Una scappata

Per quanto il Cresti nascondesse a Flora la tristissima notizia, non

fu difficile alla fanciulla di leggere sulla sua faccia e di capire

dalle sue risposte imbarazzate e incoerenti che le cose a Villa

Elvetica non erano così liscie come si voleva far credere. Anche la

mamma aveva silenzi e reticenze piene di tristezze. Regina, che per

mezzo di Amedeo era in grado di raccogliere le voci correnti, pareva

imbarazzata a rispondere e lasciava morire freddamente il discorso.

Flora capì che volevano nasconderle una brutta verità, ma non osò

chiedere quel che non si voleva dire. Colse invece l'occasione d'una

sua visita a Villa Serena e interrogò con abilità la vecchia Bernarda.

Ma la donna non seppe dire se non che da Lugano avevan chiesto molta

biancheria, che il signor Ezio aveva la febbre, che era stato chiamato

un dottore famoso da Torino... e che intanto non si parlava di

tornare.

La partenza di Elisa D'Avanzo le fece sentire ancor di più la

solitudine e la tristezza del Castelletto, dove pesava continuamente

un'aria di mistero. La stessa Nunziata andava ripetendo che essa non

sapeva nulla; ma lo diceva in un modo così spaventato, povera donna,

che faceva pensare alle più orribili cose. Flora cominciò a non

dormire la notte. Era evidente che intorno a lei s'era fatto congiura

di tacere: segno che Ezio correva un brutto quarto d'ora. Se non ci

fosse stato nulla di male, perchè tanti misteri? perchè la mamma aveva

così spesso gli occhi rossi? perchè non le lasciavano leggere le

lettere che arrivavano da Lugano?

Il non dormire la notte accrebbe questo stato di vane apprensioni.

Ezio poteva essere stato ucciso, ma Ezio era pur sempre vivo nel suo

cuore. Il non poter parlare di lui colla gente non impediva che essa

non ne parlasse con sè stessa; a poco a poco divenne questo il suo

pensiero dominante, come una luce fissa accesa nel mezzo d'una grande

oscurità.

Di notte balzava a sedere sul letto scossa ancora da quella voce che

l'aveva chiamata la prima volta ch'era arrivato il doloroso

telegramma, una voce lamentevole, ma chiara, che chiamava:--Flora...

Flora.--Al punto che essa scendeva fino all'uscio e stava a sentire,

se mai fosse la mamma che la chiamasse così.

Se avesse pregato che la conducessero per carità a vedere l'infermo,

non poteva aspettarsi che una risposta.--A che pro? e con qual

pretesto?--avrebbero detto:--Ezio aveva bisogno di quiete. Dacchè essa

apparteneva a un altro uomo, meno ancora di prima poteva invocare le

ragioni dell'amicizia e dell'umanità. Nè a chiedere quel che le

sarebbe stato crudelmente negato si rassegnava più il suo orgoglio,

che si sentiva già prigioniero e quasi incatenato dalle meschine

convenzioni: e allora si domandò se non poteva andar senza permesso.

Il viaggio non era lungo. Partendo la mattina, essa poteva essere di

ritorno la sera stessa. Non aveva nulla a recare, nulla a chiedere, ma

voleva soltanto vedere la verità, quella verità che fa tanto più paura

quanto più si presenta vestita in panni non suoi.

Fece un breve studio sull'orario delle corse e vide che, partendo la

mattina col battello delle sei da Cadenabbia, poteva essere a Lugano

per le nove e di ritorno al Castelletto sull'imbrunire. Prese con sè

una valigietta in cui pose un libro, un pezzo di pane e una tavoletta

di cioccolata, ma si accorse di non aver denaro: nè volle chiederlo

alla mamma. Scrisse un biglietto a Regina in cui la pregava di recarsi

subito al Castelletto: «Dirai alla mamma che son partita per Lugano,

ma tornerò stasera. Non stia in cattivi pensieri per me».

Uscì di casa poco prima delle cinque, mentre era ancora tutto quieto

alla riva e nello strade, e si avviò verso Cadenabbia.

Quando fu davanti al fornaio, su cui aveva già fatto i suoi conti,

entrò nella bottega e chiese in prestito al padrone dieci lire in

piccoli biglietti.

--Dove va a quest'ora fresca, contessina?--chiese il padrone.

--Vado su verso Menaggio per alcune compere... C'è qui un ragazzo che

voglia portare questo biglietto subito alla Regina di Bortolo?

--Ci deve andare per il pane.--

Camminando lesta, fu a Cadenabbia prima dell'approdo del battello. A

Menaggio trovò pronto il treno e montò in un vagoncino di terza

classe, dove non c'erano che tre o quattro guardie di finanza.

Si rincantucciò, si raccolse e per tutto il tempo che il treno sbuffò

su per le rampe del monte, non tolse mai gli occhi dallo specchio

fermo del lago, che si dilatava a' suoi piedi. La mattina era nitida,

ma prometteva una giornata calda e senz'aria.

A Porlezza discese dal treno e risalì sul battello, prendendo posto

fra le ceste e i colli che ingombravano la punta di prua. Fatti i

conti, s'era accorta che le dieci lire erano scarse per viaggiare in

prima classe: c'era quasi pericolo di non averne abbastanza per il

ritorno. Ma a questo avrebbe provveduto la zia Vincenzina. Vicino a

lei sedevano altre donne coi canestri sui ginocchi, si radunavano

operai e pescatori, chiocciavano le galline nelle gabbie, i discorsi

comuni della gente si mescolavano ai comandi del capitano e alle voci

dei battellieri che gridavano le stazioni.

Seduta su di un fascio di grosse corde, sotto il suo cappelluccio

schiacciato sulla testa colle tese rovesciate per assicurarlo contro

il vento, Flora, sorpresa di sentirsi così tranquilla e convinta, come

se andasse a compiere un dovere naturale, fissava il punto lontano

dalla sua meta, affrettando col desiderio il momento d'arrivare.--La

mamma--pensava--riceverà il mio biglietto prima di alzarsi. Stasera mi

sgriderà, naturalmente, ma poi mi perdonerà. Perchè io sola non devo

sapere quello che tutti sanno? Quando vedrò che l'opera mia è inutile,

tornerò a casa, non ci penserò più, sposerò Cresti, farò tutto quello

che vorranno.--

Pensare non è la parola precisa. Era piuttosto un passar rapido di

immagini, d'impulsi, di sgomenti, di riflessioni, che viaggiavano con

lei, ma di cui essa non era padrona.

Giunta a Lugano, quando fu dalla folla sospinta fin quasi nel mezzo

della piazza del mercato, chiese a una fruttaiola la strada per andare

a villa Elvetica.

La donna non aveva mai sentito nominare questa villa, ma una guardia

di città insegnò alla signorina il modo di prendere il tramwai della

stazione che l'avrebbe condotta a pochi passi dal luogo. Così fece.

Tutto andava bene come se fosse guidato da una mano benevola.

Dieci minuti dopo, il conduttore le indicava la villa sopra un poggio

in fondo a una salita battuta dal sole. Ringraziò, discese e prese la

sua strada, provando ai primi passi un senso di debolezza: ma si

ripigliò subito.

