L'ULTIMA LUSINGA

— E dopo tutto, che doveva importargli se suo fratello si rovinava? Gli

dispiaceva per quella buona donna di sua cognata, per la ragazza buona

quanto la mamma, bellina, istruita, che avrebbe potuto fare un magnifico

matrimonio — magnifico era l'aggettivo prediletto di don Vito Li Pani —

se suo padre non avesse sciupato anche metà della dote della moglie pel

maledetto viziaccio del gioco. Tressetti, primiera, zecchinetta; cento

lire oggi, duecento, trecento domani... quando non si trattava di

qualche migliaio. E bisognava trovarle sùbito, se non le aveva in casa,

perchè — dicono — i debiti di gioco devono essere pagati nelle

ventiquattr'ore; quasi, mettiamo, quarantott'ore dopo, perdessero la

loro qualità di debiti di onore! Ed ora, ecco che quell'imbecille

ammattiva con le cabale pel Gioco del Lotto! E ogni settimana presentava

al botteghino una gran filza di giocate per questa o quella _ruota_, per

tutte le _ruote_, da tener occupato lo scrivano una buona mezz'ora, con

dispetto degli altri giocatori che avevano fretta più di lui!

Sissignore, suo fratello don Pietro Li Pani si era ridotto a questo: di

contare su un terno, su una quaderna, su una cinquina; e non si avvedeva

che ogni settimana buttava via trenta, quaranta lire, con le quali

avrebbe potuto provvedere alle piccole spese giornaliere, e non far

tribolare la moglie e la figlia che soffrivano in silenzio perchè egli

diventava di giorno in giorno più intrattabile.

Non era stato un modello di dolcezza neanche prima; ne sapeva qualcosa

sua moglie, donna Michela — la prudenza e la bontà in persona — che

aveva dovuto chiudere un occhio o tutti e due su certe marachelle del

marito: e questi se n'era abusato.

Poi la passione del giuoco lo aveva preso tutto. La povera moglie si era

lusingata che sarebbe passata anch'essa, com'era già passata la pazzia

per le donne. Si era ingannata.

Don Pietro aveva avuto la disgrazia di una serie di vincite che gli

avevano fatto perdere la testa.

In quelle sere tornava a casa col portafoglio ricolmo di biglietti di

banca, con le tasche piene di monete di argento e di soldoni; e si

metteva a contarli in un angolo della tavola apparecchiata per la cena,

disponendoli a gruppi, in bell'ordine per impressionare l'immaginazione

della moglie e della figlia. Poi cavava fuori il taccuino dove segnava

le vincite, faceva l'addizione con le somme precedenti e soggiungeva:

— Centosessanta lire da questo, cinquanta da quello, trentacinque da

quell'altro....

Erano i crediti su la parola.

— Serviranno per domani sera!

Dall'aria con cui tornava a casa, le due donne capivano se don Pietro

aveva vinto o no.

Aveva vinto sera per sera, in quel mese, ed entrava zufolando un

motivetto di valzer. Fatta la rassegna della vincita, si metteva a

cenare con grande appetito, raccontando le vicende della serata, quasi

si trattasse di battaglie campali; e prima di rizzarsi da tavola, appena

accesa la pipa, prendeva due o tre pezzi da cinque lire, una monetina

d'oro da dieci, e diceva alla moglie e alla figlia:

— Questi per te; questa per te. Metteteli da parte o spendeteli come vi

piace.

Parve che la fortuna si fosse stancata, tutt'a un tratto, di farlo

vincere e stravincere. Per mesi e mesi di sèguito, don Pietro tornò a

casa muto, col viso smorto.

Cavava fuori il taccuino, ma per risommare i quattrini perduti sulla

parola; tanto a questo, tanto a quello!... E una mattina disse alle due

donne:

— Per qualche giorno.... Mi avete detto che non le avete ancora

spese.... A te, Matilde, pagherò anche gli interessi.

Si sforzava di ridere accarezzando il mento alla figlia.

Moglie e figlia attesero per un pezzo quelle dugentosettantacinque lire,

e non ne riparlarono più, dopo che don Pietro era andato su tutte le

furie l'ultima volta che Matilde per ischerzo, gli aveva detto:

— Almeno gli interessi, papà!

