Era una mattina deliziosa; il mese di maggio incominciava. Alla _Villa
del Giglio_ la primavera risplendeva. Faceva fresco ancora, ma il cielo
era già d’un azzurro intenso; all’orizzonte soltanto alcune sottili e
lunghe nuvole bianche si stendevano, orlate al di sotto da una linea
rosea. Il verde nuovissimo delli alberi appena fronzuti diventava cupo
nello spessore dei boschetti. Una luce dolce ed uguale faceva risaltare
i più minuti particolari dell’ammirevole paesaggio fiorentino dove lo
sguardo non trovava che bellezza e non trovava limiti. Nel giardino
tutto fioriva, ed il prato davanti alla casa, che terminava un vasto
terrazzo di marmo, era pieno di rose.
Dalle finestre del primo piano, Massimo, nascosto dietro una
persiana socchiusa, guardava un viale laterale dove Elisa passeggiava
pensierosa.
Egli la osservava. Era pallido e si sarebbe potuto scorgere sul suo
viso quelle contrazioni involontarie che produce la sofferenza repressa
in fondo al cuore. Studiava la fisonomia di sua moglie, che vedeva
benissimo in volto, e quanto l’andatura di lei poteva tradire, con la
fissità di sguardo dello scienziato che vuol strappare un segreto alla
natura. Era lì da un’ora, inconscio dello scorrer del tempo.
Dal canto suo Elisa non sapeva d’essere osservata. Sul suo viso
leggevasi l’espressione d’una di quelle tristezze alle quali vi si
abbandona nella solitudine con una voluttà amara, ma che non si
mostrano ad alcuno. La sua posa languente, il camminare lento ed
incerto, un gesto che le sfuggiva talvolta, tutto dimostrava ch’essa si
credeva solissima.
Tre volte di seguito Massimo fece una mossa come per lasciare la
finestra e scendere nel giardino, ma tre volte mutò avviso e riprese la
sua immobilità.
Rifletteva e sognava. Pensava a tutto quanto era successo dopo il suo
ritorno, alla conquista di sua moglie, che la vigilia ancora credeva
del tutto compita, e di cui adesso dubitava di nuovo, senza che nessun
avvenimento importante fosse accaduto per far cambiare le cose, nè
scemare le sue speranze di un felice avvenire, le quali erano quasi
svanite davanti ad uno sguardo involontario d’Elisa, e solo per quello.
Da un mese la luna di miele era sorta per lui all’orizzonte, dopo tre
anni di matrimonio apparente. Incredulo dapprima alla propria felicità,
nel mentre stesso che l’assaporava, aveva poi dovuto convincersene;
di giorno in giorno aveva sentito tale felicità farsi più vera, più
possibile; d’ora in ora il sorriso di Elisa gli era sembrato più
sincero. Frattanto però aveva conosciuto il crudele alternarsi del
dubbio e della sicurezza, e dal giorno prima, tutti i sospetti già
antichi avevano saputo più che mai penetrargli nel cuore per roderlo.
Che cosa era dunque successo? Quasi nulla.
Il giorno innanzi era andato a Firenze per affari, molto seccato di
dovervi rimanere quarant’otto ore. Giammai Elisa gli era apparsa più
adorabile che nel lasciarla, e in città la rivedeva sempre, in piedi
sul terrazzo, vestita di chiaro, appoggiando una mano alla massiccia
balaustra, e con l’altra mandandogli un bacio, mentre la carrozza
s’allontanava. Per un concorso non sperato di circostanze, potè in
poche ore vedere tutte le persone di cui abbisognava, e sbrigare ogni
cosa. Allegro al pari di uno scolaro che trova la scuola chiusa, era
ritornato la sera stessa alla villa; ma per la strada, certi importuni
presentimenti che lo avevano agitato nella giornata, lo tormentarono e
divennero insopportabili. Vari particolari gli ritornavano alla mente
per turbarlo: un motto, un atteggiamento d’Elisa, uno sguardo sorpreso;
una risposta, di certo innocente, ma dalla quale era stato offeso,
la momentanea freddezza di lei, le sue rinascenti malinconie — ed il
demonio del dubbio s’era impossessato di lui. Tutte le paure che lo
avevano assalito nei giorni precedenti fecero di lui la loro preda.
