«Sire: L'imperatore d'Austria entrando nelle idee espresse nella mia
lettera al sig. Drouyn De Lhuys, mi cede la Venezia, dichiarandosi
pronto ad accettare una mediazione per ristabilire la pace.
L'esercito italiano ha avuto occasione di mostrare il suo valore. Un
maggiore spargimento di sangue è dunque inutile e l'Italia può
raggiungere onorevolmente lo scopo cui aspira mediante un accomodamento
con me, su cui sarà facile intenderci. Scrivo a S. M. il Re di Prussia
per fargli conoscere questo stato di cose e proporgli per la Germania
come lo faccio a V. M. per l'Italia, la conclusione d'un armistizio come
preliminare alle trattative di pace.
_Napoleone_»
Questo gravissimo annunzio, pochi giorni dopo una battaglia perduta,
sebbene valorosamente combattuta, nel momento di ripigliare le offese
con tante speranze e tanto bisogno di un grande successo d'armi, giunse
al Re, all'esercito, all'Italia oltre ogni dire sgradito.
Ricevere la Venezia come un dono dalle mani dell'imperatore dei francesi
feriva nel più vivo l'amor patrio degli italiani, non solo, ma avrebbe
potuto dar motivo a dubbi ingiuriosi sulla fede dell'Italia verso la
Prussia sua alleata.
D'altro canto ricusando, e continuando la guerra a dispetto
dell'imperatore dei francesi, v'era la possibilità di vederci venir
contro la Francia armata nel veneto o altrove! Pure tra la rovina alla
quale una tal guerra ci avrebbe condotti e il disonore, nè al quartier
generale nè al Re, nè al ministero poteva rimaner dubbia la scelta.
Il Re quindi rispondeva, ringraziando l'Imperatore dei Francesi
dell'interesse che prendeva per l'Italia; ma che trattandosi di affare
tanto grave doveva consultare il suo governo e il suo alleato al quale
era stretto da un trattato.
Intanto il generale Cialdini domandava se poteva invadere senza perdita
di tempo il territorio veneto e gittarsi nella provincia di Rovigo.
Il generale La Marmora rispondeva al Cialdini invitandolo ad operare,
giacchè egli diceva «per me il peggio sarebbe ricevere la Venezia senza
avervi messo piede».
E il generale Cialdini confermava che il 7 di sera avrebbe gettati i
ponti e passato il Po.
Per questi fatti l'imperatore Napoleone era adiratissimo, e ci fu poco
che la Città regina dell'Adriatico non vedesse sventolare sul campanile
di S. Marco e sui forti della sua laguna la bandiera napoleonica ed a
suo presidio le truppe francesi.
Per scrupolo di lealtà il barone Ricasoli d'accordo con S. M. il Re e
col generale La Marmora si opponeva alla firma dell'armistizio senza
averne prima ottenuto l'assenso del Re di Prussia alleato in quella
campagna, e l'imperatore Napoleone aveva già ordinato che due navi da
guerra con truppe da sbarco «La Provence» e «L'Eclaireur» partissero per
Venezia con ordini suggellati.
Ubaldino Peruzzi, visto che al conte Nigra nostro ambasciatore a Parigi
non era riuscito di parare il grave colpo, consigliò a Ricasoli di
mandare a Parigi il Diamilla Muller conosciuto fin da giovinetto da
Luigi Napoleone quando era principe, e che aveva elevate amicizie a
Parigi fra le quali quelle di Alcide Grandguillot direttore del giornale
officioso «Costitutional» e del generale De Fleury, perchè vedesse di
scongiurare questo affronto all'Italia. Questi accettò la delicata,
quanto difficile missione e seppe riuscire a risparmiare alla patria una
nuova umiliazione e danni non lievi.
La retrocessione dal Veneto si effettuò senza scosse e senza riserve, e
la conclusione della pace pose termine ad ogni complicazione.
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* *
Unita la Venezia all'Italia, Garibaldi pensava a sciogliere il suo voto
a Roma. A tal fine raccomandava agli amici di non indugiarsi, e li
incitava a fare i preparativi necessari.
A Firenze erasi costituito un comitato centrale che aveva per capi
Cairoli, Crispi, Fabrizi, Guastalla ed altri, tutti animati dal vivo
desiderio di dare all'Italia la sua Capitale naturale--Roma.
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* *
=CAPITOLO XXV.=
=Campagna dell'Agro-Romano
Montelibretti--Roma--Monterotondo--Mentana.=
Dopo le guerre del 1859-1860 le condizioni morali dei liberali romani
avevano subito una forte scossa.
I più non accettavano senza discussione la condotta passiva, rassegnata,
che dal 1853 veniva loro raccomandata.
L'emigrazione resa più numerosa per i giovani che da Roma erano corsi ad
arruolarsi sotto la bandiera dell'unità nazionale, faceva apertamente
intendere essere giunto il momento per Roma di cambiare attitudine, e
suo dovere di pronunciarsi energicamente per la sua liberazione dal
giogo papale.
La vittoria degli alleati sui campi Lombardi--la disfatta dell'esercito
ponteficio nelle Marche--la marcia trionfale di Garibaldi nel regno di
Napoli--avevano a tal punto entusiasmato la gioventù liberale romana da
volere senz'altro che si uscisse dall'inerzia, nella quale l'aveva fatta
addormentare il Comitato nazionale.
Ma questo Comitato nazionale romano faceva ogni sua possa per rattenere
la brava gioventù dicendo: «La liberazione di Roma è questione
difficile--solo la diplomazia può riuscirvi, quindi necessità assoluta
di non crearle ostacoli e rimanere tranquilli lasciandone la cura al
governo di Torino».
Il partito democratico di Roma, abbenchè stremato, non era del tutto
spento. Esistevano ancora non pochi avanzi del 48 e 49 che alla azione
del tempo ed alle seduzioni avevano resistito conservando integra la
loro fede e i loro principi.
Questi patrioti, insofferenti a tanta sottomissione, s'intesero coi più
animosi e migliori della emigrazione e coi capi del partito d'azione;
ruppero gl'indugi e organizzarono dei nuclei indipendenti dal Comitato
nazionale pronti all'azione; disgraziatamente, però, mancava un'unica
direzione.
Il fatto poi di Aspromonte fu lo stimolo ad un azione concorde, e
stabilita la fusione dei vari nuclei si costituì un Comitato d'Azione
Romano col seguente programma:
«Fare propaganda incessante ed efficace onde indurre il popolo a
scuotersi ed a sollevarsi, non fosse altro per dare pretesto al Governo
di Torino di portare con maggiore utilità sul tappeto diplomatico la
questione romana.
«Raggranellare gli elementi d'azione esistenti in città, organizzarli e
prepararli per un dato momento alla riscossa.--Provvedere d'armi la
città.--Stabilire mezzi regolari e sicuri al confine per lo scambio
della corrispondenza.--Organizzare un servizio di corrispondenza coi
giornali italiani ed esteri».
L'impresa era ardua--trattavasi di lottare col prete, coi francesi, col
comitato nazionale! Bisognava agire con arditezza e ad un tempo con
prudenza poichè le tre polizie, pontificia, francese e quella del
comitato nazionale, erano intente a spiare e a sventare le mosse del
nuovo centro d'azione.
Contro tutte queste difficoltà lottavano i direttori del partito
d'Azione Romano--ed il programma tracciatosi ebbe in parte il suo
svolgimento. Un giornale clandestino dal titolo _Roma o morte_ fu
istituito e in mezzo a mille ostacoli e peripezie non cessò dalla
patriotica sua propaganda, combattendo per tre anni con accanimento le
turpitudini del governo dei preti e la condotta del Comitato nazionale
che a quello assicurava l'esistenza, consigliando al popolo la inazione.
In questo giornale oltre a patrioti romani, collaboravano Mazzini, De
Boni, Asproni, Alberto Mario, Pianciani, Scifoni ed altri. Era direttore
il dottore Giuseppe Pastorelli.
Si procedette dal Comitato d'azione all'organizzazione delle forze con
forma e carattere proprio. La corrispondenza al di là dei confini fu
organizzata con elementi d'indiscutibile sicurezza. Le armi erano state
raccolte in luogo da potere essere, a momento opportuno, introdotte in
città coll'aiuto di provati patrioti quali il Cucchi, il Guerzoni,
l'Adamoli ed altri.
Certo è dunque che il lavoro lento sì, ma costante del Comitato d'azione
romano valse a scuotere dall'inerzia la gioventù ed a preparare gli
elementi che nella città dovevano prendere parte ad un fatto che doveva
affrettare la liberazione di Roma.
