Nelle tenebre.
La giornata era stata caldissima anche per i prigionieri di Villa
Elvetica, che tra ansie e speranze e con una pazienza da santi avevano
potuto persuadere Ezio a rimanere a letto tutti gli otto giorni
trascorsi dopo il loro arrivo; otto giorni ch'eran parsi otto secoli.
Il giovine, che si sentiva abbruciare nella sua cameruccia, protestava
di continuo di non voler più rimanere col capo fasciato nel ghiaccio,
al buio come un uccello di muda, tuffato nell'aceto, nel cloroformio,
nell'acido fenico; e non ci voleva che l'autorità scientifica del
medico e forse un resto di buon senso, ancor vivo nel malato per
trattenere il giovine da un atto di follia.
Il caldo portò anche a lui una grande stanchezza e quel giorno aveva
dormito a lungo d'un sonno tranquillo; talchè Massimo persuase don
Andreino a prendere mezza giornata di svago e a scendere in città.
Il povero Lolò era stato per l'amico, il più devoto e il più paziente
degli infermieri. Una suora di carità non avrebbe potuto sacrificarsi
di più. Di notte dormiva presso la soglia in un lettuccio, pronto ad
ogni chiamata: di giorno, tranne l'ora dei pasti e della toeletta, non
si allontanava mai dall'infermo. Libero del suo tempo, don Andreino
era persuaso che non avrebbe potuto impiegarlo meglio che in
quest'opera doverosa di carità e di amicizia: ma era un mistero anche
per lui dove attingesse la forza fisica per resistere agli strapazzi e
alle inquietudini del più insofferente degli infermi.
Quel giorno, una domenica, accettò volentieri il suo congedo e scese
in città in un perfetto vestito tutto bianco, che era in piena armonia
coi trentadue gradi di caldo che infocavano le strade e le case.
Massimo e Vincenzina rimasero soli a pranzo. Questo fu servito in un
salottino che dava sulla vista del lago e rimasti soli, dopo il caffè,
i due vecchi innamorati si trovarono immersi nelle vecchie memorie
prima che avessero il tempo di guardarsene: e discorrendo, i loro
spiriti continuavano ad avvicinarsi con quel senso di curiosa
trepidazione con cui si ripassa da un luogo ove si è corso un mortale
pericolo.
--Forse facciamo male a rimescolare queste foglie secche, Vincenzina:
ma c'è un punto enigmatico in questo nostro passato che non so ancora
a quale dei due abbia fatto più torto.
--Dite quale.
--Perchè non avete resistito di più a vostro padre il giorno che vi
obbligò a rompere la vostra fede? perchè non mi avete scritto che
volevano far violenza al vostro cuore? Sarei accorso, vi avrei aiutato
in qualche modo. Forse non avreste sposato un uomo ricco....
--Cattivo!--interruppe essa, guardandolo con aria di
rimprovero.--Perchè dite queste cose?
--Perchè ora le possiamo dire senza soffrire, come si raccontano le
storie dell'Antico Testamento. Io non avrei potuto offrirvi una grande
protezione, ma si sarebbe combattuto insieme.
--Questo non era possibile.
--Ecco quel che mi ha fatto più soffrire. Voi non avete avuto
abbastanza fede in me.
--No, Massimo; tra me e voi... ma perchè volete farmi parlare? che
giova risuscitare queste cose morte? io non ho potuto non sposare
vostro fratello, ecco tutto: così ha voluto mio padre.
--Vostro padre avrà avuto dei torti, ma non fu mai un tiranno. Amabile
egoista, questo sì, ma non tiranno.
--Amabile egoista--avete trovata la giusta definizione; ma egli ha
sbagliato e io ho pagato, ecco tutto. Perchè volete farmi parlare di
più?
--Perchè vorrei persuadere me stesso che non sono stato troppo vile e
che non ho meritato il mio castigo.
--Chi fu più castigato di noi due, Massimo?--chiese donna Vincenzina,
sollevando i suoi grandi occhi umidi.
