbarcazione con Lisi, il suo

attendente, che riportava a bordo bauli e cassette e pacchi di libri e

di giornali.

--Hai visto il tenente Carleoni?

--Nossignore.

--Non era passato da casa? Non ne domandasti al portinaio?

--Nossignore. Me l'avrebbe detto, se ci fosse stato.

Allora il cuore gli si strinse. Che ne era dell'amico suo, perchè, dopo

quattro ore dai segnali, con tanta gente scesa a diffondere la notizia

della partenza, nessuno lo avesse visto nè egli facesse saper nulla di

sè? A terra tutti dovevano ormai sapere che la «Siracusa» stava per

salpare; se egli non accorreva, bisognava credere che non volesse--o non

potesse. Che fare? Se neanche l'attendente lo avesse trovato? Andare a

cercarlo personalmente, mentre era ancora in tempo?...

--Signor comandante,--disse risolutamente al secondo, che sorvegliava

alle gru l'imbarco delle provviste,--il ritardo di Carleoni m'inquieta.

Permette che vada a cercarlo io stesso?

--Ha mandato l'attendente?

--Sissignore, ma ho paura che non lo trovi.

Sul viso di Barbarini si lesse una penosa esitazione. Ma prima che ne

uscisse, il capo macchinista gli si avvicinò.

--La macchina è pronta. Posso provarla?

--Perbacco! Ha fatto miracoli!--rispose il secondo, guardando l'orologio

e sorridendo d'un riso un poco stentato.--Non ha fatto mai così

presto!... Ma il comandante ha ordinato oramai che si parta alle cinque.

Provi il timone, per ora!...

E rivolto a Roccaforte, dopo aver congedato con un saluto il capo

macchinista:

--No, vede: è troppo tardi. Correremmo rischio di perdere anche lei.

Speriamo che torni con l'attendente.

Un sott'ufficiale gli si presentò:

--Il signor comandante ha bisogno di parlarle.

Carleoni era ancora alla scrivania, dove aveva studiato le rotte e

decifrato l'espresso.

--È il ministro degli Esteri che trasmette istruzioni per gli accordi da

prendere con i rappresentanti delle altre nazioni. Mi faccia il piacere

di mandare subito al telegrafo questa risposta e questo dispaccio per la

mia famiglia. Tutto è in ordine?

--Sono arrivati i viveri. Il commissario è già tornato.

--La gente è rientrata?

--Tutti i marinai sono a bordo; i due guardiamarina anch'essi....

--Mio figlio?

--Ho mandato a chiamarlo.

Il comandante alzò gli occhi all'orologio, senza dir nulla. Dopo un

silenzio che al secondo parve molto lungo, proferì:

--Mi avverta, se verrà.... Desidero riceverlo io stesso.

--Vuol passare un guaio!--esclamava tra sè Barbarini, risalendo in

coperta.--Bene gli sta!... Questi ragazzi!...

Però, se avesse potuto prevedere un simile abuso, mai più gli avrebbe

permesso di scendere. Dall'altra parte, neanche quella partenza a rotta

di collo era prevedibile!... Ed egli girava per la tolda, intanto che si

alzavano le imbarcazioni, fingendo di ispezionare e di verificare,

distribuendo ordini, rimproveri e lodi a destra e a manca, ma per

guadagnar tempo, in verità, con l'occhio allo specchio d'acqua fra la

nave e la città, aspettando di veder sopraggiungere da un momento

all'altro il mancante. Roccaforte guardava anch'egli, dietro il

cannocchiale che non aveva più lasciato, e ancora una volta tornò a

sperare, scoprendo un'imbarcazione che tornava; poi le braccia gli

caddero. L'attendente era solo.

--Non l'hai trovato? Dove sei stato?

--Sono stato all'alloggio; era tutto chiuso, Lisi ha lasciato la

chiave....

--Va bene, questo lo so. E poi, dove sei andato?

--Sono stato dalla signora contessa. Era uscita.... Mi dissero d'aver

visto il signor tenente in carrozza; ho preso una carrozza anch'io....

Ho chiesto di lui al Campari, al Circolo; ho girato per i

Giardini....--Sottovoce, con aria di mistero, soggiunse:--Il signor

tenente aveva affittato un'altra casa, fuori la Barriera alle Colline,

una settimana addietro.... Sono stato anche lì, ho bussato quattro o

cinque volte, chiamando....

--Non c'era?

--C'era!

--E non l'hai condotto con te?

--M'ha mandato via! M'ha risposto: «Va bene! Ho sentito!...» Gli ho

detto che lo aspettavo giù, con la carrozza; m'ha risposto: «Vattene,

torna a bordo, sono buono di venire da me!...» Nonostante, ho aspettato

un pezzo.... Poi ho avuto paura che si facesse troppo tardi.... Ho

lasciato la carrozza al cancello, ne ho presa un'altra....

