La vita del marchese e della marchesa d’Astorre cambiò poco nei due
anni che seguirono. Massimo non si pentì mai di ciò che aveva fatto,
d’essersi ammogliato in apparenza, alli occhi del mondo. Salvato da
qualunque tentazione di matrimonio, e sempre completamente libero,
divertendosi della curiosità ch’eccitava, contento di sapere Elisa
tranquilla e di vederla invidiata, lusingato nel suo amor proprio e nel
suo permanente desiderio di stupire la folla, aveva al tempo stesso
la coscienza di aver compito una bella e buona azione, rarissima.
Anche da lontano, godeva della felicità materiale d’Elisa, ch’era
opera sua, di lui; e l’affetto che le aveva dedicato gli procurava
una intima soddisfazione. Era un’amicizia che gli avrebbe permesso di
restare dieci anni senza vederla, ma per la quale egli non la poteva
dimenticare, una intimità che si rinnovellava sempre dopo ogni lunga
assenza, e che lo spingeva a parlarle con l’abbandono che si prova con
un vecchio compagno. Sì, benchè l’amicizia sia pur possibile tra un
uomo e una donna, Elisa era per lui ancor più un _amico_ che un’amica.
Come sarebbero rimasti stupefatti se avessero potuto sapere la verità,
quelli che lo credevano innamorato di sua moglie! S’egli per caso si
ricordava ch’Elisa era una donna, il suo “amico„ si trasformava allora
in una sorella, ed ecco tutto.
Massimo rimase assente a lungo, a Parigi e a Londra; poi fece parte di
una missione straordinaria diplomatica in Svezia; come sempre, fu assai
osservato dappertutto, seducendo i conoscitori col gusto raffinato
del suo lusso, divertendo tutti con la sua conversazione scintillante
e con i suoi atti talora più paradossali ancora dei suoi discorsi,
con la sua animazione e con la sua freddezza, con la sicurezza delle
sue mosse e con il suo atteggiamento noncurante. Ebbe con una giovane
ereditiera inglese un romanzetto di cui si ciarlò assai, e che aveva un
lato drammatico e un lato comico. Due volte si guastò con la Kautzler e
rifece la pace. Guadagnò ora moltissimo al giuoco — lui che altre volte
aveva tanto perduto — come inseguito da una fortuna insolente.
Tuttavia egli si annoiava spesso. La monotonia derivava per lui dalla
varietà stessa della sua esistenza, ed i mezzi ch’egli così largamente
possedeva per appagarsi tutti i capricci, gli facevano più fortemente
sentire la vanità della loro realizzazione. Si possono acquistare tutti
i godimenti, ma è impossibile procurarsi un solo desiderio. Pensava
spesso che si deve ritrovare molto più vera varietà, molto più colore
in una vita apparentemente uniforme, nella quale ciascun particolare
acquista un’importanza vitale, che in una vita come la sua; che forse
l’interesse esiste solo nel proseguimento di uno scopo unico. Le sue
antiche idee di ambizione gli tornavano allora, sentiva il peso della
sua intelligenza infruttuosa ed era ripreso dalla tentazione di trarne
partito e di cercare qualche parte importante da recitare.
Nel terzo anno del suo matrimonio, Massimo rimase per molti mesi senza
mai farsi vedere a Firenze; mai non era stato così a lungo assente.
Quando vi ritornò nello stato d’animo che si è descritto ora, giunse
pieno di progetti d’ogni specie, ancora non definiti.
Durante tutto quel tempo, Elisa, dal canto suo, si era piegata sempre
un poco più alle realtà della vita, mentre la società si era un poco
abituata a lei. Fu amata senza speranza, fu corteggiata invano; si
continuò a dire di lei il maggior bene e il maggior male; ella non
si fidò mai che delle rare amicizie esperimentate e sincere. Aveva
continuato a vivere in una solitudine relativa, mostrandosi assai
benefica, riconoscente e rassegnata, occupata e tranquilla, ed aveva
anche un pochino viaggiato. Si era un tantino mutata; al morale, aveva
trovato l’equilibrio ed una quasi serenità che non aveva mai sperato
poter raggiungere; al fisico, si era singolarmente abbellita. Le donne
hanno talvolta come una fioritura inattesa. Trovò nelli esercizi
raccomandati dai medici un tale benessere e una tal pace, una così
sana e vera distrazione dai suoi pensieri, che vi si dedicò con anima.
