Belvedere.
Ezio smanioso di tornare a casa sua, appena si sentì in grado di
affrontare le noie del viaggio, fu come se avesse i carboni accesi
sotto i piedi. Sperava che a cambiar aria, potesse rompersi quel
sinistro augurio che gli pesava sul capo; ma non volle ritornare per
la valle di Menaggio, temendo di ripassare troppo presto da luoghi
ch'egli aveva ancora negli occhi. Mostrò invece il desiderio di
scendere ad Argegno sul lago di Como a poca distanza da Villa Serena,
attraversando il valico d'Intelvi. Lassù, a Lanzo e al Belvedere, era
andato da giovinetto con suo padre e gli era rimasta la memoria come
di siti incantevoli, d'aria frizzante e leggiera, di una luce
trasparentissima, piena di azzurro. Deviando un poco, era facile
raggiungere anche la vetta del Monte Generoso, famoso per la
grandiosità delle sue vedute sopra la catena delle Alpi e delle
prealpi, e più ancora per gli spettacoli quasi divini delle sue
aurore. Si ricordava di aver passata una notte di settembre in
compagnia di alcuni cacciatori, che dopo averlo condotto in mezzo ai
boschi oscuri della valle di S. Fedele e di Casasco, avevano acceso un
fuoco e fumato nelle pipe in attesa del sole. Quel bivacco luminoso
nella gran selva dei castagni gli tornava spesso nella mente e aveva
la virtù di accendere ancora una vampa di fuoco nel suo viso. E
ricordava quando, avvolti negli scialli per difendersi dalla brezza
acuta dell'alba, s'erano accovacciati in una specie di fossa a ridosso
dell'ultimo dente, e di là aveva visto schiarirsi a poco a poco il
cielo, prima in un colore opalino verso la somma volta, poi in
striscie più calde all'orizzonte, in cui guizzavano delle pagliuzze
d'oro, finchè un vivo braciere di fuoco purpureo venne a divampare
sopra le vette e a tingere di sangue le pozze e i rigagnoli dei
pascoli. Ricordava con una chiaroveggenza quasi dolorosa questo
sublime spettacolo, in virtù di quella vista che non è negli occhi, e
che va spesso più lontano, oltre i confini del senso. Sperava di
ritrovare di nuovo lassù queste vive immagini a cui l'anima sua
attaccava un'ultima speranza. Quasi se le prometteva come un premio
alla sua costanza, con quell'ostinazione propria delle anime forti,
che rifiutano di credere ai mali che le opprimono.
Non osava ancora ammettere che le sue pupille, così pronte poco prima,
osassero disobbedire al cenno imperioso della sua volontà ancora così
piena di luce e di cose. Non si scongiura un male se non ribellandosi.
La rassegnazione, la più umile delle virtù, non è buona se non quando
è necessaria.
Arrivarono all'Albergo del Belvedere sul far della notte, dopo un
viaggio lento, melanconico, in cui quasi nessuno parlò. Soltanto don
Andreino si sforzò di parer qualche volta di buon umore: ma i suoi
discorsi, per quanto cercasse di farli parere spontanei, avevano
nell'animo de' suoi compagni di viaggio quella falsa risonanza, che
mandano le posate e i bicchieri a un pranzo che segue un triste
funerale. Ezio, sentendosi le ossa affrante e lo spirito depresso, si
mise subito a letto dopo aver persuaso Andreino a svegliarlo la
mattina all'alba, perchè desiderava di assistere alla levata del sole.
E quasi che in questa speranza trovasse il suo riposo, si addormentò
subito.
Intanto che il contino prendeva alcuni accordi coll'albergatore, donna
Vincenzina che il doloroso viaggio aveva stancata d'anima e di corpo,
era andata a sedersi in un angolo del terrazzo che domina,
dall'altezza di quasi mille metri, il lago di Lugano e stava fissa a
contemplare ora le stelle che luccicavano nel fondo del cielo, ora i
lumi della città sottoposta, collocata nella profonda oscurità
dell'abisso.
Massimo la trovò immersa nelle lagrime.
Dopo una settimana di torture, sul momento di avvicinarsi a casa, essa
sentiva tutta la grandezza della sventura che li aveva colpiti e
cercava nel pianto un sollievo.
Massimo sedette accanto a lei, nell'angolo dove arrivava, diluita, la
luce dei fanali e languivano gli ultimi rumori che uscivano
dall'albergo.
--Abbiamo ragione di piangere--disse con voce soave e tremula il
vecchio amico,--È una grande sventura e non vedo come, col suo
temperamento autoritario e irritabile, Ezio possa sopportarla. Temo
anch'io che in un momento di maggior avvilimento egli possa commettere
uno sproposito. Colla sua è la vostra disgrazia, poverina. Quale sarà
la vostra vita da ora innanzi? come potete legarvi per sempre, alla
sorte di un cieco?
--Che cosa pensate, Massimo? che io possa abbandonare Ezio?
--Non posso pensare nulla di male di voi, sapete: ma temo che il
sacrificio sia maggiore delle vostre forze.
--Io ho sempre amato Ezio come un figliuolo.