Diventato nervoso all’eccesso, come lo si è sempre quando si entra in
una nuova fase della vita, la sua imaginazione si accendeva facilmente,
volendo negare a sè stesso il proprio soffrire, ma essendo in realtà
in uno de’ suoi peggiori momenti, fu in una pessima disposizione di
spirito e in uno stato quasi morboso, che senza essere annunciato,
entrò sulla punta dei piedi nel gabinetto dalla tappezzeria chinese
nel quale Elisa stava spesso alla sera. Vi era infatti, sola, immobile,
disoccupata, seduta sopra una sedia davanti a un gran tavolo al quale
appoggiava i gomiti, con le due mani sostenendosi il mento e guardando
fissamente i disegni del paralume posto sulla lucerna.
Massimo, invece di andare fin presso a lei senza far rumore, per
sorprenderla, come ne aveva l’intenzione, si era fermato sulla soglia,
non osando più avanzare. Ciò che i suoi occhi, troppo abituati a
leggere sulla fronte delle donne, trovarono sul viso d’Elisa tanto
tristamente assorta nella solitudine, gli cagionò un acuto dolore.
La sua memoria evocò il ricordo dell’atteggiamento disperato di lei
quando l’aveva sorpresa piangente nel salottino di fondo, alla villa
Arombelli. Essa non piangeva più, adesso, ma il suo sguardo era
ancora quello d’allora, e la rigidità della sua posa poteva rivelare
uno sforzo altrettanto penoso quanto l’angoscia l’aveva altre volte,
allora, prostrata singhiozzante su quel canapè dove s’era buttata,
stremata di forze. Questa volta, ora, non si muoveva più che se fosse
stata di marmo, e per uno spazio di tempo del quale Massimo non avrebbe
saputo precisare la durata, egli rimase, trattenendo il respiro, a
guardarla. E gli sembrò sentire tutti i suoi presentimenti verificarsi,
e gli apparve chiaro d’essersi illuso credendosi amato; tutte le
diffidenze che aveva prima vinte, ritornarono in lui, e nervosamente
scosso, si sentì invadere da un dolore quasi fisico e dalla certezza
che sarebbe infelice per sempre.
Ecco tutto. Bisognava che Massimo fosse assai cambiato, per lasciarsi
tanto fortemente turbare da così poco. Ma bisogna rammentarsi ch’egli
aveva realizzato il suo sogno senza poter quasi credere alla sua
felicità, e che il più lieve avvenimento bastava per ripiombarlo nello
scetticismo. Sapeva d’altronde che nessuna parola può essere tanto
sincera quanto lo sguardo di una persona che si crede sola e non sa
d’esser vista. Il capriccio violento che d’improvviso aveva risentito
per Elisa, quel capriccio nato in una notte di ballo e al quale aveva
inutilmente tentato di resistere, si era a poco a poco trasformato in
amore. Quando si era assentato prima di scrivere la lettera che aveva
tanto turbato Elisa, aveva confusamente sentito che al desiderio che lo
spingeva verso di colei che da tanto tempo era chiamata sua moglie, si
mescolava un sentimento più profondo. Non bisogna stupirsene. Poichè
non si deve dimenticarlo, a questa donna di cui la nuova bellezza
lo aveva abbagliato, e quando non se lo aspettava punto, egli voleva
già bene, fraternamente, prima, e di codesta mescolanza della brama
inconsciente e d’una sincera amicizia, che cosa poteva nascere, se non
l’amore, ch’è la tenerezza dell’anima unita al tumulto dei sensi?
Quella timidezza che s’era impadronita di lui davanti ad Elisa, vista
sotto al nuovo aspetto, persisteva tuttora. Quando, richiamato, era
giunto alla _Villa del Giglio_, dove, dietro sua preghiera, Elisa
era andata ad aspettarlo, egli affettava una sicurezza calma che non
possedeva più. Tuttavia ritrovò tutta la sua forza. Sentì che una sola
mossa sbagliata, che il minimo fallo poteva far perdere la partita,
e ritrovò la certezza del suo colpo d’occhio, tutta la sua scienza e
tutto il suo fascino.
