Addio....
Nuovi pensieri gli fecero ben presto dimenticare questo episodio.
Andreino aveva letto bene nell'intenzione che spingeva il suo
disgraziato amico a intraprendere un viaggio lungo e forse
avventuroso, pel quale mancavagli il lume dagli occhi, che è il
piacere più vivo di chi va in cerca di nuovi orizzonti. Più che la
speranza di ritrovare nei miracoli del dottor Gibbon la grazia della
vista, lo menava lontano il pensiero di mettere tra lui e Flora un
lungo intermezzo di silenzio, un impedimento materiale, uno spazio
insuperabile, nel quale egli potesse svincolarsi e spogliarsi del
nuovo fascino che la vicinanza di lei esercitava sul suo spirito
stanco e bisognoso.
Ezio aveva paura della sua debolezza morale, la quale spesso si adagia
a vivere della vita degli altri ed è non meno vorace nel suo
parassitismo di quel che sia il più feroce egoismo.
Dal giorno che lo zio Massimo, leggendogli qualche malinconiosa
lettera della zia Matilde, aveva richiamato la sua attenzione su
questo nuovo pericolo e sugli obblighi che aspettavano Flora a casa
sua e sui diritti che il vecchio amico del Pioppino vantava sopra di
lei, era entrata nel suo cuore la convinzione che ora toccasse a lui
il dovere di essere il più forte perchè non poteva rispettare in
nessun miglior modo Flora, se non col restituirle la libertà d'essere
fedele a' suoi doveri.
La sua sventura non gli dava altro diritto oltre a quello che si
risolve nel meritare le lagrime dell'altrui compassione. Voler di più
sarebbe stata nella sua meschinità fisica un'abbietta usurpazione, una
violenza che avrebbe deturpata la santità del dovere.
Toccava a lui, toccava a lui essere non solo il più forte per conto
suo, ma sorgere difensore non chiesto della naturale debolezza di lei,
già inclinata al sacrificio, già trascinata da mille memorie, già fin
troppo intenerita da troppe lagrime.
Poichè gli amici Jameson parlavano di voler essere per le feste di
Natale nel seno delle loro famiglie, Ezio pensò di approfittare del
loro replicato invito e affrettò con Andreina segretamente i
preparativi del viaggio. Egli era persuaso che Flora l'avrebbe seguito
col pensiero... ma ogni parola di addio non poteva essere tra lor due
che uno strazio inutile o una volgare menzogna.
Il silenzio o l'eloquenza del sacrificio.
Il _Morning Star_, il grazioso _yackt_ dell'amico americano
era venuto a prendere i vicini Jameson per una gita notturna da farsi
al chiaro di luna e a cielo stellato, una gita che doveva spingersi
questa volta fin quasi alle coste di Marsiglia. Ezio e Andreino Lulli
furono invitati a prendervi parte. Donna Vincenzina e Massimo,
occupati nei preparativi del loro matrimonio si scusarono e
approfittarono di quest'occasione per far una corsa a Genova a finir
certe spese.
Flora rimase quel giorno sola a custodire la casa e a preparare la
cena.
Dalla terrazza della villa si poteva vedere il _Morning Star_
ancorato nella piccola baia: e se dalla sera si doveva arguire la
notte, il viaggio di quei signori sarebbe stato delizioso. Col
canocchiale Flora potè assistere all'imbarco degli amici quando
salivano a bordo, mentre il sole cominciava a discendere dietro il
promontorio, su cui l'antica chiesa diroccata sfolgorava in una gloria
d'oro, versando nel seno tranquillo delle acque un tesoro infinito di
gemme.
Poco dopo vide spuntare a bordo un primo lume e dalla finestrella
della stiva accendersi il fuoco della macchina, mentre un leggero
sibilo e un pennacchietto di fumo annunciavano la prossima partenza.