Ed aperse le braccia.

Barbarini, dall'alto della plancia, vide il gesto. Guardò ancora una

volta l'orologio: erano le quattro e quaranta. Volse ancora uno sguardo

verso terra. Un'imbarcazione filava verso la nave. Ma era l'ultima

rimasta, e riportava il graduato che era andato al telegrafo. Allora il

secondo si cacciò con un gesto brusco le mani in tasca e ordinò

all'ufficiale di guardia:

--Faccia alzare le scale e rientrare le aste di posta. Faccia battere

l'assemblea, prevenendo il commissario.

I comandi risonarono, la tromba squillò. L'equipaggio si raccolse e si

schierò tutto in coperta; la voce: «Presente!» si propagò per le file,

ripetuta su tutti i toni, con tutti gli accenti, ad ogni nome

pronunziato dal commissario, mentre il chiamato gli passava davanti.

In quel punto dalle latebre della nave risonò al portavoce la nuova

domanda del capo macchinista:

--Posso provare la macchina?

Barbarini esitava ancora, quando vide il comandante apparire sulla

plancia.

--La macchina è pronta?

--Sissignore. Il direttore domanda se può provarla.

--Immediatamente.

Il secondo trasmise l'ordine.

--Ho sentito che si è fatto l'appello,--riprese il capo.--Ci sono tutti?

--Tutti, tranne....

E come Barbarini esitava, imbarazzato, volgendo uno sguardo disperato

alla riva, il capo disse, forte, senza guardarlo:

--Il sottotenente di vascello Carleoni non è rientrato?

Non disse: «Mio figlio». E Barbarini rispose, quasi duramente:

--No, comandante.

Domanda e risposta furono scambiate in mezzo a un silenzio profondo; i

circostanti restavano immobili, inquieti, intimiditi. A un tratto la

sirena squarciò l'aria col suo formidabile strido, un fiato enorme parve

esalasse dalle viscere della nave, tutta la sua compagine vibrò, le

acque rimosse sfrusciarono al primo giro delle eliche, ribollendo e

spandendosi in cerchi di spuma. Lentamente la «Siracusa» si avanzò verso

l'àncora. Il rombo della macchina cessò un momento per riprendere subito

dopo; ma ora la corazzata indietreggiava, al moto inverso dei

propulsori.

Dalle profondità della macchina venne l'annunzio:

--Tutto bene. Siamo pronti.

--Fra dieci minuti la gente al posto di manovra,--ordinò brevemente il

capo.

E la notizia si diffuse per tutto l'equipaggio. Il figlio del

comandante assente, sul punto d'esser dichiarato disertore! Pochi, i

maligni, si compiacevano del caso; la più gran parte dei marinai se ne

dolevano, per il rispetto e l'amore che i due Carleoni, comandante e

ufficiale, si meritavano.

Cinque minuti prima delle cinque, dopo aver fatto avvertire gli

ufficiali che prendessero i loro posti. Barbarini ordinò a quello di

guardia:

--Chiami i fischi al centro.

Il primo nostromo diede il segnale, tutti gli altri nocchieri accorsero,

e i fischi ordinanti il posto di manovra si levarono, come una scappata

di razzi sonori, come i sibili e i gorgheggi d'un'uccelliera. In mezzo a

quel concerto la voce dell'uomo di vedetta piovve dall'alto dell'albero:

--Un battello borghese dirige verso il bordo.

Roccaforte lo aveva già avvistato. E finalmente il suo incubo si

dissipava, egli traeva ora liberamente il respiro riconoscendo Luigi

Carleoni nell'alta figura ritta a poppa della barca che due vogatori

facevano volare sulle acque, remando furiosamente, sollevandosi e

rovesciandosi sulla panchetta ad ogni colpo di remo. Si vedeva il

giovane curvato verso gli uomini, incitarli con energici gesti del

braccio, abbassarsi ad afferrare il timone, in prossimità della

«Siracusa», per manovrare in modo che il battello restasse coperto dalla

poppa della nave; ma allora Roccaforte, coi cenni, gli significò che non

sperasse di rientrare inosservato, e perchè non s'arrampicasse da una

delle scalette di combattimento, gli gettò una biscaglina.

Quando il giovane apparve dalla murata e la scavalcò, era rosso in viso,

confuso ed ansante. Teneva nella sinistra un mazzolino di violette.

Dovevano stargli molto a cuore se neanche la ginnastica necessaria per

montar su lo aveva deciso a sbarazzarsene. Due file di marinai, con gli

ufficiali alla testa, gli si aprivano dinanzi; in fondo stava il

comandante, suo padre.

--Venga avanti,--disse questi, con le mani in tasca e guardandolo fiso.

Nascosti i fiori in una delle tasche del cappottino, Luigi Carleoni si

avanzò; giunto a qualche passo dal padre si fermò sull'«attenti»,

portando la destra alla visiera.

--Ha sentito il segnale della partenza?

--Sissignore,--rispose con voce che voleva esser franca e tentando di

sostenere il freddo sguardo del capo.

--A che ora l'ha sentito?

--Alle undici e un quarto.

--È stato anche avvertito a voce, mi pare?

--Sissignore.

--A che ora?

--Alle tre.

--Le faccio osservare che sono le cinque passate. Si costituisca agli

arresti in attesa di provvedimenti.

E si voltò dall'altra parte.

Gli astanti non fiatavano, come se la punizione fosse piombata su tutti

loro. Il giovane rinnovò il saluto alle spalle del padre e corse a

prora, al suo posto di manovra.

Tutti i gabbieri erano sul castello, un timoniere stava accanto all'asta

della bandieruola, pronto ad ammainarla. L'argano e i verricelli già

stridevano e sbuffavano; la tensione della catena dell'áncora, nello

sforzo di svellere il ferreo dente dal fondo delle acque, era violento;

pareva a tratti, ad uno scatto, che qualche ingranaggio si fosse

spezzato; poi lo stridore, il cigolio, i soffî riprendevano, più forti,

e la nave s'avanzava di qualche passo.

--L'áncora è a picco!--gridò il secondo, dal castello, rivolto al

comandante.

--Viri a lasciare!--rispose la voce del capo.

Altri ordini, brevi, concitati, per recuperare catena; dopo un nuovo

sforzo risonò finalmente l'annunzio:

--L'áncora ha lasciato.

Il timoniere, pronto a levar volta alla ságola della bandieruola,

guardava il sottotenente di vascello Carleoni, aspettandone, quasi

sollecitandone l'ordine; ma il giovane pareva assorto nell'esaminare,

oltre la battagliola, l'áncora fangosa pendente lungo il fianco della

nave, i cerchi concentrici che gli spruzzi del fango disegnavano cadendo

sulle acque morte.

--Carleoni!--chiamò forte e brusco il secondo.--Guardi un po' se il

tirante è libero e ben guarnito.

Il giovane, riscuotendosi, incontrò finalmente lo sguardo del timoniere:

ad un cenno la bandieruola fu ammainata.

E ancora una volta, all'ordine di: «Avanti, adagissimo» trasmesso in

macchina dal comandante, parve che la nave traesse un profondo sospiro,

e un fremito passò per le sue commessure, e un sordo fragore di acque

sbattute annunziò che le eliche giravano. La «Siracusa» cominciò ad

avanzarsi, mettendo la prora, per via di accostate, fra l'estremità

della diga ed il Faro. Giunta l'áncora all'occhio, il nuovo comando volò

elettricamente dalla plancia alla macchina:--Avanti, adagio!

Già in franchia, la nave procedeva ora verso la lanterna della Vegliaia,

lasciandosi sulla sinistra la spianata dei Cavalleggeri: al primo urto

del mare libero cominciò a rollare.

--Faccia rotta per 250 alla normale,--ingiunse il comandante

all'ufficiale di guardia. Fissato poi lo sguardo all'orizzonte,

soggiunse:--Il tempo non mi piace. Mi avvisi, se peggiorasse; mi

partecipi subito qualunque novità. Buona guardia!

Sul castello, traversata l'áncora, il secondo disse anch'egli a Luigi

Carleoni:

--Avremo mare, stanotte. Badi di far rizzare le áncore come si deve.

--Non dubiti!

E ad un tratto, come preso da una gran fretta ora che il secondo si

allontanava dal castello e che il comandante non stava più sulla

plancia, il giovane, già assorto e come assonnato, ordinò al primo

nocchiere:

--Nostromo, facciamo presto a passare le rizze in catena!

Il lavoro degli uomini non gli parve sollecito abbastanza.

--Su, svelti,--li spronò;--non v'incantate!

Nè l'operazione era ancor finita, che egli gridò verso la plancia, dove

Barbarini parlava con l'ufficiale di guardia:

--Le áncore sono rizzate!

--Faccia rompere le righe!

Il giovane corse alla scala. In quel punto il fischio di «Pronti!»

echeggiò all'altra estremità della nave; subito dopo si udì la voce

dell'ufficiale di guardia ordinare:

--Ammaina bandiera!

Tutta la gente si scoprì, voltando il capo verso la bandiera nazionale

che discendeva, distesa e flagellata dal vento, lungo l'asta. Luigi

Carleoni, subitamente fermatosi sul boccaporto, restò col berretto in

mano più che tutti gli altri, guardando verso la poppa, verso la terra

svanente nell'ombra del rapido crepuscolo.

La messa di nozze; Un sogno; La bella morte · 第 14 / 21 题