DANA.

Alcune settimane dopo la data di quella sua missiva Gertrude seppe da

Giorgio, il quale andava giornalmente in città a fare la spesa, che

la signora Sullivan aveva lasciato detto per lei nella bottega del

rubicondo macellaro, loro antico conoscente, ch'era giunta una lettera

di Guglielmo, e che venisse a leggerla non appena le fosse possibile.

Emilia acconsentì di buon grado a permetterle d'andarci subito, ma

c'era una difficoltà: Carlotto, l'unico cavallo che il signor Graham

teneva, appunto era fuori, e non si presentava nessun'altra occasione.

— O perchè non la mandate con l'omnibus? — domandò la signora Ellis.

Gertrude le rivolse uno sguardo di gratitudine. Era la prima volta che

quella donna favoriva un suo desiderio.

— Sola? — disse Emilia. — Non la crederei abbastanza sicura.

— Non abbastanza sicura? Una ragazza così grande! — esclamò la

governante che, considerata quale una persona di famiglia, usava

parlare alla signorina senza soggezione.

— Vi pare?... Infatti, a me sembra sempre una bambina; ma oramai è

quasi una ragazza, come voi dite, e dev'essere capace di badarsi da

sè. Gertrude, sei certa di conoscere la strada, dalla stazione degli

omnibus, in Boston, alla casa della signora Sullivan?

— Oh, benissimo, signorina Emilia! — rispose la fanciulla.

Senz'altre esitazioni, le furono posti in mano due biglietti per

l'andata e il ritorno con la vettura pubblica, ed ella partì tutta

raggiante e palpitante di gioia. Trovò la vedova e il vecchio Cooper

in buona salute, e lietissimi delle ottime notizie avute da Guglielmo,

il quale, dopo un lungo ma pur piacevole viaggio, era arrivato a

Calcutta sano e salvo. Egli descriveva la sua nuova casa e le sue nuove

occupazioni, parlava de' suoi nuovi principali: il rimanente della

lettera era dedicato ad affettuosi messaggi, a domande riguardanti

i suoi cari, e Gertrude v'aveva gran parte. Questa desinò con la

signora Sullivan, poi ritornò sollecitamente a prendere il suo posto

nell'omnibus.

Mentre aspettava la partenza si divertiva a guardare i passanti.

Mancava poco alle tre, ed ella cominciava a credere che non avrebbe

avuto compagni di viaggio, quando la colpì la voce d'una persona da

lei non veduta: una voce strana. Andò verso l'uscio, e le apparve

dietro la vettura la figura più bizzarra che mai si fosse offerta a'

suoi occhi. Era una vecchia signora, piccola e assai curva. Alla prima

occhiata Gertrude riconobbe un medesimo spirito originale nell'idea e

nell'esecuzione di ciascuna parte del suo straordinario abbigliamento.

Ma non aveva ancora bene osservato i numerosi particolari di

quell'insieme stupendamente grottesco, che la sua attenzione fu

cattivata dal contegno non meno curioso della vecchietta.

Dopo vani tentativi di salire nel piuttosto incomodo veicolo, ella era

rimasta con un piede sul primo scalino e chiamava in suo soccorso il

conduttore. L'uomo venne a lei.

— Signore, — ella domandò con tono dignitoso — cotesto cocchio

viaggiante è affidato alle vostre onorevoli cure?

— Come dite?... — fece egli. — Ah! Gnora sì, sono il cocchiere. —

Così dicendo aperse l'uscio, e senz'aspettare la cerimoniosa richiesta

ch'era sulle labbra della passeggera, le pose una mano sotto un gomito,

e innanzi ch'ella s'accorgesse della sua intenzione, la issò fin dentro

l'omnibus, e richiuse.

