— E dove lo mettiamo quel caro Natale Mirone che si farebbe in quattro
per un amico?
— Lo ha messo a posto il becchino.
— Morto?
— Quattro giorni fa.
— E non me ne avete detto niente!
— Non era una bella notizia che avrebbe potuto farti piacere.
— Oh, povero Natale! Lo avrei accompagnato volentieri ai Camposanto.
— Gran consolazione pel morto!
— Non scherziamo su certe cose. Era una brava persona, quantunque...
— Già, quantunque....
— Ma la colpa non è stata sua. Si può essere il primo galantuomo del
mondo e aver la sventura....
— Sua moglie appunto suol dire: Si può essere la più buona donna del
mondo e aver la sventura....
— Di che si lagna?
— Va' a domandarglielo. Io non sono curioso. Il mio metodo è di
attenermi alle apparenze. Che ne sappiamo di quel che c'è sotto?
— Le apparenze ingannano.
— Ed io mi lascio ingannare.... Buono questo capretto al forno!
— Mi è passato l'appetito.... Gli volevo bene al povero Natale.
Ricordo....
— Eh, via! Sei in un momento di estrema tenerezza!
— Voi non potete capire. Si arriva dopo lunga assenza; ci si fa
anticipatamente una festa di rivedere questo, di abbracciare quello;
tutta la nostra vita, a una cert'epoca, consiste nelle memorie della
giovinezza, nelle testimonianze viventi, i compagni di allora; ed ecco,
uno è morto, l'altro è andato in America, il terzo... insomma, spariti
tutti! Questa di Natale non me l'aspettavo!
— Hai trovato noi.
— Voialtri siete della seconda generazione.
— Ma come ti è venuto in testa di ricordarlo?
— Finiamo di cenare. Non voglio contristarvi il piacere di quest'ora di
dolce intimità che avete voluto procurarmi. Si può bere.... alla salute
di un morto?
— Alla salute eterna! — direbbe il parroco.
— Beviamo alla sua cara memoria.
— Beviamo!
Così i quattro amici finirono di festeggiare quella sera il ritorno di
don Ciccio Lanuzza al paese nativo d'onde mancava da più di dieci anni.
La cena avveniva nell'«Albergo Nuovo» di cui uno degli amici era
azionista. Nuovo sì, ma piccolo: otto stanze in tutto, compresa la sala
da pranzo. E quella sera don Ciccio Lanuzza era l'unico passeggero.
Preso il caffè, accesi i sigari, dopo alcuni momenti di silenzio, egli
tornò a parlare del morto.
— Povero Natale! Che malattia lo ha ucciso?
— Mah!...
— Si dicono tante cose....
— Se ne dovrebbe, forse, mescolare la Giustizia.
— La Giustizia? Perchè?... Che mi fate sospettare!
— Non sei solo a sospettarlo.
— La moglie?
— O il ganzo.
— O tutt'e due!
— Come? Dopo tant'anni? Che noia gli dava?
— Appunto, forse, perchè accettava tranquillamente il fatto compiuto.
— E' un'infamia! E nessuno li denunzia?
— Non ci sono interessati a farlo. Si è trovato un testamento di
parecchi anni fa, col quale egli istituiva sua erede universale la
moglie.
— E così, ora, don Neli Tasca sposerà la vedova e si godrà....
— Don Neli Tasca è furbo: non sposerà. Con quella donna, non si sa
mai....
— E dire che è stato un matrimonio di amore! I parenti di lei non
volevano. — Chi sposi? Uno che ancora non ha nè arte ne parte? — Allora
Natale Mirone era studente di terz'anno in legge. Vista l'ostinatezza di
lei, i parenti, all'ultimo, acconsentirono. La cerimonia religiosa fu
quasi lugubre. A sera avanzata, non eravamo una diecina nell'ampia
chiesa di cui poche candele accese sull'altare di una cappella
rischiaravano l'oscurità. La sposa vestita dimessamente, con l'abito di
tutti i giorni, accompagnata soltanto da una zia e dalla madre di lui,
tutte e tre con quegli scialli neri che io non ho potuto mai tollerare e
che mi mettono di malumore anche oggi quando li rivedo. Scortammo la
sposa fino all'uscio di casa sua. Il matrimonio civile fu celebrato un
anno dopo, con qualche sfoggio. I parenti di lei ormai si erano
rabboniti: e gli sposi che, dalla sera della cerimonia religiosa, si
erano sempre visti lei dal balcone, lui dalla via, come due innamorati,
andarono ad abitare una casetta di quattro stanze, arredate
semplicemente, quella con la facciata verde pisello, non ancora
sbiadita, perchè una volta le cose si facevano con coscienza, quella
dirimpetto alla chiesuola di Santa Lucia; l'ho riveduta questa mattina,
arrivando.