Ah, se avessero saputo quante altre centinaia e centinaia di lire erano

volate dietro a quelle da due anni in qua! E le cambiali scontate presso

uno strozzino, rinnovate con interessi su gli interessi! E le iscrizioni

ipotecarie su i fondi di Cancello e di Margarone per due prestiti

spariti anch'essi nei gorghi della zecchinetta!

Ne seppero qualcosa la mattina che don Vito Li Pani venne a sgridarle:

— Ma come? Ve ne state zitta zitta, cara cognata, quasi non si trattasse

pure dalla vostra dote e dell'avvenire di questa povera ragazza? Non lo

sapete dunque che il mio signor fratello è rovinato? Che, durando così,

dovrà andare tra poco, con una canna in mano a chiedere l'elemosina

uscio per uscio, se vorrà farvi mangiare e mangiare due soldi di pane?

Ah! Cascate dalle nuvole? Se egli si figura che io debba spendere il mio

per aiutarlo, ha fatto male i suoi conti! Mentre lui si è divertito....

mi capite? e ora si diverte col libro di quaranta fogli, io, cara

cognata, mi sono privato di un po' di fumo di tabacco nella pipa, fin di

un sorso di caffè, anche di quello che spaccia mastro Cola nella sua

lurida bottega! Perchè ve lo vengo a dire? Per mettervi su l'avviso.

*

* *

Troppo tardi!

Don Pietro, ora, non maneggiava più il libro di quaranta fogli, come suo

fratello chiamava il mazzo delle carte da gioco, ma _La smorfia_, il

_Libro dei Sogni_, il _Rutilio_ e certi vecchi scartafacci dàtigli in

prestito da suo compare Giammona, a cui li aveva confidati un frate

cappuccino che aveva fatto vincere, in vita sua, ambi, terni, quaderne a

tante persone.

Se non che con quegli scartafacci unti e bisunti, zeppi di numeri, di

calcoli, di astruse operazioni aritmetiche, nè lui, nè suo compare

Giammona riuscivano a raccapezzarsi. E per ciò don Pietro attendeva un

sogno, un bel sogno rivelatore che gli permettesse di combinare una

quaderna o una cinquina; di un terno, di un miserabile terno non sapeva

che farsene!

Da qualche mese in qua, appena sveglio, prima di saltar giù dal letto,

domandava alla moglie:

— Che ti sei sognato?

— Niente.

— E' impossibile. Non sogni mai? Vedi di ricordartene.

— Niente, ti dico.

— Come si fa a non sognar mai?

— E tu, dunque?

— Io? Che ne sai? Non devo dirlo a te se sogno o no.

— Tu fai come quello che aveva perduto le mule e andava in cerca delle

cavezze. Non parlo per me; ormai ho bisogno di così poco! ma per nostra

figlia.

— E' appunto per lei...

— Ah! Ti lusinghi col lotto? Un'altra rovina! Come non te n'avvedi?

Don Pietro saltava giù, e si vestiva brontolando. Gli pareva che sua

moglie, dicendo del lotto: — E' un'altra rovina! — gli facesse la

jettatura, e gli guastasse tutti i calcoli della cabala secondo

_Rutilio_ e secondo gli scartafacci del frate cappuccino.

E appena vedeva la figlia che si era alzata mattiniera e preparava, in

cucina, il caffè, le domandava:

— Che ti sei sognato?

— Niente.

— Vedi di ricordartene. Non sogna nessuno in questa casa! E' una

fatalità.

— Non sogni neppur tu!

— Tua madre, niente! Tu, niente!

— Ah!... Ora mi sembra...

— Dici.

— Sì, mi sembra di avere sognato...

— Brava!

— Ma non ricordo che cosa. Mi pareva di essere.... dove? Non so più

dove.

— Non importa. Che facevi?

Don Pietro aveva ragione; era una fatalità: in casa sua nessuno sognava!

E se qualcuna sognava, sveglia, non rammentava che cosa avesse sognato!

Compare Giammona, invece, soleva fare due, tre sogni ogni notte, ma

inconcludenti, da non poter ricavarne numeri che portassero fortuna.

C'erano gli avvenimenti della settimana, le grandi disgrazie riferite

dai giornali, le piccole disgrazie che accadevano in paese.

Don Pietro e il compare perdevano intere giornate per cavarne i numeri

infallibili. E quando li avevano scelti, restavano a contemplarli,

estatici, scritti, anzi, sgorbiati dal compare su un pezzo di carta.

E don Pietro, sodisfatto, esclamava:

— Questa volta sono parlanti! Mi par di leggerli su la tabella del

botteghino.

— Sono parlanti! — ripeteva compare Giammona.

E la sera del sabato si mordevano le mani, tiravano qualche moccolo.

Invece del 35 era venuto il 36! Invece dell'82 era uscito l'83! Invece

del 68, il 69! Pareva che lo avessero fatto per dispetto quei numeri

infami!

Non era stato anche un vero dispetto...?

Don Pietro e il compare non potevano rammentarsene senza sentirsi

soffocare dalla rabbia!

Don Vito, venuto a fare una visita alla nipote che stava a letto con

febbre, passando davanti all'uscio dello studio del fratello, aveva

picchiato con le nocche delle dita:

— E' permesso?

Si era fermato su la soglia, ridendo alla vista impacciata dei due

cabalisti che tentavano di nascondere alcune carte.

— Oh! Io non cerco di sapere i vostri numeri... _veri_, quelli che non

escono mai! Li so meglio di voialtri, ma mi astengo di giocarli; non

voglio arricchire senza fatica. Per l'estrazione ventura? 16, 37, 46.

Uno più bello dell'altro. Ve li regalo. Se avete quattrini da

sciupare... Terno secco, sicuro!

Ed ecco, alla immediata estrazione, tutti e tre i numeri in fila, come

quegli li aveva annunziati per chiasso. Don Pietro e il compare non se

ne davano pace!

Don Vito si presentava, tutti i giorni, in casa del fratello, ora che la

povera Matilde andava di male in peggio con quelle febbri che le

bruciavano il sangue e le carni e resistevano a qualunque medicina.

— Come va? Che ne dice il dottore? — domandava alla cognata.

— Quella figliuola è stata sempre un libro chiuso per tutti. Non mi è

mai riuscito d'indovinare che c'è nella sua testa e nel suo cuore!

— Un amore deluso?

— Una gran pena certamente. Ho paura di scoprirla.

— E siete sua madre!

— Che consolazione potrei darle? Siamo ridotti quasi alla miseria.

— Lasciatemi parlare a quattr'occhi con lei.

Entrò nella camera di Matilde tutto rannuvolato, quasi fosse venuto a

posta per sgridarla, per farle una gran lavata di capo. Si premuniva

così contro la tenerezza e la bontà della sua indole, perchè — soleva

dire — anche il bene bisogna saper farlo a tempo e luogo, altrimenti non

è più bene.

La cameretta era tenuta in una dolce penombra, dove risaltava il

biancore della coperta del lettino e dei guanciali, e, su i guanciali,

la macchia nera dei capelli di Matilde.

— Ancora febbri? — brontolò. — Non vogliamo finirla?

— Se stesse a me, zio! — rispose Matilde.

— Quando non facciamo niente per star meglio! Quando ci ostiniamo a

pensare... a pensare! Il pensiero è il maggior veleno.

— Ma io non penso a niente, zio!

— Pensi.... a lui! Che ti figuri? Che nessuno abbia capito?

— Oh, zio! Oh, zio!

— Lascia stare gli oh! E' naturale, alla tua età. Avresti dovuto

confidarti con tua madre... o con questo zio che ti vuol bene, e tu lo

sai. Tuo padre è.... un animale irragionevole; possiamo far a meno di

lui e dei suoi terni al lotto... che non si decidono a venir fuori!

Dunque? Su, come al confessore. Chi è? Voglio entrarvi in mezzo io.

— Nessuno!... Non è nessuno!

— E c'è bisogno di piangere per questo? Si dice: è il tale! — Vuole la

dote? E' giusto. Avrà la dote. Già, se fosse persona intelligente,

dovrebbe contentarsi di possedere un tesoro di ragazza come te.... Ma la

dote non guasta. La troveremo. Lo zio don Vito non potrà portarsi

nell'altro mondo il poco che ha e che ha saputo conservare... Comincerà

dal fare un po' di bene anche da vivo, al contrario del suo signor

fratello.... E per ciò lo zio don Vito vuol sapere.... E' qui per

ricevere la confessione. Dunque?... Dunque?

Matilde, rannicchiata sotto le coperte, piangeva silenziosamente.

Don Vito si rizzò tutt'a un tratto dalla seggiola, sbuffando.