— Ohimè! — ella gemette sedendosi di faccia a Gertrude e accomodando le

pieghe del suo velo e gli altri suoi panneggiamenti. — Quell'individuo

non è versato nell'arte di porgere aiuto a una signora senza detrimento

della sua abbigliatura. Oh Dio, oh Dio! — proseguì tutto d'un fiato. —

Ho perduto il mio parasole! —

Si rizzò per cercarlo; ma giusto in quel momento l'omnibus partiva, e

l'improvvisa scossa le fece perdere anche l'equilibrio. Se non cadde fu

grazie a Gertrude che lesta lesta l'afferrò per un braccio e la rimise

a sedere.

— Non vi sgomentate, signora, — disse la fanciulla — eccolo qui! —

E le mostrò il parasole che, quantunque avesse quasi le dimensioni

d'un «parapioggia», ella portava attaccato alla cintola, con un

nastro verde, e non s'era che spostato. Ma non quel solo oggetto

vedevano pendere dal medesimo nastro gli occhi attoniti di Gertrude:

c'erano inoltre una borsa enorme, dei più vivi e più diversi colori,

una berretta di trina nera, un gran ventaglio di penne, un rotolo

di carta da fiori finti, e altre cose ancora parzialmente nascoste

da uno scialle nero di seta leggera. Ella faceva alla sua giovane

compagna l'effetto d'una ladruncola reduce da una spedizione fortunata.

In tal caso, però, la rea aveva una mirabile disinvoltura, giacchè

tranquillamente appoggiò i piedi sulla panchetta di contro e si mise a

fare il proprio comodo. Cominciò con l'inorridire Gertrude togliendosi

di bocca i denti che ripose nella borsa: poi sostituì ai guanti di

seta nera che calzava, altri di cotone, staccò il suo lungo velo di

trina, lo ripiegò e lo appuntò alla cintola tra il resto, sciolse i

nastri del cappello, gettò su questo una larga pezzuola colorata per

ripararlo dalla polvere, infine slegò, non senza fatica, il ventaglio e

prese a sventolarsi coscienziosamente, socchiudendo gli occhi come se

avesse voglia di fare un pisolo. Infatti di lì a poco stette quieta:

segno che s'era addormentata. Gertrude, assorta ne' suoi pensieri,

guardava i nuvoloni che venivano levandosi da ponente, e quasi aveva

dimenticato la sua singolare compagna di viaggio, quando una mano

posatasi d'improvviso sulla sua ed una viva esclamazione le fecero dare

un sobbalzo.

— Mia cara damigella, — disse la vecchietta — non vi sembra che quelle

negre nubi siano foriere d'un temporale?

— Credo, sì, che voglia piovere, — ella rispose.

— Quando sono uscita, stamani, — seguitò l'altra — il sole rifulgeva in

un cielo sereno; fin gli alati cantori dell'aria proclamavano nei loro

inni la gioia dell'universo; ed ecco che innanzi ch'io sia pervenuta al

mio ritiro, le mie delicate gale di trina, — e chinava lo sguardo sul

suo corpetto — rischiano d'esser vittime della spietata tempesta.

— Non passa l'omnibus davanti alla vostra porta? — domandò la ragazza

impietosita dall'evidente angoscia della vecchia signora.

— No, ahimè, no! C'è almeno mezzo miglio.... E voi siete più fortunata,

gentile signorina?

— Al contrario. Ho un miglio intero di cammino dalla stazione,

io. —

Mossa da un impulso di simpatia la vecchia s'accostò a Gertrude dicendo

con querulo accento:

— Ah, me ne duole per l'immacolata bianchezza dei nastri del vostro

cappellino! —

L'omnibus intanto era arrivato alla sua destinazione. Le due passeggere

scesero. Gertrude rimise al conduttore il suo biglietto, e fece per

avviarsi; ma la bizzarra signora l'afferrò per la veste a la pregò

d'attenderla, visto che seguivano la medesima strada. L'attesa fu

lunga perchè insorse una difficoltà. La vecchietta si rifiutava

di pagare il prezzo chiestole per il suo posto, affermando che non

era il prezzo ordinario, e accusando «l'individuo» dell'intenzione

d'appropriarsi l'eccedenza di due _centini_[1]. Gertrude stava sulle

spine, perchè s'aspettava da un momento all'altro acqua a torrenti.