L'ora si faceva già calda e il bianco della strada riverberava già la

vampa cocente di quel sole, che prometteva un'altra giornata di bel

tempo. Il cancello della villa era aperto ed essa entrò liberamente

sentendosi tutta consolata dalla freschezza delle ombre e dei viali

oscuri che salivano alla casa. Una volta si fermò ad asciugarsi la

fronte, per ricomporre i capelli scompigliati dal vento, accomodò il

cappellino di paglia, che aveva perduto le sue penne e fattosi cuore,

disse a sè stessa:--ora ci sono: botte non me ne daranno.--

E per non lasciarsi avvilire da quella debolezza che l'aveva presa

alle gambe, provò a ridere di sè e dell'ombra sua che, allungandole

sul terreno la persona stretta nel suo giubbetto leggero, e dilatando

le tese del suo cappelline, le faceva la figura di un giovine prete

lungo lungo. Veramente la scappata era più da studente biricchino che

da teologo, e chissà? chissà che cosa avrebbero detto di lei a casa la

mamma, il rigido Cresti, la beata Regina, la Nunziata... E che

sorpresa per la zia Vincenzina di vederla arrivare in quel modo.... Ma

comunque la volesse andare, adesso era qui, stava per rivederlo dopo

un secolo che non lo rivedeva, gli avrebbe parlato, ed egli avrebbe

dovuto almeno ringraziarla della sua carità. Oh non gli chiedeva nulla

nulla; un «grazie» un «addio Flora...» un... «poverina che sei venuta

con questo caldo...» e poi sarebbe tornata a casa tranquilla com'era

venuta.

* * * * *

La villa era chiusa da tutte le parti, immersa in un silenzio di

chiostro.

Provò a girarle intorno, in cerca di una porta d'ingresso, provò a

scuotere e a battere nelle persiane; nessun segno di vita, nè di

dentro nè di fuori.

Accostando l'orecchio alle persiane chiuse, non sentì che vi fosse

anima viva. Sfette un istante avvilita senza sapere che cosa pensare.

Che avesse sbagliata la casa? no, il nome di Villa Elvetica era

scritto a lettere d'oro sul frontone; e le soprascritte e i telegrammi

che aveva potuto consultare parlavano nettamente di una villa Elvetica

sopra Lugano, a pochi passi dalla stazione. Dunque non ci poteva esser

errore da parte sua, e bisognava piuttosto credere che fossero partiti

tutti, o che Ezio... oh Dio!... che il povero Ezio fosse stato ucciso

nel duello, e che le lettere e i telegrammi non fossero che un inganno

pietoso dei parenti per preparare a poco a poco l'animo suo a ricevere

la tremenda notizia.

Fu tanta la violenza persuasiva di questa supposizione che le

mancarono le forze e si lasciò andare sui gradini della casa,

tenendosi su a fatica colle mani aggrappate agli stipiti della porta.

Se non perdette i sensi del tutto fu per forza di una volontà quasi

irritata che comandò di resistere, di non smarrirsi in quel deserto,

di opporre agli inganni la forza de' suoi diritti

Se Ezio era morto, perchè non doveva essa saperlo? se era morto

l'ideale della sua vita, ben poteva ritenere finita anche per lei ogni

ragione di essere e di soffrire. Se l'avevano ingannata, non solo era

stata un'ingiustizia, ma una crudeltà; una inutile crudeltà che essa

avrebbe dovuto far scontare a' suoi ingannatori.

A confermarla in questo odioso sospetto ritornavano in mente alcune

circostanze.

Cresti era partito una prima volta coll'animo sollevato, ma era stato

chiamato improvvisamente, mentre facevano venire da Torino un celebre

dottore: da allora era incominciata quell'aria cupa di mistero, che

faceva gli occhi rossi alla mamma, e confuse le risposte di Regina e

delle altre donne....

No, no: era possibile ch'egli fosse già morto, che lo avessero sepolto

in segreto senza che la sua Flora fosse stata chiamata a piangere

sopra la sua bara? Non avrebbe mai più perdonato questo delitto, ma

avrebbe vendicato in sè stessa l'oltraggio, lasciandosi morire di

disperazione sulla fossa chiusa....

--Ezio--gridò non sapendo più resistere alle violenze di quel dolore

acerbo, battendo colla testa e colle palme contro le gretole delle

persiane che risuonarono nel silenzio del giardino....--Ezio!--gridò

una seconda volta più forte, stringendosi i capelli--o mio povero

Ezio, dimmi che non sei morto! oh Dio, non ingannatemi. O cattivi,

pietà di questa poverina; aiuto, Madonna...--

E sentendo che lo spasimo più forte della resistenza stava per

travolgerla in un torrente d'angoscia si accoccolò, si rannicchiò sul

freddo sasso, appoggiò la testa alle braccia; e mentre non cessava di

chiamare con voci alte e straziate il suo Ezio, pianse in uno scroscio

di lagrime infinite.

* * * * *

Si ridestò dopo alcuni istanti al suono d'una voce che la chiamava:

credette anzi di sentir pronunciare il suo nome e alzò la testa.

--Si sente male, poverina?--chiese la donna del giardiniere, mentre

cercava di sollevarle la testa.

--Fatele odorare questo profumo--soggiungeva una voce più gentile: e

fu appunto all'acuto effluvio d'un'essenza che Flora si ridestò,

riconobbe il luogo, riprese coscienza di sè, del suo dolore, del suo

pianto, ravvisò la donna e accanto a questa, seduta su una panca del

giardino, un'altra donna pietosa, assai giovine e bella, che le

parlava con soavità, compassionandola, e dava qualche segno di

conoscerla.

Era forse questa signora, che aveva pronunciato poco prima il suo

nome.

--Perdonate--cominciò a balbettare la poverina--sto meglio. Ero

venuta a cercare di questi signori, voglio dire di quel giovane che fu

ferito in duello. È morto? dite. È morto?

--No. Son partiti tutti fin da ieri mattina--disse la donna.

--Partiti?--esclamò Flora, rianimandosi.--Scusate, pensavo che fosse

morto e ho provato un gran colpo di cuore. La sua ferita è guarita?

--Quasi guarita o almeno il dottore assicura che da questa parte non

avrà più nulla a temere. Non so per il resto.

--Cioè?

--È forse una parente la signorina?

--Sono una sua lontana cugina. Dite pure: dovrò pur sapere come sono

andate le cose.

--Si teme che il poverino abbia a rimaner cieco per tutta la vita.

--Cieco?!--gridò Flora, afferrando le mani della donna--Cieco?!--E

lottando contro una specie d'interna incapacità a comprendere il senso

doloroso delle cose, guardava negli occhi la donna per cercare la

soluzione di un enigma che non si lasciava sciogliere.

Ma a poco a poco la verità si fece strada, La nozione del male si

trasformò in una sensazione oscura che l'avvolse come una notte. Il

giardino così pieno di sole sprofondò in una tenebra fitta come se la

verità acida e velenosa, saltandole agli occhi, accecasse anche lei.

La giardiniera, vedendola vacillare di nuovo, la sorresse col braccio

e cercò di rianimarla con delle buone parole, a cui Flora si sforzò di

rispondere per non perdere del tutto una forza di resistenza di cui

aveva ora più bisogno di prima.

--Cieco!--Ora sentiva tutta la grandezza di questa nuova sciagura, che

non osava confrontare con quella che aveva temuto prima, per paura

che, dovendo sceglier tra due terribili mali, il suo cuore avesse a

ingannarsi. Piangeva Ezio come morto e glielo rendevano vivo, ma

cieco: non sepolto morto nella terra, ma sepolto vivo nelle tenebre,

Era una scoperta orribile, da togliere ogni virtù: ma dopo aver

dissipato con un atto materiale delle mani la nebbia che le ingombrava

la vista, tornò in sè stessa per non so qual forza riposta, si alzò e

chiese con voce subitamente rinvigorita:--Sapete se essi intendevano

di tornare a casa?

--Sentivo dire che il signor Ezio desiderava tornare: ma che volesse

tornar subito non saprei dire.

--Grazie, buona donna; scusate se vi ho spaventata.--La fanciulla,

appoggiandosi al braccio della giardiniera, si fece accompagnare un

tratto per il viale fin verso il cancello; ma fatti alcuni passi,

accortasi di non aver ringraziata e salutata la bella signora che

l'aveva soccorsa e di cui teneva ancor stretta nella mano un'elegante

fialetta di cristallo:--Quella buona signora....--disse voltandosi a

cercarla cogli occhi. Ma la buona signora era già scomparsa.

--La conoscete?--chiese alla donna.

--Dev'essere una signora americana che sta all'Hôtel. È venuta anche

lei due sere fa per la prima volta a chieder notizie del ferito e

restò molto impressionata, quando il contino le diede la brutta

notizia. Oggi è tornata per veder la villa, perchè spera che suo

marito, un milionario americano, abbia a comprargliela. Dicono che non

sia propriamente suo marito: ma per noi è lo stesso, purchè la villa

si venda e si esca da questa melanconia. È peccato buttar via questa

grazia di Dio: e anche mio marito potrebbe guadagnare qualche cosa di

più che non a servire questi usurai dell'hôtel che non danno mai un

soldo di mancia. Si sa, siam povera gente che vive di incerti e di

piccoli proventi.--

In Flora, al sentir parlare di mancia, si rivegliò il senso di quel

dovere civile che vuole che ogni servigietto abbia il suo compenso.

Tolse dal magro portamonete una lira di carta italiana e offrendola

modestamente alla donna le disse:--Pregate per quel poverino e un poco

anche per me.

--Lo farò, bella ragazza; non avrebbe per caso moneta svizzera?

--Oh no...--esclamò la povera Flora, arrossendo, cercando inutilmente

tra le poche lire stracciate che eran rimaste nel fondo.

--Fa nulla, pregherò lo stesso.

--E ringraziate per me la signora...--disse, affrettandosi verso le

strada che scendeva in città.--

La donna dalla soglia del cancello la seguì un pezzo cogli occhi e

quindi, pesando il barattolo di cristallo in una mano, la logora lira

nell'altra, mentre tornava sui suoi passi, prese a dire:--Peccato

davvero che resti cieco quel povero figliolo, quando ha la fortuna di

farsi ben volere dalle donne, dalle bionde, dalle rosse, e forse anche

dalle nere. Era forse meglio che morisse addirittura laggiù in quel

prato, povero figliuolo!--E seguitando ne' suoi pensieri, mentre

tornava in traccia della bella americana, almanaccava:--Questa

rossa, pare una sartina o una maestrina di laggiù, e a giudicare dai

capelli dev'essere un diavoletto intelligente, un'anima calda: e come

piangeva! sento ancora il calore delle sue lagrimone sulla pelle delle

mani. Peccato che il suo borsellino sia smilzo come un agone secco.

Per una lira italiana e sporca io dovrei pregare per lui, per lei, e

magari accompagnarli in paradiso. L'americana non ha bisogno delle mie

orazioni e se devo giudicare dall'odore, è di quelle che pregano una

volta sola in punto di morte, quando il diavolo si muove per portarle

via. Questa boccettina--soggiunse, portando il buon odore al naso--par

di cristallo fino e il collo par d'argento, guai se non avessimo di

questi proventi in questi anni di miseria!--E se la mise in

tasca.--Ora non mi resta che di conoscere la maritata, quella per cui

il giovinotto arrischiò di farsi ammazzare. Dev'essere assai bella se

l'ha pagata con un paio d'occhi, scartando la bionda e la rossa. Ma,

ah povera me! che cosa serve la bellezza, se non hai gli occhi per

vederla?--

Ridendo, crollando la testa sulle sue considerazioni, la donna, che

aveva nei suoi giovani anni conosciuto il mondo, finì col conchiudere

che bisognerebbe nascere due volte: la prima per imparare, la seconda

per vivere.

Col fuoco non si scherza · 第 30 / 51 题