— Con voialtre ragazze si perde il ranno e il sapone! Avete certe

teste!... Tu almeno dovresti pensare a quella madonna addolorata di tua

madre. Non vedi che è ridotta uno scheletro? Confidati con lei, almeno

con lei!

E uscì dalla cameretta deluso, indispettito. Si sfogò col fratello

incontrato nel corridoio assieme col compare Giammona.

— Ma non ti accorgi che tua figlia muore non si sa di che pena? Sei

allegro. Hai delle belle giocate in vista?... Non mi maraviglio tanto di

lui, quanto di voi, signor Giammona, che potreste essere suo nonno, e

aver senno anche per due! Voi però non siete padre, non avete una

figlia, figlia unica, che languisce a letto da tre mesi e va peggiorando

di giorno in giorno!...

— Che posso farci io, con le febbri? — balbettò don Pietro assalito alla

sprovveduta.

— Le febbri, certe febbri, non vengono per caso. Te ne sei forse

preoccupato?

— Ho chiamato il dottor Mèusa.

— Che dovrebbe fare il lustrascarpe, non il medico. Hai chiamato lui

perchè si contenta di poco, perchè ammazza quasi per niente i poveri

malati che gli càpitano per mano. E' miracolo se tua figlia è ancora

viva dopo tre mesi di visite. Tu pensi alla Càbala, ai terni da

vincere... Sai quale sarebbe il vero terno per tua figlia? Un marito,

sarebbe! Muore di passione la povera figliuola! Un marito, al giorno

d'oggi, se non c'è una bella dote, non lo trova neppure una principessa

di nascita; e la tua scioperataggine....

— Oramai, caro don Vito — disse il Giammona — ormai è inutile parlarne!

— E intanto voi lo aiutate a far peggio col Lotto!

— Non posso procurargli un marito per la figlia!

— Non si tratta di procurarlo, scusate.

E rivolto sdegnosamente al fratello, soggiunse:

— Va', va' a vederla! Sono uscito dalla sua camera col cuore sconvolto;

piange, ma non parla. E' ridotta irriconoscibile. Quell'asino di dottor

Mèusa non ha capito niente. E tu... e tu... tu, coi tuoi terni, le tue

quaderne, non avrai tanto da farle una bella cassa da morto! Dio

disperda le mie parole!

*

* *

Don Pietro era diventato, improvvisamente, tutto premure per la figlia.

Aveva detto alla moglie:

— Chiamerò il dott. Cassisi.

— Bisognerà prima pagare il dott. Mèusa.

— Per quel che ha fatto!

— Tre mesi di visite, e qualche volta due al giorno.

— Le pagherò.... Ma, dunque, non sei riuscita neppur tu a saper niente?

— Neppure il confessore.

— Bisogna buttarsi a indovinare.

— E quando avremo indovinato?

— Tu hai detto che qualche volta parla nel sonno.

— Parole sconclusionate. — Sì!... No!... Basta! — Non si capisce nulla.

Mai un nome, mai!

Don Pietro passava lunghe ore nella cameretta della figlia, attendendo

che si addormentasse e che parlasse. Compare Giammona gli aveva detto

che i malati, se sognano, sono veggenti. Se poi parlano nel sonno... Il

difficile è interpretar bene quel che dicono; ma con un po' di buona

volontà e di studio...

Perciò don Pietro stava come in agguato, seduto a piè dei lettino dove

Matilde smaniava, voltandosi e rivoltandosi da un fianco all'altro, o

rimaneva immobile sotto le coperte, con gli occhi chiusi, facendo

sentire appena l'ansimare del suo respiro.

Il dott. Cassisi veniva due volte al giorno, impassibile, e si grattava

il mento col gesto caratteristico con cui soleva significare che era

poco contento di un malato. Non ordinava niente; lasciava che la

malattia facesse il suo corso. Strana malattia! Sì un po' di febbre, un

po' di anemia, un po' di alterazione nella circolazione del sangue e

quindi nelle funzioni del cuore; ma come? ma perchè? E siccome il dottor

Cassisi non credeva alla volgare stupidaggine — egli diceva —

dell'anima, non poteva ammettere che il male provenisse da essa. E

quando donna Michela gli accennò timidamente, sottovoce... il sospetto

suo e del cognato don Vito, il dottore cessò di grattarsi il mento e con

la sua brutale sincerità disse alla malata:

— Ho scritto una santa ricetta; medicina infallibile: _Recipe_, un bel

tocco di marito!... Sei contenta?

