«Da una settimana siamo qui in un villino lungo la bella strada
marina, che da Albenga va ad Alassio, un luogo solitario in mezzo al
verde con un terrazzo che dà immediatamente sul mare, al quale si
scende per un rozzo scalo tagliato nella roccia.
«Dalla mia finestra vedo a levante diradarsi l'azzurra linea degli
Appennini, e a ponente un promontorio roccioso su cui domina un'antica
chiesa in rovina.
«Alle nostre spalle in mezzo ai boschi d'olivi, di lecci, e a gruppi
di pini o una serie di poggi sparsi di casolari e di ville. Davanti è
il mare ampio quanto ne può bere l'occhio avido, il mare che batte e
freme senza posa sulla spiaggia biancheggiante e contro gli scogli.
«È novembre: ma qui è primavera e par che tutto rinasca, l'anima e i
fiori.
«Dalla villa staccasi una specie di molo naturale fatto di grossi
massi anneriti dal tempo, sui quali vanno spesso i ragazzi dei
pescatori a specchiarsi nell'acqua, quando la marea è più bassa, in
cerca di conchiglie e di frutti di mare; e mentre scrivo vedo Ezio che
va a raggiungere un sassolone sporgente a foggia di sedia curule, dove
suol passare molte ore, solo, quasi prigioniero del mare, a capo nudo,
sotto il raggio carezzevole del sole, colla faccia rivolta allo
sconfinato specchio delle acque di cui sente i mobili bagliori
balzellargli sul viso, esposto agli sbuffi delle brezze che gli
portano ora gli acri odori del pesce, ora il profumo tiepido dei
giardini, ora il fiato resinoso di un vicino cantiere di cui sentiamo
i tonfi dei martelli sulle stive sonore misto al grido dei fanciulli
che giocano sulla spiaggia.
«Qualche volta Ezio porta con sè fin a quel suo trono il violino e
cerca di raccogliere i discorsi dell'onda, che ora mormora umile sulla
sabbia, ora striscia lunga e faticosa, ora sospira gonfia o minaccia
le pareti dello scoglio, fiera di segreti rancori.
«Il nostro povero cieco, nella oscura sua solitudine, impara a
distinguere queste varie voci, a raccoglierne gl'intimi sensi che
vengono dalle lontane luminosità dello spazio e dalle oscure
profondità dell'abisso e dice che vuol un giorno comporre la gran
_Sinfonia del mare_, che non fu ancora scritta.
«A queste emozioni esterne mescola le sue, abbandonandole al ritmo del
flusso lasciandole cadere e portar via, obliandosi in questo vasto
campo di forze combattenti come un soldato ferito, ma non a morte, che
nel mite crepuscolo d'un giorno di battaglia si addormenta in un sogno
di vittoria. Dal momento ch'egli potè vincere la disperazione con un
atto di pazienza, spegnere l'ira nelle lagrime, indugiarsi in una
speranza, Ezio non è più quello di prima. La feroce ribellione morale
ha ceduto il posto ad una calma o per dir meglio, a una tristezza più
tranquilla, a una volontà nuova di esser buono per meritarsi i
benefici del proprio dolore.
«Mentre prima era così indifferente per tutto ciò che riguardava il
male degli altri, ora dice che gli pare di sentire nella sua miseria
tutte le spine delle miserie umane....
«Ma egli ha molto bisogno di noi: oh guai se gli mancassimo in
quest'oscuro deserto in cui va brancolando in cerca d'una via! Ecco
perchè, a dispetto di tutti i vostri rimproveri, non so pentirmi
d'aver contribuito la parte mia a quest'opera di pacificazione e di
salvezza morale. Per quanto la mia condotta possa parere ingrata ed
egoista verso Cresti e verso mia madre, sento che il mio posto è qui
accanto a lui, dove Dio mi ha posta.
«A Cresti non potrei dare un cuore, di cui non sono padrona, nè egli
lo vorrebbe più. Mia madre non può voler da me più di quanto io possa
fare.