--È vero. Avesse egli corrisposto con altrettanto affetto! Ora che la
sventura l'ha colpito così tremendamente, credete ch'egli saprà
trovare quella ricchezza di cuore di cui voi avete bisogno? Già
sacrificata una volta all'egoismo del padre....
--Vi proibisco di parlare, Massimo--fece donna Vincenzina, posando una
mano sulla mano di lui.
Massimo chinò la testa e stette un istante in silenzio. Fu essa la
prima a riprendere la parola dopo un lungo intervallo, durante il
quale gli occhi avevano a lungo contemplata una stella.
--Voi che cosa mi consigliereste di fare?
--Una cosa semplicissima, Cenzina--disse Massimo con una tenerezza che
ricordava nel suono e nelle parole un'antica famigliarità.--Che si sia
in due a portare questa croce.
--Oh sì... io faccio affidamento sul vostro aiuto, Massimo--disse
lentamente.
--Ma io potrei ripartire, capite? quando fossi vostro, tutto vostro,
Cenzina....--
Essa non rispose. Come se un improvviso malore l'assalisse posò la
testa sul braccio appoggiato al balaustro di sasso e lasciò che il
vecchio amico portasse la sua mano alle labbra. Ve la tenne un pezzo
il vecchio amico e la bagnò di lagrime calde che uscivano dal vecchio
cuore.
* * * * *
Fu il primo Ezio a svegliarsi e chiamò Andreino che dormiva in un
letto accanto.
--Ho sentito sonar le tre all'orologio del corridoio. Aiutami a
vestirmi: noi dobbiamo essere su qualche altura prima che il sole
metta fuori le corna. Voglio respirare la brezza dell'alba, la buona
brezza che sveglia gli uccelli e gli alberi: voglio lavarmi gli occhi
nella rugiada e ricevere in viso il primo raggio di sole, riceverlo
puro attraverso alla pura atmosfera.--
E su questa intonazione, in cui non avresti saputo discernere quanto
di enfatico egli mettesse per sostenere i dolori del suo spirito,
seguitò a discorrere finchè Andreino non fu pronto ad accompagnarlo.
--Ora sta zitto, perchè a quest'ora i cristiani dormono--gli disse il
contino.
--È buio?
--Buio pesto. Appoggiati al mio braccio e sta attento a fare gli
scalini che ti conto. Troveremo qui abbasso il _portier_ che ci
aspetta.
--Non lo voglio: andiamo soli, Andreino.
--Ma io non conosco queste strade.
--Non fa nulla. Menami fuori, all'aperto, in una di queste vicine
alture. Ho bisogno di respirare un'aria alta. Poi ti dirò quel che
dovrai fare. Tu mi vuoi bene, Andreino: tu sei stato per me in questi
giorni più che una sorella.
--Oh senti, se non hai nulla di meglio da contarmi, lascia stare anche
i complimenti. Eccoti invece un buon bastone di montagna che ti
aiuterà a trovare la strada. È buio anche di fuori, come se si fosse
in una cantina.
--È buio? è proprio buio? Oh com'è fresca l'aria qui fuori--esclamò il
giovane, vagolando sul piazzale--questa vien dal lago. Che silenzio di
chiesa! dormono tutti?
--Non sono ancora le quattro.
--È nuvolo?
--No, ci sono le stelle.
--Allora questa è rugiada....--disse Ezio, tenendo alto il
viso.--Andiamo bene di qua?
--Ieri sera mi son fatto insegnare un sentiero che mena alla
capannuccia detta _des artistes_: di là dicono che si domina
tutta la valle.--
I due giovani cominciarono a salire per un viottolo spianato che
s'internava con arte nelle fitte ombre d'un bosco di faggio. Già il
biancore primo dell'alba andava rompendo il cielo dietro le creste e
un primo alito di luce animava insieme alla brezza la trama degli
alberi. Qualche frullo d'ala usciva all'avvicinarsi dei loro passi.
Ezio camminava appoggiato pesantemente al braccio dell'amico: ma di
tratto in tratto arrestavasi e alzando il bastone in atto di protesta
gridava:--Sei sicuro che di quà si va bene? mi pare invece che si
discenda nella valle.
--C'è quì un cartello colla freccia che insegna la strada.
--Dov'è questo cartello?
--L'abbiamo di poco passato.--
Si ripigliava il cammino. Ezio a un punto si distaccò dalla sua
guida:--Voglio provare a camminare da me. La strada è molle come un
tappeto. Direi che quasi comincio a veder qualche cosa. Di', non c'è
lì in faccia una fontana con un cavallo che beve?
--Dove?--chiese Andreino imbarazzato.
--Lì, in mira al mio bastone. Un bel cavallo bianco.
--Ah sì... è una grossa rupe.
--C'è però qualche cosa di bianco.
--Sì, una macchia di granito.--Non c'era nulla: ma il giovine cercava
di secondarne le allucinazioni per tenergli alto lo spirito.
Ripresa la strada e usciti dal bosco, cominciarono a montare sul bel
sentiero che sale il dosso erboso del monte. Sentendo un mormorìo
d'acqua, Ezio volle arrestarsi a bere. S'inginocchiò sull'erba, stese
la mano al rigagnolo, bevette nei palmi di quell'acqua diaccia, se ne
bagnò il viso, la testa, s'inebriò di quella freschezza.
Cominciava ad albeggiare. Le creste si colorivano di rosa: il cielo
diventava sempre più turchino, il verde dei vecchi boschi, meno
oscuro, più ridente il verde dei prati: rumori vaghi e indistinti
uscivano dai cespugli, dalle piccole siepi: e più acuto si sollevava
l'odore dei muschi e delle erbe selvatiche. Il fondo delle valli
continuava a restare immerso in una fredda e nebulosa oscurità, mentre
si andavano via via accendendo le vette più alte, dapprima le nevose
che pigliavano una chiarezza rosea di carnagione viva, poi le altre
ferrigne e taglienti, che si rinforzavano nella luce, più tardi ancora
i greppi, i dirupi, che parevano scostarsi per lasciar adito
all'incanto luminoso dei pascoli, coi casolari alpestri raggruppati in
un lieto disordine. Uscivano di mano in mano dai fuggenti vapori, come
da veli lacerati e scossi, gli spacchi dei laghi, movevansi le
ondulazioni delle colline lontane, svegliavansi al tocco insinuante
della luce i borghi fitti di case, ridevano i poveri villaggi adunati
alle falde e un intimo affetto univa la terra, patria dei dolori e il
cielo, patria delle serene speranze....
Ezio andava avanti, prudentemente, alzando la faccia contro la brezza,
aspirando quei profumi, raccogliendo quei suoni, sentendo intorno a sè
il ritorno del solo, indovinando colla fantasia la bellezza delle
cose: ma un cerchio di ferro cingeva il suo capo.
--Ah....--fece una volta, aprendo la bocca a un grido, che morì
soffocato dall'angoscia mortale.--A te lo posso dire, perchè sei un
uomo ragionevole. O mi tiran fuori di questa cantina o la faccio
finita....
--Perchè pensi a queste cose?
--Perchè non posso a meno di pensarle. Ti par possibile questa vita di
fringuello in muda? Quando sentirai che mi son tirato un colpo nel
cervello, dirai: Povero diavolo, s'è liberato.
--Non dovresti dirmele queste sciocchezze che mi fanno male--protestò
Andreino, facendo sentire nella voce un tremito di dolore.
--Sì, sì, hai ragione, povero Lolò, non dovrei dirle a te queste cose.
Tu credi alla Provvidenza, tu... mentre io, in questo caso, proprio
non so vedere che ci possa essere una ragione nel tormentare così un
uomo come una bestia. Vien qua: dammi il braccio. Siam fuori del
bosco? da qual parte è il lago? Sento che va diventando chiaro: sento
che è bello qui intorno a me. Non è vero che le cime son accese come
tanti falò?... Lascia che io mi sieda, qui, qui, in qualche sito:
mettimi in faccia al sole. Lasciami qui solo. Non aver paura, Dreino,
non mi farò del male: no, povero Lolò, vi ho già dato abbastanza noie,
povera gente. Ho bisogno di star solo, un momento, per pensare al caso
mio e a quel che devo fare di me.... Non immagini che pena sia sentir
il sole sulla faccia e non vederlo: è una maledizione orrenda, ve',
aver gli occhi, questi maledetti occhi impiombati. È una cosa ben
crudele che un uomo sia condannato a questo supplizio. Tu non puoi
immaginare quel che soffro: no. Nessuno al mondo può immaginare fin
dove si può soffrire senza morire. È un'atrocità orribile, uno spasimo
indescrivibile. È come l'esser sepolti vivi senza nemmeno la speranza
di morir presto. È tutto il male del mondo concentrato nel cuore d'un
uomo. O papà, o la mia povera mamma, se mi vedete, aiutatemi, fatemi
morire!--
* * * * *
Steso bocconi, colle mani che raspavano la terra, il povero figliuolo
lasciò uscire tutti i gridi e tutte le lagrime che da dieci giorni
andava rinserrando nell'anima orgogliosa. C'era da commovere le pietre
soltanto a vedere quella giovinezza schiantata nel suo fiore e a
sentire quel suo dolore piangere così lamentosamente.
Andreino Lulli non seppe far altro che buttarsi a piangere anche lui
sul povero suo amico. Lo carezzò, gli fece sentire il calore delle sue
lagrime, lo strinse nelle braccia, lo baciò sul capo, sforzandosi di
patire anche lui nella misura enorme del suo compagno, oltre la sua
capacità.
Intanto il sole continuava a illuminare in una festa di colori le cime
e scendeva a baciare col raggio le falde erbose popolate di pascoli.
La brezza calava tra le valli, piegando gli steli rugiadosi dei fiori,
recando lo scampanellare sparso degli armenti. In questi due giovani
soffriva qualche cosa di più sensibile e forse di più forte della
natura, qualche cosa di cui non avevano ancora la chiara coscienza, ma
che sta nella vita come la scintilla nella pietra.