Uno scoppio di singhiozzi e di pianto fu la risposta di Matilde.

E da quel giorno diè un tracollo.

Don Pietro, sopraffatto dalla pietà per la figlia, in certi momenti,

dimenticava che stava seduto, ore e ore, là a piè del lettino, per

sorprenderle nel sonno qualche parola. Come il respiro di lei si faceva

più tranquillo, più uguale, egli si rizzava da sedere, si chinava

cautamente su lei, stava in orecchio, trattenendo il fiato. E a ogni

sillaba, a ogni parola da lei mormorata, dava uno sbalzo, attendendo un

motto rivelatore, una breve frase che egli avrebbe tradotti, lì per lì,

in numeri, senza consultare il _Libro dei Sogni_; ormai lo sapeva a

memoria!

Matilde si agitava, mugolava parole inintelligibili, si destava di

soprassalto; e allora lui:

— Hai fatto un brutto sogno?

— No, papà.

— Eppure smaniavi, pareva che non ti riuscisse di parlare...

— No, papà.

— Ma che hai, figlia mia? Che hai? Parla!

— Ho... Non ti rattristare... Anzi! Ho... che fra tre giorni sarò

morta!... Non dir niente alla mamma!

Don Pietro si sentì stringere il cuore, gli salirono le lacrime agli

occhi.

— Che ti metti in testa queste sciocchezze?

— E' venuto a dirmelo la nonna.

— Ma che nonna, figliuola mia! Una ragazza intelligente come te non deve

credere alle fandonie dei sogni....

— Perchè sarebbe venuta ad ingannarmi?

— Non è venuta!

La contradiceva per spronarla a parlare. Nonna, 17; morta che parla, 47;

e... e... e... Non potè andare più innanzi; gli pareva di profanare

quella santa creatura che, forse, tra giorni, sarebbe morta davvero. E

corse a nascondersi nel suo studio, con la testa tra le mani, inorridito

di aver potuto calcolare, quasi speculare su la malattia della figlia.

Involontariamente, però, quei due numeri se li sentiva ronzare a un

orecchio; più avrebbe voluto dimenticarli, e più divenivano insistenti.

Compare Giammona lo sgridava:

— Siete un ragazzo? Due oggi, due domani...

— No! Che m'importa più di arricchire? Se ho tentato, se volevo tentare,

era per lei, per riparare il male che ho fatto a lei e a mia moglie... e

pure a me. Ma io me lo son meritato!

— E se non muore? com'è certo; se non muore, dovreste ammazzarvi con le

vostre stesse mani! Siete un ragazzo? Io metterei anche il 3; è indicato

chiarissimo. E metterei gli anni della ragazza.

— Ventidue...

Pronunziò il numero quasi gli avesse scottato le labbra e tornò a

ripetere:

— No! Non m'importa più di arricchire!

*

* *

La mattina dopo, il dottor Cassisi dichiarò:

— Non verrò più.

E incontrato per la scala don Vito, lo fermò:

— E' questione di qualche giorno, forse di ore!

— E porta via il suo segreto! — esclamò don Vito.

Don Pietro in due giorni pareva invecchiato di dieci anni. Si aggirava

per la casa come un fantasma; e nell'esagerazione del rimorso pel

patrimonio dilapidato, strizzandosi le mani, si rinfacciava:

— L'hai uccisa tu! L'hai uccisa tu, scellerato!

Ragionava meglio don Vito, dicendo che la nipote portava via nell'altro

mondo il suo segreto.

Matilde, ora, sorrideva alla mamma, sorrideva al padre come persona che

sa prossima la sua liberazione. E, infatti, di vivo le rimanevano

soltanto gli occhi, i begli occhioni neri, che avevano scintillato quasi

in continuo sorriso quando andava per casa, canticchiando, aiutando la

madre nelle faccende domestiche. Don Pietro non poteva sostenere quello

sguardo con cui ella pareva chiedesse perdono di morire, di abbandonare

padre e madre in tristissime circostanze.

