Roccaforte sapeva.
Aveva dapprima intuíto il secreto dell'amico suo, convivendo tutti i
giorni e tutte le ore con lui; poi ne aveva ricevuto le confidenze. Più
volte, con la reputazione di essere esperto nelle cose del cuore, i suoi
amici e camerati gli si erano aperti come ad un confessore; nessuno lo
aveva mai tanto turbato quanto Luigi. Effetto, senza dubbio, del gran
bene che gli voleva; ma anche un indifferente sarebbe rimasto
impressionato dallo spettacolo di quella passione. Innamorato come un
fanciullo e come un pazzo, non una volta Luigi gli aveva parlato
dell'amor suo senza piangere. Aveva pianto di gioia e di dolore, di
tenerezza e di rabbia, di speranza e di disperazione, secondo che il
contegno della donna amata, i suoi atteggiamenti e le sue parole erano
stati dolci o severi, freddi o incoraggianti. Luccicanti di lacrime e
ardenti di febbre, gli occhi del giovane avevano impetrato dal compagno,
dal fratello d'armi, consiglio nei dubbî, conforto negli accasciamenti,
partecipazione alle esultanze. Gelosie cieche, collere bieche lo avevano
róso, vedendo circondata, ammirata, desiderata da altri la prediletta,
credendola infinta, giudicandola capace di prendersi giuoco di lui; poi,
ad un biglietto cortese, ad un invito, ad un sorriso, il paradiso; poi
ancora, all'idea di dover presto o tardi partire, di non poter vivere
sempre nel cerchio dell'ombra sua, l'inferno.
Vani i tentativi di moderare quella gran fiamma, inascoltati i consigli,
inefficaci i conforti. «Vincerai! Amore a nullo amato amar perdona!...»
gli aveva detto, nel vederlo disperato, smarrito, perduto; ma sorrisi
amari avevano accolto le assicurazioni. «Fingi d'allontanarti!
Ingelosiscila!...» gli aveva suggerito; ma si era sentito rispondere:
«Non posso!» E sempre un dubbio ansioso, e sempre un'avida domanda: «Mi
ama? Mi ama?... È amore? È capriccio?...»
Come rispondergli? Roccaforte non conosceva quella donna se non dalle
stesse confessioni dello spasimante. Sapeva, per averla vista a bordo,
durante una festa, che era molto desiderabile: alta, di forme ben
modellate, bella nel viso, non della semplice e spesso fredda bellezza
che è data dalla perfezione delle linee, ma di quella che consiste nella
loro capricciosa vaghezza, nella profondità della loro espressione. Gli
era noto ancora che viveva divisa dal marito, che non aveva figli, che
possedeva uno spirito molto vivace; ma come giudicarne l'anima? Certo,
il suo contegno, la continua vicenda degli allettamenti e delle repulse,
poteva giustificare le querele dell'adoratore. Nonostante il fervore
dell'adorazione, Luigi l'aveva giudicata tante volte illogica,
irragionevole, falsa! Se gli voleva bene davvero, non avrebbe dovuto
farlo felice? E se non gliene voleva, non doveva togliergli ogni
speranza? Questo diceva la logica, questo voleva la ragione. Sulla
ragione e sulla logica, tuttavia, che assegnamento si poteva fare nelle
cose del cuore, da parte d'una donna segnatamente? Ma quella vicenda
durava da troppo tempo, si prolungava oltre i termini della resistenza
che ogni donna, anche libera, anche amante, oppone alle sollecitazioni
d'amore. E la sfiducia dell'innamorato, la disperazione di non poter
vincere mai poichè non aveva vinto ancora, pareva talvolta tanto
fondata, che nessun argomento di speranza restava da opporgli. Era
egualmente fondato il sospetto che ella fosse perfida? Che, avendo
appagato altre brame, godesse nell'accenderne ancora, freddamente, per
soddisfazione di vanità, per compiacimento nel veder soffrire?
Sinceramente, Roccaforte non sapeva che cosa pensare, che cosa augurare
all'amico. Forse una grande felicità lo aspettava, ma forse un
disinganno atroce. Intanto non era dubbio che per quella donna egli
tardava a riprendere il posto del dovere. A quell'ora egli era da lei, o
con lei, o in qualunque modo occupato di lei. Bisognava trovarlo,
avvertirlo, ingiungergli di accorrere, poichè con tutta probabilità non
doveva essersi accorto dei segnali del richiamo.