Finalmente, venuto il conduttore a una transazione con la sua troppo

tirata passeggera, si misero in cammino. Avevano fatto un quarto

di miglio, circa, a passo di lumaca, quando cominciarono a cadere

i primi goccioloni. E Gertrude dovette staccare dalla cintura della

sua compagna l'ampio parasole, e reggerlo in guisa da riparare sè e

lei. Proseguirono così sotto la pioggia, sempre più fitta. Dopo un

altro quarto di miglio, mentre sembrava che si fossero aperte tutte le

cateratte del cielo, la fanciulla udì qualcuno correre dietro a loro, e

voltandosi vide Giorgio, il servitore del signor Graham, che andava di

volo in direzione della villa.

— Oh, signorina Gertrude! — esclamò l'uomo riconoscendola. — Vi

bagnerete fino alle ossa, voi, e la signorina Pace.... Sarà bene che vi

rifugiate in casa sua, dove sarete al sicuro. Su, lesta! —

Così dicendo pigliò in braccio la vecchietta, e accennato a Gertrude di

seguirlo, si slanciò attraverso la strada, nè si fermò finchè non ebbe

deposto il suo fardello nell'entrata d'un casinetto vicino. Quasi nello

stesso punto vi arrivò anche la fanciulla.

La signorina Pace, giacchè così si chiamava la bizzarra creatura, era

tanto sbalordita che le ci volle qualche minuto prima di raccapezzare

come si trovasse di botto a salvamento sotto il proprio tetto: intanto

Giorgio convenne con Gertrude ch'ella rimarrebbe lì un paio d'ore,

finch'egli ripassasse a prenderla col legno al suo ritorno dalla

stazione ferroviaria dove andava regolarmente tre volte la settimana,

per il suo padrone.

Marta Pace non godeva fama di persona ospitale. Ella era proprietaria

del casinetto in cui abitava, e ci viveva affatto sola, senza

neppure una serva. Non riceveva mai visite, ma in compenso ne faceva

moltissime; e poichè tutti i suoi parenti e i suoi amici stavano a

Boston, o ancor più lontano da D***, dove ella dimorava soltanto da

qualche tempo, era una costante frequentatrice degli omnibus e altre

vetture pubbliche. Per questo, e per la sua assiduità agli uffizi

divini, molta gente la conosceva; nondimeno Gertrude forse era la prima

ospite che varcava la sua soglia: ospite, del resto, non invitata.

E dovette ella stessa, alla porta, prendere la chiave, aprire, far

entrare la padrona di casa nel salotto, aiutarla a levarsi le bavere,

gli scialli, i veli in cui era avvolta. Quando però la signorina

Marta Pace si fu riavuta, si comportò con l'elegante urbanità che

la distingueva. Benchè vivissimo fosse il suo rammarico per i danni

sofferti dai propri indumenti, seppe abbastanza padroneggiarlo, da

manifestare quasi altrettanto eloquentemente i suoi timori circa quelli

di Gertrude. Bisognò che questa l'assicurasse che i suoi stivaletti

erano appena bagnati, che il suo vestito e la sua mantellina di

ghingano sfidavano la pioggia, e che il suo bel cappellino di paglia

era stato ben protetto dalla sciarpa gettatavi sopra, perchè ella si

risolvesse a trascurar un momento i doveri dell'ospitalità a fine di

mutare l'abito trinato con uno più casalingo.

Lasciata sola, Gertrude, la cui curiosità già era punta dalla strana

apparenza del salotto, prese ad esaminare più da vicino i diversi

oggetti d'uso e d'ornamento che lo riempivano.

