Sire,
«Il grido d'affanno, che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie ha
commosso il mio cuore e quello di alcune centinaia dei miei vecchi
compagni d'armi. Io non ho consigliato il movimento insurrezionale dei
miei fratelli di Sicilia, ma dal momento che essi si sono sollevati a
nome dell'unità italiana, di cui Vostra Maestà è la personificazione,
contro la più infame tirannia dell'epoca nostra, non ho esitato di
mettermi alla testa della spedizione. So bene, che m'imbarco per
un'impresa pericolosa, ma pongo confidenza in Dio, nel coraggio e nella
devozione dei miei compagni.
«Il nostro grido di guerra sarà sempre «Viva l'Unità Italiana!» «Viva
Vittorio Emanuele, suo primo e più bravo soldato!»
«Se noi falliremo, spero che l'Italia e l'Europa liberale, non
dimenticheranno che questa impresa è stata decisa per motivi, puri
affatto da egoismo, ed interamente patriottici.
«Se riusciremo, sarò superbo di ornare la Corona di Vostra Maestà di
questo nuovo e brillantissimo gioiello, a condizione tuttavia, che
Vostra Maestà si opponga a ciò che i di Lei consiglieri cedano questa
Provincia allo straniero, come hanno fatto della mia terra natale.
«Io non ho partecipato il mio progetto a Vostra Maestà; temevo infatti,
che per la reverenza che Le professo, Vostra Maestà non riuscisse a
persuadermi d'abbandonarla.
«Di V. Maestà, Sire, il più devoto suddito
_G. Garibaldi_»
Ed all'esercito scriveva così:
Soldati Italiani,
«Per alcuni secoli la discordia e l'indisciplina furono sorgenti di
grande sciagure pel nostro paese. Oggi è mirabile la concordia che anima
le popolazioni tutte dalla Sicilia alle Alpi. Però di disciplina difetta
ancora, e su di voi, che sì mirabile esempio ne deste e di valore, essa
conta per riordinarsi e compatta presentarsi al cospetto di chi vuole
manometterla. Non vi sbandate dunque, o giovani, resto delle patrie
battaglie; sovvenitevi che anche nel settentrione abbiamo nemici e
fratelli schiavi--e che le popolazioni del mezzogiorno, sbarazzate dai
mercenari del Papa e del Borbone, abbisogneranno dell'ordinato vostro
marziale insegnamento, per presentarsi a maggiori conflitti.--
«Io raccomando dunque, in nome della patria rinascente, alla gioventù
che fregia le file del prode esercito di non abbandonarle, ma di
stringersi vieppiù ai loro valorosi ufficiali ed a Vittorio Emanuele, la
di cui bravura può essere rallentata un momento dai pusillanimi
consiglieri, ma che non tarderà molto a condurci tutti a definitiva
vittoria.
_G. Garibaldi_»
La mattina del 7 maggio i due piroscafi andarono ad ancorare a Talamone,
a breve tratto dal porto S. Stefano e della fortezza di Orbetello.
Garibaldi, sceso a terra, vestito da generale del 1859, ottenne dal
comandante del luogo tutto quello che gli occorreva, limitatamente alla
possibilità sua; così si ebbe un piccolo numero di fucili arrugginiti ed
una vecchia colubrina. Saputo dal comandante di Talamone, che nel forte
di Orbetello sì trovava altro armamento, il generale vi spediva il
colonnello Türr con una sua lettera chiedente al colonnello Giorgini,
comandante del forte, armi e munizioni. Verso sera giungeva col Türr, lo
stesso comandante di Orbetello, il quale fatto persuaso dal Türr che la
spedizione di Garibaldi era fatta sotto gli auspici del Re, aveva messo
a disposizione del generale tutto quello che di armamento si trovava nel
forte, e cioè quattro cannoni da sei con 1200 cariche, alcuni fucili,
cartucce ecc. Dei quattro cannoni due erano col fusto, due senza.
Una parte dello scopo era raggiunto, ma il generale approdando a
Talamone aveva in animo un disegno molto più alto. Il pensiero,
vagheggiato nel 1859 di una invasione nello Stato Pontificio per la
Cattolica non era mai stato da lui dimenticato. Egli sperava che, data
la spinta, sapendosi la Sicilia sollevata, una vasta sommossa avrebbe
messo in fiamme la Penisola tutta; per cui, fatto chiamare a se il
colonnello Zambianchi, gli affidava l'incarico d'invadere lo Stato
Pontificio dalla parte di Orvieto, per promuovervi la rivoluzione. A tal
uopo staccò dagli imbarcati una schiera di 60 prodi armati e consegnato
al Zambianchi un manifesto pei Romani ed un foglio d'istruzioni, gli
ordinò dì prepararsi alla partenza. Fra i tanti bravi che ebbero ordine
di accompagnare il Zambianchi eranvi pure i cari compagni Guerzoni,
Pittaluga e Galliano.
Il manifesto diceva così:
Romani,
«Domani voi udirete dai preti di Lamoricière, che alcuni mussulmani
hanno invaso il vostro terreno. Ebbene questi mussulmani sono gli stessi
che si batterono per l'Italia a Montevideo, a Roma, in Lombardia! Quelli
stessi che voi ricorderete ai vostri figli con orgoglio, quando giunga
il giorno che la doppia tirannia dello straniero e del prete vi lasci la
libertà del ricordo! Quelli stessi che piegarono per un momento davanti
ai soldati agguerriti e numerosi di Bonaparte, ma piegarono colla fronte
rivolta al nemico, ma col giuramento di tornare alla pugna, e con quello
di non lasciare ai loro figli altro legato, altra eredità, che quella
dell'odio all'oppressore ed ai vili!
«Sì, questi miei compagni combatterono fuori delle vostre mura accanto a
Manara, Melara, Masina, Daverio, Peralta, Panizzi, Ramorino, Mameli,
Montaldi, e tanti vostri prodi che dormono presso alle vostre catacombe,
ed ai quali voi stessi deste sepoltura perchè _feriti per davanti_.
«I vostri nemici sono astuti e potenti, ma noi marciamo sulla terra
degli Scevola, degli Orazi e dei Ferrucci; la nostra causa è la causa di
tutti gli Italiani: il nostro grido di guerra è lo stesso che risuonò a
Varese ed a Como «Italia e Vittorio Emanuele» e voi sapete che con noi,
caduti o viventi, sarà illeso l'onore italiano.
_G. Garibaldi_
generale Romano, nominato da un governo
eletto dal suffragio universale».
Prima di partire da Talamone scriveva a Bertani così:
Caro Bertani,
«Nella notte della nostra partenza si smarrirono due barche che
portavano le munizioni, i capellozzi, tutte le carabine e revolvers, 230
fucili ecc. Nel giorno seguente cercammo indarno tali barche per molte
ore, e poi proseguimmo.
«Qui abbiamo rimediato alle principali urgenze, grazie alla buona
volontà delle autorità di Orbetello e di queste.
«Fra poco avrete altre notizie di noi.
«Frattanto fate ritirare tutti gli oggetti suddetti.
«Con affetto.
«Talamone, 8 maggio