«Questa mia breve assenza dal Castelletto deve aiutarci tutti a
formarci una convinzione.
«_E dopo?_--tu mi domandi.--Dopo ciascuno riprenderà la sua
posiziona naturale e sarà fatta la volontà di Dio. Il romanzo non avrà
il lieto fine che piace ai buoni lettori, non avrà quel fine che
doveva avere e che è nella struttura stessa delle cose di quaggiù. Può
essere che io torni a bussare al tuo uscio per cercarti i mezzi di
vivere e di rendere meno tristi gli ultimi anni di mia madre. Il
lavoro oggi non mi fa più paura, e purchè Dio accolga il mio voto di
rendere la pace a _lui_, sarei pronta a rinchiudermi anche in un
monastero e a dare questa mia vita in sacrificio.
«Non potrò esser sua, lo so. Vedo troppo bene l'abisso che ci divide.
Nè egli oserebbe chiedermi un'elemosina, nè io oserei oggi umiliarlo
colla mia carità. Tra me e lui c'è troppo orgoglio ferito e una
tenebra che non saprei attraversare senza paura. Ma come tu hai potuto
essere fedele a un'ombra, lasciate ch'io resti fedele al mio sogno. Si
sposa qualche cosa di più di un uomo, quando si sposa il suo ideale.
Se, per un cuore che ama, è nulla la distanza che divide i vivi dai
morti, e tu lo sai, io non devo temere nessun'altra distanza, se Ezio
vivrà come ha sempre vissuto in questo piccolo cuore.
«Monaca o vestale, io ne avrò sempre abbastanza di questa fiamma: ed
egli deve sapere che a questa fiamma potrà sempre accendere la lampada
della sua vita.
«Lasciatemi dunque in pace e non vogliatemi condannare coi criteri
borghesi che giudicano ogni vita umana come una calza che si mette sui
ferri e che deve andar bene a un piede.
«_Dopo_ sarà come _prima_: e forse meglio».
* * * * *
Qualche giorno più tardi, ripigliando la penna, scriveva di nuovo:
«Qui la nostra vita continua tranquilla con una stagione mite e
serena.
«Abbiamo fatto una buona amicizia con una famiglia di signori
americani, certi Jameson, che occupano una villa poco distante.
«Son due ragazze della mia età che viaggiano col loro padre, un dotto
filosofo dell'università di Boston, che sta compiendo non so quali
studi comparativi sui dialetti d'Italia. È gente assai a modo, che ama
il nostro paese, che fa volentieri della musica: e spesso si fanno
piccoli quartetti sotto la direzione d'un maestro che vien tre volte
la settimana a dar lezione di violino a Ezio. Io siedo al pianoforte e
ho una bella occasione per sciogliere lo scilinguagnuolo nel mio
inglese che le amiche mie trovano quasi elegante. Anche Ezio fa grandi
progressi, quantunque sia obbligato a imparare tutta la sua musica a
memoria: ma superata la fatica, dice che egli si rende padrone delle
sue note, che parlano e piangono con lui.
«Di tanto in tanto fa la sua comparsa nel piccolo golfo un
_yacht_ d'un altro ricco americano, amico dei Jameson, che
soggiorna a san Remo, e che ci porta a fare delle piacevoli escursioni
fino a Genova e alla Spezia.
«Per caso si chiama anch'esso «_Morning star_» Ezio si trova
subito nel suo elemento e impara, nella varia distrazione e nella
compagnia di persone così buone e intelligenti, l'arte preziosa di
dimenticare quel che non serve più a nulla.
«Io resterò qui finchè la mamma verrà a prendermi, cioè non più tardi
della metà di dicembre. Prima avrà luogo un avvenimento di cui ti dirò
i graziosi particolari quando mi sarà permesso di farlo.
«Dopo non so quel che faremo, cioè, se torneremo al Castelletto o se
resteremo qui tutto l'inverno, o se verremo a Torino a bussare al tuo
uscio. Questa ultima sarebbe la mia proposta. Ho bisogno di lavorare
per consolidarmi e per fortificarmi nella realtà. Sento che non mi
manca nè il coraggio nè la fede: anzi, se devo essere sincera anche
con me stessa, mi pare di aver trovato finalmente in me, la persona
che prima era sempre fuori di casa. L'idea che potrei andar monaca
ospitaliera o missionaria e stendere l'opera delle mie mani alle più
lontane miserie mi esalta qualche volta con giubilo interiore come una
poesia. Non sempre sono stata buona nella mia vita e ho bisogno di
espiare qualche peccato d'inconsiderazione anche per la pace di chi ha
creduto troppo in me. Ma non posso abbandonare mia madre. A lei devo
rendere tutto quello che non le ho dato. Lavorando per lei, per
rendere più agiata la mia vecchiezza, mi sembrerà di lavorare per il
cielo. Tu mi devi aiutare. Cerca, cerca intorno a te una scuola,
un'istituzione, una famiglia dove possa far fruttare quel poco che so.
«Tu, che hai potuto vivere così bene col tuo morto nel cuore potrai
insegnare anche a me come si viva d'un dolce pensiero.
«Ora Ezio parla della eventualità ch'egli possa accompagnare questi
signori americani in un lontano viaggio. Se don Andreino Lulli si
lascia persuadere ad andare con lui, il viaggio potrebbe spingersi
fino in America e durare parecchi mesi. Mi si parla anche d'una
prodigiosa scoperta fatta di recente da uno scienziato di laggiù,
certo dottor Gibbon, che guarisce di cecità coll'applicazione dei così
detti raggi chimici. Le Riviste dei due mondi hanno discorso a lungo
di questa meravigliosa terapia e può essere che anche questa volta la
scienza trionfi della nostra incredulità e della crudeltà della
natura. Se questo viaggio si farà, io l'accompagnerò col pensiero: ma
nè i prodigi della scienza nè i miracoli di Dio potranno cambiare i
nostri rapporti.
«_Neque nubent!_--è scritto sulla nostra bandiera, che procuriamo
di tenere alta e asciutta al di sopra di questo mare agitato. Entrambi
dobbiamo rispettare il nostro onesto orgoglio. Se un'umana dignità
impedisce a lui di mendicare nel suo misero stato una limosina, un
sentimento non meno dignitoso toglie a me di trasformare il padrone
del mio cuore in un umile beneficato. Oltre il rispetto che devo a me
stessa, mi salva il pensiero che deve un gran rispetto all'uomo
innocente che ho condannato. Tu sai di chi parlo.
«Ti ha scritto ancora? ti ha confidato il mistero del suo cuore?
povero Cresti; povero innocente! io non potrò mai trovare la parola
che lo risani: ma digli che nel mio «convento» sarà sempre accesa una
lampada anche per lui.
«Cresti mi ha insegnato a credere nella bontà degli uomini, una
dottrina che ha così pochi maestri. Un uomo come lui ogni cento, e
l'umanità non avrebbe bisogno di altri benefattori. Tu, che hai saputo
consolare te stessa, saprai trovare anche per lui la parola che tocca
e sana. Oh, non è colpa nostra se la bufera ci porta come le foglie
d'autunno! E siamo foglie al vento tanto più leggere quanto più
sottili e gracili sono le nostre radici nella terra. Ma la luce e il
cielo ci attirano, cara Elisa...
«Ma io faccio delle eterne divagazioni come se fossimo in vacanza.
Scrivo, scrivo, qualche volta senza capire io stessa quel che penso,
colla furia di chi sta dipanando una grossa matassa, di cui si potrà
fare poi quel che si vuole. Non ne avrai sgarbugliate mai di più
difficili.
Ama la tua FLORA.
«P.S.--È arrivato stasera don Andreino _irreprochable_ nel suo
_tout-de-même_ color «barbagliata» e pare che il viaggio per
l'America sia deciso. Condurrebbero un cameriere che fu già altre
volte a servire negli alberghi inglesi. Così tra il passato e
l'avvenire metteremo la stesa delle acque. Il contino è sempre quel
piccolo uomo inamidato che sai: ma non oso più ridere nè di lui, nè di
altri, nè di nessuna cosa, dopo che ho visto quanta ricchezza di cuore
può nascondersi sotto un _plastron d'englisch fashion_».
* * * * *
Verso la metà di novembre Massimo Bagliani scriveva a Matilde Polony:
_Carissima amica_,
«Dodici anni or sono, credo, un giorno di ottobre bello come una
primavera, io Le scrivevo una di quelle lettere che segnano una data
storica nella vita di un uomo. Se ne ricorda? aprendole tutto il mio
cuore, La pregavo allora di sapermi dire quel che di me pensava sua
sorella Vincenzina e come sarebbe stata accolta una mia timida e
rispettosa domanda.
«Molte, troppe dolorose vicende passarono su quella mia lettera, che
appartiene ormai ai palinsesti, ed è inutile che io rifaccia qui la
storia del mio lungo esilio, de' miei dolori e dei rancori, che mi
tennero per questi dodici anni quasi diviso dal mondo.
«Ma la Provvidenza, alla quale da vecchio mazziniano impenitente
continuo a credere, volle che io ritornassi a rivedere il mio paese e
la tomba, dirò così, in cui stavano rinchiuse le mie giovanili
illusioni. Non tutti i fiori sono seccati su questa fossa, e ora non
so più resistere a cogliere quel bene che mi è stato per una via quasi
miracolosa conservato. Vincenzina le avrà scritto su questo argomento
meglio che io non sappia fare con questa penna strapazzata dai
protocolli. Era possibile non rivederci più e dimenticarci per sempre:
non era nè umano nè giusto che potessimo incontrarci senza ritrovare
in noi le antiche disposizioni.
«Tra me e Vincenzina non scendeva che un tenue velo di errori e di
falsi giudizi che non fu difficile rimuovere. Una grande sciagura ci
sospinse più animosamente verso quella meta alla quale saremmo
arrivati per una strada forse più lunga: ma ora la nostra parola è
detta e vogliamo che anche il mondo la sappia.
«A togliere qualche ultima titubanza entra il pensiero che solo a
questo patto potremo essere utili a Ezio, il quale senza di noi
resterebbe senza asilo e senza conforto: e il poverino non ha tardato
a dimostrarci la sua compiacenza. Egli troverà nella nostra casa la
sua casa, nel vecchio zio un nuovo babbo che desidera soltanto di
voler bene a qualcuno. Così, dopo dodici anni, si compiranno i sacri
voti, ma non è men buono un vino che è rimasto dodici anni sotto
terra. Il vino poi non può che migliorare per una lunga sete. È un
romanzetto? è un idillio? una farsa onesta e piacevole? Lasciamo dire:
è sempre bello quello che si deve fare.
«Dunque ci sposeremo. Non saranno nozze segrete; ma vogliamo una
formalità molto semplice alla presenza di pochi intimi, in qualche
angolo alpestre di questa incantevole spiaggia, dove sorga un
solitario campanile in mezzo a una macchia verde, dove un modesto
servo di Dio funzioni in una logora stola.
«Ma Vincenzina non potrebbe far senza della sua madrina di dodici anni
fa. Venga dunque al più presto, cara Matilde, e procuri di trascinare
anche il nostro Cresti che ha avuto così gran parte in quest'episodio.
È vero che è un po' malato? è vero che il suo matrimonio sarà
ritardato fino alla primavera? Dalle poche righe ch'egli mi scrisse e
dai silenzi di Flora ho paura che tra lor due ci sia una cattiva
intesa. Venga e schiariremo le cose.
«Come Flora avrà scritto, Ezio partirà per un lungo viaggio di mare in
compagnia di alcuni amici americani e di don Andreino Lulli. Se non
troverà, come gli promettono, la luce, raccoglierà per via forza,
salute, distrazioni e.... il desiderio di tornare».