Egli pure respingendo una leggera onda di tristezza, che minacciava di
travolgerlo:--Sta bene--disse--siamo stati castigati entrambi: ma
perchè mantenere fra noi due un mistero? non sarebbe più bello che i
nostri cuori si vedessero innocenti anche a traverso alla nostra
sventura? perchè volete ch'io dubiti fino alla morte ora di me, ora di
voi? Se i morti hanno avuto dei torti, a noi non manca ora la pazienza
di perdonarli.
Donna Vincenzina esitò ancora un istante come se finisse di consultare
il suo cuore: poi riprese:
--Ci son delle ragioni sacre che comandano il silenzio...--
--Se credete che io non meriti ancora la vostra confidenza...--
Ma essa lo interruppe di nuovo per dirgli:--Devo accusare il mio
povero babbo, capite? Che valore avrebbe il mio sacrificio se io lo
facessi scontare a un povero morto a prezzo di vergogna? Se ho creduto
utile di tacere, quando ero più giovine, quando ero bella, quando
avevo qualche diritto di ribellarmi al mio destino, come potrei ora
pentirmi del bene che ho fatto, senza commettere quasi un delitto? Ma
voi oggi non siete più semplicemente un amico di casa; troppo ho
bisogno della vostra assistenza e della vostra stima perchè non abbia
a considerarvi quasi come un mio fratello, a cui posso e devo
consegnare le carte più preziose e i segreti più gelosi della mia
vita. Se voi dovete far da padre a Ezio, se i nostri rapporti devono
continuare nell'avvenire, è bene che non vi siano diffidenze,
sospetti, recriminazioni tra noi. Solamente a questo patto credo di
poter rompere un segreto che doveva morire con me. Mi sarete poi grato
di questo sacrificio che vi faccio? e promettete che morirà con voi la
confidenza che dopo dodici anni mi tolgo per la prima volta dal cuore?
e che non me ne parlerete più? e che sarete più buono e più savio con
me? Quel che io sto per dire a voi, non è conosciuto nemmeno da mia
sorella, che ha creduto ad altre apparenze.
--E allora, mia cara...--disse il vecchio amico come se volesse
rinunciare a questo privilegio; ma o egli non ebbe abbastanza
prontezza per resistere alla sua curiosità o essa non ebbe abbastanza
forza per respingere il suo bisogno di parlare.
--Voi vi ricordate, Massimo, che nostro padre era impiegato alla
Tesoreria provinciale, in un posto di fiducia--riprese a dire
frettolosamente senza mai levare gli occhi da terra.--Quando cominciò
a sentire le strettezze del vivere, non volendo nella sua bontà, che
alle sue figliuole avesse a mancare nulla, bisognoso egli stesso di
vivere bene, troppo incosciente dei pericoli e delle responsabilità a
cui andava incontro, il pover'uomo ebbe in più riprese ad abusare
della fiducia de' suoi superiori: e una volta non potè rifondere una
riserva di cassa. Fu una volta sola per una somma non troppo grande:
ma fu scoperto. Egli aveva anche dei nemici: immaginate. Era il
disonore, la rovina, un processo, la prigionia. Il suo capo l'aveva
già denunciato al procuratore del Re, che era allora vostro fratello,
Camillo Bagliani, e fu sotto il terrore di questa minaccia che il
povero babbo.... Dio, che giorni!... mi prese in disparte e fece a me
sola, la sua cara Vincenzina, la confessione del suo peccato.
Piangendo, strappandosi i capelli, mi pregò di aiutarlo, di
salvarlo... Come potevo fare?--Donna Vincenzina si arrestò un momento:
poi seguitò, cercando di uscir più presto dalle spine di quel
racconto:--Gli proposi di andar insieme dal procuratore del Re. Mi
gettai a' suoi piedi e lo pregai con tutte le mie lagrime; anche in
nome vostro, Massimo, di non far male al mio povero papà. L'austero
magistrato parve commosso e promise che avrebbe fatto in modo che il
deposito di riserva fosse immediatamente restituito per rendere
regolare il rendiconto mensile: e anticipò del suo la somma. Non
mancava che di arrestare l'istruttoria del processo: e anche in questo
giovò l'opera di un uomo così autorevole. Una sera venne egli stesso
in casa nostra a promettere il suo valido appoggio, ma poi... (qui la
voce di Vincenzina tremò) pose una condizione ch'io non ho potuto
rifiutare. Ecco perchè ho sposato vostro fratello. Era il minor male
che potessi fare in quel momento...--
Con voce umile e fredda troncò quasi improvvisamente una confessione,
che stentatamente aveva dovuto cavare dal cuore, sulla quale era corsa
colle parole come se volesse abbreviare a sè e a chi l'ascoltava un
inutile martirio. Con un sorriso d'indulgenza stese la mano a Massimo,
che rimase inerte come un uomo che sia stato mortalmente ferito in
qualche parte del corpo e resta un istante in piedi in attesa che la
morte lo faccia stramazzare.
Non era difficile intendere che Camillo aveva contrattata vita per
vita. Affascinato dalla molle e tenera bellezza di Vincenzina, che il
destino gli aveva condotto ai piedi, uso, come tutti i forti, a creder
suo tutto quanto cadeva nel dominio del suo egoismo, stese la mano sul
bene di un fratello povero e ramingo: e se ne impadronì... ossia lo
comperò col denaro che servì a coprire un furto.
Massimo, che ora si pentiva d'aver troppo voluto conoscere, dopo aver
fatto forza sopra sè stesso, tirò una sedia accanto a quella di lei,
sedette, cercò timidamente una sua mano ch'ella non gli seppe
rifiutare, e parlandole con voce dimessa e carezzevole, le disse:--voi
siete una santa.
--No, no, Massimo, protestò essa, ridendo, mentre le lagrime, a stento
trattenute, scendevano a inondarle il viso.
--Sì, e io sono un piccolo cuore avaro e permaloso. Sento però quanto
sia stato più doloroso per voi alzar la pietra di queste memorie
sepolte: è un sacrificio di cui vi sarò sempre riconoscente,
Vincenzina. Se io pronunciassi davanti a voi, così buona e così santa,
una parola di rancore, non sarei degno di voi. Mi vergogno di non aver
saputo trovare da me la ragione che ha ispirata e sostenuto il vostro
sacrificio e di aver guardato più al mio che al vostro dolore.
Aiutatemi a esser buono: devo dimenticare chi mi ha fatto un così
grave male.
--Io credevo già di tenerlo il vostro perdono.
--Non a voi devo perdonare, capite: voi siete sempre per me un raggio
luminoso.
--Ora mi fate la corte, Massimo--interruppe essa ridendo.
--Dite più semplicemente che vi amo ancora, oggi, coi capelli quasi
bianchi come vi ho amata dodici anni fa. Forse che vi offende di
sentirvelo dire?
--Perchè dovrei offendermi, caro Massimo?--si lasciò condurre a dire
donna Vincenzina, in cui quelle dolci dichiarazioni schiudevano le
misteriose fonti della tenerezza.--Come potrei non rallegrarmi di
essere stata per voi qualche cosa di buono? anche voi lo foste per me.
Non posso dire che il vostro pensiero mi abbia aiutata a compiere
meglio quel difficile dovere che mi ero imposto: forse è più giusto
che vi dica che ho fatto di tutto per dimenticarvi, per cacciarvi via
come il diavolo e non ci son sempre riuscita, pare...--
Massimo si rallegrò di sentirsi paragonato al diavolo e stava per
portare la mano piccola e morbida di lei alle labbra, quando risuonò
nella quiete dell'aria, e precisamente dal lato dov'era la stanza del
malato, un grido straziante, che parve la voce di Ezio.
Trasalirono entrambi, si mossero con quello spavento che si può
immaginare e accorsero verso la stanza. Massimo arrivò primo, spinse
l'uscio e trovò il malato in piedi semivestito, presso la finestra
aperta. S'era levato le bende e le fasciature e stava così a capo nudo
e raso, girando gli occhi nel vano, in cui agitava le mani.
--Cosa fai Ezio? sei impazzito? stare con quest'aria, in questa luce,
mezzo nudo, nel tuo stato di debolezza?
--Vuoi sentirne una bella, zio Massimo?--cominciò a dire il giovane,
sforzandosi di giocare d'ironia contro un mortale accasciamento. Vuoi
vedere che son rimasto orbo come un fringuello?
--Cosa ti passa per la mente? torna in letto, sii buono.
--Orbo ti dico, se è vero che questa è una finestra aperta e non un
armadio: orbo, se è vero che quest'aria calda vien dal giardino e non
dalla bocca di un forno; orbo, se è vero che il mio naso sente un gran
profumo di fiori e di piante resinose, mentre io non vedo una saetta.
Avete un bell'ingannarmi, ma son tre giorni che nutro questo sospetto.
Era troppo il buio, qua dentro. Non bastavano le imposte chiuse, le
fasciature, le vostre ciarle, le fanfaluche della Russia a fare questo
buio maledetto... Oh, oh: questa è la finestra aperta, queste sono le
frasche della glicina: questo è l'odore del pino e dell'erba tagliata.
Il naso c'è, zio Massimo, ma io non ci vedo un accidente, nulla vedo,
come se fossi chiuso nella scatola d'un cappello. Che il barone mi
abbia portato via gli occhi?--
Sentendo a questo punto entrare donna Vincenzina, drappeggiandosi alla
meglio nelle coltri, che trascinava come un paludamento, le
disse:--Guarda un po', madrina, quel che hanno fatto de' miei occhi.
Se io ci avessi qui due capocchie, ci vedrei di più!
--Che cosa dici, figliuolo? i tuoi occhi son belli e sani come prima.
--Sani e belli, ma io non ci vedo. Vi giuro che non ci vedo--ripetè
con più voce, alzando le braccia e brancicando nello spazio per
afferrarsi alle cose.--Chiamate subito quell'animale di dottore che mi
ha rovinato. Altro che guarigione: questa è la cassa da morto
inchiodata e ribadita.
--Non dir così. Sarà lo stato di debolezza--disse lo zio.
--O il molto sangue perduto--aggiunse affannosamente la mamma.
--O uno scherzo della polvere da fuoco... commentò il giovane con acre
ironia.
--E se ti rimettessi in letto?
--C'è Andreino?
--È uscito, non può tardar molto.
--Bene, non ditegli nulla. Chiudete ermeticamente la finestra in modo
che non entri il minimo filo di luce e lasciate parlare a me:--Dreino,
Lolò, dove sei tu?--cantarellò mentre cercava di raggiungere a tentoni
il letto, annaspando come se giocasse a mosca cieca.
Quando, aiutato dallo zio, sentì il molle delle coltri, vi si
rannicchiò, mentre Andreino entrava nella stanza.
Ezio sentì il suo passo prima che gli altri avessero il tempo di
parlargli:--Dreino, vien qua: fa chiudere bene quella benedetta
finestra. Mi è caduta la benda e ogni po' di luce mi abbaglia la
vista.--
Andreino in buona fede corse a chiudere le imposte.--Più ancora, più
ancora: non sto bene che nel buio. Chiudete anche l'uscio...--E quando
sentì che tutto era sbarrato come una prigione, stese la mano
all'astuccio dei zolfanelli, che stavano sul tavolino, e strofinando
un cerino se lo tenne acceso davanti agli occhi come una candela,
finchè non sentì la fiamma attaccargli la punta delle dita.
Fu un mezzo minuto di triste silenzio nella camera, mentre la fiamma
rischiarava il volto dell'infermo, pallido, irrigidito nei tratti, in
cui gli occhi fissi in una vitrea immobilità parevano aver perduta
l'anima.
--Buona notte, sonatori: sono orbo!--e lasciò cadere pesantemente sul
cuscino la testa che rimase come un pezzo di marmo.
--Tu ti spaventi per nulla, figliuolo.
--Ora sentiremo il medico.
--È un effetto della debolezza
--Sarà una paralisi momentanea.--
Così si affrettavano or l'uno or l'altro a consolarlo; ma Ezio,
cantarellando sulle parole, respingeva le loro consolazioni con una
insistenza disperata che stringeva il cuore.
