Pentimento.
Il Cresti arrivava al Castelletto ch'era già notte fatta. Di mano in
mano che si avvicinava alla casa delle Polony andava crescendo in lui
il dolore della ferita, che durante il giorno e le scosse della
battaglia pareva assopito.
Era partito, anzi fuggito, davanti a una ruvida domanda:--Che c'entra
lei?--e ritornava col puntiglio di dimostrare che intendeva non
entrarci per nulla, nè per il passato nè per l'avvenire, nè per debiti
nè per crediti, e di lasciare a ciascuno la sua libertà di dire e di
fare quel che credeva suo diritto. Era un gran colpo per un uomo che
si era pasciuto di così lunghe speranze: ma è inutile far conto sopra
le nespole che non vogliono maturare nemmeno sulla paglia: c'è da far
stridere i denti e null'altro.
Stava per mettere la mano sul martello della porta, quando si sentì
stringere il braccio. Era Flora, che, seduta nell'oscurità, aspettava
da tre ore che da Lugano arrivasse qualche notizia. Riconobbe subito
il passo dell'amico e infilando il braccio nel suo, lo accompagnò in
casa.
--E così?
--Tutto bene: niente di grave: umore allegro, ma un assoluto bisogno
di quiete e di silenzio.--
Vennero incontro le altre donne col lume e tutte si rallegrarono delle
buone notizie. Flora, un po' più pallida del solito, si mostrò
tuttavia perfettamente tranquilla, guarita e persuasa. Pregò Cresti di
sedere, di riposare, di prendere qualche cosa, almeno un caffè: ma il
signor cavaliere col pretesto che le sue donne l'aspettavano a casa,
Dio sa con quanta ansietà, chiese subito licenza e senza accettare
nemmeno un bicchier d'acqua, si ritirò da una casa in cui non aveva, a
parer suo, più alcun diritto di entrare.
Non era una vendetta, ma una legittima difesa. Promise di mandare
altre notizie di mano in mano che arrivassero, e augurando la buona
notte a tutti, senza guardare in viso a nessuno, ritrovò al buio la
strada del Pioppino, e rientrò nella sua solitudine, dopo una lunga e
perfida giornata, come un capitano, che dopo una tremenda disfatta,
pianta le tende in qualche luogo sicuro. La stanchezza fisica gli
procacciò subito un tal sonno che potè dormire tutta la notte.
Dormiva ancora, quando l'Angiolina gli portò il caffè in camera la
mattina verso le sette.
Insieme al caffè sul vassoio c'era una lettera che un ragazzo aveva
portato poco prima... una lettera di Flora.
Ne riconobbe subito la scrittura larga ed energica sulla busta di
carta verde: ma non osò aprirla subito.
Dopo che ebbe lentamente sorseggiato il suo caffè amaro, alzando la
voce come se parlasse a qualcuno un po' sordo, disse:--Eccomi a lei,
signorina. Immagino quel che mi deve dire.--
Immaginava: ma le sue mani secche ed abbrustolite dal sole tremavano
tanto nel toccar la lettera, che dovette aspettare che passasse anche
questa morbosità. Passò lentamente: tornò la ragione e poichè quando
un dente fa male, è meglio strapparlo se non c'è altro rimedio, con
una curiosità coraggiosa corse cogli occhi sulla lettera e vide....
ch'erano due, l'una nell'altra: e quest'altra non era finita, ossia
finiva con dei punti sospensivi come se fosse stata bruscamente
interrotta.
Nella letterina accompagnatoria la contessina Polony diceva:
«Caro Cresti, mi dicono che stamattina io ho pronunciato parole dure e
scortesi contro il migliore de' miei amici: e devo pur credere, perchè
non posso dubitare de' testimoni. Ma io non ho coscienza di nulla,
glielo giuro, mio buon amico. Quando mi hanno richiamata ai sensi,
tornai in me stessa come chi si sveglia da un sogno grave e
fastidioso, di cui conserva l'impressione e lo spavento, ma non
ricorda più i particolari. Flora, sveglia nella sua coscienza, non
avrebbe mai osato dire una parola cattiva al suo buon Cresti,
all'amico di casa, al benefattore, proprio in un momento in cui stava
scrivendo la lettera che chiudo in questa. Non è tutta la risposta che
le dovevo e non trovo opportuno questo momento per darla: forse
nemmeno lei la vorrebbe da me in queste condizioni: ma glie la mando
come un documento per dimostrarle, mio tenero amico, che se una parola
cattiva è uscita da questa bocca, non è Flora che l'ha detta, ma una
febbre o una suggestione misteriosa, che mi tolse ogni responsabilità.
