_G. Garibaldi_».
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Dopo aver preso parte ad una seduta tempestosa alla Camera dei Deputati,
Garibaldi era tornato a Caprera, quando il 6 giugno si sparse la
fulminea notizia che Cavour _era morto_. L'impressione fu enorme;
l'Italia perdeva il suo più grande uomo di Stato, la libertà un devoto
amico, la Dinastia di Savoia uno dei suoi più validi sostegni.
Il Ministro Ricasoli, succeduto al Conte di Cavour, volle accontentare
il generale Garibaldi coll'istituzione dei Tiri a Segno Nazionali, ma
dopo pochi giorni il Barone Ricasoli non era più al Governo; il partito
moderato voleva che si fosse proceduto allo scioglimento dei Comitati di
Provvedimento, ma egli in nome della libertà di associazione, rifiutò e
diede le dimissioni. Gli successe Rattazzi, che, conseguente al disegno
del Ricasoli, commise al generale la direzione dei Tiri a bersaglio.
All'Elia che ne voleva istituire uno in Ancona il generale così
scriveva:
Caprera, 18 gennaio 1862.
Caro Elia,
«Italia e Vittorio Emanuele è il programma consentaneo ai voti della
nazione e fu di guida a tutti i Comitati di Provvedimento.
«Oltre ai servizi che hanno già resi alla patria, amministrati che siano
da persone intelligenti ed oneste, potrebbero renderne altri importanti
in avvenire, raccogliendo i fondi pel riscatto di Roma e Venezia.
«Qualunque altro Comitato che sorga con programma e fini diversi non
potrebbe reggersi, perchè la Nazione lo riproverebbe.
«Accetto adunque con piacere l'offerta vostra di erigere in cotesta
importante città un Comitato di Provvedimento. Intendetevi a tal fine
con persone oneste e patriottiche e mettevi in relazione col sig.
Federico Bellazzi, persona di mia confidenza, il quale ha diretto
devotamente il Comitato Centrale di Genova, ma che si è ritirato, non
accettando la presidenza di quel nuovo comitato.
«Gradite i sensi di stima e d'affetto dal
vostro
_G. Garibaldi_».
Nei primi giorni di maggio 1862, quando già da qualche tempo il generale
era in giro nella Lombardia per l'impianto dei tiri a bersaglio,
incominciarono a manifestarsi i sintomi di un tentativo per la
liberazione di Venezia; il tentativo di Sarnico, che venne impedito dal
governo.
Disgustato da questo avvenimento, il generale erasi di nuovo ritirato a
Caprera, quando amici della Sicilia lo invitarono ad andare a visitare
le terre da lui liberate. La notte del 7 luglio coi pochi amici, che si
trovavano all'Isola, prese imbarco per la Sicilia. A Palermo fu accolto
con delirio. Chiamato nei luoghi dell'epopea del 1860, Alcamo,
Partinico, Calatafimi, Corleone, Sciacca ed altre città, si spinse fino
a Marsala. Dovunque passava dimostrava la necessità di riprendere le
armi per la liberazione di Roma, essendo un'onta per la Nazione, che la
sua Capitale rimanesse schiava del Papa. E fu allora che ebbe principio
il grido di _Roma o morte!_, grido che condusse al doloroso fatto di
Aspromonte ed alla gloriosa disfatta di Mentana.
=CAPITOLO XXIII.=
=Aspromonte--Sollevazione in Polonia.=
Ad Aspromonte, il generale veniva ferito al piede da palla italiana; il
fatto suscitò profonda commozione non solo in ogni angolo d'Italia, ma
in quante contrade era giunto il nome dell'Eroe condottiero e l'eco
delle sue vittorie. I volontari accorsi intorno a lui, venivano dispersi
ed egli stesso veniva portato in prigione nel forte del Varignano. Ecco
come si svolsero i dolorosi fatti:
Il Governo, istigato dall'imperatore dei Francesi, aveva determinato di
arrestare Garibaldi sulla via di Roma, incaricando il generale Cialdini
di anche combatterlo, qualora fosse necessario, e ad ogni costo
arrestarlo disperdendo i suoi seguaci.
Il general Mella, comandante della brigata Piemonte mandato in Sicilia
sotto gli ordine del Cialdini, sapendo che diversi ufficiali suoi
dipendenti erano stati compagni a Garibaldi nelle guerre combattute per
l'indipendenza, considerando che questi mal si sarebbero trovati se
condotti a combattere contro Garibaldi ed i loro antichi compagni,
riuniva gli ufficiali superiori e, intesosi con questi, chiamava a
rapporto gli ufficiali subalterni, e faceva loro intendere, che quelli
che non si sentissero di combattere contro Garibaldi, potevano chiedere
le dimissioni, giacchè l'ufficiale non essendo legato come il soldato,
era libero di dimettersi; rammentava ad essi che da ufficiali d'onore
avevano l'obbligo di francamente dichiararsi; accordava per ciò mezz'ora
di tempo per decidersi.