Sovente, alla mattina, montava a cavallo, e cullata dai movimenti
cadenzati del nobile animale, respirando a pieni polmoni l’aria
fresca che le accarezzava il viso, sentendo i suoi occhi riempirsi
di luce e ammirando senza riflessione la bellezza delli alberi verdi
sull’azzurro del cielo, ella si sentiva possentemente vivere, di
quella buona esistenza quasi vegetale ch’è il migliore controveleno
dei sentimenti morbosi. Fortificata da codesta vita regolare, igienica
e facile, il suo corpo erasi magnificamente maturato, il suo colorito
aveva acquistato una trasparenza e una freschezza affatto nuova, e
l’espressione indelebilmente malinconica della sua fisionomia rendeva
più seducente la fioritura della sua persona; il contorno rotondo del
suo viso contrastava col suo sorriso rassegnato, la purezza dei suoi
occhi col loro sguardo profondo.
Massimo osservò questo mutamento. Occupatissimo nei primi giorni, non
ebbe tempo di pensarvi, e vide poco Elisa. Un dubbio gli attraversò la
mente, però. Quale poteva essere la causa di un tale nuovo rigoglio
di bellezza? Forse che una vita nuova era sorta in lei? Amava forse
qualcuno? — E qui bisogna che abbiamo il coraggio di dirlo, a rischio
di scandalizzare: scettico e fraterno insieme, Massimo non era geloso.
E nemmeno aveva sul così detto onore coniugale le idee generalmente
ammesse. E non amando Elisa, e non volendo occuparsi di lei che come
amico, non era mai stato geloso in nessun modo; aveva allontanato il
musicista Wurtz, solo per la paura che attristasse Elisa e forse la
compromettesse senza volerlo; e la scena che termina la prima parte di
questo volume, se non è stata male interpretata, avrà mostrato a qual
punto egli sarebbe stato indulgente — e perfino cinico — riguardo a
Elisa.
La osservò tuttavia per curiosità, e si convinse ben presto della
falsità del suo dubbio. Ma guardandola non poteva persuadersi di avere
davanti alli occhi la stessa donna di prima. L’aveva sempre trovata
simpaticissima; ora, quasi inconsapevole, l’ammirava.
Del resto, la vedeva di rado, costretto ad andare un poco dappertutto,
era ricercato assai dopo la sua lunga assenza. Vari affari lo
reclamavano, e si occupava di diversi progetti ancora non ben definiti.
Talvolta lo si voleva convincere a rientrare in diplomazia, e non
sempre vi si mostrava mal disposto; allora gli si dimostrava che poteva
aspirare a tutto.
Tale era la situazione, quando, semplicemente e senza scossa, quasi per
caso, le cose cambiarono ad un tratto.
Vi fu un ballo da un vecchio diplomatico austriaco in ritiro, ma la
cui influenza politica era ancora grande, una festa magnifica, avente
al tempo stesso un carattere ufficiale. Un’ora del mattino scoccava
già, quando Massimo — sempre in ritardo come d’abitudine — salì lo
scalone tutto coperto di fiori del sontuoso palazzo dove il barone di
K. aveva da poco preso la sua dimora. Elisa, rimasta tutto il giorno
nella incertezza, aveva finito col dichiarare che non sarebbe andata.
Come al solito, molti sguardi si voltarono verso l’uscio per il quale
d’Astorre fece il suo ingresso, nel bel mezzo dell’animazione della
sala da ballo. Ad onta della sua estrema amabilità e della modestia
voluta del suo atteggiamento, egli imponeva. Avanzava frammezzo ai
gruppi, lentamente, portando molto elegantemente i numerosi ordini
che coprivano il suo abito, sorridendo e cercando di farsi strada
per giungere fino al padrone di casa che lo aveva visto e gli veniva
incontro. Il barone discorse abbastanza lungamente con lui, poi furono
separati dalla formazione di una contradanza. Massimo continuò il suo
giro dell’appartamento fermato ad ogni istante, costretto talvolta a
ritornare sul suoi passi, sempre osservato e avendo sempre l’aria di
non accorgersene punto. Nella sala del _buffet_, si sentì toccare il
braccio; era lady Thompson che volle assolutamente presentarlo, al
passaggio, ad una napoletana, bellissima, arrivata di fresco, e della
quale già si parlava assai.
— Come la trovate? — gli chiese un giovinotto che aspettava per
parlargli il momento in cui lascerebbe quelle signore. — È la bellezza
del momento.
— Mediocre, mio caro; non c’è una sola vera donna, qui, stasera. Me ne
vado a fumare.
Ma, mentre si avviava verso l’estremità dell’appartamento,
attraversando una sala quasi vuota, dovette fermarsi. Una donna che
non riconobbe, vedendole solo la schiena, attirò la sua attenzione. Si
voltò due volte per ammirare la sua grazia, la sua sveltezza unita alla
imponenza, le sue magnifiche spalle, e l’acconciatura caratteristica.