— Don Natale Mirone da cinque anni non abitava più là. Aveva comperata
la palazzina dei Nolfo, col giardinetto dietro.... E' morto proprio nel
giardinetto.
— E non era un vigliacco, posso assicurarvelo. Quella sua incredibile
tolleranza è rimasta un gran mistero per me. Una sola volta, da
principio, gli ho veduto, momentaneamente, perdere la padronanza di se
stesso e con uno che metteva paura ai più arrischiati. Lo avete forse
conosciuto: Mastro Nitto, il ferraio, quello che faceva chiavi false pei
ladri, e «temperini» di due spanne per gli assassini. Un colosso, con
certe braccia, e certi pugni.... Basta! Passavano davanti alla sua
bottega. Egli era seduto al sole, senza berretto, con la zucca pelata
che stralucciacava. Mi par di vederlo. E Natale, sbadatamente, gli
disse: — E che, Mastro Nitto? Ve le cuocete al sole? — E Mastro Nitto,
passandosi la lingua su le labbra, rispose: — Voscenza, le sue, e fa
bene, se le custodisce col cappellone di paglia. — Non so chi mi diè,
quel giorno, la forza di trattenerlo. Un luccicore di belva apparve e
sparve nei suoi occhi. Un lampo! Un istante! Poi egli prese il mio
braccio e disse: — Grazie!... Ha ragione!... — Ebbi la ingenuità di
dirgli: Tu dunque sai? — Abbassò il capo e lo rilevò immediatamente: —
Da un pezzo!... Come ignorare? — Fece un'alzata di spalle e non disse
altro. Peccato! Un gentiluomo come lui! Un cuor d'oro come lui! Chi non
ha sperimentato la sua bontà?
— Bontà fino a un certo punto! Si lasciava sfruttare, senza mai
accorgersi che abusavano di lui.
— Altro, se se n'accorgeva!
— Dicono però che in casa, a quattr'occhi, con la moglie era terribile.
— In che modo? Fandonie! Avrebbe potuto prenderla per le spalle e
buttarla in mezzo di una strada. Peggio: farla arrestare in flagrante,
lei e il suo complice, specialmente dopo che lei si era assestata con
don Neli Tasca, e facevano il comodo loro come se il marito non
esistesse. Per questo non capisco perchè se lo siano tolto davanti.
— La ragione c'è. Si temeva che facesse un altro testamento.
— Non doveva prendere il permesso da lei.
— Si dice anzi che il testamento esista, non si sa in quali mani o
presso quale notaio.
— Intanto la moglie ha messo fuori quello di anni fa. Non ci sono
parenti dalla parte di Don Natale, per far ricerche e tentar di
scoprire...
— E il Pretore? I carabinieri? Nessuno ha pensato di aprire gli occhi
alle Autorità.
— Chi vuoi che s'impicci con don Neli Tasca?
— Ma com'è avvenuto il fatto?
— Semplicemente. Don Natale faceva la sua solita partita a tresetti
nello studio del notaio Radice. Non era allegro; si sentiva indisposto.
Io mi trovavo là per caso e stavo a guardare i giocatori. Tutt'a un
tratto don Natale si rizzò da sedere, pallido, barcollante. Disse: —
Scusate: vado a casa. — Lo accompagnò il giovane del notaio. Egli tornò
dopo un quarto d'ora, atterrito, balbettando a stento: — E' morto! E'
morto! — Poi, riavutosi un po', raccontò che il povero don Natale era
andato a sedersi su una panca, sotto un albero di arancio dei
giardinetto, perchè non si sentiva in forze di far le scale. Accorse la
signora. Insisteva domandando: — Che vi sentite? Spericolone! Che vi
sentite? — Quasi lo maltrattava. — Su, venite a prendere una tazza di
caffè! Spericolone! — E se non c'era il giovane del notaio, il povero
don Natale cascava per terra.
