I fatti furono i seguenti:

Il generale Bourbaky, comandante l'armata dell'est (quello che passò in

Svizzera con 120,000 soldati francesi) si era mosso per accorrere in

aiuto di Belfort, piazza fortificata fra il Doubs e l'Oignon nei Vosgi;

mossa ardita che avrebbe invertite le sorti della Francia, se questa

manovra fosse riuscita.

La stampa francese volle censurare il generale Garibaldi nientemeno di

tradimento, per avere permesso, secondo essa, al corpo del generale

Manteuffel di intercettare la linea d'operazione.

Importa notare: che la marcia del generale Menteuffel avvenne nei giorni

21, 22 e 23 gennaio 1871, giorni di sanguinosi combattimenti per

l'esercito dei Vosgi forte di 20.000 combattenti italiani, spagnoli e

francesi, trattenuti dalla forze imponenti del generale Kettler.

Il giorno 24 fu impiegato a riordinare le truppe alquanto scompaginate

dai combattimenti. Il giorno 25 di primo mattino il colonnello Baghina

partiva con gli ordini ricevuti alla testa di 12 compagnie ed un mezzo

squadrone di cavalleria alla volta di Auxosnne, e la sera del 26, il

Monte-Roland, chiave di Dôle cadeva in potere delle truppe comandate dal

Baghina, per il qual fatto la via di ritirata a sud-ovest era aperta

all'armata del Bourbaky.

Questo avveniva per le disposizioni strategiche e previdenti di

Garibaldi, mentre la divisione comandata dal Crenier villeggiava

inoffensiva tra Gray, Vesoul e Montebouzon, senza utilità alcuna per la

Francia.

*

* *

E il generale Garibaldi continua così:

«Il movimento del generale Bourbaky ben ideato era d'impossibile

esecuzione, perchè le condizioni di quel grande esercito erano

assolutamente disastrose.

«Venti giorni di più di organizzazione o di riposo, passata la terribile

stagione della neve e dei ghiacci di gennaio, quel numeroso e giovane

esercito avrebbe potuto ravvivare le speranze della Francia esausta e

prostrata: invece esso fu sprecato e distrutto in modo orribile.

«Il movimento di Manteuffel parallelo a quello di Bourbaky, per

ingrossare le forze di Werder e degli assedianti di Belfort, mi era

noto: e io avrei fatto tutto il possibile per arrestarlo nella sua

marcia di fianco. Mi vi provai, ed ero uscito da Dijon col nerbo delle

mie poche forze per attaccare il nemico a Is-Sur-Till, lasciando al

comando della città il generale Pellisier; ma le forti colonne che mi

stavano di fronte mi persuasero a ripigliare le primitive posizioni:

nondimeno due delle mie quattro brigate, la seconda e la quarta,

operavano sulle comunicazioni del nemico, congiuntamente a tutte le

compagnie dei miei franchi tiratori.

«Deciso di difendere Dijon, la mia prima cura fu di continuare le opere

di fortificazione che erano state incominciate dai Prussiani.

«Le posizioni di Talant e Fontaine che dominano la strada principale che

va a Parigi, furono le prime ad essere coronate da opere volanti e vi si

collocarono a Talant due batterie di campagna da 12 e due da 4, a

Fontaine una batteria di 4 di campagna ed una di montagna dello stesso

calibro. Altre batterie da 12 si collocarono in altre opere innalzate a

Montemuzard Monthappè, Bellair, e in altre posizioni nella cinta di

Dijon, per tener lontani i fuochi del nemico in caso di attacco, che io

mi aspettavo da un giorno all'altro.

«Difatti il 21 gennaio il nemico ci attaccò dalla parte di ponente.

«Con forti posizioni, coperte da muri e ripe, con linee di tiratori a

destra e a sinistra della strada maestra, e con trentasei pezzi di

artiglieria collocati sulle formidabili posizioni di Talant e Fontaine,

la nostra difesa riuscì brillantissima. La formidabile colonna che ci

venne dalla parte di Parigi poteva ben chiamarsi una colonna di acciaio!

Furono appena bastanti a fermarla i nostri trentasei pezzi infilanti la

strada e varie migliaia dei nostri migliori tiratori, distesi dietro i

ripari. L'attacco fu veramente formidabile; io vidi in quel giorno

soldati nemici, come mai avevo veduti migliori. La colonna che marciava

sulle nostre posizioni dal centro, era ammirabile di valore e di sangue

freddo. Essa ci giungeva sopra, compatta come un nembo a passo non

accelerato, ma uniforme, con un ordine ed una pacatezza spaventevoli.

«Questa colonna, battuta da tutte le nostre artiglierie in infilata e da

tutte le linee di fanteria in avanti di Talant e Fontaine lateralmente

alla strada, lasciò il campo coperto di cadaveri, e per varie volte

riordinandosi nelle depressioni del terreno, essa ripigliava l'attacco,

collo stesso ordine e pacatezza ammirevole.

«Che famosi soldati!

«Molto valore mostrarono pure i nostri in quella memoranda giornata e

furono veramente degni dei nemici che ci assalivano.

«La battaglia durò dalla mattina sino al tramonto, con quanto

accanimento fosse possibile da una parte e dall'altra e senza vantaggio

marcato di nessuno. Al tramonto noi eravamo padroni delle nostre

posizioni ed il nemico stava nelle sue.

«Il 22 l'attacco si ripetè con eguale accanimento; la valanga dei

prussiani era sì grande che fummo minacciati d'esserne sepolti.

«Verso la metà della giornata, ci minacciarono di un attacco su

Fontaine, e v'inviarono alcuni battaglioni, fingendo un assalto, ma

subito dopo comparvero a settentrione sullo stradale di Langres in due

colonne, e con altre forti colonne di fiancheggiatori da Levante verso

Montmuzard, a Saint-Apollinaire.

«L'attacco sulla via di Langres fu formidabile, degno del terribile

esercito che ci stava di fronte; quasi tutti i nostri corpi piegavano,

meno la quarta brigata che si sostenne fortemente in una fabbrica di

nero animale, munita di un chiuso, ove si eran praticate delle feritoie.

Alcune centinaia di militi della terza brigata in formazione, già

decimata nel combattimento del 21, sostennero pure l'urto in uno

stabilimento contiguo più indietro e si riunirono poi alla quarta.

Questi corpi rimasero per un pezzo avviluppati dal nemico, per la

ritirata della nostra ala destra.

«Avendo il nemico collocate le sue artiglierie sulla prima collina che

domina Pouily e Dijon a tramontana e tirando con quella maestria a cui

ci avevano assuefatto i prussiani, smontarono in poco tempo tutti i

nostri pezzi del centro collocati sullo stradale e lateralmente,

rispondendo con qualche tiro da parte nostra i due pezzi di Montmuzard,

e due del Montechappè ed altri due che si collocarono su di una strada

obliqua allo stradale sulla destra, quando si vide l'impossibilità di

tenerli nella prima posizione, fulminata dalle artiglierie nemiche.

«Verso il tramonto la nostra situazione era delle più critiche; i

prussiani padroni del campo, minacciavano di assaltare la città. Ai

nostri corpi che si ritiravano si procurava di assegnare posizioni più

indietro presso la cinta, con buoni recinti alcuni dei quali muniti di

feritoie; ma invano: questi presi da panico non pensavano che mettersi

in salvo, spargendo l'allarme in città e lo spavento dovunque.

«La nostra estrema sinistra, formata per la maggior parte della terza

brigata, e situata a Talaut e Fontaine, alla vista della ritirata del

centro, aveva spinto i suoi franchi tiratori sulla destra nemica, e

marciava risolutamente per sostenerlo; sull'imbrunire alcuni corpi di

mobilizzati sulla nostra destra, spiegandosi energicamente su Pouilly,

obiettivo principale del campo di battaglia, ricacciarono il nemico dal

terreno conquistato, e lo respinsero sino al di là del Castello. In tal

modo la quarta brigata, cui si doveva l'onore della pugna, venne

sbarazzata dal nembo nemico che l'aveva avvolta da un pezzo; anzi, onore

maggiore, nel respingere i reiterati assalti del 61º reggimento

prussiano, e combattendo corpo a corpo, essa pervenne a togliergli la

bandiera che, eroicamente difesa e sepolta sotto un monte di cadaveri,

fu con altrettanto ardimento conquistata dai nostri, che la vollero

trofeo del valore italiano.

«Io mi sono trovato presente a pugne ben micidiali, ma certamente, poche

volte ho veduto sì gran numero di cadaveri ammonticchiati su piccolo

spazio, come ne vidi in quella posizione a tramontana, occupata dalla

quarta brigata e da parte della quinta.

«Nelle prime ore della notte il nemico era in piena ritirata, e per vari

giorni ci lasciò tranquilli a Dijon avendo sgombrato pure i villaggi

circostanti che furono occupati da noi.

«Le notizie dell'armistizio, e poscia della capitolazione di Parigi, e

finalmente l'emigrazione dell'esercito di Bourbaky in Svizzera,

cambiarono la faccia delle cose.

«Il nemico, libero dall'assedio di Parigi e dell'esercito dell'Est

passato in Svizzera, cominciava ad ammassare su di noi forze imponenti,

e, malgrado tutte le opere di difesa da noi eseguite, esso avrebbe

finito per ischiacciarci ed attorniarci, come aveva fatto a Metz, a

Sedan, ed a Parigi.

«Per ordine del governo di Bordeaux dovevasi trattare coi Prussiani per

l'armistizio, ed il generale Bordone capo del mio stato maggiore, si

recò più volte al campo nemico; ma il risultato della sua missione fu,

che per noi non vi era armistizio.

«Dal 23 gennaio al 1º febbraio ci tenemmo come meglio si potè nella

capitale della Borgogna in tutte le nostre posizioni. Il nemico aveva

capito che per scuoterci occorrevano grandi forze, e ne accumulava

molte, tanto che alla fine di gennaio, le sue colonne occupavano con

grandi masse il nostro fronte, e cominciavano a stendersi per

avviluppare i nostri fianchi. L'esercito di Manteuffel, libero di quello

dell'est di Bourbaky, scendeva verso la vallata del Rodano, e minacciava

la nostra linea di ritirata.

«Il 31 gennaio si cominciò a combattere verso la nostra sinistra dal

mattino, e si continuò sino a notte avanzata. Il nemico ci tastava su

vari punti, prendendo posizioni al di fuori di Dijon per un attacco

generale. Alcuni corpi prussiani mostravansi nella valle della Saone,

minacciando di prenderci a rovescio per la nostra destra.

«Non v'era tempo da perdere. Noi eravamo l'ultimo boccone, che

avidamente solleticava il grande esercito vincitore della Francia, e

voleva farci pagare cara la temerità di avergli contrastato per un

momento la vittoria.

«Ordinai la ritirata in tre colonne: la prima brigata comandata da

Canzio, a cui s'era aggregata la quinta, doveva scendere parallelamente

alla strada ferrata di Lione, proteggendo l'artiglieria pesante e il

nostro materiale che marciavano in vagoni. La terza brigata con Menotti

s'incamminò per la vallata dell'Ouche verso Autun. La quarta preso la

via di Saint-Jean di Losne, per la sponda destra della Saone verso

Verdun. Il quartiere generale partì in via ferrata dopo avere fissato a

Chagny il punto centrale della riunione dell'esercito; i vari altri

corpi e compagnie di franchi tiratori distaccati dalle brigate, furono

pure dirette al punto di convegno.

«Tutto fu eseguito col migliore ordine possibile, grazie all'attività

del capo di stato maggiore, del comandante generale d'artiglieria

colonnello Olivier, e dei comandanti dei corpi, senza essere molestati

dal nemico.

«Da Chagny il quartier generale passò a Chalons sur Saone, poi a

Courcelles».

Dopo la vittoria di Lantenay e la ritirata di Dijon, il generale

Garibaldi emanò il seguente proclama:

Ai prodi dell'Esercito dei Vosgi.

«Voi avete certamente la coscienza d'avere compiuto il vostro dovere.

Dopo d'aver valorosamente combattuto un nemico superiore di forze per

due giorni, voi non abbandonaste il vostro posto d'onore ad onta delle

fatiche, delle privazioni e dei rigori di una stagione orribilmente

piovosa e fredda.

«Il vostro coraggioso esempio servirà alle giovani milizie che hanno

abbandonato il loro posto per inesperienza, e insegnerà loro d'ora

innanzi a tenersi più compatte e più costanti, nella missione onorevole

che la Francia repubblicana ha loro affidata.

«La grande repubblica Americana combattè quattordici anni contro i suoi

oppressori e sul principio della lotta le sue milizie non erano più

agguerrite delle nostre.

«Nel 1789 i quattordici eserciti che presero le armi in Francia, erano

nuovi alle pugne, e fino a Fleurus, Walmy e Iammapas essi pure furono

respinti dagli stessi eserciti che noi combattiamo, e tuttavia finirono

per riuscire vittoriosi in tutta Europa.

«Onore a voi dunque, miei prodi di Commarin, che, servendo la santa

causa della repubblica, sapeste mostrare ai vostri giovani compagni la

via del dovere e della vittoria.

Commarin, 29 novembre.

_G. Garibaldi_»

*

* *

E dopo ciò, documento storico importantissimo, ecco l'ultime

disposizioni che il generale Garibaldi impartiva al Baghina--prova dì

quella serenità di spirito e di quella fierezza di carattere che non

ebbero i comandanti francesi.

_Commendateur Baghina_

Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II · 第 51 / 74 题