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L'11 febbraio 1867, il ministro Ricasoli, disapprovato nella perpetua
questione del diritto di riunione, aveva sciolto la Camera.
Convocata la nuova, questa non apparendo diversa da quella disciolta, il
barone Ricasoli senza attendere alcun voto che lo giudicasse, rassegnava
il potere, che veniva raccolto da Urbano Rattazzi.
Si sapeva del nuovo presidente del Consiglio le opinioni su Roma. Egli
aveva censurato la convenzione di settembre, e s'era risolutamente
opposto alla convenzione Lagrand Dumonceau.
Era pur noto che egli non intendeva fare alcuna concessione alla Chiesa
se non quando fosse cessato il potere temporale dell'autorità
ecclesiastica ed il governo italiano fosse insediato in Roma.
L'entrata al potere del Rattazzi fece nascere nel partito liberale
italiano la speranza che con lui si sarebbe andati a Roma; e il partito
d'azione si mise subito all'opera per accelerare l'evento.
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* *
Da parte sua il generale Garibaldi inviava al Comitato insurrezionale di
Terni il capitano Galliano e il tenente Perelli col mandato di armare
quanti giovani fuorusciti romani avessero potuto raccogliere, e con
questi, fatta insurrezione nello Stato Pontificio, gettarvi la prima
favilla dell'incendio. I rappresentanti del partito d'azione nel Ternano
conte Massarucci e Frattini, caldi patrioti e vecchi cospiratori,
consentivano di dar mano all'impresa; e il 19 giugno il Galliano ed il
Perelli raccolti ed armati centoquattro giovani arditi, tragittata la
Nera marciavano per la Sabina. Se nonchè giunti nel punto di sconfinare
nei pressi di Ponte Catino e Castelnuovo, una compagnia di granatieri,
che si teneva ivi imboscata, circuì la colonna e le intimava la resa.
Questo fatto non influì in ciascun modo a raffreddare l'opera di
Garibaldi, chè anzi servì a spronarla. Difatti Garibaldi mandava Cucchi
Francesco a Roma per annodare in sua mano le fila della rivoluzione;
mandava suo figlio Menotti a sondare il terreno e a stringere patti col
Nicotera e con altri nel mezzogiorno; incaricava Acerbi della raccolta
dei giovani e delle armi alla frontiera Umbro-Toscana e lo mandava in
suo nome a scandagliare le intenzioni del Rattazzi: da quanto ne fu
trapelato parve che il Rattazzi non dissentisse dall'idea del generale
ed era pronto a coadiuvarlo. Solo dimostrava la necessità che il
generale, per acquietare le rimostranze del governo francese e stornare
i sospetti del governo pontificio, _lasciasse per qualche tempo il
continente e si recasse a Caprera_.
Intanto nella prima quindicina di agosto il generale aveva dati i suoi
ordini e distribuite le parti come alla vigilia di un entrata in
campagna; Menotti doveva sconfinare da Terni coll'obbiettivo
Monterotondo; Acerbi da Orvieto obbiettivo Viterbo; Nicotera e Salomone
da Aquila e Pontecorvo obbiettivo Velletri.
Già il 13 luglio 1867 i comitati riuniti avevano annunziata la loro
fusione col seguente manifesto:
Romani!
«Il voto comune, il voto di tutti quelli a cui batte il cuore per
l'onore e la libertà della patria, si è realizzato.
«Non più dissensi, non più divisioni; tutte le frazioni del partito
liberale si sono data la mano, hanno unite le forze per abbattere per
sempre questo resto del governo papale e dare Roma all'Italia.
«Il Comitato Nazionale Romano ed il Centro d'insurrezione fanno quindi
luogo ad una Giunta Nazionale Romana la quale assume la suprema
direzione delle cose.
«Rallegriamoci di questa santa concordia, e diamo opera a fecondarla con
unità di fede e di disciplina, con unità di propositi e di sacrificii.
Il fascio romano è ora veramente formato: facciamo che non si sciolga
mai più e che presto ci dia la vittoria.
Romani!
«I cittadini rispettabili, che fanno parte della Giunta a cui
rassegneremo l'ufficio, sono degni dell'alta missione; ma a nulla
riuscirebbero senza il vostro concorso.
«Secondateli adunque, fidenti ed animosi e l'impresa non fallirà.
«Vogliamolo tutti, e ben presto venticinque milioni di fratelli
saluteranno Roma Capitale d'Italia».
_Il Comitato Nazionale Romano