Per questo egli si fermava poco nella cameretta della malata; andava e

veniva come una mosca senza capo; e se, involontariamente, gli

attraversava il cervello l'idea che la figlia avrebbe potuto suggerirgli

un bel terno, una quaderna, come compare Giammona sosteneva che i

moribondi son capaci di fare; se, involontariamente, si sedeva su la

seggiola a piè del lettino, e guardava Matilde con aria di attesa quasi

supplicante, si riscoteva tutt'a un tratto, indignato contro di sè; e

andava di là, nel suo studio, per rinfacciarsi:

— L'hai uccisa tu! L'hai uccisa tu, scellerato! Ed ora pretenderesti

anche... Scellerato!

Fu verso l'alba del funestissimo giorno.

Don Pietro che aveva mandata quella larva di sua moglie a riposarsi un

pochino dopo mezza nottata di veglia, interrogata la figlia a bassa

voce, con un tremore di tenerezza nell'accento, chino su lei,

carezzandole lievemente i capelli:

— Come ti senti? Come ti senti?

— Bene, papà. Non ho bisogno... di nulla! Egli si era seduto dapprima al

solito posto, poi aveva collocato la seggiola vicino al capezzale, e

teneva la mano su quella fronte scottante, madida del sudore della

febbre che consumava le ultime forze di tanto fiore di giovinezza.

— Papà! — ella disse con un filo di voce. — I santi sacramenti,

presto... E tu, non dubitare: verrò a darti in sogno... quel che tu

desideri. Sì, sì, papà!

Egli la baciò tutta su le coperte, dal capo ai piedi, delicatamente,

come una santa reliquia, col cuore pieno d'immensa gratitudine per

quella promessa che egli non avrebbe rivelato a nessuno fino a che non

si fosse avverata.

E quando la collocò con le sue mani nella cassa mortuaria, che don Vito

aveva fatta fare a sue spese, foderata di raso bianco internamente e di

velluto azzurro, fuori — povera creatura! Era leggera come una piuma! —

e quando la casa parve vuota, schiacciata sotto il silenzio della

desolazione, ed egli si trovò finalmente solo con la moglie vestita a

lutto, dopo tre giorni di _visitu_, in cui erano accorsi amici,

conoscenti per prender parte al loro dolore — entravano, senza dire una

parola, rimanevano seduti, si rizzavano, muti, per far posto ai

sopravvenienti — dopo tre giorni di doloroso stupore, durante i quali

aveva tentato di consolarsi ripensando le parole della figlia: — Verrò a

darti in sogno, quel che tu desideri. Sì, sì, papà! — la moglie e il

fratello lo videro andare in cucina con una bracciata di libri e di

scartafacci, accendere il fuoco e buttare sui carboni divampanti i fogli

dei diversi libri dei Sogni, strappati, sparpagliati perchè bruciassero

meglio, i fogli del _Rutilio_ e gli scartafacci del frate cappuccino che

non erano stati buoni a fargli vincere neppure un terno!

Don Vito, maravigliato e contento, vedendo salire per aria, portati via

dall'impeto della fiamma i neri residui del fogli che s'ingolfavano nel

camino e sembravano tanti uccellacci di malaugurio messi in fuga, gli

disse: — Hai fatto bene! Dovevi pensarci prima.... Meglio tardi che mai!

— Don Pietro avrebbe voluto rispondergli: — Non ne ho più bisogno....

Verrà Matilde! — Ma si mordeva le labbra per non parlare.

E attese.

Un mese, tre mesi, un anno! Attanagliato dall'angosciosa agonia di

quella speranza, di quella promessa che la morta si era dimenticata di

mantenere — nonostante le preghiere, nonostante le messe fàttele dire in

suffragio! — egli declinava rapidamente, quantunque il fratello don Vito

fosse venuto a coabitare da lui, col caritatevole pretesto di fargli

l'amministratore del poco che gli era rimasto.

Don Vito, qualche volta, si lasciava scappare un lieve ironico accenno

al passato; e allora don Pietro scoteva amaramente il capo e rispondeva:

— Se fosse venuta!... Ma non è venuta!

— Chi? La quaderna?

E un giorno, convinto che ormai fosse inutile tenere il segreto, al

rimpianto del fratello che, alla risposta: — Se fosse venuta! — tornava

a domandare: — Chi? La quaderna? — egli scoppiò in lacrime ed esclamò:

— Perchè lusingarmi? Perchè promettere?

Don Vito, nell'udire il racconto, pensava con spavento: — Mio fratello

impazzisce!

Eh! la vita....: Novelle · 第 17 / 25 题