Gli ufficiali che erano stati compagni a Garibaldi, senza calcolare fin
dove poteva arrivare la competenza dei loro superiori, piuttosto che
combattere contro Garibaldi, il che avrebbero pur fatto anche a
malincuore pur di compiere il loro dovere, in numero di trentadue
rassegnarono le loro dimissioni, mai immaginando che ciò facendo il loro
onore potesse rimanere intaccato. Le dimissioni furono da ognuno così
formulate:
«A termini delle parole del Comandante del Reggimento e del generale, al
rapporto del quale gli ufficiali furono chiamati, il sottoscritto
domanda le dimissioni».
Gli ufficiali dimissionari in seguito alle dichiarazioni del generale
Mella e degli ufficiali superiori del 3º e 4º reggimento, Brigata
Piemonte, furono i seguenti:
_Capitani:_ Bennici Giuseppe, Buttinoni Francesco, Burruso Giuseppe,
Alessi Antonio, Bonafini Francesco, Pastori Enrico, Bonetti
Pietro.--_Luogotenenti:_ Tosti Paolo, Maggioni Ulrico, Bonighi Arnoldo,
Armanni Ernesto, Amadesi Alfonso, Bresciani Giuseppe, Nizzori Antonio,
Plebani Luigi.--_Sottotenenti:_ Quercioli Egisto, Zanoncelli
Michelangelo, Sassi Francesco, Cucchiarelli Levino, Archieri Federico,
Lucianetti Lodovico, Rosignoli Francesco, Bergalli Nicolò, Bertone
Luigi, Orsoni Emilio, Conti Carlo, Pollina Pietro, Sparacio Giuseppe,
Aceto Emidio, Fioravanti Valentino, Sulli Giovanni, Belluzzi Raffaele,
De Carli Carlo.
Di questi dimissionari, uno che maggiormente s'era nella campagna
precedente distinto, e che corse serio pericolo di essere due volte
fucilato fu un carissimo amico di Bixio, un valorosissimo ufficiale e
caldo patriota, Giuseppe Bennici; preso con l'armi in pugno dai
borbonici alli 21 di maggio 1860 sui Monti di Monreale, come capo
squadra dell'insurrezione siciliana, il giorno 27 doveva essere tradotto
sul banco dei rei colpevoli di fellonia e di ribellione al Re di
Napoli. La condanna a morte era sicura; ma la fortuna volgeva uno
sguardo pietoso sulla patria e sul bravo giovane di Piana de' Greci.
All'alba del 27 Garibaldi entrava in Palermo, la sentenza restava
sospesa e dopo tre giorni era reso libero cittadino in libera terra. Da
quel giorno Giuseppe Bennici giurava affetto eterno e fede costante al
liberatore Giuseppe Garibaldi; Bixio lo vide, lo volle con sè e ne fece
il suo aiutante.
Dopo quasi due anni nell'agosto del 1862 in Adernò gli veniva ordinato
di battersi contro Garibaldi che con la medesima bandiera dei plebisciti
marciava alla liberazione di Roma, o, se meglio gli fosse piaciuto,
rassegnasse le sue dimissioni. Il giovane non aveva di ricchezza che la
sua sciabola, e tutto il suo avvenire era basato nell'intrapresa
carriera militare; ma per lui la riconoscenza verso il suo liberatore
s'imponeva, e depose le spalline. Incontrato Garibaldi a Catania, si
univa a lui ed ai suoi vecchi compagni di Calatafimi e del Volturno. Ad
Aspromonte venne fatto prigioniero; trasportato alla Sede del comando
del generale Pallavicini, gli si partecipava che sarebbe stato fucilato.
Alla mezzanotte, data la muta alla guardia, il capo scorta gli ordinava
di seguirlo; gli si fece percorrere tutta la linea degli avamposti e lo
si accompagnava al posto, ove doveva essere fucilato, quando
sopraggiunse un ufficiale latore di un contr'ordine.
L'indomani sotto buona scorta fu mandato a Scilla, il 31 a Reggio ed il
1 settembre fu trasportato a Messina e rinchiuso nel forte Gonzaga. Il 9
di ottobre era condotto innanzi al tribunale militare, dal quale veniva
emanata la seguente sentenza: