Parigi, 5 luglio

«Sire: L'imperatore d'Austria entrando nelle idee espresse nella mia

lettera al sig. Drouyn De Lhuys, mi cede la Venezia, dichiarandosi

pronto ad accettare una mediazione per ristabilire la pace.

L'esercito italiano ha avuto occasione di mostrare il suo valore. Un

maggiore spargimento di sangue è dunque inutile e l'Italia può

raggiungere onorevolmente lo scopo cui aspira mediante un accomodamento

con me, su cui sarà facile intenderci. Scrivo a S. M. il Re di Prussia

per fargli conoscere questo stato di cose e proporgli per la Germania

come lo faccio a V. M. per l'Italia, la conclusione d'un armistizio come

preliminare alle trattative di pace.

_Napoleone_»

Questo gravissimo annunzio, pochi giorni dopo una battaglia perduta,

sebbene valorosamente combattuta, nel momento di ripigliare le offese

con tante speranze e tanto bisogno di un grande successo d'armi, giunse

al Re, all'esercito, all'Italia oltre ogni dire sgradito.

Ricevere la Venezia come un dono dalle mani dell'imperatore dei francesi

feriva nel più vivo l'amor patrio degli italiani, non solo, ma avrebbe

potuto dar motivo a dubbi ingiuriosi sulla fede dell'Italia verso la

Prussia sua alleata.

D'altro canto ricusando, e continuando la guerra a dispetto

dell'imperatore dei francesi, v'era la possibilità di vederci venir

contro la Francia armata nel veneto o altrove! Pure tra la rovina alla

quale una tal guerra ci avrebbe condotti e il disonore, nè al quartier

generale nè al Re, nè al ministero poteva rimaner dubbia la scelta.

Il Re quindi rispondeva, ringraziando l'Imperatore dei Francesi

dell'interesse che prendeva per l'Italia; ma che trattandosi di affare

tanto grave doveva consultare il suo governo e il suo alleato al quale

era stretto da un trattato.

Intanto il generale Cialdini domandava se poteva invadere senza perdita

di tempo il territorio veneto e gittarsi nella provincia di Rovigo.

Il generale La Marmora rispondeva al Cialdini invitandolo ad operare,

giacchè egli diceva «per me il peggio sarebbe ricevere la Venezia senza

avervi messo piede».

E il generale Cialdini confermava che il 7 di sera avrebbe gettati i

ponti e passato il Po.

Per questi fatti l'imperatore Napoleone era adiratissimo, e ci fu poco

che la Città regina dell'Adriatico non vedesse sventolare sul campanile

di S. Marco e sui forti della sua laguna la bandiera napoleonica ed a

suo presidio le truppe francesi.

Per scrupolo di lealtà il barone Ricasoli d'accordo con S. M. il Re e

col generale La Marmora si opponeva alla firma dell'armistizio senza

averne prima ottenuto l'assenso del Re di Prussia alleato in quella

campagna, e l'imperatore Napoleone aveva già ordinato che due navi da

guerra con truppe da sbarco «La Provence» e «L'Eclaireur» partissero per

Venezia con ordini suggellati.

Ubaldino Peruzzi, visto che al conte Nigra nostro ambasciatore a Parigi

non era riuscito di parare il grave colpo, consigliò a Ricasoli di

mandare a Parigi il Diamilla Muller conosciuto fin da giovinetto da

Luigi Napoleone quando era principe, e che aveva elevate amicizie a

Parigi fra le quali quelle di Alcide Grandguillot direttore del giornale

officioso «Costitutional» e del generale De Fleury, perchè vedesse di

scongiurare questo affronto all'Italia. Questi accettò la delicata,

quanto difficile missione e seppe riuscire a risparmiare alla patria una

nuova umiliazione e danni non lievi.

La retrocessione dal Veneto si effettuò senza scosse e senza riserve, e

la conclusione della pace pose termine ad ogni complicazione.

*

* *

Unita la Venezia all'Italia, Garibaldi pensava a sciogliere il suo voto

a Roma. A tal fine raccomandava agli amici di non indugiarsi, e li

incitava a fare i preparativi necessari.

A Firenze erasi costituito un comitato centrale che aveva per capi

Cairoli, Crispi, Fabrizi, Guastalla ed altri, tutti animati dal vivo

desiderio di dare all'Italia la sua Capitale naturale--Roma.

*

* *

=CAPITOLO XXV.=

=Campagna dell'Agro-Romano

Montelibretti--Roma--Monterotondo--Mentana.=

Dopo le guerre del 1859-1860 le condizioni morali dei liberali romani

avevano subito una forte scossa.

I più non accettavano senza discussione la condotta passiva, rassegnata,

che dal 1853 veniva loro raccomandata.

L'emigrazione resa più numerosa per i giovani che da Roma erano corsi ad

arruolarsi sotto la bandiera dell'unità nazionale, faceva apertamente

intendere essere giunto il momento per Roma di cambiare attitudine, e

suo dovere di pronunciarsi energicamente per la sua liberazione dal

giogo papale.

La vittoria degli alleati sui campi Lombardi--la disfatta dell'esercito

ponteficio nelle Marche--la marcia trionfale di Garibaldi nel regno di

Napoli--avevano a tal punto entusiasmato la gioventù liberale romana da

volere senz'altro che si uscisse dall'inerzia, nella quale l'aveva fatta

addormentare il Comitato nazionale.

Ma questo Comitato nazionale romano faceva ogni sua possa per rattenere

la brava gioventù dicendo: «La liberazione di Roma è questione

difficile--solo la diplomazia può riuscirvi, quindi necessità assoluta

di non crearle ostacoli e rimanere tranquilli lasciandone la cura al

governo di Torino».

Il partito democratico di Roma, abbenchè stremato, non era del tutto

spento. Esistevano ancora non pochi avanzi del 48 e 49 che alla azione

del tempo ed alle seduzioni avevano resistito conservando integra la

loro fede e i loro principi.

Questi patrioti, insofferenti a tanta sottomissione, s'intesero coi più

animosi e migliori della emigrazione e coi capi del partito d'azione;

ruppero gl'indugi e organizzarono dei nuclei indipendenti dal Comitato

nazionale pronti all'azione; disgraziatamente, però, mancava un'unica

direzione.

Il fatto poi di Aspromonte fu lo stimolo ad un azione concorde, e

stabilita la fusione dei vari nuclei si costituì un Comitato d'Azione

Romano col seguente programma:

«Fare propaganda incessante ed efficace onde indurre il popolo a

scuotersi ed a sollevarsi, non fosse altro per dare pretesto al Governo

di Torino di portare con maggiore utilità sul tappeto diplomatico la

questione romana.

«Raggranellare gli elementi d'azione esistenti in città, organizzarli e

prepararli per un dato momento alla riscossa.--Provvedere d'armi la

città.--Stabilire mezzi regolari e sicuri al confine per lo scambio

della corrispondenza.--Organizzare un servizio di corrispondenza coi

giornali italiani ed esteri».

L'impresa era ardua--trattavasi di lottare col prete, coi francesi, col

comitato nazionale! Bisognava agire con arditezza e ad un tempo con

prudenza poichè le tre polizie, pontificia, francese e quella del

comitato nazionale, erano intente a spiare e a sventare le mosse del

nuovo centro d'azione.

Contro tutte queste difficoltà lottavano i direttori del partito

d'Azione Romano--ed il programma tracciatosi ebbe in parte il suo

svolgimento. Un giornale clandestino dal titolo _Roma o morte_ fu

istituito e in mezzo a mille ostacoli e peripezie non cessò dalla

patriotica sua propaganda, combattendo per tre anni con accanimento le

turpitudini del governo dei preti e la condotta del Comitato nazionale

che a quello assicurava l'esistenza, consigliando al popolo la inazione.

In questo giornale oltre a patrioti romani, collaboravano Mazzini, De

Boni, Asproni, Alberto Mario, Pianciani, Scifoni ed altri. Era direttore

il dottore Giuseppe Pastorelli.

Si procedette dal Comitato d'azione all'organizzazione delle forze con

forma e carattere proprio. La corrispondenza al di là dei confini fu

organizzata con elementi d'indiscutibile sicurezza. Le armi erano state

raccolte in luogo da potere essere, a momento opportuno, introdotte in

città coll'aiuto di provati patrioti quali il Cucchi, il Guerzoni,

l'Adamoli ed altri.

Certo è dunque che il lavoro lento sì, ma costante del Comitato d'azione

romano valse a scuotere dall'inerzia la gioventù ed a preparare gli

elementi che nella città dovevano prendere parte ad un fatto che doveva

affrettare la liberazione di Roma.

*

* *

L'11 febbraio 1867, il ministro Ricasoli, disapprovato nella perpetua

questione del diritto di riunione, aveva sciolto la Camera.

