Ai popoli Napoletani e Siciliani

«Il suffragio universale mi dà la sovrana potestà di queste nobili

Provincie. Accetto quest'altro decreto della volontà Nazionale, non per

ambizione di Regno, ma per coscienza d'italiano. Crescono i miei,

crescono i doveri di tutti gli italiani. Sono più che mai necessarie la

sincera concordia e la costante abnegazione. Tutti i partiti debbono

inchinarsi devoti dinanzi alla maestà dell'Italia che Dio solleva.

«Noi dobbiamo instaurare un governo che dia guarentigia di viver libero

ai popoli e di severa probità alla pubblica opinione. Io faccio

assegnamento sul concorso efficace di tutta la gente onesta.

«Dove nella legge ha freno il potere e presidio la libertà, ivi il

Governo tanto può pel pubblico bene, quanto il popolo vale per la virtù.

«All'Europa dobbiamo addimostrare che, se la irresistibile forza degli

eventi superò convenzioni fondate sulle secolari sventure d'Italia, noi

sappiamo ristorare nella Nazione Unita l'impero di quegli immutabili

dommi, senza dei quali ogni società è inferma, ogni autorità combattuta

ed incerta».

_Vittorio Emanuele_.

Il 3 novembre, il generale Della Rocca d'ordine del Re scriveva una

lusinghiera lettera a Garibaldi con la quale ammirava i prodigi di

valore e i sagrifizi dell'Esercito Meridionale, ed esprimeva la

riconoscenza che la patria italiana deve al loro eroismo.

Garibaldi a sua volta scrisse un'affettuosa lettera di commiato al Re,

la quale si chiudeva con queste parole:

«Vogliate Maestà, permettermi una sola preghiera nell'atto di rimettervi

il supremo potere. Io Vi imploro affinchè mettiate sotto l'altissima

Vostra tutela, coloro che mi ebbi a collaboratori in questa grand'opera

di affrancamento dell'Italia Meridionale, e che accogliate nel Vostro

Esercito i miei commilitoni che han ben meritato della patria e di

Voi».

=CAPITOLO XXI.=

=Ritiro di Garibaldi a Caprera.=

Il giorno 8 di novembre il Generale volle vedere Elia, al quale fece

invito di andare con lui a Caprera. «Sarete fratello a Menotti» gli

disse stringendogli la mano. L'Elia commosso ringraziò il generale a cui

fece capire che egli aveva altri sacri doveri da compiere verso la madre

vedova e verso le sue quattro sorelle orfane; e prese congedo con dolore

da quel grande che in meno di sei mesi aveva assicurata l'unità

italiana, unendo sotto lo scettro di Vittorio Emanuele l'Italia

Meridionale, con quasi otto milioni di sudditi devoti.

La mattina del 9 Garibaldi s'imbarcava per Caprera.

*

* *

Fu grande fortuna d'Italia la rivoluzione siciliana del 4 aprile 1860.

Questa provocò la spedizione dei Mille. Se questa spedizione non veniva

in tempo--come è provato dalle rivelazioni di Brassier de

Saint-Simon--l'Italia si sarebbe sistemata in base ai risultati della

guerra del 1859--e secondo il volere di Napoleone non si sarebbe avuta

l'unità ma la federazione, ed il Papa ne sarebbe stato il Capo e

tutt'ora Re di Roma!

La spedizione dei Mille ha avuto un'importanza massima, più di qualsiasi

altro evento della Storia d'Italia.

=CAPITOLO XXII.=

=Presa di Capua e di Gaeta.=

La mattina del 28 ottobre ambo gli eserciti settentrionali e meridionali

erano intorno a Capua. Una conferenza tra Garibaldi ed i generali

Menabrea e Della Rocca aveva già determinato il piano di espugnazione

della fortezza, per l'esecuzione del quale il generale Menabrea diede i

suoi ordini agli ufficiali del genio e prendeva tutte le misure per una

pronta espugnazione della piazza, mentre il generale Della Rocca dava le

sue disposizioni all'artiglieria ed agli altri corpi, per effetto delle

quali, le truppe piemontesi rinforzavano il posto di Caiazzo abbandonato

dai borbonici, di S. Maria e di S. Angelo; il genio e l'artiglieria si

distribuivano nelle rispettive posizioni intorno alla fortezza e tutto

era ordinato per il bombardamento.

Più di ventimila borbonici si erano trincerati con potenti artiglierie a

Mola di Gaeta. Il 4 di novembre vennero destinati a conquistare quella

posizione, la brigata granatieri di Sardegna, il 14º e 24º bersaglieri,

due squadroni di lancieri di Novara e due batterie d'artiglieria.

Mola, è la parte più a mare della cittadella di Formia, ed è addossata

ad una linea di colline che scendono sul mare lasciando appena posto per

la strada.

Il 24º battaglione bersaglieri si andò a stendere su un'altura a cavallo

della strada; a destra, sulle prime alture, si stendeva il 1º reggimento

granatieri; il 2º reggimento granatieri si collocava più indietro; il 3º

in riserva; il 14º battaglione dei bersaglieri venne mandato a sloggiare

i borbonici che occupavano il paese di Maranola, situato in altura sopra

Mola.

Alle ore 11 s'incominciò l'assalto con fuoco vivissimo da ambo le parti;

un battaglione del 1º granatieri è mandato in sostegno del 14º

bersaglieri e con vigoroso attacco scacciano i borbonici da Maranola.

Il battaglione granatieri dopo di avere cacciato i borbonici da

Maranola, rinforzato da altro battaglione del 2º granatieri si scaglia

arditamente contro l'alta posizione chiamata Madonna di Ponza fortemente

occupata e difesa da due batterie; i nostri con slancio ammirabile vi

sono sopra, fugano il nemico e s'impossessano dei cannoni.

Eseguite queste due brillanti operazioni, tutta la linea dei nostri si

slancia risolutamente all'attacco di Mola sotto il fuoco assai ben

nutrito del nemico, attraverso un terreno difficile, seminato da siepi,

da muri e da fossi; marciano in testa la 3ª e la 4ª compagnia del 2º

granatieri che primi scavalcano le barricate e penetrano nel paese,

mettendo in fuga il nemico che lascia in potere dei nostri undici

cannoni. Non restava che di espugnare la posizione del Castellone

fortemente tenuta dai borbonici; i granatieri e bersaglieri esaltati

dalle riportate vittorie, si lanciano valorosamente all'assalto e,

superati tutti gli ostacoli ed ogni resistenza, riescono vittoriosi e

l'espugnano.

*

* *

Ricoverati entro le mura di Gaeta, i Borboni di Napoli si sforzavano di

tener ancora testa alle forze vigorose dell'unificazione d'Italia, con

una guarnigione di oltre 15 000 combattenti e con ben 528 bocche da

fuoco.

Nella notte del 10 novembre 1860, otto pezzi da campagna aprivano il

fuoco con tiri in arcata, producendo grande sgomento negli assediati;

nella notte successiva il fuoco fu ripreso. Il giorno 12 il generale

Cialdini, comandante delle due divisioni 4ª e 7ª, che aveva occupato

tutte le alture dominanti la città e spinti i suoi avamposti più presso

il Borgo di Gaeta--oggi Tlena--decise di ricacciare entro la cinta

quella parte di truppe borboniche che aveva stabiliti i suoi bivacchi

sull'istmo fino all'attrattina: le fa assalire da buon nerbo di

bersaglieri che colla punta della baionetta l'obbliga ad abbandonare

ogni esterna posizione.

Alla fine di dicembre tutte le batterie erano piazzate e l'8 di gennaio

Cialdini ordinava si aprisse il fuoco. Mentre seguiva il bombardamento

la diplomazia non mancava d'agitarsi. Napoleone III s'interponeva fra i

belligeranti e riusciva a fissare un armistizio che aveva principio la

stessa sera dell'8 gennaio per terminare il 19.

Dal 19 al 21 furono fatte pratiche per la resa, ma avendo il Borbone

rifiutato, alle ore 8 1/2 ant. del giorno 22 tutte le batterie

assedianti entrarono in azione. Il bombardamento durò fino al 12

febbraio, producendo danni non lievi alla città e provocando esplosioni

di magazzini di polvere. Infine il giorno 13 verso le 3 pomeridiane un

orribile esplosione succedeva nelle batterie Malpasso e Transilvania,

essendovisi appiccato il fuoco all'enorme quantità di 26 mila

chilogrammi di polvere. Lo spavento in Gaeta fu così grande che rese

necessario risolversi alla capitolazione, la quale fu firmata alle ore 5

pomeridiane.

Francesco II non s'intromise nella capitolazione e prima che l'esercito

italiano entrasse a Gaeta s'imbarcava sul vapore francese «La Muette»

che lo condusse a Civitavecchia.

Molti dei nostri valorosi ufficiali si distinsero nei combattimenti di

Mola e nell'assedio di Gaeta e fra questi il prode capitano di San

Marzano che veniva decorato della Croce militare di Savoia e promosso.

*

* *

A Caprera il generale non rimaneva inoperoso; egli aveva l'anima fissa

al riscatto di Roma e di Venezia ed invitava gli amici a preparare i

mezzi occorrenti. Con questi concetti scriveva al Bellazzi alla fine di

dicembre 1860.

Caprera, 29 dicembre 1860.

Caro Bellazzi,

«Io desidero l'apertura concorde di tutti i comitati italiani di

provvedimento per coadiuvare al gran riscatto. Così Vittorio Emanuele

con un milione d'italiani armati questa primavera, chiederà giustamente

ciò che manca all'Italia.

«Nella sacra via che si segue, io desidero che scomparisca ogni indizio

di partiti; i nostri antagonisti sono un partito, essi vogliono l'Italia

fatta da loro col concorso dello straniero e senza di noi.

«Noi siamo la Nazione, non vogliamo altro capo che Vittorio Emanuele;

non escludiamo nessun italiano, che voglia francamente come noi; dunque

sopra ogni cosa si predichi energicamente la concordia di cui

abbisogniamo immensamente.

Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. II · 第 20 / 74 题