HEMANS.

True Flint era stato reverentemente sepolto dal suo vecchio amico

Cooper nell'antico cimitero attiguo alla chiesa dove questi teneva

l'ufficio di sagrestano: un cimitero da lungo tempo abbandonato, come

mostravano le sue pietre ricoperte di musco e in parte rovesciate. Ma

prima che il già cadente edifizio dovesse cedere il luogo a una bella

chiesa moderna, i venerati resti dello zio True avevano trovato un più

sicuro riposo.

Col gusto delicato e il pietoso sentimento che ai nostri giorni fanno

eleggere per le sacre dimore dei morti luoghi tra i più ameni, un

delizioso boschetto su terreno ondulato, poco lontano dalla villa

del signor Graham, era stato adibito a uso di camposanto rurale. E

nell'angolo più tranquillo e ridente di quell'asilo di pace, il buon

lampionaio dormiva il sonno eterno.

Quella zolla di terra acquistata per affettuosa liberalità di

Guglielmo, scelta da Gertrude e da lei abbellita di fragranti rose e

d'edera sempre verde, racchiudeva adesso anche le salme del signor

Cooper e della signora Sullivan. Su quelle tre tombe la fanciulla

educava molti fiori inaffiati dalle sue lacrime. E segnatamente nelle

ricorrenze degli anniversari, ella considerava come un pio e caro

dovere l'ornarle di fresche ghirlande.

Con questo fine, in un bel pomeriggio circa una settimana dopo il

felice evento, ella si dirigeva dalla villa al camposanto. Recava

appeso al braccio un paniere contenente la sua offerta, e affrettava il

passo, tutta assorta nei suoi pensieri.

Aveva lasciato suo padre con Emilia. Benchè egli le avesse espresso il

desiderio di visitare una volta la tomba dello zio True, s'era astenuta

dall'invitarlo ad accompagnarla vedendoli discorrere insieme con tale

evidente piacere, che le sarebbe parso un peccato disturbarli.

E appunto alla loro calma e serena felicità ella pensava, incominciando

la sua passeggiata, e pensava anche ai vincoli d'affetto che la univano

ad entrambi, all'amore d'Emilia posto a sì lunghe e dure prove, alla

tenerezza che profondeva su lei in mille modi il padre ritrovato, e

che, lo sentiva, ella poteva ricambiare appena con la sua devozione per

tutta la vita.

Ma poi, ogni poco, in mezzo alle sue riflessioni sulla dolce e fida

amicizia tra lei ed Emilia, che gli anni avevano resa sempre più

forte, e su quell'affezione paterna e filiale di così recente origine

eppure già tanto intima, tanto viva, che il tempo nulla avrebbe

potuto aggiungervi, i ricordi d'un altro amore, più antico e non meno

tenero, adesso, ahimè, miseramente infranto, le si riaffacciavano a

mal suo grado. Ella tentò di bandire dalla sua memoria l'infedeltà

di Guglielmo, stimando che sarebbe stata ingratitudine piangere le

speranze perdute, dimentica delle sante gioie che le restavano ancora.

Tentò di ribadire nell'animo suo la risoluzione ultimamente presa

di non pensar mai a ciò ch'era stato il più amaro dolore della sua

vita passata, per consacrare tutto il rimanente dei suoi giorni alla

felicità di suo padre e d'Emilia.

Non ci riusciva però. Quei ricordi penosi ritornavano in folla,

insistenti, soverchianti, ad onta d'ogni suo sforzo per cacciarli,

e infine cessando la vana lotta ella s'abbandonò a una profonda e

malinconica meditazione.

Ella aveva ricevuto altre due visite di Guglielmo, dopo la prima. La

seconda era stata assai simile a questa, e nell'ultima il loro impaccio

era aumentato anzichè scemare. Parecchie volte, invero, il giovane

aveva mostrato un'intenzione di rompere il ghiaccio, e ritornare

all'usata familiarità di linguaggio e di maniere: ma tosto un rossore,

o un'aria di confusione e d'angoscia, della fanciulla, lo facevano

desistere da ogni tentativo di dissipare quel riserbo, quella mancanza

di confidenza che mettevano tra loro una barriera. Dal canto proprio

Gertrude, in tutt'e due le occasioni, s'era proposta d'accoglierlo con

la franchezza e la cordialità ch'egli doveva attendersi da lei; al suo

presentarsi, infatti, gli aveva sorriso affettuosamente, e porto la

mano in atto così fraterno, da incoraggiarlo a trattenerla nella sua e

stringerla con calore: ma parendo egli allora in procinto di parlarle

a cuore aperto, di liberarsi dal peso d'un grande segreto, ella s'era

bruscamente ritratta, e preso su un lavoretto pur che fosse, gli

aveva rivolto mentre sembrava applicata a quello, una domanda su cose

indifferenti: contegno che sbaragliava le sue idee, e lo sconcertava

per tutta la durata della visita.

Ora, ponderando i miseri e penosi risultati di questi loro colloqui,

ella quasi desiderava ch'egli cessasse di rinnovarli, perchè credeva

che i sentimenti d'entrambi sarebbero meno feriti da una totale

separazione, che da incontri in cui divenivano sempre più estranei

l'uno all'altra.

Per quanto fosse strano, ella non aveva partecipato a Guglielmo

l'evento, tanto importante per lei, della scoperta di suo padre,

d'un padre che così caramente amava. Una volta s'era accinta a farlo,

ma il solo pensiero di parlare all'amico dei suoi primi anni di ciò

che la toccava nell'intimo dell'anima, la turbava a segno, che aveva

taciuto per tema d'essere soverchiata dalla commozione, e, perduta la

padronanza di sè, trascinata a tradire il suo dolore.

Ma una cosa l'angosciava sopra ogni altra. Nel suo primo vano tentativo

di gettare la maschera, Guglielmo aveva chiaramente accennato alla

propria infelicità; e prima ch'ella trovasse modo di mutar discorso, e

scansare una confidenza alla quale non si sentiva preparata, egli era

giunto a manifestarle una malinconica sfiducia nell'avvenire.

Ella non poteva spiegarsi cotesta confessione, se non connettendola

col suo fidanzamento: e le destava il sospetto che, abbagliato dalla

rara bellezza d'Isabella, egli si fosse impulsivamente avvinto ad una

fanciulla che non era capace di renderlo felice. Le piccole scene

di cui il caso l'aveva fatta testimone, la confermavano in questa

idea, giacchè ogni volta che le era accaduto di vedere insieme i due

innamorati e d'udire le loro parole, Guglielmo pareva avere qualche

ragione di malcontento.

— Egli l'ama, — pensava Gertrude — e anche l'onore lo impegna; ma

già s'avvede della disarmonia tra le loro nature. Povero Guglielmo! È

impossibile che sia felice con Isabella! —

E il tenero e pietoso cuore di Gertrude non gemeva sulla propria

afflizione più che sul disinganno che doveva soffrire Guglielmo se

mai aveva sperato di trovar pace nell'unione con una ragazza così

prepotente, stizzosa, irragionevole.

Assorta in queste riflessioni, camminava con una rapidità che quasi non

avvertiva, e arrivò presto ai filari di grandi pini che ombreggiavano

l'entrata del camposanto: là, sostò un momento per godere la fresca

brezzolina alitante fra i rami, poi passò il cancello, volse a destra,

nel viale carrozzabile, e cominciò lentamente la salita.

Il luogo, sempre tranquillo, era in quell'era solitario, e come

segregato dal mondo: tranne i gorgheggi di qualche uccello, non

un suono turbava il silenzio e la quiete. A misura che Gertrude

contemplava le bellezze a lei familiari di quel sacro recesso da anni

mèta favorita delle sue passeggiate, e procedendo fra le aiuole fiorite

respirava l'aria aulente di soavi fragranze, e sentiva l'appello

solenne della morte, l'aspirazione dell'anima verso il cielo, tutte le

commozioni non armonizzanti con quella scena svanivano, ed ella non

provava più se non il senso di dolce e serena malinconia destato dal

pensiero di coloro che fruiscono della beata pace.

Dopo un tratto di cammino lasciò la larga via che seguiva e prese

per un vialetto laterale, donde poi svoltò nello stretto sentiero

conducente all'angolo ombroso e remoto che, parte per la sua lontananza

dai viali più frequentati, parte per la sua amenità, era stato da lei

preferito.

Era situato sul pendio d'un poggetto, e da un lato un alto masso lo

nascondeva allo sguardo dei passanti, dall'altro una quercia annosa

stendeva sopra esso i suoi rami. La semplicissima cancellata di ferro

che lo circondava era rivestita dell'edera piantata da Gertrude,

che s'abbarbicava in graziosi festoni fin sulla muscosa roccia, una

sporgenza della quale offriva un sedile presso la tomba di True Flint.

La fanciulla vi sedette come di consueto, e rimasta alcuni minuti

in contemplazione, col gomito appoggiato al ginocchio e la fronte

reclinata sulla mano, drizzò la snella persona, mandò un sospiro

profondo, poi sollevò il coperchio del suo paniere, versò i fiori

sull'erba, e con dita agili e destre cominciò a tessere una leggiadra

ghirlanda di cui, finita che l'ebbe, ornò la tomba ai suoi piedi.

Sparse il resto dei fiori sugli altri due tumuli, e infine, preso un

sarchielletto, e infilato un paio di guanti da giardinaggio, lavorò

un'ora buona intorno all'aiuola e alle piante rampicanti con cui aveva

fatto un pergolato.

Terminato il lavoro sedette di nuovo a piè della roccia, si tolse i

guanti, rimosse dalla fronte le fitte bande lisce dei suoi capelli e si

riposò, pensosa.

Compivano quel giorno sette anni da che lo zio True era morto; ma

Gertrude non aveva cessato di ricordare amorosamente il buon vecchio.

Spesso nei suoi sogni vedeva il suo piacente sorriso, udiva le sue

confortanti parole, e notte e giorno l'immagine di colui che aveva

reso serena e felice la sua infanzia, l'animava ad imitarne la umile e

paziente virtù.

Ma mentre ella, con gli occhi fissi sul tumulo erboso che copriva la

cara salma, rievocava le liete ore che essi avevano trascorse insieme,

un'altra rimembranza veniva ad amareggiare quella tanto soave: la

rimembranza di un terzo, la quale non poteva esserne separata, perchè

quasi sempre egli partecipava alle gioie del loro focolare domestico;

e seguendo il corso delle sue intime riflessioni ella esclamò quasi

inconsciamente:

— O zio True, voi ed io non siamo divisi, ma Guglielmo non è più con

noi!

— Oh, Gertrude, — disse in tono di rimprovero una voce, vicino a lei —

ed è forse di Guglielmo la colpa? —

Ella sussultò, si volse, e vide colui ch'era l'oggetto de' suoi

pensieri, fissarla con occhi miti e tristi, cercando di leggerle nel

cuore; ma senza rispondere alla sua interrogazione, si nascose la

faccia tra le palme.

Egli si gettò in ginocchio dinanzi alla giovanetta e come quando

s'erano incontrati la prima volta nella loro fanciullezza, dolcemente

le sollevò la testa china, le scostò le mani dal viso, e la costrinse a

guardarlo, dicendole con accento supplichevole:

— Ditemi, Gertrude, ditemi, per pietà, che mi esclude dal vostro

affetto? —

Ma ancora ella non trovò altra risposta che le lacrime che le

scorrevano giù per le gote.

— Voi mi fate soffrire crudelmente, — egli continuò con veemenza. —

Che cosa ho fatto, io, perchè m'abbiate tolto così la vostra amicizia?

Perchè mi guardate con tale freddezza.... e perfino rifuggite da me? —

egli soggiunse, poichè Gertrude, non potendo sostenere il suo sguardo

fermo e indagatore, volgeva gli occhi altrove e cercava di liberare le

mani dalla sua stretta.

— Io non sono fredda.... non ho mai inteso d'esser fredda verso di voi,

— ella mormorò con voce mezzo soffocata dalla commozione.

— Oh, Gertrude, — egli riprese staccandosi da lei — vedo che

avete totalmente cessato d'amarmi! Io tremai al primo vedervi,

ritrovandovi così bella, così amabile, e amata da tutti, e temetti

che qualche fortunato rivale avesse rapito il vostro cuore a quegli

che lo possedeva fin da fanciullo. Ma neanche allora pensai che non

mi riconoscereste _almeno_ i diritti d'un _fratello_ alla vostra

affezione.

— Ma no, ma no, Guglielmo, — ella disse vivamente. — Non v'adirate....

Io sarò sempre per voi una sorella! —

Egli sorrise d'un sorriso doloroso.

— Avevo ragione dunque? Temevate ch'io chiedessi troppo, e per

scoraggiarmi stimaste bene non concedermi nulla. Sia pur così. Forse

la vostra prudenza è stata per il meglio; ma.... oh, Gertrude, mi avete

spezzato il cuore!

— Guglielmo! — ella gridò, turbatissima. — Non sentite quanto

stranamente suoni cotesto linguaggio in bocca vostra?

— Perchè stranamente? — replicò egli, quasi offeso. — È forse tanto

strano ch'io v'ami? Non ho io per anni alimentato il ricordo del

nostro antico affetto, non ho sempre riguardato la nostra riunione

come l'unica mia speranza di felicità? Non mi ha quest'amorosa

speranza sostenuto e confortato nelle mie fatiche, e fatto pregiare

la vita nonostante la perdita de' miei cari? E vorrete, Gertrude,

qui in cospetto dei freddi tumuli dove giacciono sepolti quelli che

soli, oltre voi, amavo sulla terra, schiacciare e distruggere senza

compassione questo solitario, ma pur....

— Guglielmo, — ella lo interruppe, ridivenuta calma, e parlando

in tono benevolo, ma serio — vi pare onorevole parlarmi così? Voi

dimenticate....

— No, non dimentico nulla! — egli esclamò appassionatamente. — So

che non ho diritto di molestarvi, di tormentarvi, e non lo farò più.

Ma Gertrude, _sorella_ Gertrude (giacchè il sogno d'un più stretto

vincolo tra noi è svanito), non vogliate biasimarmi, nè vi maravigli

troppo, se non mi sento ancora capace di fare la mia parte di fratello.

Io non posso rimanere vicino a voi, non posso rassegnarmi ad essere

pazientemente il testimonio della felicità d'un altro. Ma i miei

servigi, il mio tempo, la mia vita sono ai vostri comandi, e nel mio

esilio non cesserò mai di pregare Iddio che lo sposo da voi scelto,

chiunque egli sia, si mostri degno della mia nobile Gertrude e l'ami,

s'è possibile, quanto io l'amo!

— Che follia è cotesta, Guglielmo? — disse la fanciulla. — Io non sono

fidanzata a nessuno; ma che debbo pensare del tradimento vostro verso

Isabella?

— Isabella? — gridò il giovane, rizzandosi, come afferrato da una nuova

idea. — È dunque arrivata fino a voi quella sciocca diceria? E voi

avete potuto prestarvi fede, per quanto evidentemente falsa?

— Falsa? — fece Gertrude sollevando le palpebre fino allora abbassate,

e gettando a Guglielmo, attraverso le lunghe ciglia umide di pianto, un

profondo sguardo scrutatore.

Egli lo sostenne, calmo, a capo eretto, e rispose senza esitare, con un

tono di maraviglia e di rimprovero:

— Falsa, sì! È mai possibile che, conoscendo tanto bene me e lei, ne

abbiate dubitato pur un momento?

— Ahimè, — ella gridò — devo non credere alla testimonianza de' miei

occhi e de' miei orecchi? Se mi fondassi su qualche altra meno sicura,

potrei pensare che fui ingannata. Non tentate di nascondermi una verità

ch'io sono in grado d'affermare. Trattatemi con franchezza. Oso dirlo,

Guglielmo, la merito da voi, la merito!

— Franchezza, Gertrude? Ma siete voi stessa la misteriosa! S'io potessi

mostrarvi a nudo l'anima mia, mi sarebbe agevole persuadervi della

sua fedeltà, piena ed intera fedeltà, al suo primo amore. Quanto ad

Isabella Clinton, se alludete a lei, i vostri occhi ed i vostri orecchi

v'hanno ingannata anch'essi, se.... —

Ella l'interruppe:

— Ah, Guglielmo, Guglielmo! Avete così presto scordato la vostra

devozione alla bella di Saratoga? La vostra riluttanza a lasciarla

allontanarsi da voi per qualche giorno? Il gran dolore che vi cagionava

la sola idea del suo pur breve viaggio, e l'amorosa impazienza che vi

faceva parere quei pochi giorni un'eternità?