Convocata la nuova, questa non apparendo diversa da quella disciolta, il

barone Ricasoli senza attendere alcun voto che lo giudicasse, rassegnava

il potere, che veniva raccolto da Urbano Rattazzi.

Si sapeva del nuovo presidente del Consiglio le opinioni su Roma. Egli

aveva censurato la convenzione di settembre, e s'era risolutamente

opposto alla convenzione Lagrand Dumonceau.

Era pur noto che egli non intendeva fare alcuna concessione alla Chiesa

se non quando fosse cessato il potere temporale dell'autorità

ecclesiastica ed il governo italiano fosse insediato in Roma.

L'entrata al potere del Rattazzi fece nascere nel partito liberale

italiano la speranza che con lui si sarebbe andati a Roma; e il partito

d'azione si mise subito all'opera per accelerare l'evento.

*

* *

Da parte sua il generale Garibaldi inviava al Comitato insurrezionale di

Terni il capitano Galliano e il tenente Perelli col mandato di armare

quanti giovani fuorusciti romani avessero potuto raccogliere, e con

questi, fatta insurrezione nello Stato Pontificio, gettarvi la prima

favilla dell'incendio. I rappresentanti del partito d'azione nel Ternano

conte Massarucci e Frattini, caldi patrioti e vecchi cospiratori,

consentivano di dar mano all'impresa; e il 19 giugno il Galliano ed il

Perelli raccolti ed armati centoquattro giovani arditi, tragittata la

Nera marciavano per la Sabina. Se nonchè giunti nel punto di sconfinare

nei pressi di Ponte Catino e Castelnuovo, una compagnia di granatieri,

che si teneva ivi imboscata, circuì la colonna e le intimava la resa.

Questo fatto non influì in ciascun modo a raffreddare l'opera di

Garibaldi, chè anzi servì a spronarla. Difatti Garibaldi mandava Cucchi

Francesco a Roma per annodare in sua mano le fila della rivoluzione;

mandava suo figlio Menotti a sondare il terreno e a stringere patti col

Nicotera e con altri nel mezzogiorno; incaricava Acerbi della raccolta

dei giovani e delle armi alla frontiera Umbro-Toscana e lo mandava in

suo nome a scandagliare le intenzioni del Rattazzi: da quanto ne fu

trapelato parve che il Rattazzi non dissentisse dall'idea del generale

ed era pronto a coadiuvarlo. Solo dimostrava la necessità che il

generale, per acquietare le rimostranze del governo francese e stornare

i sospetti del governo pontificio, _lasciasse per qualche tempo il

continente e si recasse a Caprera_.

Intanto nella prima quindicina di agosto il generale aveva dati i suoi

ordini e distribuite le parti come alla vigilia di un entrata in

campagna; Menotti doveva sconfinare da Terni coll'obbiettivo

Monterotondo; Acerbi da Orvieto obbiettivo Viterbo; Nicotera e Salomone

da Aquila e Pontecorvo obbiettivo Velletri.

Già il 13 luglio 1867 i comitati riuniti avevano annunziata la loro

fusione col seguente manifesto:

Romani!

«Il voto comune, il voto di tutti quelli a cui batte il cuore per

l'onore e la libertà della patria, si è realizzato.

«Non più dissensi, non più divisioni; tutte le frazioni del partito

liberale si sono data la mano, hanno unite le forze per abbattere per

sempre questo resto del governo papale e dare Roma all'Italia.

«Il Comitato Nazionale Romano ed il Centro d'insurrezione fanno quindi

luogo ad una Giunta Nazionale Romana la quale assume la suprema

direzione delle cose.

«Rallegriamoci di questa santa concordia, e diamo opera a fecondarla con

unità di fede e di disciplina, con unità di propositi e di sacrificii.

Il fascio romano è ora veramente formato: facciamo che non si sciolga

mai più e che presto ci dia la vittoria.

Romani!

«I cittadini rispettabili, che fanno parte della Giunta a cui

rassegneremo l'ufficio, sono degni dell'alta missione; ma a nulla

riuscirebbero senza il vostro concorso.

«Secondateli adunque, fidenti ed animosi e l'impresa non fallirà.

«Vogliamolo tutti, e ben presto venticinque milioni di fratelli

saluteranno Roma Capitale d'Italia».

_Il Comitato Nazionale Romano

Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II · 第 42 / 74 题