Il salotto veramente non era meno singolare della signora. Come

l'abbigliatura di lei, la sua mobilia si componeva di parti eterogenee

rappresentanti varie mode di varie età, cominciando da certe seggiole

dell'epoca del «Fior di Maggio»[2] fino ai guancialini da spilli che

volevano essere moderni, e ai saggi mal riusciti d'erbe cristallizzate.

L'acuto sguardo osservatore di Gertrude si pasceva con delizia in

quell'originale miscuglio di poche reliquie d'antica eleganza e di

numerosi esempi di cattivo gusto e d'aberrazione, quando la padrona di

casa rientrò.

Ella aveva indossato una veste di lana nera, semplice benchè di foggia

un po' strana, in cui pareva signora di miglior qualità che con le

sue gale di trina da lei tanto pregiate. Portava un gran bicchierone

d'acqua pepata, che offerse alla sua ospite dicendole che le avrebbe

scaldato lo stomaco ed evitato un'infreddatura; ma la ragazza,

rattenendo a stento le risa, ricusò il beveraggio. Allora la signorina

Marta sedette e, mentre andava sorbendo con voluttà quello stravagante

rinfresco, incominciò una conversazione la quale a momenti induceva

la sua interlocutrice a crederla una donna molto sensata, a momenti la

persuadeva ch'ella era pazza addirittura.

Gertrude faceva su di lei un'impressione più precisa. La giovane

damigella, com'essa diceva, era incantevole, possedeva un intelletto

degno d'una regina, aveva le forme snelle, e l'andatura leggera di una

gazzella, e movenze più graziose di quelle del cigno.

Quando Giorgio venne a riprenderla, la signorina Pace mostrò un

sincero rincrescimento di separarsi da lei, e l'invitò cordialmente a

ritornare. Ella glielo promise.

Le consolanti notizie di Guglielmo e le divertenti avventure della

sua gita avevano infuso a Gertrude una così briosa allegrezza,

ch'ella balzò dal legno e salì le scale con quella sua aerea rapidità

di piccola fata che lo zio True tanto amava, e che l'abbattimento

cagionatole dalla morte del buon uomo le aveva fatto perdere. Di corsa

si diresse verso la sua camera per deporre il cappello e mutar vestito

prima d'andare in cerca d'Emilia a cui si struggeva di raccontare gli

avvenimenti della giornata.

Ma sulla soglia incontrò Brigida, la donna di servizio, che ne usciva

con in mano la granata, la cassetta, e il resto. E, domandatole che ci

fosse venuta a fare a quell'ora insolita, seppe che la signora Ellis

durante la sua assenza aveva ordinato di ripulire la stanzina da cima

a fondo e mettere a posto i mobili da lei destinativi, giacchè era

stata allestita provvisoriamente, e si trovava finora un poco sossopra.

Turbata, senza ben sapere perchè, all'idea di quest'invasione del suo

dominio da parte della governante, ella s'affrettò ad ispezionarlo

con un lieve senso d'inquietudine che man mano venne trasformandosi in

collera veemente.

Nel lasciare la casa della signora Sullivan per quella del signor

Graham a Boston, Gertrude aveva portato seco, oltre il baule contenente

i vestiti e la biancheria, una certa vecchia scatola di latta, e

l'aveva accuratamente riposta sul palchetto d'un armadio a muro nella

sua camera, dov'era rimasta tutto l'inverno chiusa, senz'esser mai

notata da nessuno.

Quando la famiglia si trasferì in campagna la scatola v'accompagnò la

sua proprietaria, portata da questa e vigilata con grande attenzione.

Là, non essendovi nella nuova camera di Gertrude alcun ripostiglio,

essa la nascose in un angolo dietro il letto. Ora appunto la sera

innanzi la sua gita in città ne aveva estratto e rimirato parte degli

oggetti custoditivi. Ognuno era per lei un caro e mesto ricordo, e

molte lacrime aveva sparso la fanciulla su quel suo piccolo tesoro.