Come durante altre lunghe soste in altri porti, anche questa volta i due
amici avevano affittato insieme un piccolo alloggio in città, il «punto
d'appoggio», due camerette dove tenevano gli abiti borghesi, dove
ricevevano qualche amico: di lì egli doveva esser passato, lì bisognava
cercarlo prima che altrove. All'annunzio della partenza, Roccaforte vi
aveva spedito Lisi, il proprio attendente, per far ritirare tutte le
cose di loro proprietà e consegnare la chiave al portinaio; ora girava
per il ponte di coperta e per quello di batteria in traccia
dell'attendente del compagno, ansioso di eseguire l'incarico affidatogli
dal comandante in seconda. E appena ebbe scorto il marinaio, sull'uscio
del quadrato, lo chiamò, gli fece cenno d'appressarsi.
--Tringale!... Scendi subito a terra! Vai a casa, vai a cercare il tuo
padrone!
--Sissignore. Ma se non c'è?
--Se non c'è cercalo altrove. Domandane a Lisi, che è andato da un pezzo
laggiù. E non far lo stupido, adesso: tu sai dove trovarlo. Dove ti
manda coi libri, coi fiori?
--Sissignore, dalla signora contessa.
--Corri a dirgli che si parte fra un'ora. Digli che torni subito,
riconducilo con te: hai capito?
Mentre la barca col marinaio s'allontanava a forza di remi, tornava
quella col commissario recante i fondi. Erano le due. Roccaforte aveva
esagerato, annunziando che mancava un'ora sola alla partenza; forse non
si sarebbe salpato neanche alle cinque; ma il ritardo del compagno lo
turbava troppo. Da parecchi giorni, da circa una settimana, Luigi lo
impensieriva, non già perchè gli avesse rivelato di attraversare una
nuova crisi, di trovarsi ridotto a qualche pericolosa estremità, anzi
per non avergli confidato più nulla di nulla. Il preannunzio di una
catastrofe non lo avrebbe tanto inquietato quanto quell'insolito
silenzio. Perchè l'amico tacesse dopo averlo voluto partecipe di tutta
la sua intima vita, qualche cosa di molto grave doveva essere avvenuto o
prepararsi. Non taceva soltanto: lo evitava anche, tutto chiuso in sè
stesso. Quella nuova condotta, data anche la delicatezza della
situazione, era tale che gl'impediva, di prenderlo per la mano e
domandargli: «Che cosa avviene?...» Che cosa avveniva, realmente? Egli
si perdeva in supposizioni, intuendo un dramma, fremendo all'idea di una
tragedia. Quel ragazzo non era capace di ricorrere ai più disperati
propositi per sottrarsi a un disinganno, per dare una prova dell'amor
suo?... No, via! Esagerazioni! Aveva taciuto non avendo nulla da dire,
per non ridire sempre le stesse cose, vergognoso di non aver vinto nè
l'amata nè sè stesso. Tardava, ora, a rientrare, per un motivo
semplicissimo, forse volgare: perchè non sapeva della partenza, perchè
comprava i corpetti dei quali aveva detto che cominciavano a
mancargli.... Da un momento all'altro sarebbe sopraggiunto: ecco, non
era nella lancia a vapore che tornava alla «Siracusa» fischiando e
rimorchiando la bettolina coi sacchi e le botti delle provviste?...
Roccaforte corse a prendere il cannocchiale: nella lancia stavano
soltanto gli uomini della comandata col guardiamarina che li guidava e
il tenente medico che aveva verificato la buona qualità dei viveri.
Pochi minuti dopo sopraggiunse l'altra imbarcazione con Lisi, il suo
attendente, che riportava a bordo bauli e cassette e pacchi di libri e
di giornali.
--Hai visto il tenente Carleoni?
--Nossignore.
--Non era passato da casa? Non ne domandasti al portinaio?
--Nossignore. Me l'avrebbe detto, se ci fosse stato.
Allora il cuore gli si strinse. Che ne era dell'amico suo, perchè, dopo
quattro ore dai segnali, con tanta gente scesa a diffondere la notizia
della partenza, nessuno lo avesse visto nè egli facesse saper nulla di
sè? A terra tutti dovevano ormai sapere che la «Siracusa» stava per
salpare; se egli non accorreva, bisognava credere che non volesse--o non
potesse. Che fare? Se neanche l'attendente lo avesse trovato? Andare a
cercarlo personalmente, mentre era ancora in tempo?...