Se, per conquistare a poco a poco il cuore di una donna, per accendere
in lei una fiamma che non possa spegnersi che per colpa nostra, e
per conservarla sempre viva, non basta la bellezza e l’intelligenza,
se bisogna perciò sapere tutto quanto non si può imparare in nessun
libro, se in una parola l’amore è un’arte; Massimo fu artista quanto
è possibile di esserlo. Aveva molta esperienza, ma ebbe abbastanza
genio per comprendere subito che non bisognava servirsene, che la sua
esperienza gli farebbe perdere la partita o lo svierebbe, e fu abile
e forte al punto di dimenticare tutto ciò che sapeva e d’indovinare
tutto ciò che ignorava. Elisa non rassomigliava ad alcuna delle donne
ch’egli aveva conosciuto; là era la seduzione sua; là pure stava
l’ostacolo. Cominciò col farle quasi timidamente la corte, con tutte
le delicatezze che il suo tatto gli suggeriva, ma fu perfetto, non
solo a motivo del suo squisito istinto e della sua innata eleganza, ma
anche, bisogna dirlo, per prudenza. Avanzava con mille cautele, a guisa
di un esploratore in paese sconosciuto, sorpreso lui stesso della sua
timidità da scolaro e dei suoi dubbi da vecchio. Lo sguardo suo diceva
ciò ch’egli voleva fargli dire, il suo volto sembrava di marmo animato,
ma un tormento si nascondeva in fondo a lui.
Conosceva le donne — ne aveva per lo meno conosciute un gran numero.
Era giunto, non già a non credere più a nulla, ma a credere a tutto
— il che vuol dire che le sapeva capaci di tutte le nequizie, di
tutti i vizi, di tutte le abbiezioni, ma anche delle devozioni più
complete e dei maggiori sacrifici. Aveva intraveduto codesta verità,
che quasi tutte hanno nella loro vita un giorno di disinteresse
assoluto, nel quale si danno senza sottintesi e dimenticando ogni
cosa, mentre un uomo calcola quasi sempre, anche in piena passione.
Tuttavia, mentre le stimava capaci di tutto indovinare per mezzo delle
sensazioni, le credeva intellettualmente inferiori e non suscettibili
di comprendere mai una idea astratta. Aveva conosciuto delle donne
virtuose per principio, per religione, o per orgoglio solamente e per
un alto sentimento del dovere; delle grandi signore, in altissima
posizione, sagrificanti tutto ad un uomo indegno; delle fanciulle
ch’erano morte senza confidare il segreto del loro cuore; delle artiste
appassionate per l’arte loro e che vi avevano rinunciato per amore;
delle cortigiane, che dopo d’essersi immerse nel fango di tutte le
turpitudini, avevano avuto il loro giorno di eroismo. Sempre aveva
incontrato delle nature imperfette, illogiche, impetuose nel bene e nel
male, cedenti il più delle volte ad un impulso inconsciente; in tutte
aveva trovato un lato misterioso; e là si era fermato, troppo incurante
per tentare di approfondire.
Ma, per lui, le donne si dividevano innanzi tutto in due grandi
categorie: le savie e le pazze. L’innocenza di alcune vere fanciulle
gli era talora sembrata incantevole, e spesso si era sentito pieno di
rispetto davanti ad alcune donne di cui era stato costretto ad ammirare
la virtù. Le _altre_, le appassionate, le cercatrici, le corrotte,
le aveva tutte amate a modo suo. Della sua relazione con lady Jane
S., ch’egli aveva rapita nel modo che raccontammo, aveva conservato
lungamente il ricordo; poichè essa era talmente donna, che v’era in
lei un po’ di tutte le donne, sebbene fosse allo stesso tempo unica
nel suo genere. E si ricordava la duchessa di Monteverde — una vera
italiana, nel senso che i forestieri attribuiscono a questa parola —
e della quale meglio di alcun altro egli aveva potuto apprezzare la
meravigliosa bellezza, poichè, per il primo, domò quella indomita,
e venti altre, di cui l’amore differiva quanto le figure, e le cui
capigliature brune, bionde o fulve, e li sguardi ardenti o profondi,
narravano per ciascuna una storia diversa.
Ma non aveva mai incontrato una donna che come Elisa avesse amato
veramente e semplicemente, e che incapace di oblio, fosse restata
senza sforzo fedele ad un assente perduto per sempre; una donna
dotata allo stesso tempo d’un supremo buon senso, d’una giustezza di
vedute sorprendente, d’una facoltà rara divinatrice di quanto non
poteva comprendere, virtuosa, naturalmente anzichè per principii,
che camminava sempre sulla linea che si era tracciata, non avendo
però alcun pregiudizio; inflessibile senza rigidezza e senza che
nè l’orgoglio, nè una fede profonda, nè le paure del mondo, fossero
la causa della sua virtù, incapace di fallire ed indulgente per gli
altri; una donna pura senza essere innocente, non credendo a nessuna
convenzionalità e avente però dubitato delle leggi sociali, ma che
andava sempre dove la sua coscienza la conduceva, intelligente, senza
che la testa potesse mai smentire il cuore.
Ed il dubbio gli era venuto allora di non saper forse nulla in fatto
di donne, ed assai poco in fatto di amore. E felice, sedotto e quasi
pauroso del suo successo, vedeva Elisa mostrarsi più amante di quello
che avesse osato sperarlo. Ma dopo d’averla sorpresa assorta in quella
meditazione dolorosa del giorno innanzi e aver lungamente studiato
la sua vera fisionomia senza essere visto, una luce s’era fatta in
lui ad un tratto, e aveva compreso ch’ella lo amava per dovere, per
riconoscenza, ma che, con l’amarlo, compiva un sagrificio.
Abbasso, nel giorno, Elisa pure s’inabissava nelle sue riflessioni.
Aveva saputo che Massimo, ritornato la sera prima verso le dieci, si
era ritirato senza lasciarsi vedere. Sebbene avvezza alle sue piccole
eccentricità, si perdeva in congetture. La inquietudine persistente
le faceva quasi dimenticare la sua triste meditazione del giorno
prima, uno di quei ritorni verso il morto passato che, dopo il grande
cambiamento sopravvenuto nella sua vita, l’avevano spesso assalita e
ch’ella combatteva con tutte le sue forze. Durante i famosi tre giorni
di lotta interna, dopo ricevuta la lettera di Massimo, aveva creduto
d’aver dato gli ultimi pensieri al suo passato, ma dacchè era entrata
in una vita nuova (avvenimento strano al quale era forza sottomettersi,
ma che talvolta le sembrava ancora quasi incredibile), mentre sentiva
che _voleva_ amare Massimo e che vi riescirebbe, aveva però di tempo
in tempo delle ribellioni che non poteva padroneggiare. E però, ad
onta di tutto quanto, riflettendovi, si applaudiva della sua decisione,
poichè vedeva che Massimo l’amava, e riconoscendo in lui delle qualità
sconosciute, sentiva ch’ella si doveva a lui!
— È precisamente ciò che ammiro in lei, ch’è causa ch’ella non mi
può amare. Appartiene tutta intera alle sue memorie, e non è mia che
per dovere. Come posso sperare io, la cui vita sregolata è stata per
lei motivo di scandalo, per il quale essa ha certo più affetto che
stima, come posso io sperare di farle dimenticare l’amore di tutta la
sua vita, giacchè il tempo non ha saputo darle l’oblio, nè il mondo
distrarla?
Così dicevasi Massimo, ed attraverso la persiana socchiusa, i pensieri
che credeva leggere sul viso di sua moglie, confermavano le sue paure.
Finalmente discese, e s’avvicinò a lei.
Elisa sorrise al vederlo, gli corse incontro e gli chiese, non senza un
certo imbarazzo, perchè non s’era mostrato il giorno prima.
— Ero stanco, — rispose.
Ella si volse verso di lui, con un’aria incredula e disse dolcemente:
— M’è rincresciuto assai e ne sono stata un po’ inquieta; tanto meglio
se la stanchezza n’era la sola ragione. Ma non lo credo. Ed avreste ben
torto di non dirmi tutto.