C'era il Samuele di gesso, primo regalo dello zio True, assai

deteriorato dal tempo e dai disastri. Esaminando una grave contusione

alla nuca, effetto d'un colpo datogli sbadatamente dallo stesso

donatore, e rammentando come il buon vecchio si fosse pazientemente

ingegnato a riparare il danno, sentiva che non si sarebbe privata

della povera figurina per tutto l'oro del mondo. E c'erano le sue

pipe, annerite dal lungo uso, umili pipe d'argilla, ma pensando che a

lui avevano procurato tanto piacere, ella trovava una consolazione nel

conservarle piamente. S'era portata via anche la sua lanterna, perchè

non poteva scordare la gaia fiammella che aveva recato il primo raggio

di luce nell'oscurità della sua vita. E come poi avrebbe trascurato

il vecchio berretto di pelo sotto cui le sembrava di rivedere il

benevolo sorriso che tante volte v'aveva cercato, e mai invano?... A

queste reliquie s'aggiungevano alcuni balocchi, qualche libro figurato

donatole da Guglielmo, un minuscolo panierino ch'egli aveva intagliato

per lei in un guscio di noce, e altre coserelle.

Tutti quei vari oggetti, tranne il berretto di pelo e la lanterna,

ella li aveva lasciati sul caminetto. Ed ora, entrando nella camera,

il suo sguardo corse subito in cerca dei preziosi ricordi. Non c'erano

più. Il caminetto era diligentemente spolverato, e affatto sgombro.

Si precipitò verso l'angolo dove teneva la scatola di latta. Scomparsa

anche questa. In un baleno Gertrude raggiunse la serva, la chiamò, la

tempestò di domande ansiose.

Brigida serviva in quella casa da poco, ed era uno dei più stupidi

esemplari della sua specie; ma la fanciulla seppe così bene

interrogarla, che riuscì a chiarirsi di ogni cosa. La figurina, la

lanterna e le pipe erano state buttate in un mucchio di vetri rotti e

di cocci e ridotte in briciole, come Brigida affermava; il berretto,

dichiarato invaso dalle tignuole e condannato al fuoco; quanto agli

altri ammennicoli, ella non era proprio sicura, ma supponeva che

avessero finito anch'essi nel camino. E tutto questo, in obbedienza

agli ordini formali della signora Ellis. Gertrude lasciò andare Brigida

senza farle conoscere la gravità della perdita che soffriva, e chiuso

l'uscio si gettò sul letto e dette in un violento scoppio di pianto.

— Ah, questa, — ella pensava — questa era la ragione che la induceva

ad agevolare la mia gita! Ed io credevo che volesse compiacere al mio

desiderio! Venire qui voleva, per derubarmi, la ladra! —

Saltò giù dal letto con impeto, come vi s'era gettata, e si slanciò per

uscire; ma subitamente frenata da un nuovo pensiero, tornò indietro,

cadde in ginocchio singhiozzando forte, e nascose la faccia tra le

palme. Due o tre volte alzò il capo, quasi in procinto di rizzarsi

e correre ad affrontare la sua nemica; ma sempre quel pensiero le

riattraversò la mente e la rattenne. Non era paura; oh, no, Gertrude

non temeva nessuno. Doveva essere qualche cosa di più forte, e che

tuttavia aveva un influsso calmante; giacchè dopo ogni lotta vinta

diveniva più tranquilla. Infine si levò, andò a sedersi accanto alla

finestra aperta, appoggiò la fronte a una mano e guardò fuori.

La pioggia era cessata, e il sorriso della terra tutta bella, tutta

fresca, si rifletteva in uno splendido arcobaleno che misurava

l'orizzonte orientale. Un uccellino venne a posarsi sopra un ramo

d'un albero vicino alla finestra, e intonò il suo _Te Deum_. Ondate

di deliziosa fragranza s'espandevano da un arbusto di lilla in piena

fioritura. E nell'anima di Gertrude si diffondeva una pace prodigiosa.

