Di purissima luce un raggio splende
Delle tenebre nostre nell'orrore
Quando per sempre ogni altra luce è spenta:
Celeste raggio acceso dal Signore.
Le ombre s'allungavano, volgendo già il sole al tramonto, quando
Guglielmo e Gertrude si levarono da sedere per lasciare il camposanto.
Uscirono dal cancello opposto a quello donde era entrata la fanciulla,
perchè egli aveva lasciato là il calessino e il cavallo con cui era
venuto. Il legno si trovava sempre al suo posto; ma l'animale era
riuscito a sciogliersi dalle briglie che lo legavano e, scostatosi
dalla strada, brucava allegramente l'erba, guardando ogni tanto intorno
e annusando l'aria. Pareva che non vedendo ritornare il padrone si
disponesse a svignarsela da solo.
Ma chiamato dal giovane, venne a lui docilmente, e riattaccato al
calesse, dove Gertrude prese posto, partì di buona lena, quasi fosse
contento di correre dopo una lunga sosta, e in meno di mezz'oretta
condusse i due fidanzati a villa Graham.
Non appena giunti in vista della casa, Gertrude, la quale conosceva
bene le consuetudini della famiglia, capì che avveniva qualche cosa
di straordinario. Si notava, dietro i cristalli, un muover di lumi
in varie direzioni; l'ingresso principale dell'atrio era spalancato;
perfino, cosa da lei mai veduta, un gran fuoco ardeva nel caminetto
della sala d'onore, come si poteva discernere oltre le finestre;
infine, quando furono più vicini, s'avvide che il portico era pieno di
bauli e valigie.
Questi segni annunziavano l'arrivo della signora Graham, e
probabilmente d'alcuni ospiti: ella lo congetturò subito; e certo
l'improvvisa comparsa di quella chiassosa e irrequieta persona
proprio nel momento in cui ella desiderava ardentemente profittare
dell'opportunità di presentar Guglielmo a suo padre e ad Emilia,
l'avrebbe contrariata, se non fosse stata troppo felice perchè una tale
inezia potesse turbare la sua gioia. Forse quel pensiero le si presentò
alla mente, ma svanì subito.
— Prendiamo per il viale, — ella disse — così Giorgio ci vedrà, e
verrà a condurre il tuo cavallo in scuderia. Entreremo dalla porticina
laterale.
— No, — rispose Guglielmo — non posso entrare ora: la casa è, pare,
piena di gente, e inoltre ho un fissato in città, alle otto. Poco
ci manca, e ho promesso d'essere puntuale; — soggiunse guardando
l'orologio — non credevo che fosse tanto tardi. Ma ti rivedrò domani,
non è vero? —
Gertrude gli rivolse uno sguardo ch'esprimeva il suo pieno consenso, e
con una lunga stretta di mano e un amoroso sorriso si separarono.
Appena aperto il cancello, Gertrude si trovò tra le braccia di
Fanny Bruce, la quale aveva impazientemente aspettato la partenza di
Guglielmo per impadronirsi di lei, e con molte lacrime e molti baci
congratularsi e ringraziare Dio di rivederla uscita a salvamento da
quell'orribile piroscafo; giacchè le due giovani s'incontravano ora per
la prima volta dopo la catastrofe.
— È arrivata la signora Graham? — domandò Gertrude, quando, calmate le
effusioni di tenerezza, s'avviarono insieme verso la casa.
— Sì, sì! — rispose Fanny. — La signora Graham, e Rina, e Isabella, e
una bambinetta, e un signore malato.... il signor Clinton, credo.... e
un altro signore. Ma questo è andato via.
— Chi è andato via?
— Un signore alto, d'aspetto nobile, con grandi occhi neri, bello in
viso, bianco di capelli come se fosse vecchio: ma non è.
— E dite ch'è partito?
— Sì; non era venuto con gli altri. L'avevo trovato già qui....
Sarà un'oretta che se n'è andato. L'ho sentito dire alla signorina
Emilia che aveva un fissato con un amico a Boston, ma che forse
ritornerebbe stasera. Ne avrei piacere: dovreste conoscerlo, signorina
Gertrude! —
Erano giunte all'ingresso della casa, e Gertrude udiva già la voce
sonora della signora Graham, proveniente dal salotto a destra. Ella
discorreva con suo marito ed Emilia, e nell'atto che la giovane entrò
stava dicendo:
— Oh, è la cosa più terribile ch'io abbia mai udito in vita mia! E
pensare, Emilia, che voi eravate a bordo.... E la nostra Isabella!
Povera figliuola, non ha ricuperato ancora i suoi bei colori, dopo
quello spavento! E anche Gertrude Flint.... A proposito, dov'è?...
Dicono che quella ragazza s'è comportata mirabilmente.... —
Si voltò, e vistala sulla soglia le corse incontro e la baciò con
cordialità sincera. La signora Graham, sebbene un po' grossolana e
impetuosa, non era in fondo priva di buoni sentimenti che si mostravano
se un'occasione li destava.
L'entrata delle due fanciulle avendo interrotto i commenti e le
esclamazioni della loquace signora sulla catastrofe, ella finalmente
pensò alla necessità di togliersi il cappello, il velo, lo scialle,
la sciarpa, dei quali due ultimi indumenti s'era liberata a mezzo
lasciandoli strascicare sul pavimento.
— Basta! — ella esclamò. — Sarà meglio ch'io segua l'esempio delle
ragazze e vada a levarmi di dosso questa roba impolverata. C'è da
rimaner sepolti nella polvere, in treno! Ma è sempre meno male che
avventurarsi su uno di quegli orribili piroscafi come mio fratello
Clinton pazzamente ci proponeva. Dov'è Brigida? Bisogna che venga a
raccattare un po' le cose mie....
— V'aiuterò io, — disse Gertrude pigliando in una mano una sacca da
viaggio, gettandosi sul braccio la sciarpa, caduta a terra, e seguendo
da presso la signora a fine di reggere l'estremità strascicante del
pesantissimo sciallone che le scivolava giù dalle spalle.
Ma sul primo pianerottolo venne fermata da Rina Ray che la strinse
in un caldo amplesso; e fu costretta a deporre il suo carico per
rispondere alle carezze e ai baci dell'amica.
In capo alla scala, poi, incontrò Isabella avvolta in un accappatoio,
con una gran brocca in mano, e un viso quanto mai acerbo. Tuttavia posò
la brocca per terra e salutò Gertrude di buona grazia.
— Sono ben lieta di vedervi in vita, — ella disse — benchè io non possa
guardarvi senza rabbrividire.... la vostra vista mi ricorda tanto quel
giorno terribile in cui abbiamo corso un mortale pericolo! Sorte,
essere state salvate mentre tanti affogarono! Mi maraviglio sempre,
Gertrude, della vostra calma in quei momenti.... Io avevo perduto la
testa, e non avrei saputo che fare, se voi non vi foste trovata lì per
suggerirmelo. Oh, Dio, non parliamone più.... è una cosa a cui non devo
pensare! — Con un brivido e una scrollatina di spalle lasciò cadere il
discorso, e si mise a chiamare la cugina con tono stizzoso:
— Rina, o dove ti sei cacciata? Credevo che tu pensassi a farci portare
l'acqua! —
Rina, che in obbedienza a un clamoroso appello della zia era corsa in
furia nella camera di questa con la sacca da viaggio che Gertrude aveva
lasciata sul pianerottolo, arrivò, trafelata, domandando:
— Non è ancora venuto nessuno? Ho pur sonato due volte!
— No, nessuno! — rispose Isabella. — E vorrei pure lavarmi il viso e
arricciarmi i capelli, s'è possibile, prima del tè.
— Datemi la brocca, — disse Gertrude. — Io scendo, e vi manderò Gianna
con l'acqua.
— Grazie, — fece Bella a mezza voce.
Rina s'oppose:
— Ma no, ma no, Gertrude, vo io. —
Gertrude però scendeva già le scale.
Ella trovò la signora Ellis turbata e in grande perplessità.
— Ah, povera me, sono rimasta di sasso! — esclamò la governante. —
Piombano qui, senza una parola d'avviso, cinque persone.... e io non
ho nulla in casa da servire col tè! Non un dolce fino, non quattro
fette di prosciutto! E s'intende, saranno affamati, dopo un così lungo
viaggio, e pretenderanno qualche cosa di buono....
— Oh, se sono affamati, signora Ellis, mangeranno volentieri anche
il manzo salato, i biscotti freschi e la focaccia! Se volete darmi le
chiavi caverò fuori le conserve, e l'argenteria di gala, e vedrò che la
tavola sia apparecchiata per benino. —
Nulla pesava a Gertrude, quella sera. E dov'ella metteva le mani, tutto
andava a maraviglia. Gianna, animata dal suo esempio, fece prodigi
d'attività; e quando la tavola del tè, veramente appetitosa, fu pronta,
la signora Ellis, girato lo sguardo intorno e visto che di meglio non
poteva desiderare, fissò Gertrude negli occhi raggianti, osservò le sue
gote invermigliate, il suo fulgido sorriso, ed esclamò nella propria
ignoranza:
— Dio buono, Gertrude, si direbbe che siete esultante di gioia nel
vedere di ritorno quelle signore! —
Pochi minuti innanzi che il tè fosse servito, mentre Gertrude sceglieva
i tovagliolini nell'armadio dello stanzino delle porcellane, Rina
Ray fece capolino all'uscio, poi entrò conducendo per mano una bimba
lindamente vestita a bruno. La sua faccia era tutta ridente, ma
quando volle parlare ruppe in lacrime, e gettando le braccia al collo
dell'amica le mormorò all'orecchio:
— O Gertrude, sono tanto felice! Ho bisogno di dirvelo....
— Felice? — disse Gertrude. — Ma allora non dovete piangere! —
Rina rise, poi pianse di nuovo, poi riprese a ridere: e negl'intervalli
raccontò ch'era fidanzata, da una settimana, a un ottimo giovane, e che
la fanciulletta che aveva per mano era una sua nipote, orfana, a lui
cara come una figliuola.
— E la mia felicità, — ella continuò — la devo a voi!
— A me? — fece Gertrude stupita.
— Sì! Io ero tanto vana e sciocca, lo sapete, e mi piacevano persone
che non meritavano alcuna stima, e non mi curavo che del mio piacere,
senza pensare al bene altrui; se voi non m'aveste insegnato ad essere
qualche cosa di meglio, se non m'aveste dato un esempio che mi sono
sforzata di seguire, egli non m'avrebbe mai guardata, e men che meno
amata, nè creduta capace d'essere una buona mamma per la piccola
Graziella, — e chinava uno sguardo di tenerezza sulla bambina che si
stringeva affettuosamente a lei. — È un pastore, Gertrude, e tanto
buono! Pensate un po', una creatura puerile come son io, diventar la
moglie d'un ecclesiastico! —
La simpatia che Rina era venuta a cercare non le fu negata, e Gertrude,
la quale anch'essa aveva gli occhi lucenti di lacrime, rassicurò che
partecipava di cuore alla sua gioia.
Intanto Graziella, pian piano, insinuò la manina libera nella mano di
questa, che guardandola per la prima volta con attenzione riconobbe in
lei la piccina di cui aveva preso le difese contro i suoi persecutori
nel salone dell'albergo di Saratoga.
Rina fu lieta della coincidenza, e Gertrude osservando quanto
migliorato fosse l'aspetto della bambina nelle vesti e nella persona,
che adesso mostravano un'amorosa cura femminile, si sentì persuasa che
il giovane ecclesiastico aveva fatto una buona scelta.
La fidanzata avrebbe voluto descriverle il suo futuro marito, ma
appunto furono chiamate al tè, ed ella dovette rimettere a più tardi
ciò che le restava a dire.
Il gaio salotto del signor Graham non era mai stato gaio come quella
sera. Il tempo era piuttosto mite, ma il fuoco, acceso per il signor
Clinton, non riscaldava eccessivamente la stanza. Tuttavia aveva
cacciato la gioventù in un angolo lontano dal caminetto, nelle cui
vicinanze erano rimasti soltanto la signora Graham con Emilia sul sofà,
e il signor Graham col signor Clinton in due poltrone di faccia a loro.
Il padrone di casa poteva discorrere così a suo agio con l'ospite su
gravi soggetti d'affari, mentre la loquace sua consorte intratteneva
Emilia e sè stessa, ricapitolando con brio i suoi viaggi e le sue
avventure.