Dopo un silenzio di qualche minuto, Massimo disse bruscamente:
— Volete proprio saperlo?
— Sì, lo voglio.
— Ebbene! è perchè vi ho osservata a vostra insaputa, ieri sera, e che,
separati com’eravamo da una diecina di passi, i vostri pensieri erano
tuttavia tanto lontani che io non avrei potuto attraversare la distanza
per giungere sino a voi.
Lo guardò stupita, ma, subitamente, comprese tutto, nel modo stesso che
in una notte buia il paesaggio si svela ai nostri occhi per un secondo,
ai brillare d’un lampo.
— Ascoltate, Elisa, — continuò lui; — non ho dormito un istante dopo di
avervi veduto ieri, e ho molto pensato. Ebbene, sapete, in una parola,
il risultato delle mie riflessioni? È che ho avuto torto di ritornare e
che avrei fatto meglio d’accettare il posto in America.
Elisa gli prese ambo le mani ed esclamò:
— Vi giuro che avete torto di pensarlo!
Egli baciò quelle mani ch’erano nelle sue, e le disse “Grazie!„ poi si
arrestò, poichè l’accento col quale lei gli aveva detto quelle parole
l’aveva commosso, e già turbato. Però riprese:
— Sì, lo so, _volete_ amarmi; ma non è forse soltanto per un’idea
di dovere? Non sareste stata più felice, più calma almeno, se avessi
continuato a non avere per voi che una semplice amicizia? Non avrei
fatto meglio nascondendovi i miei nuovi sentimenti? Come quando vi
ho fatto la mia strana proposta di matrimonio, là da mia zia, non
preferite ancora adesso la pace, la solitudine a tutto?
— Massimo....
— E per me, non sarebbe stato meglio se avessi ucciso il mio amore
dentro di me prima che ingigantisse? Ora soffrirò atrocemente. Ma siamo
ancora in tempo. Partirò. Ritornerò quando potrò di nuovo rivedervi
come una sorella.
— Massimo, lasciatemi parlare. E prima, una sola domanda: non ho io il
diritto di pretendere che mi crediate?
— Sì.
— Potete dubitare per un solo istante della mia sincerità? No, perchè
sono sempre stata assolutamente sincera. Ebbene, credete forse che
adesso, se partiste in quel modo, me ne potrei consolare? Voi che foste
così buono, che comprendeste così bene le mie timidezze, rispettando
perfino le mie puerilità, non capite che se _ho voluto_ amarvi come
dite, l’ho voluto per davvero; ed è ora che parli di partire, ora che
comincio ad amarti....
Massimo, benchè ripetesse ancora a sè stesso tutto quanto si era
detto nella notte, sentiva però già, ascoltando queste parole, le sue
paure diminuire, fondere per così dire dentro di sè. Eppure alcuni
particolari gli tornavano in mente, insignificanti, ma che lo facevano
soffrire: si ricordava di averla ancora offesa o scandalizzata senza
volerlo e di aver veduto i suoi occhi profondi fissare su di lui il
loro sguardo sorpreso, a una frase che gli era sfuggita.
Oh! quanto rimpiangeva adesso di averla trattata dapprima _en
camarade_; quanto avrebbe voluto ritirare le confidenze che le aveva
fatto in alcuni momenti di allegria discorsiva, non averle raccontato
troppi aneddoti della sua vita, che talvolta, dopo pranzo, aveva
sciorinati come fosse stato a una tavola di amici.
Ebbero insieme una lunga spiegazione. E alla sera, in quella sala
stessa di cui alla vigilia non aveva voluto varcare la soglia, Massimo
sentì, sebbene mescolato ancora a qualche dubbio vago che sarebbe
presto dissipato, quella calma speciale che segue le dure prove finite
e che rassomiglia alla languida voluttà della convalescenza. Oh! se
talora non era ancora del tutto sicuro che aveva ragione di non pensar
più a partire, sentiva però anche che non lo potrebbe. E come avrebbe
saputo resistere al sorriso di Elisa, dove vedeva sorgere tutto quanto
non aveva osato sperare? Come non sarebbe stato commosso da quella
voce piena di una soavità nuova? Come non si sarebbe abbandonato senza
forza alla seduzione di quella intimità, nella quale le minime parole
prendevano un valore enorme come se fossero pronunciate per la prima
volta, dove i silenzi erano così dolci? Egli la contemplava, sdraiata
sopra un sofà basso coperto di una stoffa a disegni smaglianti,
sulla quale spiccava la stretta sua veste d’un grigio pallido,
quasi argentato; guardava talvolta vicino a lui quei piccoli piedi,
raffinatamente calzati, poi l’occhio suo seguiva le linee pure che il
vestito disegnava, per fermarsi a quel viso tanto conosciuto e tanto
nuovo, dove incontrava due occhi azzurri, il cui sguardo profondo
s’incontrava col suo.... e vi trovava una infinita malinconia, ma
anche una luce insolita. Dalla finestra aperta si vedevano i cespugli
profilati in nero nel chiaro di luna, ed il cielo tutto tempestato di
stelle.
Si è voluto raccontare questo episodio, perchè fu l’ultimo di tal
genere. Elisa, durante la scena in giardino, aveva subito sentito di
aver recitato male la sua parte, non solo, ma anche di non aver fatto
uno sforzo abbastanza sincero per compiere quanto si era promessa,
per ricacciare le sue tristezze nel più profondo del suo cuore, e
per amare suo marito. E come s’è visto, aveva saputo rassicurarlo con
poche parole ispiratele dal pericolo. Poi, d’ora in ora, fece meglio, e
riuscì. Ella vedeva il cambiamento che accadeva in lui, commossa dalli
sforzi ch’egli faceva per piacerle, per indovinarla, per modificarsi.
I lati più nobili della natura di Massimo si schiarivano ora alli occhi
di lei. Egli aveva saputo a poco a poco guadagnare la sua fiducia, far
scomparire tutte le vecchie prevenzioni. Ella lo amava già un poco e
si sentiva vicina ad amarlo più ancora, non già di quell’amore che non
si può risentire che una volta sola e ch’essa non ritroverebbe più, no;
altrimenti; ma sinceramente. Nuovi aspetti della vita le si rivelavano
ancora, ed era felice della contentezza della sua coscienza.
In codesta nuova esistenza, Massimo trovava una calma sconosciuta
fino allora. Non si curava in nessun modo di quanto potesse succedere
fuori della _Villa del Giglio_. D’un tratto aveva perduto tutte le sue
antiche abitudini; non trovava più nessun fáscino nella vita mossa, non
era più giuocatore.
Codesta solitudine in due, raramente interrotta da qualche breve visita
d’amici, gli sembrava la sola possibile. Paolo Goffredi e la contessa
soli venivano abbastanza regolarmente. Lady Thompson stessa, spinta
dalla sua insaziabile curiosità, giunse una volta coi suoi intimi;
erano diciotto in tre carrozze fra cui uno _stage-coach_ con quattro
superbi cavalli, e una gran pompa di vesti primaverili.
L’estate s’inoltrava. Da Firenze e dalle ville vicine, tutti se ne
andavano al mare, in Svizzera, o altrove. I d’Astorre non si mossero,
con gran sorpresa dei curiosi. Faceva un caldo torrido; nel giardino
l’erba dei prati, quasi bruciata, ingialliva, e un polverio luminoso
avvolgeva il passaggio, mentre che il cielo, infuocato fino ad essere
bianco, era rigato qua e là da grandi strisce dorate. Ma tanto più si
gustava la frescura interna, fin dal vestibolo, dove un alto zampillo
d’acqua si sparpagliava in una gran vasca in forma di conchiglia; la
penombra delle sale, dove le persiane chiuse e le tende abbassate
mantenevano una frescura conosciuta soltanto nei paesi caldi. Sui
grandi divani ricoperti di cuoio nero le vesti di mússola di Elisa
mettevano una nota chiara, e Massimo a suo lato intento a rinfrescarla
con un grande ventaglio, trovava ch’era perfettamente inutile, non solo
di partire, ma nemmeno di cambiar posto. Pensava talvolta che in quello
stesso momento le camere d’albergo strette ed incomode, erano tutte
occupate, che gli ambiziosi continuavano ad inseguire lo scopo della
loro ambizione, che v’erano delli uomini che pedinavano delle donne
per le vie, che nei teatri si applaudivano delle ballerine visibilmente
morenti per il caldo, che nei clubs ci si sedeva intorno ad un tappeto
verde, e tutto ciò lo stupiva assai.