— Ora pochi credono al colpo apoplettico, al male cardiaco. Si è
osservato che la vedova ha avuto troppa fretta di farlo seppellire;
mah!...
— Come... mah?! Bisogna avere il coraggio di avvertire la Giustizia, per
scrupolo di coscienza.
— Per buscarsi probabilmente una querela di calunnia?
Don Ciccio Lanuzza quella sera andò a letto commosso e indignato, e
stentò a prender sonno. Ma quando si svegliò, tardi, la mattina, non
sapeva persuadersi di aver sognato.
*
* *
Il sogno era stato questo.
Gli era parso di vedersi davanti al letto l'amico, entrato senza far
rumore, quantunque l'uscio della camera fosse rimasto chiuso col paletto
interno.
— Tu? E mi hanno detto che sei morto!
Si era rizzato a sedere sul letto, tendendogli le mani.
— Non si muore; sono più vivo di prima.
La voce era esile e le parole parevano tremolare, quasi ondulare dietro
la gola prima di uscire dalle labbra smorte che si movevano appena.
— Son venuto per ringraziarti di quel che hai detto ieri sera di me. E'
vero: mi hanno avvelenato!...
— Dunque sei morto!
— Non si muore, ti ripeto. Si sparisce, perchè gli occhi nostri non
riescono a vedere.
— Che posso fare per te? Denunziarli?
— E' inutile.
— Dovranno godersi il tuo patrimonio gli assassini? Hai lavorato tanto!
E' una infamia!
— Non se lo godranno. Vedi? Questo è il mio ultimo testamento. L'amico a
cui era affidato è morto due giorni dopo di me. Sono andato a
riprenderlo dalla cassetta dove stava riposto. Vuoi leggerlo?
Il foglio di carta, spiegato, si agitava nell'aria quasi la mano che lo
porgeva stentasse a sostenerlo.
— Non importa!
Lanuzza cominciava ad avere paura di trovarsi faccia a faccia col
fantasma del suo amico.
— Andrò a rimetterlo dov'era. Lo ritroveranno.
— Ma... spiegami, come mai tanta tolleranza da parte tua?
— Dovevo scontare. Quel che ho sofferto nessuno lo saprà mai.
— Scontare che?
— Non puoi capirlo.
— E ora, che vuoi da me?
— Dovrai dire al Pretore: C'è un testamento in casa degli eredi di don
Tino Lo Faro, in fondo alla terza cassetta a sinistra della sua
scrivania. Andate a cercarlo. Grazie... Addio! Addio!
Don Ciccio Lanuzza, destatosi di soprassalto, si trovò a sedere sul
letto, con le gambe penzoloni dalla sponda, con brividi per tutta la
persona, e un gran sgomento nel cuore.
Dalle fessure dell'imposta già penetrava nella camera la luce del sole.
Saltò giù dal letto e principiò a vestirsi.
— Sogno?... Realtà?...
Egli era un po' scettico, un po' libero pensatore, quantunque intorno a
certe cose pensasse assai poco. Ma il ricordo di quel che aveva visto e
udito in sogno era così vivo e così netto che, udito e veduto da
sveglio, non avrebbe potuto essere più netto e più vivo.
Ordinariamente, nel sogno c'è sempre qualcosa di indeciso, di confuso,
di scucito. Invece egli rivedeva l'amico un po' pallido, un po'
dimagrito; aveva nell'orecchio l'accento alquanto fievole ma chiaro, con
cui quello aveva parlato, e gli pareva di sentirsi ripetere le precise
indicazioni: — Nella terza cassetta a sinistra.
Ma, aperta la finestra, lavatosi, terminato di vestirsi, l'impressione
del sogno si attenuava, lo faceva sorridere. Ieri sera avevano parlato
tanto del povero Natale Mirone, del sospetto di avvelenamento, della
probabile esistenza di un ultimo testamento; e, nella nottata,
l'immaginazione aveva lavorato, aveva lavorato.... Via! Quando si muore
è per sempre! E gli parve fin ridicolaggine il parlarne agli amici che
vennero a trovarlo all'albergo quantunque provasse nell'animo
l'incitamento continuo di dire:
— Sentite che sciocchezza ho sognato!
La notte appresso, però, riecco l'amico Natale. La sua persona emanava
una sottile fosforescenza che la faceva distinguere benissimo nel buio
fitto della camera.
— Mi fai soffrire! Perchè non sei andato dal Pretore?
— Scusa, mi è parso...
— Come siete vanitosi e ignoranti voi vivi! Andrai? Giurami che andrai!
Dammi la mano.
— Te lo giuro!
La sensazione del ghiaccio di quella mano lo fece destare tutt'a un
tratto.
— Ma dunque non era sogno? Possibile?
E la mattina dopo andò dal Pretore, giovanotto quasi imberbe che faceva
le sue prime prove giudiziarie, da incaricato.
Si era fatto presentare da uno dei suoi amici, il quale aveva voluto,
prima, esser rassicurato che non si trattava di denunziare il sospetto
di avvelenamento.
— No; si tratta di un sogno.
— E vuoi raccontarlo al Pretore?
Il giovane magistrato sospese l'istruttoria di un processo di furto e
ricevè con aria di grande curiosità la visita del Lanuzza che già
conosceva di nome.
Don Ciccio cominciò a parlare un po' imbarazzato.
— Non vorrei che il signor Pretore credesse a uno scherzo di cattivo
genere. Ho esitato, anzi non ho voluto, ma poi... Nei casi come questo è
pericoloso credere e non credere. Pericoloso veramente no. Infine,
tentando, non si nuoce a nessuno.
— Parli pure, tagli corto i preamboli.
Durante il racconto di don Ciccio, il Pretore aveva fatto uno sforzo per
mantenersi serio. All'ultimo, disse ridendo:
— E lei presta fede ai suoi due sogni?
— Per dire la verità.... Ma ho letto, non so dove, di sogni veridici che
si sono verificati punto per punto....
— E' forse spiritista?
— Oh, no! — protestò don Ciccio. — Se lei però volesse provare....
Sarebbe bella che si trovasse davvero il testamento in casa dei Lo Faro!
Non si può sospettare di un trucco. Io manco da dieci anni da questo
paese. Fino a due giorni fa ignoravo la morte del mio amico. E poi...
due notti di sèguito: — Nella tale cassetta! — Facciamo come san
Tommaso, che credette dopo ch'ebbe toccato....
— Mette in gran curiosità anche me.
Andarono di sera, Pretore, Cancelliere e i due amici, zitti zitti, con
grand'allarme della famiglia Lo Faro.
— Scusino; si tratta semplicemente di ritrovare una carta affidata
all'amicizia e all'onestà del loro rimpianto capo di famiglia. Terza
cassetta, a sinistra: numero e posto precisi.
Silenzio profondo; tutti ansiosissimi attorno alla scrivania.
Al Pretore, che poco prima faceva il bello spirito, tremava la mano
nell'infilare la chiave nella toppa.
La cassetta era piena zeppa di carte: lettere, ricevute, note di
fornitori. All'ultimo, proprio addossata al fondo, ecco una busta
gialla, con cinque suggelli e la soprascritta: _Testamento olografo del
signor Natale Mirone, consegnato all'amico don Tino Lo Faro._
Tutti si sentirono correre un gran brivido per le ossa.
Il Pretore strappò la busta, e aperse il foglio, Don Ciccio Lanuzza
impallidì riconoscendolo per quello veduto in sogno.
— Un pezzo di carta, inutile! — esclamò il Pretore. — Manca la firma.
Dice: — Io qui sottoscritto, sano di corpo e di mente... — Di mente no,
perchè ha dimenticato l'essenziale.
— E' la sua scrittura! Ma se non c'è la firma....
La delusione fu grande. Don Ciccio, dopo questa gran prova, attese
inutilmente, tante nottate, che l'amico Natale venisse a dargli qualche
schiarimento.
E ogni volta che raccontava il suo veridico sogno, soleva aggiungere:
— Anche i morti sbagliano! Sbagliano tutti! E dire che se non mancava la
firma, a quest'ora la vedova e il suo ganzo non riderebbero alle spalle
dell'assassinato! La giustizia di questo mondo va così; e — soggiungeva
a bassa voce — anche quella dell'altro, a quel che pare!