Le ragazze stavano intorno a una tavola ove si trovava una voluminosa
cartella piena di bellissime incisioni rappresentanti vedute d'Europa,
recente acquisto del signor Graham. Gertrude e Rina voltavano
accuratamente i fogli; la piccola Graziella, seduta sulle ginocchia
della futura zietta, e Fanny, china sulla spalla della sua amica,
ascoltavano attente le loro spiegazioni.
Di quando in quando anche Isabella, la sola delle persone presenti che
andasse girellando oziosamente per la stanza, si accostava alla tavola
e riconoscendo qualcuno dei luoghi visitati, dava in esclamazioni come
queste:
— O guarda, Rina, c'è il negozio dove staccai quel taglio di seta
celeste!... Ah, ecco la cascata che visitammo con gli ufficiali
russi! —
Mentre la compagnia era in tal guisa occupata, l'uscio s'aperse ed
entrarono il signor Amory e Guglielmo Sullivan, senza farsi annunziare.
Se anche fossero comparsi separatamente avrebbero destato una viva
curiosità nella maggior parte degli astanti; ma capitando insieme,
con l'aria di due intrinseci amici, essi eccitarono una maraviglia che
apparve manifesta nei volti delle ragazze.
I padroni di casa però avevano troppo uso del mondo per tradire
questo sentimento altrimenti che scambiandosi una rapida occhiata,
e, rizzatisi, accolsero i due visitatori con la debita gentilezza. Il
signor Graham salutò semplicemente con un cenno del capo Filippo Amory
che aveva già veduto la mattina, e lo presentò al signor Clinton, senza
menzionare però la loro parentela; e stava per presentarlo alla moglie,
quando questa lo dispensò dalla cerimonia dichiarando di non aver
dimenticato la conoscenza fatta a Baden-Baden.
Guglielmo era conosciuto da tutti fuorchè da Emilia: ma avvenne che
la presentazione fosse dimenticata. Egli gettò a Gertrude uno sguardo
d'intelligenza, accettando la seggiola offertagli da Isabella, la quale
si mise a conversare con lui, mentre sua zia s'impadroniva di Filippo.
— Signorina Gertrude, — disse sottovoce Fanny Bruce non appena
tutti furono tranquillamente seduti — quello lì è il signore che
v'accompagnava in calesse, stasera. L'ho ravvisato subito. — E vedendo
la giovane arrossire e farle cenno di tacere, guardandosi intorno,
ansiosa come se temesse che qualcuno avesse udito, soggiunse: — È
Guglielmo, non è vero?... Il signor Sullivan? —
La povera Gertrude era di più in più impacciata, ma la maliziosa Fanny
continuò a tormentarla con le sue domande; e Isabella, ingelosita,
notando che gli occhi di Guglielmo si volgevano spesso verso la
tavola, a un tratto la fissò con uno sguardo scrutatore che finì di
confonderla.
Ma il caso le venne in aiuto sotto la forma di Gianna, che portava il
giornale, e non poteva aprire l'uscio contro il quale stava la sua
seggiola: il che le diede l'occasione di alzarsi, aprire, ricevere
il foglio dalla ragazza, e insieme un'imbasciata di poca importanza.
Mentre era occupata così, il signor Clinton si rizzò dalla sua
poltrona, e, attraversando il salotto col suo debole passo d'infermo,
andò a domandare qualche cosa a Guglielmo, sottovoce. Questi rispose
affermativamente. Allora egli prese Isabella per mano, e avvicinatosi a
Filippo Amory esclamò con profonda commozione:
— Signore, apprendo dal signor Sullivan che voi siete quegli a cui
debbo la vita della mia figliuola: e veniamo a ringraziarvi! —
Filippo balzò in piedi e gettò un braccio intorno alla vita di Gertrude
che passava portando il giornale al signor Graham e non aveva udito le
parole del padre di Bella. Ella corrispose alla carezza alzando verso
di lui la faccia raggiante d'un dolce sorriso. Egli disse:
— Questa, signor Clinton, è la persona che l'ha salvata. Io, è vero,
la portai a nuoto alla riva, ma credevo che fosse la figliuola mia
adoratissima, la quale, senza ch'io potessi immaginarmelo, aveva
abbandonato volontariamente ad un'altra l'unica sua speranza di
salvezza.