Non saprei spiegar tutto adesso; ma certamente io ho attraversata
un'ora pericolosa della mia vita, come la _Sonnambula_ del
dramma, che a fosco cielo e a notte bruna, scende per il ponticello
del molino.
«Amico, benefattore mio, cancelli quell'ora dalla sua memoria e mi
renda tutta intera la sua cara amicizia. Se mi abbandonano i migliori,
che potrò fare sola nel mondo, forse in balìa di cattivi spiriti? Ora
mi par di star bene. Il cuore è tranquillo e non desidera che pace.
Gliela offro e gliela chiedo con umiltà; abbia compassione di questa
povera rivoluzionaria».
* * * * *
Cresti lesse due volte questa lettera: rilesse tre volte l'altra: le
mescolò per leggerle insieme, commentò l'una coll'altra, traendo da
tutte due la convinzione che Flora era sincera, che il passato non era
tutto morto in lei, ma che non aveva più ragione di vivere, che
bisognava veramente aver compassione di lei, volerle bene, aiutarla,
aspettare che il frutto maturasse da sè. Nè Ezio, in qualunque modo la
brutta storia andasse a finire, poteva risorgere per Flora, nè questa
nel suo orgoglio poteva rassegnarsi a raccogliere le briciole di una
scandalosa cronaca. Se il giovinotto usciva dell'avventura colla testa
accomodata, più di prima l'avrebbe legato a quella donna un sentimento
di solidarietà, che è quasi sempre castigo degli amanti. Messa alla
porta dal marito, non restava ad Ersilia Baracchi altro rifugio che la
fedeltà dell'amico che l'aveva compromessa. Per quanto ingenua e
inesperta delle cose della vita, Flora aveva troppo ingegno, per non
sentire, a cuore riposato, la forza di questa ragione ed era naturale
che il buon Cresti, il povero Cresti, il vecchio ortolano del
Pioppino, con tutti i suoi difetti, con tutte le sue stravaganze
dovesse parere un miracolo di rettitudine in confronto di questi
grossi fallimenti e di queste avarie morali. C'era dunque a sperare
che il senso logico la vincesse sopra le irragionevolezze della
fantasia, cioè che Flora in compenso di quella pace che invocava con
tanta umiltà, avesse a offrire forse con orgoglio il suo amore.
L'uomo dubbioso e timoroso stette a lungo nel tepore delle coltri a
contemplare e a covare il suo sogno, procurando di sceverare quel che
di più sincero poteva essere nel sentimento di Flora da quel che vi
poteva introdurre il dispetto, l'interesse, la necessità, la debolezza
della donna; e finì col concludere che il mondo è di chi se lo
conquista: che invalido capitano è colui, che potendo occupare una
buona posizione mentre il nemico dorme, aspetta che il nemico si
svegli: che poichè Flora invocava da lui pace e perdono, sarebbe stata
una vana crudeltà rispondere con dei puntigli e con delle musonerie.
Saltò dal letto, e fatta una toeletta sommaria sedette a preparare un
bollettino di guerra; ma ebbe un grande arzigogolare colla penna prima
di infilare una parola. Provò due o tre fogli con frasi che gli
parevano sempre troppo banali per sonar bene nel grandioso proclama
che doveva riassumere le speranze, i sospiri, le ansie, i tremiti, le
aspirazioni e le vertigini della sua vita. Finalmente decise di
pigliar la strada più corta che non è sempre la più faticosa. Levata
da una scatola una carta da visita, la completò così: