Dolce è la tua presenza, o giovanetta,
E salutare più che un mite e puro
Cielo, e ch'ogni virtù d'acque sorgive.
Mrs. BARBAULD.
Coloro che posseggono una villa a poche miglia da una grande città,
non vi godono propriamente la vita campestre. Hanno spaziosi giardini,
spesso anche vasti orti dove coltivano le frutta e i legumi per loro
uso; quasi tutti tengono cavalli e fanno amene gite nei dintorni.
C'è perfino chi ha la sua piccola fattoria, e può vantare il grasso
bestiame e i polli di Shanghai che alleva. Ma queste villeggiature
suburbane non offrono le attrattive della vera campagna. Non ci sono
folti boschi, nè ruscelli mormoranti tra l'erba, nè campi di spighe
ondeggianti al vento, nè ampie distese di prati. Da ogni altura si
vede la metropoli, tanto vicina che par di sentirne il rumorio; ad
ogni ora, omnibus e treni portano al gran mercato degli affari o di là
riconducono i villeggianti e i loro ospiti.
Eppure le persone che desiderano un quieto ritiro per viverci appartate
nell'intimità della famiglia, sono più sicure di trovarlo in quelle
dimore tra campestri e cittadine, che non altrove. Perciò una estate
dopo l'altra ritornano al medesimo angolo tranquillo, e non disturbate
da visite nè da pettegolezzi conservano un'indipendenza che sarebbe
impossibile sia nelle affollate vie della città dove passano sempre
conoscenti che vi fermano o salgono da voi, sia nei villaggi dove i
forestieri sono oggetto di curiosità e di ciarle, e tutti vogliono
conoscerli da presso.
La villa del signor Graham era comoda, però non sontuosa, e non
attirava affatto l'attenzione. Il giardino certo era bellissimo, ricco
di lussureggianti macchiette d'arbusti, di chioschi, di grandi pergole
coperte di viti; ma un'alta palizzata lo nascondeva agli sguardi dei
passanti; e la casa, discosta dalla strada, aveva un'apparenza modesta
e punto moderna.
Il signor Graham s'occupava con passione d'orticoltura; tuttavia le sue
abitudini e i suoi interessi lo tenevano attaccato a Boston. Emilia,
non essendo in istato di far vita mondana, non riceveva che i vicini,
nelle occasioni di prammatica, e pochi intimi, come il pastore Arnold,
il quale faceva spesso verso sera una giterella per vederla e mangiare
un po' di frutta.
L'estate trascorreva in una quiete felice. Gertrude trovava nella
compagnia della sua benefica amica e nella coscienza d'esserle utile
in molte maniere, una viva sorgente di sodisfazione e di gioia, quando
d'improvviso ogni suo piacere fu troncato.
Emilia venne còlta da una febbre assai forte, e la prima volta che
la fanciulla si presentò alla sua porta desiderosa d'assisterla, la
signora Ellis, che intendeva d'esser l'unica infermiera, la respinse
rudemente. Alle sue calde istanze replicò che quella febbre era
contagiosa, e che la signorina non aveva bisogno di lei, e d'altronde
quando stava male non voleva dattorno altri che la sua fida governante.
Da tre o quattro giorni Gertrude errava per la casa, inconsolabile.
La mattina del quinto, dopo il suo bando dalla camera della malata,
vide la cuoca salire al primo piano con una minestrina: e, mettendole
in mano alcuni bellissimi bocciuoli di rose, còlti allora, la pregò di
darli ad Emilia e di domandarle se non le poteva permettere d'entrare e
vederla un momento.
Aspettò ansiosamente, in cucina, il ritorno della signora Prime nella
speranza che le recasse almeno qualche affettuosa parola. Ma la buona
donna ridiscese coi fiori, che gettò sulla tavola, sfogando così i suoi
sentimenti:
— Cospetto! Si dice che le brave cuoche e le brave infermiere sono
garbate come orsi! Non tocca a me dire se sia vero rispetto alle
cuoche, ma rispetto alle infermiere, non c'è dubbio! S'io fossi voi,
signorina Gertrude, non m'arrischierei d'andarci.... Ho gran paura,
sapete, che vi morda!
— E la signorina Emilia non ha accettato le rose? — domandò la
giovanetta, profondamente accorata.
— Lei, poverina, non c'entra per nulla. Capirete, non le ha mica
vedute.... La signora Ellis le ha scaraventate fuori dell'uscio
protestando che tanto valeva portare un veleno a una malata con la
febbre, che quei fiori. Ho tentato di parlare io alla signorina, ma
quella cara signora m'ha interrotta con un tale «ss-ss-st» da farmi
pensare che la fosse per pigliar sonno, sicchè non ho più osato e me
ne sono andata pian piano.... Uf! Diventa mai ringhiosa quando per
disgrazia c'è qualcuno di malato in casa?... —
Gertrude uscì in giardino e andò vagando come un'anima in pena. Temeva
che Emilia fosse molto aggravata, nè poteva pensare ad altro. I suoi
libri, il suo lavoro, erano nella camera di questa, dove li teneva
usualmente; la biblioteca, che le avrebbe offerto qualche distrazione,
era chiusa. Non le rimaneva dunque che quel rifugio, e là passò
il resto della mattinata. Così fu non quella mattina soltanto, ma
parecchie delle seguenti, perchè Emilia continuava a peggiorare. In
capo a due settimane Gertrude non aveva ancora ottenuto di vederla,
e non sapeva della sua salute se non quanto ne sentiva dire dalla
governante al signor Graham. Questi però parlava ogni giorno col
medico, e faceva frequenti visite alla figliuola, sicchè non richiedeva
da lei quelle minuziose informazioni che la fanciulla avrebbe tanto
desiderato. Una volta ella ardì interrogare direttamente la signora
Ellis, ma l'arcigna matrona le rispose:
— Non mi seccate con le vostre domande. Che potete intendere voi di
malattie? —
Un pomeriggio, seduta in un grande chiosco in fondo al giardino, presso
le aiuole ch'ella coltivava ed erano allora tutte fiorite di reseda e
di verbene, Gertrude stava legando e segnando gl'involtini dei semi
che aveva raccolti da varie piante. Ella era tutta assorta nel suo
lavoro, quando il suono d'un passo vicinissimo la fece sobbalzare. Alzò
gli occhi e vide il dottor Jeremy, medico della famiglia, entrare nel
chiosco.
— Che fate di bello? — egli domandò, nella rapida e brusca maniera che
gli era abituale. — Un assortimento di semi, eh?
— Sì, signore, — rispose ella arrossendo nel vedere i penetranti occhi
neri del dottore scrutarla in faccia.
— O dove fu che c'imbattemmo la prima volta? — disse egli con lo stesso
fare.
— In casa del signor Flint.
— True Flint! Già.... mi rammento. Voi siete la sua ragazzina. Una
brava figliuola. E il povero True, è morto. Peccato, è una perdita
per tutti. Questa è dunque la piccola infermiera che vedevo là.... Dio
buono, come crescono in furia i bambini!
— Dottor Jeremy, — chiese Gertrude con accento supplichevole — ditemi,
ve ne prego, come sta la signorina Emilia?
— Emilia? Non troppo bene in questo momento.
— Oh! Temete forse che abbia a morire?
— Ma no, ma no! Perchè dovrebbe morire? Io non la lascerò morire se voi
mi aiutate a tenerla in vita. Come mai non siete in casa ad assisterla?
— Ah, se potessi! — ella esclamò balzando in piedi. — Se potessi!
— E chi ve lo impedisce?
— La signora Ellis. Non mi lascia neanche entrare, dottore; dice che la
signorina non vuole altri che lei.
— La signora Ellis non ha voce in capitolo, ed Emilia neppure: quest'è
affar mio, ed io voglio voi. Affiderei più volentieri i miei pazienti a
voi che a tutte le signore Ellis del mondo. Quella lì non se n'intende
d'assistere malati; rimandatela alle sue conserve di coccole rosse, e
a' suoi pasticci di zucca. Dunque, è fissato; domani prendete il vostro
posto.
— Grazie, dottore, grazie!
— Non mi ringraziate ancora; aspettate di esservici provata. È opera
faticosa prestar le cure necessarie agl'infermi. Di chi è l'orto
attiguo?
— Della signora Bruce.
— E cotesto pero è suo?
— Sì, signore.
— Per san Giorgio, signora Bruce, farò onore alle vostre pere! —
Così dicendo il dottor Jeremy, uomo sui sessantacinque, ma robusto
ed agile, scavalcò il muretto di pietra che divideva il giardino
dall'orto, lanciandosi con tale impeto, da arrivare d'un balzo appiè
dell'albero.
Gertrude, la quale, esilarata, osservava le sue gesta, lo vide
inciampare in un ostacolo e salvarsi dal cader bocconi stendendo le
mani e reggendosi al grosso tronco del vecchio e bellissimo pero. In
quella una testa ornata d'uno zucchettino di velluto si levò lentamente
di tra le alte erbe, e apparvero la faccia e il busto d'un giovanetto
di sedici in diciassett'anni che, appoggiato a un gomito, mirava con
stupore l'intruso.
Ma questi, punto intimidito, prese immediatamente l'offensiva contro il
primo occupante, gridando:
— Rizzati, poltrone! A che stai costì sdraiato facendo gambetta alle
persone per bene?