— Da par vostra, Gertrude! Da par vostra! — gridarono a un tempo Rina
e Fanny, penetrando a forza nel piccolo circolo strettosi intorno
all'eroica fanciulla.
— Mia nobile creatura! — mormorò Emilia che appoggiata al braccio di
Filippo si chinò a prenderle la mano e se la premette alle labbra.
— Oh, Gertrude! — esclamò Isabella i cui occhi s'empirono di lacrime. —
Io non sapevo.... non avrei mai pensato.... —
La voce sonora della signora Graham venne a interromperla.
— Come, la vostra figliuola?...
— Sì, restituita per grazia di Dio ad un padre non degno di tanto bene!
— rispose il signor Amory con reverenza. — E.... tu non hai segreti
qui, mio tesoro? — fece, volgendosi a Gertrude.
Ella guardò Guglielmo che stava adesso al suo fianco, e scosse il capo.
— E, — proseguì egli allora — da lui concessa con gioia ad uno sposo
che la merita per il suo lungo e fedele amore!
Così dicendo pose la mano di sua figlia in quella di Guglielmo Sullivan.
Seguì un momento di silenzio. La solennità di quell'atto aveva
commosso tutti i presenti. Poi il signor Graham venne innanzi, strinse
cordialmente la mano ai fidanzati, e, passandosi rapidamente una
manica sugli occhi, andò, secondo il suo costume, a rifugiarsi nella
biblioteca.
— Gertrude, — disse Fanny tirandola per la gonnella — siete promessa
sposa, dunque? promessa a Guglielmo?
— Sì, — ella rispose, sperando che, appagata la sua curiosità, starebbe
zitta.
Ma Fanny si mise a ballare per il salotto, lanciando le braccia in alto
e gridando:.
— Oh, che piacere! Oh, che piacere!
— Ho tanto piacere anch'io! — uscì a dire la piccola Graziella, con
tono gratulatorio, sporgendo verso Gertrude la boccuccia per un bacio.
— Ed _io_ — esclamò il signor Clinton posando le mani su quelle dei
due giovani ch'erano sempre unite — godo che la generosa fanciulla
ch'io non potrò mai abbastanza ringraziare nè mai ripagare della sua
rara abnegazione, abbia avuto una degna ricompensa nell'amore d'uno dei
pochi uomini a cui un padre amoroso possa con piena sicurezza affidare
la felicità della sua creatura. —
Esausto dalla soverchia eccitazione, egli d'improvviso si sentì venir
meno, e fu accompagnato nella sua camera da Guglielmo il quale,
appena che il suo vecchio amico si fu riavuto, ritornò a ricevere
la benedizione d'Emilia sulle sue nuove speranze, e ad apprendere la
storia del parentado di Gertrude e della sua scoperta, che lo colmò di
maraviglia e di gioia.
Infatti, sebbene la persona con cui aveva quella sera un fissato a
Boston, fosse precisamente il signor Amory, ed egli avesse confidato a
questi, nel corso del loro colloquio, come ogni dubbio e ogni malinteso
si fosse dissipato tra lui e la fanciulla amata, il segreto che doveva
così lietamente stupirlo non gli era stato rivelato se non nel salotto
del signor Graham.
A dir vero gli era parsa un po' bizzarra la proposta fattagli con
insistenza dal suo amico d'accompagnarlo, lì per lì, in una visita
alla villa: ma aveva poi concluso che il desiderio di riannodare la
sua conoscenza con la famiglia, essendo stato presentato alla signora
Graham a Baden-Baden, e forse anche un po' la curiosità di vedere da
presso quella Gertrude Flint, da lui tanto esaltatagli, fossero i soli
motivi del suo capriccio.
E riandando le memorie del passato, esultando nella felicità presente,
accarezzando le speranze del futuro, la serata trascorse rapidamente.
. . . . . . .
— Vieni qui, Gertrude, — disse Guglielmo — vieni alla finestra. Guarda
che bella notte! —
La notte invero era bellissima. Fredda certo, perchè ogni cosa che
aveva un orlo s'ornava d'una frangia di brillanti diacciuoli, e
il suolo era coperto d'un candido tappeto di neve che i passanti
calpestavano frettolosi, stimolati dall'aria frizzante. Le stelle
scintillavano come non scintillano che in puro cielo invernale; la luna
sorgeva sopra una vecchia casa dalle mura brunastre, la stessa casa,
all'angolo della strada, che Guglielmo e Gertrude fanciulli vedevano
dalla loro soglia quando, sedutivi insieme, spiavano lo spuntare
dell'astro d'argento, di dietro alla nera massa velata d'ombra.