La sala da fumare era piena di gente e vi si cicalava rumorosamente.
Massimo n’ebbe subito abbastanza; gettò la sigaretta e ritornò nella
sala da ballo. Entrandovi incontrò la contessa Goffredi che gli disse
ch’Elisa lo cercava.
— Ma come! È qui?
— Già; l’ho decisa io verso le undici, e siamo venute insieme. Ma,
eccola, la vedete, là, che entra a braccio del generale.
— Dove?
— Là in fondo. Andate ad incontrarla.
La marchesa d’Astorre s’avanzava lentamente, dando il braccio ad un
vecchio in uniforme e per lei succedeva una specie di ondulazione
nella folla, poichè tutti si spingevano per vederla o si scostavano con
ammirazione per lasciarla passare. Mai il cambiamento accaduto in lei
era apparso così visibile, mai il nuovo carattere della sua bellezza si
era tanto accentuato. Il suo aspetto eccitava la curiosità, poichè, per
uno di quei casi che succedono talvolta alle donne le più oneste, aveva
combinato quasi inconsciamente una di quelle _toilettes_ provocanti
che obbligano, in un ballo, gli uomini a parlarsi piano, all’orecchio,
mentre le donne, con un sorriso maligno, lanciano le loro osservazioni
le più acerbe e le meno sincere. In Italia la moda delle vesti
_collantes_ cominciava appena appena in quel momento, e mentre le altre
sfoggiavano ancora delle sottane un po’ rigonfie di stoffe leggiere
coperte di nodi e di cianciafruscole, Elisa, un po’ vergognosa del
troppo grande successo della sua _toilette_ parigina, era serrata come
in un fodero semplice di un raso rosa pallidissimo, con una corazza
assai lunga e stretta, e di cui solo la coda era ricoperta d’una
massa di trine e di fiori. Dalla sua vita sottilissima, s’allargava
un busto maestoso che pareva affatto nuovo e fatto per l’occasione,
e delle spalle meravigliosamente rotonde e candide e un collo d’una
rara purezza di linee, senza nessuna gemma. L’acconciatura della testa
ne mostrava la forma, e da una folta massa di capelli serrati sulla
nuca, folleggiava qualche piccola ciocca. In un atteggiamento modesto e
lievemente imbarazzato, ma camminando sicura, ella s’avanzava sempre,
gettando talvolta, nel passare davanti ad uno specchio, uno sguardo
lungo de’ suoi occhi azzurri, come per ben riconoscere sè stessa. D’un
pallore sano, il suo viso si armonizzava singolarmente con la tinta
del vestito, il cui taglio ardito contrastava invece con la serietà
della sua fisonomia e con la mestizia del suo sorriso. Uno scultore non
avrebbe forse troppo ammirato quel genere di vestito, che affilando
ed allungando troppo la vita, marcando troppo le forme, sembra voler
correggere l’esemplare della donna dato da Dio, ma avrebbe certo lodato
le braccia alle quali i lunghi guanti nulla toglievano della loro
classica bellezza. V’era folla intorno al quadrato dove stava Elisa,
e il suo cavaliere non le poteva quasi parlare, perchè ad ogni momento
qualcuno si avvicinava per mormorarle una frase. Evidentemente non si
vedeva che lei, e mai era stata tanto circondata. Massimo comprendeva
ciò più che non si sarebbe creduto, poichè, chi avrebbe indovinato
ch’era d’improvviso, lui pure, sotto il fàscino?
Alla fine della quadriglia, Elisa lo vide, e venne a sedersi presso
a lui, raccontandogli come lo avesse cercato inutilmente fino allora.
Mentr’essa parlava, Massimo, con gli occhi bassi, ascoltava invece ciò
che gli diceva una breve scarpina di seta rosa che oltrepassava l’orlo
della veste. Poi rialzò il capo, e ammirando Elisa da vicino e in ogni
particolare, non poteva rimettersi del tutto dalla prima sorpresa che
gli aveva cagionata l’apparizione di lei.
— Non mi piace questo vestito, — soggiunse lei. — Mi si guarda troppo.
E voi, come mi trovate?
— Tanto bella che non vi ho riconosciuta.
— Grazie per il complimento, — rispose ridendo.
Ma lui non sorrideva nemmeno. La guardava serio, con uno sguardo
freddo, fissamente e in un modo che la seccava un poco. Parlarono
ancora di cose indifferenti; poi vi fu un silenzio. Il viso di Massimo
si oscurava. Silenzioso, non sembrava volesse muoversi. Lei non ardiva
alzarsi. L’orchestra attaccò un valzer. Essi stavano vicinissimi
all’uscio per il quale passavano le coppie. Elisa lasciò ancora cadere
una parola di tempo in tempo, alla quale Massimo non rispondeva più;
era ingolfato in una meditazione piena di sogni dalla quale non fu
risvegliato che dal silenzio dell’orchestra, quando il valzer cessò.
Girando gli occhi intorno, non si sentì come al solito. Gli pareva che
lo si osservasse, e che si osservasse Elisa vicina a lui. Pensando che
si doveva trovar strano di vederlo così, presso “sua moglie„, lasciò
sfuggire un lieve scoppio di riso, e come Elisa gliene chiedeva il
perchè, le rispose un po’ brutalmente per la prima volta. Elisa che si
sentiva nervosa in quel momento, ne fu assai sorpresa, e un po’ offesa,
più che non lo sarebbe stata in qualunque altra occasione. Era lei che
adesso osservava lui; e sempre non osava alzarsi. Massimo, punto di
mira di molti sguardi, si sentiva leggermente ridicolo.
— Ebbene, — disse alfine, — non vi muovete dunque più? non ballate? non
andate al _buffet_?
Ella rispose molto dolcemente:
— Avevo promesso alla contessa che sarei andata a cena con lei e i suoi
amici. Ma sono un poco stanca e non ne ho voglia; la carrozza è già
venuta.... preferirei quasi andarmene a casa.
— Andiamo allora! Ne ho abbastanza anch’io di questo ballo. Vi
accompagnerò.
Elisa si alzò senza nulla aggiungere.
— Venite da questa parte. Conosco l’appartamento. Di qua è più corto.
E, attraversando una serra deserta, infilarono un corridoio di
disimpegno, e si trovarono subito in anticamera. Ma dalla prima sala
d’ingresso, molte persone allungarono il collo per vedere la marchesa
d’Astorre a braccio di suo marito.
Elisa, un po’ attristata, chinava il capo, mentre Massimo respirava
il profumo speciale che emanava da lei, e sentiva la rotondità del suo
braccio sul suo.
L’aiutò a ben coprirsi, e discesero soli lo scalone. A metà v’era
un grandissimo specchio incorniciato da alti arbusti. Vi si videro
insieme. Era una bella coppia che si rifletteva in quello specchio.
Abbasso, il guardaporta fece avanzare il _coupé_. Elisa vi salì, e
Massimo rimase un minuto con un piede già nella carrozza, mentre il
servitore vi arrampicava a cassetto. Ma d’un tratto cambiando idea, si
ritirò, chiuse, sbattendola violentemente, la portiera e fece cenno al
cocchiere di partire.
Poi accese un sigaro e se ne andò a piedi.
Tre giorni passarono senza ch’Elisa rivedesse Massimo. Durante codesto
tempo riflesse molto sulla strana condotta di lui. Poi lo ritrovò tal
quale lo aveva sempre conosciuto. Solamente egli la osservava come lei
lo studiava.
L’impressione che la festa da ballo del diplomatico austriaco lasciò
nello spirito di Massimo fu più forte e durò più a lungo di quello
ch’egli avrebbe creduto. Elisa si era rivelata a lui sotto una luce
nuova, e codesto _viveur_ aveva sentito bruscamente sorgere in lui
per quella donna, che alli occhi di tutti era sua moglie, uno di quei
violenti capricci d’uomo annoiato che possono condurre assai lontano.
Per un caso che sembrava una malizia della sorte, la nuova bellezza
d’Elisa era precisamente la bellezza che Massimo gustava a quel preciso
momento della sua vita. Di più, credette accorgersi che la conosceva
male, e che molti lati di codesta donna, senza alcun dubbio superiore,
gli erano tuttora nascosti; ed allora, alla sua nuova ammirazione, si
unì una viva curiosità. Gli pareva che vi fossero ora due donne in lei:
l’antica ch’egli amava ancora d’una affettuosa amicizia, e la nuova che
lo turbava. Per questa non aveva che un capriccio, al quale, a momenti,
soffriva di dover resistere; ma quando vedeva solo l’altra non poteva
considerarla che come una sorella adottiva. Tuttavia scompariva ciò che
v’era stato fino allora di paterno nei suoi sentimenti. Aveva sempre
considerato Elisa come una persona differente assai da lui; moralmente
superiore, ma inferiore sotto altri aspetti; l’aveva trattata un po’
come si tratta un ragazzo; e ciò era naturale, dacchè sulle prime era
stato spinto verso di lei da un istinto di protezione.... Adesso, ciò
non gli era più possibile. La sentiva sua eguale.
Il marchese d’Astorre divenne timido. Un desiderio lo ringiovaniva,
e per la prima volta in vita sua, scorgeva ostacoli insormontabili al
compimento del suo desiderio. Si sarà già compreso ch’egli aveva una
probità sua particolare, codesto uomo senza principii che disprezzava
tante idee ammesse; e secondo le sue idee speciali, la situazione era
estremamente delicata. Se si avesse potuto leggere i suoi pensieri, si
sarebbe rimasti assai sorpresi, e forse alcuni lo avrebbero trovato
ridicolo. Perchè non gli era stata accordata la fortuna d’aver un
capriccio per qualunque altra donna?
Fosse stata una regina, egli si sarebbe gettato con gioia, a capo
fitto, nell’avventura, attraverso tutte le difficoltà e tutti i
pericoli; mentre invece davanti ad Elisa pensava piuttosto a fuggire.
Esaminava però freddamente la propria posizione, con la sicurezza di
vendetta che non gli mancava mai.
Riflesse al passato ed al presente d’Elisa, come non lo aveva mai fatto
fino allora. E una mattina ch’egli l’accompagnava a cavallo, ammirando
la sua bellezza completata, il suo profilo che faceva sognare, la
profondità azzurra de’ suoi grandi occhi distratti, tutto il fascino
spirituale del suo viso e la squisita eleganza delle mosse, pensò
tutt’ad un tratto all’avvenire di lei; pensò che forse quella donna
giovine s’ingannava credendo la propria vita finita, e per qualche
istante si sentì geloso di un futuro improbabile. Era una mattina
deliziosamente fresca e primaverile; tutto un concerto di uccelli
nascosti scoppiava in note perlate nella tenera verdura delli alberi;
le zampe dei cavalli risuonavano piacevolmente sul suolo appena
umido; ci si sentiva invasi da qualcosa di sanamente voluttuoso che
impediva di parlare, e Massimo osservava talvolta qualche passeggiatore
mattutino che gettava loro uno sguardo d’invidia.
— Sapete Elisa, — disse bruscamente, mettendo il suo cavallo al passo,
— che mi è stato offerto il posto di ministro a Washington?
— Davvero! Ma certo non accettereste d’andar tanto lontano!
— Confesso che sono indeciso.
Lo guardò assai stupita.
— Sì, sono indeciso. Da un lato, penso che dovrei interrompere tutte
le mie abitudini, cominciare una vita nuova, e dico a me stesso che
non ne vale la pena. Ma, da un altro lato penso che mi annoio, che
molte cose non m’interessano più, non mi divertono; che un cambiamento
mi farà bene, che voi non avete bisogno di me, poichè, naturalmente,
non mi è mai venuta l’idea che mi accompagnereste laggiù, e non lo
vorrei, e che.... E poi, vedete, sono forse ambizioso! Questa offerta è
lusinghiera assai.... Pensate un po’, ho lasciato la carriera essendo
solo segretario, ed ecco che d’un tratto verrei nominato ministro.
Poi mi si assicura che non rimarrei un pezzo in America, e che dopo
potrei scegliermi un posto di ambasciatore in Europa. Confessate che la
tentazione c’è.
— Lo dite con un accento che smentisce le parole, e temo poco la vostra
partenza. Se ardissi, aggiungerei anche che non credo troppo alla
vostra ambizione.
Massimo la guardava. Aveva pronunciate quelle parole gaiamente
abbastanza, ma osservò un certo lievissimo turbamento nella fisionomia
di lei. Elisa comprendeva. Ad onta del suo fare sicuro, si sentiva a
disagio. L’imbarazzo ch’ella aveva sempre provato davanti a Massimo,
diventava diverso e più penoso, sebbene sapesse meglio celarlo.
Senza tradirsi altrimenti che con alcune gentilezze previdenti,
Massimo passava ora tutto il tempo che poteva presso Elisa. Restava
per lunghe ore a discorrere con lei, perdendosi talvolta in certe
dissertazioni a perdita di vista, come non lo aveva mai fatto prima.
Ma gli accadeva di fermarsi di botto, accorgendosi di non poter
continuare. Non sapeva più parlare di certe cose sulle quali prima
si esprimeva anche troppo liberamente. Dopo d’averla per tanto tempo
trattata _en garçon_, si sentiva preso da insoliti pudori, e temeva
ad ogni istante di scandalizzarla, di offenderla nelle sue delicatezze
femminili. La purezza che riflettevano gli occhi di lei lo imbarazzava.
Ed allo stesso tempo ella lo sorprendeva con la giustezza di certe sue
opinioni, con qualche parola inattesa e profonda. La intelligenza di
lei doveva essersi singolarmente maturata col resto, nelle meditazioni
della sua vita tranquillizzata.
E come mai aveva saputo perfezionare il suo gusto al punto di renderlo
impeccabile, e porre in tutto quanto portava ed in tutto ciò che la
circondava una nota di originalità, tanto più difficile a imitarsi
ch’essa pareva più di discreto? Aveva acquistato un vantaggio immenso
su tutte le donne, quello di non rassomigliare ad alcuna. Forse n’era
la causa la sua posizione tanto diversa da tutte le altre.
Massimo pensava talvolta seriamente davvero ad allontanarsi, accettando
il posto che gli si offriva. Ad onta dei mutamenti esteriori, della
nuova bellezza d’Elisa, egli la sapeva irremissibilmente fedele al
passato. Per di più non poteva avere per lui, in ogni modo, che dei
sentimenti di stima e di riconoscenza, egli se ne avvedeva bene. Non le
ispirava nessuna confidenza sorta dal cuore, la simpatia d’Elisa per
lui era una simpatia di ragione e non d’istinto, l’imbarazzo, la tema
ed il vago malessere che sempre aveva provato davanti a lui, esistevano
tuttora ed aumenterebbero certo s’egli cambiasse di attitudine in
faccia a lei. Ella aveva saputo ricambiare con una franca affezione
la generosa amicizia di lui; non potrebbe avere dell’odio per il suo
amore?
Ed egli non s’ingannava del tutto. Quando Elisa ebbe tutto indovinato,
un fremito la colse da capo a piedi. L’avvenire che fino allora si
stendeva alli occhi suoi simile ad un lungo viale fresco ed uniforme,
le apparve pieno di pericoli. Molte volte aveva pensato ai rischi
inerenti alla sua posizione stessa; mai non aveva previsto quanto
accadeva.
Massimo diceva a sè stesso che codesto capriccio per sua “moglie„
sebbene assai forte, rassomigliava a vari altri capricci, che avevano
poco durato e che svanirebbe esso pure. Decise dunque che sarebbe
assurdo l’abbandonarvisi; tuttavia, mentre tutto ciò che ancora pochi
giorni prima lo interessava a Firenze, non gli offriva più la minima
distrazione, non poteva a meno di rimanere vicino ad Elisa.
Gli sembrava ch’ella lo sfuggisse un poco; trovava dei pretesti per
uscire quando egli mostrava di non voler andarsene. Nei loro lunghi
_tête-à-tête_ ella dirigeva la conversazione con molta abilità e non
senza una certa quale fatica appena visibile. Evidentemente temeva i
silenzi.
Il posto di Washington non poteva essere ufficialmente offerto a
d’Astorre che fra tre mesi. Non si sentì capace di rimaner fino a
quell’epoca. Una sera decise ch’era meglio partire subito. Lasciò
intendere che probabilmente finirebbe con l’accettare d’andare in
America, e che intanto doveva andare a Milano e forse ritornare a
Parigi. Quando annunciò codesta risoluzione ad Elisa, essa sembrò, come
al solito, trovare la sua partenza naturalissima. Egli ne fu un tantino
ferito, lui, che poche settimane prima, sarebbe stato stupito dalla più
piccola osservazione da parte di lei. Tuttavia, mentre le chiese ancora
una volta il suo parere riguardo a Washington, ella ne lo sconsigliò.
Sebbene un poco imbarazzata, fu con lui affettuosa come lo era sempre,
mentre lui, la sua decisione una volta presa, ritrovò tutta la sua
sicurezza, e si mostrò tal quale voleva essere fino all’ultimo mattino
che passò con lei.
Avevano fatto colazione insieme discorrendo di cose indifferenti. Si
avvertì Massimo che la carrozza era pronta. Si alzò e dicendo addio
ad Elisa seppe baciarla in fronte fraternamente, con la sua serenità
abituale.
La freddezza stessa, la sua forza di volontà di lui, turbarono Elisa.
Si sentì a disagio. Vi fu un lungo minuto di silenzio imbarazzante; uno
di quei silenzi specialmente profondi durante i quali ne sembra quasi
di vedere le parole che non pronunciamo ondeggiare indistintamente per
l’aria. D’improvviso Massimo, con l’uscio già in mano, si rivolse e
disse tranquillamente:
— Credo che ho ragione di partire. C’intendiamo, non è vero? Non
posso precisare la durata della mia assenza, ma spero che non sarà
troppo lunga. Durante questo tempo rifletterò e prenderò una decisione
riguardo a Washington. Ch’essa sia negativa o affermativa, ci
rivedremo. Sì, è meglio così; lo sentite voi pure. Insomma, addio, e
arrivederci. — E partì, lasciando Elisa turbata.
Una specie di rimorso la colse, che credette passeggiero, e che
invece andò crescendo nei suoi primi giorni di solitudine, giacchè
fece in modo di vedere pochissima gente, sentendo un gran bisogno di
raccogliersi. Qualcosa le gridava che aveva avuto torto, e le sembrava
che le cose esterne, il cielo, lo spettacolo della vita, tutto si
associasse a codesta voce. S’ella avesse chiesto l’avviso di chiunque,
era sicura che si sarebbe dato ragione ad un tale sentimento, nuovo
ed ancora oscuro, che si elevava, dal fondo della sua coscienza,
contro tutti i motivi trovati dal suo cuore per fare come le piaceva.
Diceva a sè stessa che la situazione tanto eccezionale creata dal suo
apparente matrimonio con d’Astorre, era rimasta possibile tra di loro
fino a quel giorno a causa del loro rispettivo modo di vivere; ma che
cessava d’esserlo dal momento che uno dei due, per qualunque motivo
fosse, cambiava; che la sua fedeltà eterna ed assoluta ad un assente
perduto per sempre, vera al punto di vista di un’alta realtà poetica,
inattaccabile secondo il suo cuore, era falsa al punto di vista pratico
della vita sociale. Dal giorno in cui Massimo, a modo suo, l’amerebbe
davvero, dal giorno ch’essa potrebbe diventar utile alla felicità di
lui, il suo dovere non sarebbe forse di sagrificare il suo culto del
passato all’uomo che aveva fatto tanto per lei, di tentare di rendergli
tutto intero il nuovo affetto ch’egli le dedicava? Lui l’aveva salvata,
restituita ad una vita possibile; aveva compito per lei ciò che nessuno
avrebbe potuto nè saputo compiere; doveva ella adesso rifiutarsi
al solo mezzo che le veniva offerto di mostrargli degnamente la sua
gratitudine?
E tuttavia, appena pensava all’esistenza che dovrebbe intraprendere, se
davvero Massimo lo volesse, e ch’ella credesse doversi confondere al
suo volere, una tristezza affatto nuova le serrava il cuore. Sentiva
qualcosa che moriva dentro all’anima sua. A certi momenti, con la
forza della ragione, ciò le pareva facile; poi tutto l’essere suo
si ribellava, e vedeva dinanzi a sè, non più il partito migliore cui
coraggiosamente appigliarsi, ma un penoso dovere da compiere soffrendo
e nascondendosi di soffrire.
Massimo scrisse semplicemente, dando sue nuove ed informandosi
affettuosamente di Elisa, press’a poco nel modo solito. Ciò la
tranquillizzò ed ella cominciò a sperare che nulla verrebbe mutato
nella sua vita. Ma una mattina, ricevette la lettera seguente:
“Cara Elisa, non ve lo posso nascondere più a lungo; mi annoio a
morte. Ho creduto passeggiero il mutamento che da qualche tempo
già s’è prodotto in me, ed ora mi pare invece che debba essere
definitivo. Bisogna che la mia vita prenda un altro indirizzo.
Dirvi ciò che sapete già mi sembra inutile. Nella vostra qualità
di donna e di donna intelligente, dovete avermi compreso assai
meglio ch’io non comprenda me stesso. E lo confesso, ho sovente
dei momenti in cui non comprendo affatto. Non posso più continuare
a mandarvi poche frasi banali. Bisogna che io sia sincero, e
che prenda una qualche decisione; ma codesta decisione la dovete
prendere voi per me. Il meglio di tutto sarebbe che accettassi il
posto di Washington? Se lo credete, ditemelo; poichè ho fretta di
conoscere la mia sorte, e se tale è il vostro consiglio, scriverò
subito al ministero. Se no, ditemi di ritornare presso di voi, ed
accorrerò. Ma, — lo sapete, non è vero? senza che ve lo apprenda?
— sarebbe ora per non lasciarvi. La situazione è nuova e piccante,
conveniamone, poichè mi si prende per un uomo di spirito, e mi
si crede vostro marito; per di più ho la riputazione di un gran
furbo, ed io, antico diplomatico ed _ex-viveur_, non so altro
che indirizzarvi scioccamente la frase seguente: Marchesa, mi
permettereste di farvi la corte?
Che direbbero i miei amici se potessero rubare questa lettera
alla posta? che ne penserebbe persino l’impiegato indiscreto
che l’aprisse per zelo? Che ne penso io stesso scrivendola? Non
lo so bene; ma ciò che so, ciò che mi stupisce, mi affascina e
mi addolora nello stesso tempo è che cercando d’indovinare ciò
che ne penserete, voi, il mio cuore batte come quello di uno
studente di vent’anni, del tempo quando ve n’erano ancora. Sì,
vi vedo da qui aprire questa lettera credendo di trovarvi le
“mie notizie„, vedo il vostro occhio scorrere distrattamente le
prime righe, poi restare come attaccato ad una parola; vi vedo
ricominciare a leggere, incerta di aver ben compreso. Pur troppo!
avete perfettamente compreso ed è la pura verità. Ma siete poi
veramente sorpresa? No, nevvero? Avevate indovinato da un pezzo.
Sì, mi sembra vedervi di profilo, con la vostra dolcezza serena,
e cerco d’intravedere per disotto l’occhio vostro azzurro fisso
sulla carta. È un sorriso che spunta all’angolo del vostro labbro?
Ma forse m’inganno, ed invece impallidite.... In nome del cielo,
siate sincera! che nessuna idea, nessuna paura, nessun scrupolo
vi impediscano di dirmi la verità. Per non influenzarvi, ripeto
che non so io stesso, che ignoro se non sia meglio ch’io parta.
Meditate queste parole. Siate franca.
Se sapeste da quanto tempo desidero dirvi tutto ciò senza potermi
decidere! Ho ragione di dirle finalmente? Ne dubito tuttora. Mi
ero allontanato per non parlare, e non avrei forse fatto meglio
serbando sempre il silenzio, che da lontano mi pesa più ancora che
vicino a voi? No; questa lettera partirà ora e la leggerete presto.
Ma, ancora una volta, ve ne supplico, dite la verità. Rispondete
presto. Riflettete bene, ma non troppo a lungo. Lasciate parlare
l’istinto; sono convinto che in questo caso _le premier mouvement_
sarà il buono, il più vero almeno.„
. . . . . . .
Quando Elisa ricevette codesta lettera era nel suo gabinetto con la
contessa Goffredi e il cognato di questa. Impallidì infatti leggendola.
Poi, padroneggiando la sua emozione, riprese il discorso interrotto,
non sapendo troppo quello che diceva, e pensò un istante a confidar
loro ogni cosa e chiedere un loro consiglio. Come tutte le persone
che non hanno mai parlato delle loro pene ad anima viva, provava, ad
un tratto, giunta a tal punto, un imperioso bisogno di espansione. Ma
non ne fece nulla, poichè nello stesso tempo che bramava parlare, ne
sentiva l’impossibilità, e lasciò partire i suoi amici senza essersi
tradita.
Il momento decisivo era giunto; bisognava rispondere senza ritardo.
Ma il ritardo ci fu. Venti volte prese la penna, e la posò. Le
ore sembravano passare con una velocità spaventosa. S’era dapprima
accordata la notte per meditare, ed infatti non dormì, ma nulla era
fissato nella sua mente quando fu giorno. All’indomani mattina uscì
a cavallo; ma sotto alla frescura delli alberi, sussurrante all’aria
aperta, ogni pensiero si arrestava nel suo cervello, e la vista
dell’orizzonte la riempiva di una specie di sogno vago così ondeggiante
che non poteva associare due idee.
Si rinchiuse nel suo gabinetto e là non ebbe che tristezza. Sentiva
bene di non avere il diritto d’essere indecisa, e che bisognava fare
ciò che credeva fosse il suo dovere. Dopo d’esserselo detto tante
volte e l’averlo compreso da tanto tempo, come esitava ancora? Eppure
Massimo non la pregava forse di rispondere tutta la verità? Qual’era la
verità? Si accorgeva che il suo pensiero celava un sofisma. “Lo devo
dunque ingannare?„ ripeteva a sè stessa, rileggendo la lettera di lui
per la ventesima volta. — No, bisogna che ciò che tu _devi_ rispondere
_diventi_ la verità, le rispondeva la coscienza.
Intanto il tempo scorreva. Tre giorni passarono. Risoluta finalmente
adesso, voleva scrivere — ma non lo poteva. Diventava quasi un incubo.
Pensava all’impazienza di Massimo, a tutto ciò ch’egli doveva supporre
e si faceva amari rimproveri. Da tutta una giornata già egli avrebbe
dovuto avere la risposta. Ella non usciva più dal suo gabinetto, non
voleva vedere alcuno, provava una sofferenza affatto nuova; si diceva
ammalata — e lo era.
Finalmente alla sera uscì, e rientrò quasi subito, affranta e sollevata
ad un tempo. Aveva spedito un dispaccio con una sola parola: “Venite.„