Ella sentì «la grazia che arreca la pace succedere alle passioni

che conturbano». Usciva trionfante dal conflitto; aveva riportato la

massima delle vittorie umane: la vittoria sopra sè stessa. Più bella

di tutte le cose belle che rallegravano la terra dopo la tempesta,

dall'iride fulgente incontro al sole, al canto della creatura alata tra

le fronde, al ravvivato profumo dei fiori, una luce serena splendeva

nel viso della fanciulla, mentr'ella alzava gli occhi al cielo e dal

suo cuore, dove l'intima tempesta era sedata, saliva a Dio la tacita

offerta del sacrificio.

Il suono della campanina che annunziava il tè la scosse. In fretta

bagnò la faccia nell'acqua fredda, si ravviò i capelli e scese. Nella

sala da pranzo non trovò che la signora Ellis; il signor Graham era in

città, Emilia aveva una fiera emicrania. Per conseguenza ella prese il

tè sola con la governante. Costei, sebbene non sapesse quanto preziose

fossero per Gertrude le vecchie reliquie distrutte, era conscia d'aver

commesso un'azione maligna, e dinanzi al contegno dell'offesa che

non dimostrava ombra di collera nè d'astio, anzi s'asteneva fin dal

menzionare il fatto, ella si sentiva più confusa e mortificata che non

avrebbe voluto confessare. La cosa passò dunque sotto silenzio, allora

e poi: ma la signora Ellis provò sempre il cocente sentimento della

superiorità di quella fanciulla su lei, in materia di generosità e di

pazienza.

Il giorno seguente la cuoca bussò all'uscio d'Emilia, e fatta entrare

disse tirando fuori il guscio di noce tagliato in forma di panierino:

— Vorrei sapere, signorina Emilia, dove sia la signorina Gertrude; ho

trovato il suo panierino nella cassetta del carbone, e credo che sarà

molto contenta di riaverlo. Non s'è sciupato punto.

— Quale panierino? — domandò la cieca.

La donna le mise il ninnolo in mano, e con tono assai concitato le

raccontò la distruzione degli oggetti appartenenti a Gertrude, di cui

ella stessa era stata testimone indignatissima. Descrisse pure in modo

commovente l'angoscia della ragazza nell'interrogare Brigida, avendo

ella udito tutto dalla sua camera dove si trovava mentre esse parlavano

poco lontano.

Emilia, ascoltando la pietosa storia, si rammentò che nel pomeriggio

del giorno innanzi le era parso di sentir Gertrude singhiozzare nella

sua stanza alla quale quella di lei era adiacente, ma aveva poi creduto

d'essersi ingannata.

— Andate, signora Prime, — disse alla benevola cuoca — andate a

portarle il panierino: è nella piccola biblioteca. Ma, ve ne prego, non

le dite d'avermi parlato della cosa. —

Ella attese parecchi giorni che la sua protetta si lamentasse con lei

del torto patito: ma la brava figliuola tenne dentro il suo dolore e lo

sopportò in silenzio.

Era la prima volta che Gertrude giungeva a padroneggiarsi così

perfettamente, e fu l'ultima che il farlo le costò una così aspra

lotta. Da quel momento ella andò acquistando sempre maggior potere nel

governo di sè, e accrescendosi il suo vigore con ogni nuovo sforzo ella

divenne un esempio mirabile agli occhi di coloro che sapevano con quale

temperamento avesse a combattere.

Toccava quasi i quattordici anni ed era cresciuta così rapidamente,

che adesso la sua statura superava l'ordinaria delle ragazze di pari

età, anzichè rimanervi inferiore come fino allora. Ma non ne soffriva,

grazie al riposo intellettuale, all'attività fisica, all'aria aperta

della campagna.

Il suo giardino era per lei una sorgente di vivi piaceri. I fiori

ch'ella educava con assidua cura, prosperavano, e tutti i giorni, a

colazione, Emilia trovava accanto al suo piatto un bel mazzo fragrante.

Di tanto in tanto visitava la sua vecchia amica, che l'accoglieva

cordialmente. La signorina Marta si dilettava di fare fiori

artificiali, e i modelli le erano forniti dal giardino di Gertrude

la quale perciò di rado arrivava a mani vuote. Ma i risultati

corrispondevano così male alle buone intenzioni della fiorista,

che sarebbe stato calunniar la natura chiamare le sue fantastiche

imitazioni copie fedeli degli originali. Ella però n'era sodisfatta; ed

è da sperare che fossero sodisfatti anche i suoi amici a cui destinava

i grossi mazzi che portava in giro attaccati alla cintura col famoso

nastro verde.

Gli amici di Marta Pace erano numerosi. Parlandone con Gertrude

nominava tanta gente da farle pensare che doveva conoscere mezza

Boston. Aveva imparato in gioventù l'arte della tappezzeria da lei per

molti anni esercitata prestando l'opera sua, come ella raccontava,

nelle più cospicue famiglie della città, dove si soleva dire che

«Marta Pace possedeva due occhi davanti e due di dietro, e due paia

d'orecchie», così acuta osservatrice ella era e di così fine criterio.

Nonostante queste sue straordinarie facoltà di visione e comprensione,

ella non aveva mai cagionato discordie nè pettegolezzi nelle case che

frequentava: Era prudente e coscienziosa, e quantunque assai singolare

ne' suoi costumi e nel suo linguaggio, e stravagante in certe sue

fantasie a segno d'essere tenuta dagli estranei per una mezza pazza,

aveva saputo guadagnarsi e conservare la benevolenza di buone persone,

signore e signori, che la ricevevano e la trattavano con grande

cortesia. Ella si regolava in modo da visitare per turno, nel corso di

ciascun anno, queste famiglie amiche, ogni membro delle quali le stava

a cuore, e mantenere viva l'antica intimità.

Un solo dispiacere affliggeva la vecchia zittella: quello di non avere

uno sposo. E lo versava spesso nel seno di Gertrude.

— Ah, cara signorina, — ella esclamava allora, dimenticando, a quanto

pareva, la sua età ed i suoi acciacchi — camperei pur bene in questo

mondo, se avessi un compagno! — E con una mossettina del capo e una

cert'aria civettuola, soggiungeva: — Sappiate, bella mia, ch'io qualche

volta ci penso a prendere marito! — Poi, accorgendosi della maraviglia

e dell'ilarità che questa sua idea destava nella fanciulla, le esponeva

le ragioni per cui aveva tanto a lungo differito l'attuazione d'un

disegno vagheggiato sempre, e benchè ammettesse di non esser più

giovane come nei giorni andati, concludeva invariabilmente: — È vero

che il tempo è inesorabile, ma io m'aggrappo alla vita, signorina

Gertrude, io m'aggrappo alla vita, e posso ancora maritarmi! —

La moda era un altro soggetto su cui soleva intrattenerla con enfatiche

declamazioni, confessando che quanto a lei, ella intendeva d'esserne

rigida seguace, a costo di qualunque sacrifizio. Gertrude non poteva

astenersi dal pensare che quest'intenzione della signorina Marta non

andava meno miseramente fallita di quella d'innamorare un giovanotto.

Si persuase anche, a poco a poco, che la vecchietta, quali si fossero

le sue possibilità, era oltremodo avara.

Emilia, che la conosceva assai bene e spesso le aveva dato commissioni,

non s'oppose alle visite della sua protetta; anzi l'accompagnava più

volte. Ella gradiva le occasioni di distrarsi un poco, e la bizzarra

conversazione di Marta Pace era per lei un vero divertimento come

per Gertrude. Queste visite, del resto, venivano restituite con una

sollecitudine che provava la preferenza della vecchia zittella per

la parte di visitatrice; e la signorina Graham avendolo osservato,

l'invitò a frequentare la villa a suo piacimento: invito di cui quella

approfittò largamente.

Il lampionaio · 第 37 / 100 题