«Se chi pensa alla guerra contro l'Austria ha coscienza di me, e crede
al mio onore, che non ho tradito mai, io dichiaro
«Che non credo a vittoria definitiva possibile senza l'esercito regolare
e l'intervento governativo.
«Che non sogno neanche d'innalzare, ove anche il potessi, una bandiera
repubblicana sul Veneto--che tacendo noi per coscienza e per dignità
d'ogni programma politico, e limitandoci a gridare guerra all'Austria,
aiuto ai nostri fratelli, accetteremmo il programma che escirebbe dal
Veneto. Ora il grido del Veneto che abbisogna dell'esercito e
dell'Italia costituita come è, sarà infallibilmente monarchico. Su
questo punto il re non ha dunque da temere.
«Data questa sicurezza, il migliore accordo è quello di _lasciarci
fare_, e apprestarsi a cogliere rapidamente l'opportunità che noi
cercheremo di offrire.
«Garibaldi è l'anima d'ogni moto di volontari. Nessuno può dubitare
sulla di lui adesione alle dichiarazioni che io feci sul principio di
questa mia lettera. Ma sono convinto, che la di lui azione dovrebbe
essere lasciata libera ed indipendente. S'intende che i primi fatti di
guerra governativa regolarizzerebbero il contatto dell'insurrezione e
del capo dei volontari col disegno generale strategico.
«Potete comunicare al re questa mia e credetemi vostro
_G. Mazzini_
La risposta di Vittorio Emanuele fu:
«Avere comuni lo slancio e il desiderio di fare con la persona di cui si
parla. Giudicare le cose da me e con la massima energia, non con timide
impressioni altrui.
«Ma sappia la persona che gravi sono i momenti, che bisogna ponderarli
con mente calma e cuore ardente, che io e noi tutti vogliamo e dobbiamo
compiere nel più breve spazio di tempo la grand'opera; ma guai a noi
tutti se non sappiamo ben farlo, o se, abbandonandoci ad impetuose
intempestive frenesie, venissimo a tale sciagura da ripiombare la patria
nostra nelle antiche sventure.
«Il momento non è ancora maturo; fra breve, spero, Dio aiuterà la patria
nostra.
«_V. E._»
Il 2 di maggio in un autografo il Re faceva a Mazzini questa risposta:
«La Polonia mancò ognora nelle varie sue fasi insurrezionali della forza
vitale di espansione, e questa è la principale cagione della sua rovina:
forse potrebbe rinascere come la fenice dalle proprie ceneri, estendendo
le sue ramificazioni in Gallizia, Principati ed Ungheria, dove il
terreno sarebbe facile _á exploiter_ se vi fossero uomini energici ed
audaci che servissero di _trait-d'union_.
Se i moti in Gallizia estesi alle citate contrade prendessero le
proporzioni di una _spontanea popolare_ insurrezione da tenere
fortemente occupata l'Austria, allora sarebbe necessario anzitutto
d'aiutarla con un nucleo d'italiani determinati, e così riuniti vari
fecondi elementi, _tutti ostili al principale nemico_ si potrebbe
condurre a compimento il comune desiderio.
«_V. E._»
Intanto correvano intelligenze oltre che con Mazzini e Garibaldi anche
coi generali Klapka e Turr capi dell'insurrezione ungherese e con altri
a Belgrado ed a Bukarest--Garibaldi era pronto a tutto.
Nel maggio il Re Vittorio Emanuele approvava tutte le proposte di
Mazzini e si metteva d'accordo col generale Garibaldi, che doveva essere
il condottiero dell'ardita impresa; intermediario del Re Vittorio
Emanuele con Garibaldi era il sig Porcelli.
Alcuni amici del generale Garibaldi non approvavano questa pericolosa
spedizione e temevano pel Generale stesso, che volevano rimanesse in
Italia ad aspettare altri eventi propizi. Ma egli era risoluto; si
doveva partire ed Elia stava aspettando impaziente l'annunziato vapore,
quando ricevette la seguente lettera:
Torino, 9 luglio 1864.
Mio caro Elia,
«I mestatori hanno tentato di fare andare a monte il tutto e di far
cambiare idea al nostro G....
«Spero che non riesciranno! Questa sera vedrò l'altra persona e cercherò
di accomodare ogni cosa.
«Domani vi saprò dire qualche cosa di positivo.
«Intanto ho voluto scrivervi queste due righe in risposta alle vostre
due, perchè attendiate senza inquietarvi.
«Sarà un piccolo ritardo, ma pazienza! Ho scritto a Stagnetti ciò che
desiderate.
«A domani dunque.
«Tutto Vostro
«_Porcelli_».