— Chi chiamate voi persone per bene? — domandò il giovane senza
risentirsi nè dell'epiteto nè dell'interrogazione.
— Me e la mia piccola amica qui presente, — replicò il dottor Jeremy
ammiccando verso Gertrude che affacciata al muretto rideva di cuore del
modo in cui egli era stato còlto sul fatto.
Gli occhi dell'altro seguirono la direzione de' suoi e si fissarono sul
viso della fanciulla che brillava tutto di gaiezza.
— Posso fare qualche cosa per servirvi, signore? — disse egli poi,
rivolgendosi a lui.
— Sicuro! — rispose il dottore. — Io sono venuto qui per cogliere di
coteste belle pere; ma voi siete più alto di me, a con l'aiuto della
vostra mazza che ha la gruccia ricurva, arriverete meglio al ramo più
carico.
— Onorevole ed onesto proposito, — mormorò il giovane. — Sarò lieto di
prestarmi per una così buona causa. —
Sollevò la mazza che giaceva accanto a lui, abbassò con essa un ramo
fino a portata del suo braccio, e lo scosse vigorosamente. Le frutta
mature si sparsero sull'erba. Il dottor Jeremy se ne empì le tasche e
le mani, e mosse verso il muro divisorio.
— Ne avete abbastanza? — gli domandò il giovane con voce lenta e
strascicata.
— A iosa, a iosa! — rispose egli.
— Tanto piacere! — fece l'altro, buttandosi di nuovo giù,
indolentemente, senza cessare di fissar Gertrude.
— Dovete esser molto stanco, — disse Jeremy tornando indietro di due
passi. — Io sono medico, e vi consiglierei un pisolino.
— Ah, siete medico? — riprese il pigrone nello stesso tono tra languido
ed ironico in cui aveva parlato fino allora. — Seguirò dunque il vostro
consiglio. —
E adagiatosi nell'erba, resupino, chiuse gli occhi.
Il dottore vuotò le tasche sulla panchetta del chiosco e invitò
Gertrude a pigliarsi la sua parte del bottino. Egli addentava le belle
pere sugose, ridendo così forte di quella sua allegra monellata, che
quasi i bocconi gli andavano di traverso. A un tratto gli venne in
mente di guardar l'orologio.
— Le quattro e mezzo! — esclamò. — Il treno parte tra dieci minuti. Chi
mi condurrà alla stazione?
— Non so, signore, — rispose la fanciulla pensando che la domanda fosse
diretta a lei.
— Dov'è Giorgio?
— E andato sul prato a prendere il fieno, ma ha lasciato Carlotto,
il cavallo bianco, nella corte, con i finimenti e tutto. Ho visto che
l'attaccava alla catena dopo avervi portato qui dalla ferrovia.
— Ah! Ebbene, allora, conducetemi voi.
— Impossibile, signor dottore, io non so guidare.
— Bisogna che impariate: v'insegnerò io. Non avete mica paura?
— Oh, no! Ma il signor Graham....
— Non v'occupate del signor Graham. Date retta a me. Rispondo io che
ritornerete a casa sana e salva. —
Gertrude era per sua natura coraggiosa. Non aveva mai guidato
un cavallo, ma essendocisi messa senza timori, vinse la prova a
maraviglia: e poichè il dottor Jeremy continuò a farsi condurre da
lei, ella acquistò presto molta perizia nell'uso delle redini. Non è
forse questa una bravura particolarmente desiderabile in una donna: a
Gertrude tuttavia fu assai utile.
Il medico mantenne la promessa di stabilirla al capezzale della malata.
La prima volta che dopo quel loro colloquio visitò Emilia, parlò a
questa della fanciulla in termini di grande encomio per la devozione al
vecchio True e le qualità di buona infermiera da lei mostrate; poi le
domandò per qual ragione fosse stata espulsa dalla sua camera.
— È tanto apprensiva, — ella rispose — teme che la febbre le s'attacchi.
— Non dovete crederlo. È troppo contrario al suo carattere.
— Vi pare? — fece vivamente la cieca. — Ma la signora Ellis....
— V'ha detto una bugia, — l'interruppe egli. — Gertrude invece si
strugge di venire ad assistervi. E n'è capace quanto la signora Ellis,
anzi meglio, perchè la cosa più necessaria per voi è la quiete, e
proprio questa non la potete avere con quel donnone loquace dattorno.
Pertanto, io, la signora Ellis la mando a Gerico, fin da oggi, e vi
porto qui la mia piccola Gertrude, che non è più rumorosa d'un topolino
e ha una buona testa sulle spalle. —
Certo, non era possibile che la fanciulla fosse in grado di provvedere
a tutti i bisogni d'Emilia meglio della governante, e neppure
altrettanto bene, ed Emilia che lo sapeva non permise che questa
venisse mandata a Gerico, perchè quantunque il dottor Jeremy non la
potesse soffrire, ella disimpegnava ottimamente le proprie mansioni
e sarebbe stato difficile privarsi de' suoi servigi; ma anche in caso
diverso non avrebbe voluto umiliarla.
Quindi, per quanto l'ammissione di Gertrude all'ufficio d'infermiera
seguisse con gran gioia sua, della paziente, e del medico, fu
risparmiata alla signora Ellis la vergogna di sapere che la slealtà
della sua condotta nell'averla tenuta lontana da Emilia dando una falsa
ragione di quell'assenza, era stata scoperta.
Gertrude assisteva la malata con la vigile e tenera cura che solo un
profondo affetto può insegnare.
Quando, la notte, la cieca si destava da un sonno agitato, una bevanda
refrigerante s'offriva alle sue labbra, e udendo la signora Ellis
russare sonoramente, ella sapeva che non le era porta da lei; durante
il giorno non una mosca la molestava ronzando intorno al suo capezzale;
il suo tormentoso mal di capo era lenito dalle applicazioni d'acqua
fredda sulla fronte ardente, ripetute con pazienza per ore; e i passi
dei piccoli piedi instancabili che andavano e venivano erano leggeri
e piani.... Notando tutte queste cose, ella comprendeva quale prezioso
rimedio le avesse portato il buon dottore.
In capo a due settimane era migliorata a segno da passare la giornata
intera fuori del letto, sebbene non potesse ancora lasciar la camera.
Quando fu in condizione d'uscire, il medico prescrisse aria e moto.
— Fate una trottatina in carrozza, due o tre volte il giorno, — egli
ordinò.
— Ma come sarebbe possibile? — rispose Emilia. — Giorgio è tanto
occupato, e chi lo sostituirebbe?
— Vi condurrà Gertrude, — insistette il dottor Jeremy. — È bravissima,
sapete. —
Emilia sorrise.
— Gertrude, — ella disse — vedo che il dottore fa gran capitale di te.
Crede che tu possa fare qualunque cosa. Ma guidato, tu non hai certo in
vita tua, di'?
— O se mi conduce lei tutti i giorni alla stazione, da sei settimane in
qua! — replicò egli.
— Dite davvero? — esclamò la signorina Graham alla quale riesciva
strana l'idea che un cavallo fosse governato da mano femminile.
E poichè il dottore le assicurava ch'era proprio così, e che non aveva
da temere alcun pericolo, Carlotto fu attaccato al legno, ed ella
fece la sua trottatina accompagnata dalla signora Ellis e condotta
da Gertrude. L'esperimento ebbe esito felicissimo. Queste giterelle,
spesso ripetute, giovarono molto alla convalescente, e furono
piacevolissime per tutte e tre.
Sul principio d'autunno la salute d'Emilia era rifiorita. Il vecchio
Carlotto veniva requisito ogni giorno: ed essendo di solito la
governante trattenuta dai suoi doveri di massaia, Emilia e Gertrude
andavano sole in un gran _buggy_ di forma antiquata. Così la perizia
acquistata dalla fanciulla nel guidare divenne per la cieca, come
questa diceva, la sorgente del maggior piacere ch'ella avesse gustato
da anni.
Gertrude rivide due o tre volte il pigro giovanottino in cui il dottor
Jeremy era andato ad inciampare saltando nell'orto della signora Bruce
per rubarvi pere.
Una mattina egli venne a sedersi sul muretto mentre ella era al lavoro
tra le sue aiuole, e dopo avere espresso la propria maraviglia per la
sua diligenza, e parlato un po' con lei di fiori, le rivolse alcune
domande intorno al dottor Jeremy, e finì col chiederle come ella si
chiamasse.
Gertrude arrossì. Era molto sensibile su questo punto. Benchè tutti
le dessero il cognome di Flint, ed ella solesse portarlo senza
pensarci, pure, quando veniva interrogata direttamente, non poteva non
rammentarsi che nè quello nè alcun altro le apparteneva.
Emilia aveva fatto cercare Annetta Grant per cavarne qualche cosa sulle
origini della bambina; ma costei non abitava più da anni nella sua casa
d'allora, e nessuno del vicinato sapeva dove si trovasse nè che fosse
avvenuto di lei.
Gertrude, dunque, arrossì alla domanda del giovanetto; nondimeno
rispose con dignità che se egli voleva conoscere il suo nome, doveva
prima dire il proprio.
— Non ve lo dirò punto! — replicò questi sfrontatamente. — E se non
volete dirmi il vostro non me ne importa. —
Ciò dichiarato, se ne andò spingendosi davanti a calci una mela che
giaceva sull'erba.
Ed ella rimase dell'opinione che non poteva esserci un ragazzaccio più
maleducato.