Appoggiata alla spalla del suo sposo, la giovane stette a guardare,
intenta come allora, finchè l'intero disco non apparve splendente nel
cupo azzurro immacolato.
Nessuno dei due parlava, ma i loro cuori palpitavano all'unisono, nel
ricordo dei giorni passati.
In quella, l'accenditore del gas passò velocemente ed accese, come
per contatto elettrico, le lucide fiamme dei numerosi lampioni che
fiancheggiavano i marciapiedi; in un attimo era già fuor di veduta.
Gertrude sospirò.
— La bisogna non era tanto agevole, per il povero zio True! — ella
disse. — Ma si sono fatti grandi progressi da quel tempo.
— Sì, affemmia! — rispose Guglielmo volgendo uno sguardo di compiacenza
in giro all'elegante salotto bene illuminato e bene riscaldato
della loro casa coniugale, e posandolo infine sul viso radioso
della sposa adorata. — Progressi che allora sarebbero parsi sogni
inconseguibili. Vorrei che il buon vecchio fosse qui con noi a goderne
i vantaggi! —
Una lacrima inumidì gli occhi di Gertrude; ma premendo il braccio del
marito, ella additò reverentemente una fulgidissima stella uscente
in quel momento da una tenue nuvoletta inargentata che la aveva fino
allora nascosta; la stella in cui s'era sempre immaginata di discernere
il buon sorriso del suo padre adottivo.
— Caro zio True! — esclamò commossa. — La sua lampada, Guglielmo, arde
sempre lassù in cielo, e la sua viva luce non è ancor spenta sulla
terra! —
. . . . . . .
In una bella città, a trenta miglia circa da Boston, sulla riva d'uno
di quei laghetti circondati d'ameni colli, che sarebbero celebrati dai
poeti in un paese meno ricco di questi incantevoli specchi d'acque
limpide e azzurre, sorgeva una villa gentilizia d'antica ma solida
costruzione. Era appartenuta agli avi paterni di Filippo Amory, ed
era stata la prima dimora e l'unica eredità di suo padre che la teneva
carissima. Solo l'acuto sprone della povertà aveva potuto spingerlo a
venderla, con grande riluttanza.
Riscattare quell'avito dominio, restaurare e introdurre giudiziosamente
le comodità moderne nella vecchia casa, infertilire e abbellire
i terreni, era il sogno di Filippo. Le sue ricchezze adesso gli
permettevano d'avverarlo. Egli non perdette tempo, e la primavera che
seguì il ritorno in patria dell'esule da lunghi anni errabondo, vide
l'opera quasi compiuta.
Intanto Gertrude era andata sposa a Guglielmo, e i Graham erano tornati
in città, dove passando Isabella l'inverno con sua zia, la vivace
signora dava gran ricevimenti in suo onore, mentre andava già meditando
di rimodernare la villa del marito, per la ventura stagione.
Ed Emilia, la quale aveva perduto il suo maggior tesoro, e si trovava
costretta a vivere in un ambiente così poco in armonia col suo spirito
non mormorava; ma contenta della sua sorte non chiedeva nè sognava di
mutarla, finchè un giorno Filippo venne a lei, le prese dolcemente la
mano, e le disse:
— Questa casa non fa per voi, Emilia. Voi qui, fra tanta gente, siete
sola come son solo io nella mia romita villa. Noi due ci siamo amati;
da fanciulli fummo un'anima, e un cuore nella nostra giovinezza, e
tali siamo sempre. Perchè dovremmo rimanere ancora divisi? Vostro
padre non s'opporrà più ai nostri desiderî; e voi, mia amatissima,
vorrete forse negarvi di allietare la vita solitaria del vostro canuto
innamorato? —
Ma ella scosse il capo e rispose col suo sorriso ineffabilmente soave:
— Oh, Filippo, non ne parlate! Pensate alla mia debole salute, e alla
mia cecità!