--Vi dico che non c'è più stoppino. La palla del barone deve avere
scassinato il meccanismo della luce elettrica e le cure di quel
moscovita avranno fatto il resto.
--Dammi una sigaretta, Dreino! che bella sorpresa, Giovannino, restar
orbo a ventiquattro anni!--
Scherzava coll'umore ferito, resistendo con ferocia di anima
all'assalto della nera disperazione che lo ghermiva, come un superbo,
che, vinto e conculcato dal nemico potente, lo oltraggia
sogghignandogli in faccia.
Donna Vincenzina, sentendosi venir meno, si aggrappò alla sponda del
letto e s'inginocchiò per soffocare contro la coltre un doloroso
singulto. Massimo perdette un istante il senso delle cose, preso da
una vertigine come se precipitasse da una torre. Soltanto Andreino
Lulli fu calmo e ragionevole. Colla voce naturale e convinta
disse:--Il medico ha già preveduto questo caso in seguito alla forte
emorragia: non per nulla ti raccomandava la quiete, il silenzio e la
perfetta oscurità: ma assicura che col rinnovarsi dei globuli rossi e
col ritornare delle forze, tutto scomparirà come nebbia al sole.--
Don Andreino non aveva mai detto tante bugie, ma le disse così bene e
con tanta naturalezza che i cuori si confortarono.
--E allora mandalo a chiamare questo fabbricatore di globuli
rossi--disse Ezio, ricuperando un poco di quella speranza che
galleggia sempre anche in mezzo alle più fiere tempeste. Nelle parole
dell'amico egli aveva sentito abbastanza di quel verosimile, che in
cento casi tiene il posto del vero, e quasi lo tien meglio.
* * * * *
Seguirono tristissimi giorni. Il medico, che aveva fama di uomo dotto,
colpito dalla novità del fenomeno patologico, non osò pronunciare un
giudizio. Il proiettile non era penetrato nel cranio, non aveva
attraversato le cavità orbitali e quindi non poteva aver occasionata
l'atrofia assoluta dei nervi ottici e prodotta l'abolizione totale
della vista. Continuando nella cura del ghiaccio sulla fronte e nella
quiete somma del soggetto, che pietosamente persuase ad aver fede
nella parola della scienza, egli rimise un definitivo pronostico al
giorno, in cui fosse sembrato utile alla famiglia di interrogare un
consulente specialista. Subito fu fatto il nome del celebre dottor
Dantelli di Torino, che il Cresti aveva conosciuto all'Università. Si
scrisse subito a costui che venisse a Lugano, mentre Andreino
telegrafava poche parole al Bersi. Arrivarono quasi insieme col cuore
pieno di paurosi sospetti e si tenne una specie di consiglio di
famiglia. Che si doveva fare? Cresti era partito senza dir nulla alle
donne del Castelletto. Aveva lasciato solamente due righe per
giustificare una momentanea assenza.
Il Bersi si offrì di partir per Torino con una lettera di Cresti per
il dottor Dantelli, che avrebbe cercato di ricondurre con sè, non
parendo il caso di perder tempo, sia per riparare subito al male se il
male era riparabile, sia per recare al più presto a Ezio il conforto
di una parola autorevole prima che la disperazione andasse alla testa
del povero figliuolo.
Le cose furono così ben condotte, che in men di ventiquattro ore dopo,
il dotto specialista, ornamento dell'Ateneo torinese, scendeva alla
villa. Era un uomo di apparenza ancor giovane, dalla barba brizzolata,
dal viso pallido, dall'aria pensosa e modesta degli uomini, che sanno
quanto scarso sia il potere umano davanti alla grandezza smisurata dei
mali.
In presenza dell'infermo la nuova diagnosi non si allontanò di molto
da quella del dottor russo; il fenomeno si poteva interpretare come
una interruzione momentanea dell'azione visiva prodotta da coaguli
sanguigni. La quiete, la cura ricostituente e la fiducia nelle buone
forze della natura dovevano confortare il malato a sperar bene; ma nel
venir via in carrozza con Bersi, Cresti e Andreino, il dotto clinico
non nascose qualche paura che il male potesse essere irreparabile.