In settembre dovettero però fare una breve assenza, poichè da molto
tempo, Elisa aveva promesso una visita a’ suoi genitori, ed un’altra
alla marchesa Arombelli, e non era più possibile il differirle. Fu con
una emozione differente che rividero la villa Arombelli, e la loro
buona zia, tanto felice di constatare il mutamento avvenuto in suo
nipote e di rivedere la sua diletta Elisa, diventata così bella e che
più di qualunque altra meritava la sua felicità. I Valenti vennero
pure a raggiungerli alla villa; il padre, ad onta della sua leggerezza,
amando sempre la figlia teneramente, e la madre adorando “la sua cara
marchesa„.
Riaccompagnarono la loro figlia in Toscana e passarono tre settimane
alla _Villa del Giglio_. Massimo scelse quell’epoca per avere un po’ di
gente, ma gl’invitati ripartirono allo stesso tempo che i Valenti, e di
nuovo la solitudine in due ricominciò.
A Firenze si accusava ormai Massimo di misantropia. I servitori
stessi, alla villa, si stupivano del cambiamento sopravvenuto nella
vita del padroni e della persistenza del marchese nel rimanere in
campagna; ne cicalavano lungamente nel tinello. Ciò li annoiava;
numerosi, disoccupati, trovavano che se si continuava così il posto
non varrebbe più nulla. Il lusso della casa pareva infatti un po’
fuori di luogo per codesta luna di miele in ritardo e prolungata. In
scuderia i cavalli ingrassavano; perchè lavoravano troppo poco ed i
cocchieri non si curavano abbastanza di farli muovere, in quel paese
senza osterie, se non era per spingersi fino in città. La cameriera
non aveva più da preparare le acconciature complicate per la sera; i
servitori in mezza livrea, sdraiati su delle sedie in anticamera, non
erano più svegliati dal campanello, e il piccolo paggio inglese, un
bel birichino di diciott’anni che ne dimostrava nove, era ridotto a
corteggiare le due grosse contadine che aiutavano in cucina. In quanto
ad Antonio, il cameriere fedele del marchese, non gli si affidava
più nessuna commissione delicata da compiere, e nessun biglietto da
portare. Solamente qualche volta il marchese e la marchesa uscivano
a cavallo. Non volevano il _groom_, e se ne andavano al passo, lungo
la strada polverosa che presto abbandonavano per internarsi in certe
stradicciuole anguste dove i due cavalli stentavano talora a camminare
di fronte. Gli alberi troppo rari non facevano ombra abbastanza, ma a
quell’ora mattutina, il sole di autunno dava un calore aggradevole.
Poi si attraversava qualche gruppo di case dove i bambini seminudi
si rotolavano nella polvere, dove le galline spaventate fuggivano
dinanzi al trotto dei cavalli. Sulla porta delle loro povere case, i
paesani venivano a veder passare “i signori„ e ammiravano il portamento
svelto d’Elisa, lo spessore della massa di capelli sotto la sua
piccola tuba d’uomo, la finezza de’ suoi lineamenti ammorbiditi dal
velo; osservavano come il marchese montava bene, e calcolavano il
prezzo probabile delle due magnifiche bestie. Raramente assai vedevasi
luccicare un lampo d’invidia nell’occhio di quella brava gente, ed
il saluto che indirizzavano ai “padroni„ era rispettoso, ma insieme
amichevole, poichè il popolo, in Italia, non ha odio nel cuore;
disdegna sovente, ma non conosce quasi mai quella invidia viziosa che
conduce all’esecrazione. Quei visi stanchi, astuti e rassegnati ad un
tempo, esprimevano sopratutto la pazienza.