— La vostra salute, cara Emilia, è migliorata dimolto: già le rose
rifioriscono sulle vostre gote; quanto alla vostra cecità, sarà per me
un conforto il farvela dimenticare con la mia devozione. Oh, non mi
rimandate deluso! Un fato crudele ci divise per anni; non vogliate,
adesso che possiamo essere ricongiunti, prolungare questa dolorosa
separazione! Unirmi al mio primo amore è la mia più dolce, la mia unica
speranza di felicità sulla terra! —
Ed ella non ritrasse la mano ch'egli teneva, ma porse anche l'altra
alla sua fervida stretta.
— Avevo sempre pensato, caro Filippo, che innanzi quest'ora sarei
stata chiamata nella mia patria celeste, e anche adesso sento che la
mia dimora quaggiù non sarà lunga: ma finchè dura, o più o meno, sia
secondo il vostro desiderio. Non sia mai che una mia parola divida due
cuori così profondamente uniti. La vostra casa sarà la mia. —
E quando l'erba rinverdiva, e i fiori sbocciavano diffondendo nell'aria
le loro fragranze, e gli uccelli gorgheggiavano fra i rami, e le acque
azzurre del lago s'increspavano all'alitare di zeffiri primaverili,
Emilia venne a vivere sul pendio del colle con Filippo. E la signora
Ellis la seguì per assumere il governo della nuova casa, e di tutte le
attinenze, specie della latteria, che divenne il suo orgoglio.
Ella aveva implorato a calde lacrime, e agevolmente ottenuto, il
perdono di Filippo a cui sapeva adesso d'aver fatto più male che non
volesse: e con la sincerità della sua volontaria confessione, con
l'umiltà del suo pentimento, aveva provato che non era priva di cuore.
La signora Prime sollecitò anch'essa, con vive istanze, il posto di
cuoca alla villa; ma Emilia amorevolmente la dissuase.
— Non possiamo lasciare tutte il babbo, — disse scusandosi. — Chi gli
arrostirebbe appuntino i suoi crostini, chi gli accenderebbe a modo suo
il fuoco, nella biblioteca? —
La buona vecchia comprese che aveva ragione, e si rassegnò.
E l'esule che ha tanto errato e tanto sofferto, è finalmente felice?
Sì; ma la sua pace non deriva dalla sua bella casa, dai suoi vasti
possessi, dalla fama onorevole che egli gode fra gli uomini, e neppure
dall'amore della gentile Emilia.
Questi sono beni preziosi, ed egli sa apprezzarli; ma la sua anima
duramente esperta dei dolori del mondo, ha trovato un'àncora più salda,
un più sicuro rifugio dalla tempesta, perchè grazie al divino potere
d'una fede viva ha toccato il porto della salvezza eterna. Le preghiere
della vergine cieca sono state esaudite, l'ultima e la migliore delle
sue pie opere è compiuta; dal suo spirito illuminato un raggio è sceso
nell'anima ottenebrata del suo diletto, e quand'anche Dio la chiamasse
a sè, egli sarebbe ormai capace di seguire le sue orme, di continuare
le sue carità, di fare il bene sulla terra finchè venga per lui l'ora
di raggiungerla in cielo.
Quando i due sposi, nelle sere estive, escono a respirare l'aria fresca
e fragrante della campagna, e godere l'incanto dei crepuscoli sereni,
ascoltando i cantori alati gorgheggianti tra le fronde, tutte le cose
parlano d'una pace santa al rinato cuore di colui che per tanto tempo
visse agitato ed afflitto.
Quando il sole muore in mezzo alla pompa del tramonto, e a grado a
grado la luce dell'occaso si estingue, quando spuntano le stelle e la
luna s'inargenta, nella solenne bellezza della notte gli astri parlano
parole d'alto insegnamento alla sua anima risvegliata, e la gran voce
della natura, e la tenue voce sommessa che mormora in lui, dicono
dolcemente, piamente:
«Il sole non sarà più il tuo lume diurno, nè più splenderà per te il
chiarore soave della luna: ma la luce eterna ti verrà dal Signore, e il
tuo Dio sarà la tua gloria.
«Il tuo sole non tramonterà più, nè la tua luna si ritirerà: perchè il
Signore sarà la tua luce perpetua, e i giorni del tuo cordoglio saranno
finiti.»