Ma l'indomani 10 luglio 1864 il Giornale il _Diritto_ pubblicava la
seguente protesta anonima:
«Avuta certa notizia, che alcuni fra i migliori del partito d'azione
sono chiamati a prendere parte ad imprese rivoluzionarie e guerresche
fuori d'Italia, i sottoscritti (che non si sottoscrissero!) convinti:
«Che noi stessi versiamo in gravi condizioni politiche;
«Che nessun popolo e nessun terreno sia più propizio ad una rivoluzione
per gli interessi della libertà, che l'italiano;
«Che le imprese troppo incerte e remote quali sono le indicate, ordite
da principi, debbano necessariamente servire più a' loro interessi che a
quelli de' popoli;
«Credono loro dovere per isgravio della loro coscienza dichiarare;
«Che l'allontanarsi dei patriotti italiani in questi momenti non può che
essere funesto agli interessi della patria».
Questa pubblicazione del _Diritto_ fece persuaso Vittorio Emanuele che
non potendosi più condurre l'impresa con la dovuta segretezza, se ne
accrescevano i pericoli; e non volendo che si pensasse, che egli mandava
al sagrifizio Garibaldi coi suoi valorosi compagni, per vedute ambiziose
proprie, con lettera, portata al Generale dal Porcelli, lo scioglieva da
ogni impegno e ritirava il suo concorso all'opera progettata.
=CAPITOLO XXIV.=
=Guerra del 1866--Liberazione del Veneto.=
La guerra del 1864 intrapresa dalle due grandi potenze germaniche contro
la Danimarca fu poi l'origine dei loro dissensi. Finchè si trattò di
togliere ad un piccolo regno i tre ducati dell'Elba; finchè si volle
togliere ogni ingerenza ai minori Stati della Confederazione, Austria e
Prussia andarono d'accordo; ma quando si fu alla spartizione della
conquista fra le due potenze, si sviluppò un forte antagonismo che
doveva condurre alla guerra.
In vista di questa eventualità il Conte di Bismark chiamato a sè nei
primi di marzo il Conte Barral, Ministro d'Italia presso il Re di
Prussia, ebbe con lui una conversazione concernente un trattato di
alleanza offensiva e diffensiva a concludere il quale La Marmora
incaricava il generale Govone--non poteva farsi scelta migliore--e il 9
marzo egli partiva da Firenze per Berlino. Il trattato fu concluso e
firmato, ed a questo l'Italia si mantenne fedele, sebbene l'Austria le
offrisse la cessione del Veneto, purchè si distaccasse dalla Prussia.
Essa si preparò alla guerra con la mobilitazione dell'esercito e col
richiamo sotto le armi delle vecchie classi.
La guerra fu dichiarata.
*
* *
Il Re Vittorio Emanuele, dopo la dichiarazione di guerra all'Austria,
indirizzava alla Nazione il seguente proclama:
Italiani!
«Sono corsi ormai sette anni che l'Austria assalendo armata i miei
Stati, perchè Io aveva perorata la causa della comune patria nei
consigli d'Europa, e non ero stato insensibile ai gridi di dolore che si
levavano dall'Italia oppressa, ripresi la spada per difendere il mio
trono, la libertà dei miei popoli, l'onore italiano e combattere pel
diritto di tutta la nazione.
«La vittoria fu pel buon diritto; e la virtù degli eserciti, il concorso
dei volontari, la concordia ed il senno dei popoli e gli aiuti di un
magnanimo alleato, rivendicarono quasi intera la indipendenza e la
libertà d'Italia.
«Supreme ragioni che noi dovemmo rispettare ci vietarono allora di
compiere la giusta e gloriosa impresa: una delle più nobili ed illustri
regioni della penisola, che il voto delle popolazioni aveva riunito alla
nostra Corona e che per una eroica resistenza e una continua e non meno
eroica protesta contro il restaurato dominio straniero ci rendeva
particolarmente sacra e cara, rimase in balia dell'Austria.
«Benchè ciò fosse grave al mio cuore, nondimeno mi astenni dal turbare
l'Europa desiderosa di pace, che favoriva colle sue simpatie il crescere
ed il fondarsi del mio Regno.
«Le cure del mio governo si volsero a preferenza ad accordare gli
ordinamenti interni, ad aprire ed alimentare le fonti della pubblica
prosperità, a compire gli armamenti di terra e di mare, perchè l'Italia,
posta in condizione di non temere offesa, trovasse più facilmente nella
coscienza delle proprie forze la ragione delle opportune prudenze,
aspettando si maturasse col tempo, col favore dell'opinione delle genti
civili e degli equi e liberali principii che andavano prevalendo nei
consigli d'Europa, l'occasione propizia di ricuperare la Venezia e di
compiere ed assicurare la sua indipendenza. Quantunque l'aspettare non
fosse senza pericoli e senza dolori entro confini mal circoscritti e
disarmati, e sotto la perpetua minaccia di un inimico, il quale nelle
infelici provincie rimaste soggette alla sua dominazione aveva
accumulato i suoi formidabili armamenti della offesa e della difesa:
collo spettacolo continuo innanzi agli occhi dello strazio che egli
faceva delle nostre popolazioni, che la conquista e una spartizione
iniqua gli avevano dato, pure io seppi frenare, in omaggio alla quiete
d'Europa, i miei sentimenti di italiano e di Re, e la giusta impazienza
dei miei popoli. Seppi conservare integro il diritto di cimentare
opportunamente la vita e le sorti della Nazione: integra la dignità
della Corona e del Parlamento, perchè l'Europa comprendesse che doveva
dal canto suo giustizia intiera all'Italia.
«L'Austria ingrossando improvvisamente sulla nostra frontiera, e
provocando con un atteggiamento ostile e minaccioso, è venuta a turbare
l'opera pacifica e riparatrice intesa a compiere l'ordinamento del
regno, e ad alleviare i gravissimi sacrifici imposti ai miei popoli
dalla sua presenza nemica sul territorio nazionale.
«All'ingiustificata provocazione ho risposto riprendendo le armi, che
già si riducevano alla proporzione della necessità dell'interna
sicurezza: e voi avete dato uno spettacolo meraviglioso e grato al mio
cuore, colla prontezza e con l'entusiasmo con che siete accorsi alla mia
voce nelle file gloriose dell'esercito e dei volontari.
«Nondimeno quando le potenze amiche tentarono di risolvere le difficoltà
suscitate dall'Austria in Germania ed in Italia per via di un Congresso,
io volli dare un ultimo segno dei miei sentimenti di conciliazione
all'Europa, e mi affrettai di aderirvi.
«L'Austria rifiutò, anche questa volta, i negoziati, e respinse ogni
accordo e diede al mondo una novella prova che, se confida nelle sue
forze, non confida ugualmente nella bontà della sua causa e nella
giustizia dei diritti che usurpa.
«Voi pure potete confidare nelle vostre forze, Italiani, guardando
orgogliosi il florido esercito e la formidabile marina, pei quali nè
cure nè sacrifizi furono risparmiati; ma potete anche confidare nella
santità del vostro diritto, di cui ormai è immancabile la sospirata
rivendicazione.
«Ci accompagna la giustizia della pubblica opinione, ci sostiene la
simpatia dell'Europa, la quale sa che l'Italia, indipendente e sicura
del suo territorio, diventerà pur essa una garanzia d'ordine e di pace,
e ritornerà efficace istrumento della civiltà universale.
Italiani!
«Io do lo Stato a reggere al mio amatissimo cugino il principe Eugenio e
riprendo la spada di Goito, di Pastrengo, di Palestro e di S. Martino.
«Io sento in cuore la sicurezza che scioglierò pienamente questa volta
il voto fatto sulla tomba del mio magnanimo Genitore. Io voglio essere
ancora il primo soldato della indipendenza italiana.
«Viva l'Italia.
«Firenze, li 20 giugno 1866.
«_Vittorio Emanuele_».
Il Re rivolgeva poscia il seguente proclama all'esercito:
Ufficiali, sottufficiali e soldati!
L'Austria, armando sulla nostra frontiera, vi sfida a novella battaglia.
In nome mio, in nome della Nazione, vi chiamo alle armi. Questo grido di
guerra sarà per voi, come lo fu sempre, grido di gioia. Quale sia il
vostro dovere, non ve lo dico, perchè so che bene lo conoscete. Fidenti
nella giustizia della nostra causa, forti del nostro diritto sapremo
compiere con le armi la nostra unità.
Ufficiali, sottufficiali e soldati!
Assumo oggi nuovamente il comando dell'esercito per adempiere al dovere
che a me ed a voi spetta di rendere libero il popolo della Venezia, che
da lungo tempo geme sotto ferreo giogo. Voi vincerete, ed il vostro nome
sarà benedetto dalle presenti e future generazioni.
Firenze, 21 giugno 1866.
_Vittorio Emanuele_.
Disponeva poi che si istituissero due depositi a Como ed a Bari per la
formazione del corpo dei volontari e ne offriva il comando al generale
Garibaldi, che rispondeva così al Ministro della guerra:
Caprera, 14 maggio 1866.
Signor Ministro,
«Accetto con vera gratitudine le disposizioni emanate da S. M. in
riguardo al corpo dei volontari, riconoscente della fiducia in me
riposta coll'affidarmene il comando.
«Voglia essere interpetre presso Sua Maestà di questi miei sentimenti,
nella speranza di potere subito concorrere col glorioso nostro esercito
al compimento dei destini nazionali.
«Ringrazio la Signoria Sua della cortesia colla quale si è degnato
farmene partecipazione.
«Voglia credermi della Signoria Sua