--Cioè... cioè?...--esclamarono in coro con un senso di raccapriccio
gli amici.
--Cioè ch'egli resti cieco per sempre.
--Cieco per sempre? a ventiquattro anni?--ripetè il povero Cresti con
una voce fuggevole, in cui tremava la compassione.
--Il proiettile, passando sopra la cavità orbitale dell'occhio
sinistro, ha offeso i vasi neuro-retinici e occasionato un gran
disturbo di circuito. L'occhio destro è rimasto illeso; ma la cecità
di questo può dipendere da quella che in gorgo medico si dice
compiacenza simpatica o da un travaso di sangue che una diligente cura
antisepsi potrebbe--chi sa?--far scomparire. Non escludo
assolutamente che vi possa essere in giuoco una morbosità nervosa
dipendente dalla eccezionale eccitabilità del soggetto: ma ad ogni
modo, se gli volete bene, dovete far di tutto per prepararlo al
peggio...
--Ezio--disse il Bersi, mordendosi le unghie--non è un ragazzo che
possa rassegnarsi a una condanna di questa natura.
--Il meno che farà--aggiunse don Andreino--sarà di tirarsi un colpo di
pistola nella testa.
--Io farei lo stesso--completò il misantropo del Pioppino.
--È religioso il vostro amico?--chiese il dottore.
Gli altri si guardarono in viso per chiedersi a vicenda una risposta
di cui sentivano tutta la gravità. Ezio era religioso sì e no, come lo
sono un po' tutti i giovani a seconda del tempo che fa. Andava a messa
in campagna per non scandalizzare la povera gente e per non perdere
l'amicizia dell'arciprete; ma, figlio di un razionalista ed educato
alla scuola del lieto vivere, non si era mai posto probabilmente
davanti il problema filosofico di una fede in qualche cosa di
superiore,
--Io ho sempre visto--continuò colla, sua parola facile e serena il
dottore--che dove non arriva la nostra scienza, arriva la religione.
Tutti i giorni assisto a spettacoli edificanti di pazienza e di
sacrificio in gente rozza, primitiva, in poveri contadini, in povere
fantesche che perdono quasi senza piangere la vista degli occhi,
perchè son sicuri di veder sempre qualche cosa ancora al di là delle
tenebre. Voi, amici suoi, non dovete abbandonarlo, ma far appello a
tutte le forze più nobili ed elevate del suo cuore: dovrete offrirgli
la parte migliore di voi, prestargli la vostra fede, se ne avete.
--Se ne avete...--brontolò il Cresti, saltando per il primo dalla
carrozza, mentre arrivavano sul piazzale della stazione. Dopo aver
accompagnato il dottore fino al vagone, ritornarono a piedi alla
villa, discorrendo malinconicamente di questa tremenda disgrazia, che
nessuno sapeva augurare a sè senza provare un brivido di morte. Chi
doveva dare a Ezio la tremenda notizia? e conveniva mantenere i
parenti nell'illusione? e se la pazienza e la rassegnazione fossero
mancate all'infermo?
Il Cresti per parte sua si domandava che cosa avrebbe dovuto dire alle
donne del Castelletto e come avrebbe intesa questa notizia Flora. Non
volendo scrivere, partì lo stesso giorno, in compagnia del Bersi.
Entrambi sentivano quasi una smania nelle gambe di essere cento miglia
lontani. Che catastrofe! che castigo! che disgrazia per la povera
donna Vincenzina e anche per il povero Massimo, ch'era venuto
dall'America apposta per assistere a queste torture!
Il solo Andreino, detto Lolò, rimase fedele a quel dovere di amicizia
che si era imposto. Fuggire in quel momento gli sarebbe parsa una
_impolitesse_ anche rispetto a donna Vincenzina: ma non rimase su
un letto di rose. Il malato, passato il primo istante di confidenza,
ricadde in un abbattimento morale peggiore di prima, che fece saltar
fuori qualche brivido di febbre. Tre dì e tre notti rimase così
rovesciato sul letto senza parlare, senza gemere, come se la morte
l'avesse già toccato colle sue mani di ghiaccio.