— Basta, basta! — esclamò il giovane, nella cui mente balenava la luce

che doveva dissipare il mistero. — Ditemi invece dove avete risaputo

coteste cose.

— Sul luogo stesso dove le diceste e le faceste. Il nostro primo

incontro non avvenne già nel salotto del signor Graham. A Saratoga in

un viale del passeggio, e in riva al lago, ad Albany sul piroscafo,

io vi vidi insieme con la signorina Clinton, e vi riconobbi, non

riconosciuta da voi. Là, le vostre parole m'accertarono di quel fatto

che riferitomi da altri avrei posto in dubbio. —

La luce del sole mattutino non è più serena e ridente di quella della

riaccesa speranza che illuminava adesso la faccia di Guglielmo.

— Ascoltatemi, Gertrude, — egli disse con un tono di fervore quasi

solenne — e credete che dinanzi alla tomba di mia madre, alla presenza

— (e in atto reverente alzava gli occhi al cielo) — del puro spirito

che m'insegnò l'amore della verità, parlo con quella sincerità e

quel candore che si convengono parlando agli angeli. Io non starò a

discutere se abbiate udito proprio esattamente le parole di protesta e

di preghiera da me rivolte alla signorina Clinton sul proposito del suo

viaggio, e le espressioni della mia impazienza per il suo ritorno. Non

m'indugerò nemmeno a ricercare dove fosse l'oggetto dei miei pensieri

nel momento in cui, causa i felici mutamenti in esso operati dal tempo,

sfuggiva al mio sguardo bramoso. Lasciate ch'io prima mi discolpi

dall'imputazione che grava sopra di me; poi avremo agio di venire alle

altre spiegazioni.

«È verissimo ch'io mi dolsi forte della improvvisa partenza d'Isabella

per Nuova York, sotto un pretesto che non avrebbe dovuto avere alcun

peso per lei. È verissimo ch'io tentai di far valere ogni miglior

argomento per dissuaderla da quel capriccio, e, riuscita vana la mia

eloquenza, cercai in tutte le maniere d'indurla almeno a ritornare il

più presto possibile. E ciò non perchè la compagnia di quell'egoista

fosse comunque necessaria alla mia felicità (al contrario anzi),

ma perchè l'ottimo suo padre, il quale l'adora a segno che nessun

sacrificio gli parrebbe eccessivo al fine di procurare un piacere

a quell'unica sua figliuola, giaceva ammalato, lottando tra la vita

e la morte, in un albergo d'una affollata città d'acque alla moda,

dove gli mancavano comodi e quiete, ed era da lei abbandonato,

con un'indifferenza che mi disgustava, alle cure d'una infermiera

mercenaria e d'un giovanotto di buona volontà ma inesperto, come me.

«Che nell'assenza della figlia ingrata l'eternità potesse mettere un

suggello a quella separazione, era un pensiero ch'io, indignatissimo,

fui sul punto di manifestare: ma mi repressi, non volendo intromettermi

tropp'oltre in una cosa che infine non mi riguardava, nè destare in

Isabella apprensioni forse inutili. Se un sentimento egoistico entrava

nella mia somma impazienza di vederla ritornata dove il suo dovere la

chiamava, era unicamente il desiderio di essere dispensato dall'obbligo

di supplirla al letto del mio amico infermo, e poter correre a colei

dalla quale speravo un'accoglienza non impari all'ardore del mio

affetto.... Figuratevi dunque se quella ch'io ricevetti agghiacciò il

mio cuore palpitante....

— Ma adesso comprendete le ragioni della mia freddezza, — disse

Gertrude volgendo a lui la faccia inondata di lacrime dove un sorriso

di gioia splendeva come un'iride tra la pioggia estiva. — Adesso sapete

perchè non osavo lasciar parlare l'anima mia....

— Sicchè, quest'era tutto? — gridò egli giubilante. — Voi siete libera,

e posso amarvi sempre?

— Libera da ogni legame, sì, caro Guglielmo, salvo quello con cui

m'avete avvinta a voi fin da bambina.... —

E stretti cuore a cuore, si dissero tutto l'amor loro, quell'amore che,

nato nell'infanzia, cresciuto nella giovinezza, alimentato e rafforzato

nella lontananza, reso perfetto dal dolore, doveva alfine allietare e

santificare tutti i giorni futuri della loro vita.

— Ma, Gertrudina, — disse Guglielmo, quando, ritornati all'antica

confidenza, sedettero l'uno accanto all'altra e presero a discorrere

con piena libertà del passato — come hai potuto pensare pur un momento

che Isabella Clinton avesse per me un prestigio che le facesse usurpar

il tuo posto nel mio affetto? Io, almeno, non t'ho fatto un simile

torto: se mi sono creduto soppiantato da un altro, m'immaginavo però

ch'egli fosse un eroe di virtù così splendide da essere incomparabili.

— E chi potrebbe compararsi ad Isabella? — domandò Gertrude. — Ti

maravigli ch'io dubitassi della tua fedeltà, considerando la sua

bellezza, la sua eleganza, la sua cospicua condizione sociale, e

l'occasione che tu avevi d'apprezzare tutti questi vantaggi?

— Ma che valore hanno, per chi la conosca come la conosciamo noi due?

Un piglio altezzoso e sprezzante non distrugge forse l'effetto della

bellezza? Può l'eleganza scusare la scortesia, o la nobiltà della

nascita supplire alle deficienze naturali? Quanto al denaro, l'ho io

mai bramato se non per provvedere al benessere tuo.... e al loro? — E

così dicendo accennava le tombe della madre e del nonno.

— Oh, mio Guglielmo, tu sei tanto disinteressato!

— Non in questo caso. Possedesse Isabella la bellezza di Venere e la

sapienza di Minerva, non mi avrebbe fatto dimenticare che poca felicità

è da sperarsi con una fanciulla tutta dedita alla ricerca dei piaceri

mondani, e dimentica degli affetti e dei doveri più sacri. Potevo io

vederla fuggire dalla camera del padre malato per correre a divertirsi

tra gli omaggi d'una folla oziosa, o, se condotta riluttante al suo

letto, scansare le fatiche delle cure e delle veglie che il suo stato

richiedeva, e illudermi che una donna tale fosse atta a divenire

la benedizione e l'ornamento del mio focolare domestico? Come non

avrei paragonato la sua colpevole negligenza, la sua mal dissimulata

petulanza, la leggerezza del suo spirito irriverente, con la dolce e

amorosa devozione, la santa pazienza, la profonda e fervida pietà della

mia Gertrude? Io avrei tradito me stesso più ancora che te, carissima,

se Isabella, col carattere che m'ha mostrato, avesse fatto venir meno

la mia ammirazione e il mio amore per colei ch'è un modello di tutte

le virtù femminili. E quando guardo la piccola compagna d'un tempo, di

cui serbavo un così tenero ricordo, trasformata in una donna avvenente

e graziosa le cui dolci attrattive sono coronate da una bellezza

quasi inesprimibile, e penso che il suo cuore è sempre mio, oh, la mia

felicità mi sembra troppo, troppo grande. Mi fosse concesso di farne

partecipi quelli che tanto ci amarono tutt'e due! —

E chi può dire che non ne fossero partecipi? Che lo spirito dello zio

True non fosse presente e gioisse dell'adempimento di tutte le sue più

rosee profezie? Che il vecchio nonno non assistesse invisibile a quella

scena e vedesse come i suoi dubbi e i suoi timori si mutassero in liete

certezze? Che l'anima della madre gentile la quale, ancor vivente,

aveva presagito quell'incontro in un sogno estatico, non benedicesse la

coppia felice? Ella, che coi precetti inculcati al suo figliuolo fin

dalla più tenera età, con gli ammonimenti datigli nella giovinezza, e

la vigile guida del suo spirito disincarnato lo aveva armato per la

lotta contro le tentazioni, sostenuto nelle sue prove, e restituito

trionfante alla dolce amica della sua infanzia, per certo aleggiava sui

due virtuosi amanti, godendo nella realtà la gioia pregustata in quella

mirifica visione ove le era stato così vivamente dipinto il connubio

tra il suo Guglielmo strappato dall'amorosa sua cura ai pericoli che

lo insidiavano, e la figliuola del suo cuore resasi degna, per la

perseveranza nelle vie del bene, d'una così alta e perfetta ricompensa.

Il lampionaio · 第 96 / 100 题