--Signor comandante,--disse risolutamente al secondo, che sorvegliava
alle gru l'imbarco delle provviste,--il ritardo di Carleoni m'inquieta.
Permette che vada a cercarlo io stesso?
--Ha mandato l'attendente?
--Sissignore, ma ho paura che non lo trovi.
Sul viso di Barbarini si lesse una penosa esitazione. Ma prima che ne
uscisse, il capo macchinista gli si avvicinò.
--La macchina è pronta. Posso provarla?
--Perbacco! Ha fatto miracoli!--rispose il secondo, guardando l'orologio
e sorridendo d'un riso un poco stentato.--Non ha fatto mai così
presto!... Ma il comandante ha ordinato oramai che si parta alle cinque.
Provi il timone, per ora!...
E rivolto a Roccaforte, dopo aver congedato con un saluto il capo
macchinista:
--No, vede: è troppo tardi. Correremmo rischio di perdere anche lei.
Speriamo che torni con l'attendente.
Un sott'ufficiale gli si presentò:
--Il signor comandante ha bisogno di parlarle.
Carleoni era ancora alla scrivania, dove aveva studiato le rotte e
decifrato l'espresso.
--È il ministro degli Esteri che trasmette istruzioni per gli accordi da
prendere con i rappresentanti delle altre nazioni. Mi faccia il piacere
di mandare subito al telegrafo questa risposta e questo dispaccio per la
mia famiglia. Tutto è in ordine?
--Sono arrivati i viveri. Il commissario è già tornato.
--La gente è rientrata?
--Tutti i marinai sono a bordo; i due guardiamarina anch'essi....
--Mio figlio?
--Ho mandato a chiamarlo.
Il comandante alzò gli occhi all'orologio, senza dir nulla. Dopo un
silenzio che al secondo parve molto lungo, proferì:
--Mi avverta, se verrà.... Desidero riceverlo io stesso.
--Vuol passare un guaio!--esclamava tra sè Barbarini, risalendo in
coperta.--Bene gli sta!... Questi ragazzi!...
Però, se avesse potuto prevedere un simile abuso, mai più gli avrebbe
permesso di scendere. Dall'altra parte, neanche quella partenza a rotta
di collo era prevedibile!... Ed egli girava per la tolda, intanto che si
alzavano le imbarcazioni, fingendo di ispezionare e di verificare,
distribuendo ordini, rimproveri e lodi a destra e a manca, ma per
guadagnar tempo, in verità, con l'occhio allo specchio d'acqua fra la
nave e la città, aspettando di veder sopraggiungere da un momento
all'altro il mancante. Roccaforte guardava anch'egli, dietro il
cannocchiale che non aveva più lasciato, e ancora una volta tornò a
sperare, scoprendo un'imbarcazione che tornava; poi le braccia gli
caddero. L'attendente era solo.
--Non l'hai trovato? Dove sei stato?
--Sono stato all'alloggio; era tutto chiuso, Lisi ha lasciato la
chiave....
--Va bene, questo lo so. E poi, dove sei andato?
--Sono stato dalla signora contessa. Era uscita.... Mi dissero d'aver
visto il signor tenente in carrozza; ho preso una carrozza anch'io....
Ho chiesto di lui al Campari, al Circolo; ho girato per i
Giardini....--Sottovoce, con aria di mistero, soggiunse:--Il signor
tenente aveva affittato un'altra casa, fuori la Barriera alle Colline,
una settimana addietro.... Sono stato anche lì, ho bussato quattro o
cinque volte, chiamando....
--Non c'era?
--C'era!
--E non l'hai condotto con te?
--M'ha mandato via! M'ha risposto: «Va bene! Ho sentito!...» Gli ho
detto che lo aspettavo giù, con la carrozza; m'ha risposto: «Vattene,
torna a bordo, sono buono di venire da me!...» Nonostante, ho aspettato
un pezzo.... Poi ho avuto paura che si facesse troppo tardi.... Ho
lasciato la carrozza al cancello, ne ho presa un'altra....
Ed aperse le braccia.
Barbarini, dall'alto della plancia, vide il gesto. Guardò ancora una
volta l'orologio: erano le quattro e quaranta. Volse ancora uno sguardo
verso terra. Un'imbarcazione filava verso la nave. Ma era l'ultima
rimasta, e riportava il graduato che era andato al telegrafo. Allora il
secondo si cacciò con un gesto brusco le mani in tasca e ordinò
all'ufficiale di guardia:
--Faccia alzare le scale e rientrare le aste di posta. Faccia battere
l'assemblea, prevenendo il commissario.
I comandi risonarono, la tromba squillò. L'equipaggio si raccolse e si
schierò tutto in coperta; la voce: «Presente!» si propagò per le file,
ripetuta su tutti i toni, con tutti gli accenti, ad ogni nome
pronunziato dal commissario, mentre il chiamato gli passava davanti.
In quel punto dalle latebre della nave risonò al portavoce la nuova
domanda del capo macchinista:
--Posso provare la macchina?
Barbarini esitava ancora, quando vide il comandante apparire sulla
plancia.
--La macchina è pronta?
--Sissignore. Il direttore domanda se può provarla.
--Immediatamente.
Il secondo trasmise l'ordine.
--Ho sentito che si è fatto l'appello,--riprese il capo.--Ci sono tutti?
--Tutti, tranne....
E come Barbarini esitava, imbarazzato, volgendo uno sguardo disperato
alla riva, il capo disse, forte, senza guardarlo:
--Il sottotenente di vascello Carleoni non è rientrato?
Non disse: «Mio figlio». E Barbarini rispose, quasi duramente:
--No, comandante.
Domanda e risposta furono scambiate in mezzo a un silenzio profondo; i
circostanti restavano immobili, inquieti, intimiditi. A un tratto la
sirena squarciò l'aria col suo formidabile strido, un fiato enorme parve
esalasse dalle viscere della nave, tutta la sua compagine vibrò, le
acque rimosse sfrusciarono al primo giro delle eliche, ribollendo e
spandendosi in cerchi di spuma. Lentamente la «Siracusa» si avanzò verso
l'àncora. Il rombo della macchina cessò un momento per riprendere subito
dopo; ma ora la corazzata indietreggiava, al moto inverso dei
propulsori.
Dalle profondità della macchina venne l'annunzio:
--Tutto bene. Siamo pronti.
--Fra dieci minuti la gente al posto di manovra,--ordinò brevemente il
capo.
E la notizia si diffuse per tutto l'equipaggio. Il figlio del
comandante assente, sul punto d'esser dichiarato disertore! Pochi, i
maligni, si compiacevano del caso; la più gran parte dei marinai se ne
dolevano, per il rispetto e l'amore che i due Carleoni, comandante e
ufficiale, si meritavano.
Cinque minuti prima delle cinque, dopo aver fatto avvertire gli
ufficiali che prendessero i loro posti. Barbarini ordinò a quello di
guardia:
--Chiami i fischi al centro.
Il primo nostromo diede il segnale, tutti gli altri nocchieri accorsero,
e i fischi ordinanti il posto di manovra si levarono, come una scappata
di razzi sonori, come i sibili e i gorgheggi d'un'uccelliera. In mezzo a
quel concerto la voce dell'uomo di vedetta piovve dall'alto dell'albero:
--Un battello borghese dirige verso il bordo.
Roccaforte lo aveva già avvistato. E finalmente il suo incubo si
dissipava, egli traeva ora liberamente il respiro riconoscendo Luigi
Carleoni nell'alta figura ritta a poppa della barca che due vogatori
facevano volare sulle acque, remando furiosamente, sollevandosi e
rovesciandosi sulla panchetta ad ogni colpo di remo. Si vedeva il
giovane curvato verso gli uomini, incitarli con energici gesti del
braccio, abbassarsi ad afferrare il timone, in prossimità della
«Siracusa», per manovrare in modo che il battello restasse coperto dalla
poppa della nave; ma allora Roccaforte, coi cenni, gli significò che non
sperasse di rientrare inosservato, e perchè non s'arrampicasse da una
delle scalette di combattimento, gli gettò una biscaglina.
Quando il giovane apparve dalla murata e la scavalcò, era rosso in viso,
confuso ed ansante. Teneva nella sinistra un mazzolino di violette.
Dovevano stargli molto a cuore se neanche la ginnastica necessaria per
montar su lo aveva deciso a sbarazzarsene. Due file di marinai, con gli
ufficiali alla testa, gli si aprivano dinanzi; in fondo stava il
comandante, suo padre.
--Venga avanti,--disse questi, con le mani in tasca e guardandolo fiso.
Nascosti i fiori in una delle tasche del cappottino, Luigi Carleoni si
avanzò; giunto a qualche passo dal padre si fermò sull'«attenti»,
portando la destra alla visiera.
--Ha sentito il segnale della partenza?
--Sissignore,--rispose con voce che voleva esser franca e tentando di
sostenere il freddo sguardo del capo.
--A che ora l'ha sentito?
--Alle undici e un quarto.
--È stato anche avvertito a voce, mi pare?
--Sissignore.
--A che ora?
--Alle tre.
--Le faccio osservare che sono le cinque passate. Si costituisca agli
arresti in attesa di provvedimenti.
E si voltò dall'altra parte.
Gli astanti non fiatavano, come se la punizione fosse piombata su tutti
loro. Il giovane rinnovò il saluto alle spalle del padre e corse a
prora, al suo posto di manovra.
Tutti i gabbieri erano sul castello, un timoniere stava accanto all'asta
della bandieruola, pronto ad ammainarla. L'argano e i verricelli già
stridevano e sbuffavano; la tensione della catena dell'áncora, nello
sforzo di svellere il ferreo dente dal fondo delle acque, era violento;
pareva a tratti, ad uno scatto, che qualche ingranaggio si fosse
spezzato; poi lo stridore, il cigolio, i soffî riprendevano, più forti,
e la nave s'avanzava di qualche passo.
--L'áncora è a picco!--gridò il secondo, dal castello, rivolto al
comandante.
--Viri a lasciare!--rispose la voce del capo.
Altri ordini, brevi, concitati, per recuperare catena; dopo un nuovo
sforzo risonò finalmente l'annunzio:
--L'áncora ha lasciato.
Il timoniere, pronto a levar volta alla ságola della bandieruola,
guardava il sottotenente di vascello Carleoni, aspettandone, quasi
sollecitandone l'ordine; ma il giovane pareva assorto nell'esaminare,
oltre la battagliola, l'áncora fangosa pendente lungo il fianco della
nave, i cerchi concentrici che gli spruzzi del fango disegnavano cadendo
sulle acque morte.
--Carleoni!--chiamò forte e brusco il secondo.--Guardi un po' se il
tirante è libero e ben guarnito.
Il giovane, riscuotendosi, incontrò finalmente lo sguardo del timoniere:
ad un cenno la bandieruola fu ammainata.
E ancora una volta, all'ordine di: «Avanti, adagissimo» trasmesso in
macchina dal comandante, parve che la nave traesse un profondo sospiro,
e un fremito passò per le sue commessure, e un sordo fragore di acque
sbattute annunziò che le eliche giravano. La «Siracusa» cominciò ad
avanzarsi, mettendo la prora, per via di accostate, fra l'estremità
della diga ed il Faro. Giunta l'áncora all'occhio, il nuovo comando volò
elettricamente dalla plancia alla macchina:--Avanti, adagio!
Già in franchia, la nave procedeva ora verso la lanterna della Vegliaia,
lasciandosi sulla sinistra la spianata dei Cavalleggeri: al primo urto
del mare libero cominciò a rollare.
--Faccia rotta per 250 alla normale,--ingiunse il comandante
all'ufficiale di guardia. Fissato poi lo sguardo all'orizzonte,
soggiunse:--Il tempo non mi piace. Mi avvisi, se peggiorasse; mi
partecipi subito qualunque novità. Buona guardia!
Sul castello, traversata l'áncora, il secondo disse anch'egli a Luigi
Carleoni:
--Avremo mare, stanotte. Badi di far rizzare le áncore come si deve.
--Non dubiti!
E ad un tratto, come preso da una gran fretta ora che il secondo si
allontanava dal castello e che il comandante non stava più sulla
plancia, il giovane, già assorto e come assonnato, ordinò al primo
nocchiere:
--Nostromo, facciamo presto a passare le rizze in catena!
Il lavoro degli uomini non gli parve sollecito abbastanza.
--Su, svelti,--li spronò;--non v'incantate!
Nè l'operazione era ancor finita, che egli gridò verso la plancia, dove
Barbarini parlava con l'ufficiale di guardia:
--Le áncore sono rizzate!
--Faccia rompere le righe!
Il giovane corse alla scala. In quel punto il fischio di «Pronti!»
echeggiò all'altra estremità della nave; subito dopo si udì la voce
dell'ufficiale di guardia ordinare:
--Ammaina bandiera!
Tutta la gente si scoprì, voltando il capo verso la bandiera nazionale
che discendeva, distesa e flagellata dal vento, lungo l'asta. Luigi
Carleoni, subitamente fermatosi sul boccaporto, restò col berretto in
mano più che tutti gli altri, guardando verso la poppa, verso la terra
svanente nell'ombra del rapido crepuscolo.