Poi credette di veder sventolare qualche cosa di bianco, a cui ella
rispose agitando il fazzoletto: e stette a seguire il corso del
piccolo legno finchè, rimpicciolito, scomparve dietro la punta di
terra,
Allora si ritirò dalla loggia mentre già cominciava a imbrunire: e per
far venire l'ora in cui gli zii sarebbero tornati da Genova, accese le
candele e sedette al pianoforte a evocare dalla tastiera reminiscenze
musicali a cui mescolava le sue improvvisazioni come scaturivano
naturalmente dalle dita.
Una tenera frase di Chopin, venuta da sè a frammischiarsi tra le note
d'un confuso rondò, volse l'animo suo a un senso misterioso di
malinconia, che richiamò immagini riposte di cose morte e lontane.
Pensò alle tristi giornate del Castelletto, a sua madre, agli amici di
laggiù: e intanto che le mani illanguidivano sugli avori, gli occhi si
fissavano inerti alla fiamma della candela.
--Signorina, un lettera per lei--disse la cameriera entrando--l'ha
portata una ragazzina.
Era una soprascritta grande, di mano inesperta, una vera scrittura di
bambina di scuola. Chi poteva essere? Aprì la carta, e lesse nella
prima riga: «_Scrivo... colla manina di Sabinetta._»
Corse a vedere in fondo al foglio. Era lui, Ezio. Che aveva a dirle?
purchè le aveva fatto scrivere? Il cuore ebbe un primo sussulto. Capì
subito e le mani le caddero un istante sui ginocchi. Stette così cogli
occhi chiusi, finchè le parve che la breve vertigine fosse passata,
poi mormorò:--Doveva esser così.--
* * * * *
La lettera, scritta sotto la dettatura di Ezio dalla manina di
Sabinetta, continuava: «Quando riceverai questa mia, io sarò già
lontano da te, lontano per non tornare troppo presto. Sbarcheremo
forse a Marsiglia io e Andreino, da dove c'imbarcheremo più tardi
sopra un piroscafo della Navigazione francese. Gli amici Jameson ci
raggiungeranno per la via di Genova a Barcellona o a Gibilterra, per
compiere insieme il viaggio fino a New York. Addio, Flora..
«Ho creduto utile andarmene così, _insalutato hospite_, per non
essere obbligato a ringraziarti. Lo zio Massimo che è a parte della
congiura ti dirà quel che è inutile che io ti scriva. Addio, Flora...
«Starò lontano forse due, forse tre o quattro mesi, ma non tornerò se
non quando mi sentirò ben sicuro di me stesso, più fermo in quella
persuasione che dev'essere d'ora in poi il fondamento della mia vita.
«Pomponio Labeone non sa trovare le belle frasi; ma non può andarsene
senz'invocare anche da lontano la benedizione di Flora, che dev'essere
come il fascio di luce che lo accompagni attraverso a questo deserto
di tenebre.
«Tu sai perchè vivo, sai perchè parto, sai quel che sono e quel che
posso essere, perchè tutto quello che resta in me di non morto non è
che l'opera delle tue mani: ma l'uomo non paga il suo Creatore.
«Parto adunque tuo debitore nella cara idea che io non potrò mai
pagarti del tutto, che ti dovrò sempre qualche cosa e che dovrò vivere
fin che tu potrai vantare qualche credito sopra di me.
«Addio, Flora...
«Troverò quel che mi promettono al di là dell'Atlantico? La luce del
sole, tu dicesti una volta, non è che un raggio di una luce più
universale che penetra gli spiriti delle cose: in questa luce potrò
sempre trovare me stesso.
«Addio, Flora. Fa che io abbia presto a Barcellona o a Gibilterra la
tua assoluzione e la notizia che tu hai ripreso a camminare
serenamente per il tuo sentiero, lieta di te stessa. Tu mi insegnasti
a tenere asciutta, sopra i flutti amari, la bandiera del dovere.
«Baciami caramente la mamma e stringi per me due volte la mano al tuo
Cresti.
«Addio, Flora... Addio, Flora... Addio, Flora!