Massimo chiacchierava molto ed era felice delle pronte risposte
d’Elisa, che poi ad un tratto non ascoltava più, assorto nel
contemplare la sua bellezza. Poi tacevano, sognando ciascuno per
proprio conto; ed i loro sguardi si smarrivano allora in quel vasto
cielo che si stendeva dinanzi a loro, d’un azzurro pallidissimo, e però
caldo, fino ai contorni indistinti delle montagne immense all’orizzonte
in una bruma tiepida, meridionale, speciale. Cento vaghi rumori
animavano il paesaggio; certe campane lontane ma di cui non si perdeva
una sola vibrazione attraverso l’aria purissima; dei grandi carri che
si udivano rotolare pesantemente, assai prima di vederli apparire,
col loro cavallo ornato di fiocchi rossi, guidato da un contadino col
cappello di paglia calato sulla faccia color di mógano, e che sdraiato
boccone sul fondo, dormicchiava a metà, cantarellando uno stornello.
Da una parte, le colline si riunivano in dolci pendii, e un po’ più
lontano, si scorgeva per il lungo la bella città ridente nel suo
giardino verdeggiante e fiorito, la linea elegante de’ lungarni, ed il
profilo fiero e famigliare di Palazzo Vecchio.
Rientravano per la colazione; nella sala da pranzo vasta ed allegra,
la tavola era pronta, con tutto ciò che si può imaginare di più
delicato, con frutte straordinarie miste a fiori entro grandi piatti.
La giornata passava sempre con una rapidità della quale erano attoniti
essi medesimi. Massimo trovava difficilmente il tempo per occuparsi un
poco de’ suoi affari, — che pure adesso pretendeva dirigere, — ed era
seccatissimo quando non poteva proprio a meno di assentarsi.
Elisa leggeva ancora, ma meno assai d’una volta, e ad onta di
ciò non aveva se non ben di rado di quelle lunghe meditazioni che
fanno scorrere le ore inavvertite, ma penose. Soltanto suo marito
la preoccupava talvolta ancora. Non lo comprendeva che a metà. Per
esempio, come spiegare quel cambiamento radicale? E perchè si era
innamorato di lei, improvvisamente, a quel ballo del barone di K.?
Perchè, fino a quella sera memorabile, l’aveva sempre guardata con una
completa indifferenza, ad onta dell’affetto che sentiva per lei, e come
potevasi spiegare che da un _capriccio_ (cosa incomprensibile per lei),
nascesse un amore tanto profondo? Che cosa poteva ammirare in lei a tal
punto, di un tratto? Quanto doveva esser stato strano il passato di un
tal uomo! quanti pensieri, che essa ignorerebbe sempre, avevano dovuto
sorgere in quella testa! e, a malgrado di tutto, quante differenze
intime ed essenziali fra loro due! E qual mutamento nella sua vita di
donna! chi avrebbe mai potuto prevederlo due giorni prima di quella
notte in cui Massimo era stato impressionato da lei, a quel ballo? La
sua sola certezza era che aveva ragione di fare tutto il suo possibile
per amarlo, che in ciò stava il suo dovere e lo scopo necessario della
sua esistenza. La vita, ch’ella credeva terminata, ricominciava di
nuovo. L’Elisa d’altre volte, che viveva cupamente all’insaputa della
gente, che la credeva tanto diversa, era morta ora in un certo senso,
ed invece la marchesa d’Astorre, diventata una persona vera, era la
moglie di Massimo, doveva amarlo, lo amava già!
Passarono l’inverno a Firenze, dove Massimo si divertì a ristaurare il
vecchio palazzo con un gusto squisito, consultando spesso sua moglie.
Ricevettero un poco, ma andarono il meno possibile dalli altri. Nessuno
pensò più a far la corte alla marchesa d’Astorre, e si cercò invano
di dirne del male. La salute di Massimo non essendo perfetta, per
la prima volta in vita sua, ed i medici avendo detto che nell’estate
bisognerebbe pensare ad una cura, ne approfittarono per ritornare alla
_Villa del Giglio_, appena finito l’inverno.