Un triste viaggio.
Portato dal soffio di questo suo grosso affanno si trovò
senz'accorgersi a Villa Serena, dove incontrò donna Vincenzina in
giardino con Massimo, mentre i barcaiuoli preparavano la gondola. La
vecchia Bernarda, il giardiniere, i servitori atterriti, immobili sui
gradini della casa, non avevano voce per augurare un buon viaggio
qualunque a quella povera gente. Una grande ombra pesava sul verde e
sulla casa, che parevan fatti per le gioie perpetue della vita.
Il viaggio fu rapido, triste, senza parole. La ferrovia di Menaggio li
condusse prima a Porlezza, scavalcando il monte, e di là s'imbarcarono
sul battello per Lugano. Il lago era quel dì d'un azzurro verde senza
una ruga; e scendeva dai dossi delle montagne, che lo serrano come una
pietra preziosa, il soffio caldo e alacre delle ore calde che
asciugano i prati.
Ma nè donna Vincenzina aveva occhi per vedere, nè Massimo aveva parole
per distrarla. In quanto a Cresti era come un uomo schiacciato tra due
dolori, il suo e quello degli amici.
Egli si era illuso che Ezio potesse essere morto nel cuore di Flora:
ma era invece a credere che il colpo di pistola del barone lo avesse
fatto improvvisamente risuscitare. Ma se era male augurar male, non
era bene nemmeno pensar troppo a sè in un momento in cui la vita d'un
povero ragazzo pendeva attaccata a un filo sopra un abisso.
Massimo, che nelle forti trepidazioni perdeva di vista i contorni
delle cose, durante il mesto viaggio non fece che asciugarsi la testa
sudata e cercare la mano di donna Vincenzina per stringergliela e per
farle sentire che doveva contare fino ai più estremi casi sulla pietà,
sull'aiuto, e sulla devozione d'un vecchio amico.
Essa era pallidissima, quantunque il caldo le accendesse un poco le
sporgenze del viso. Gli occhi grandi e sereni tratto tratto si
riempivano di lagrime, che essa raccoglieva nel finissimo fazzoletto
dolcemente profumato. Nel gran cappello di paglia a tesa floscia e
cascante il suo volto di fanciulla buona e obbediente si rimpiccioliva
con vantaggio, talchè Massimo avrebbe potuto in certi istanti non
ricordarsi più che eran passati dodici anni dal giorno che il Ministro
della guerra l'aveva improvvisamente richiamato sotto le armi: ma se
pur ne sentiva il misterioso fascino, non osava goderne in sì triste
momento. Nel sentirsi a lei così vicino e così utile, il suo cuore
riposava in una compiacenza tutta paterna, che sarebbe scomparsa se
avesse potuto definirla.
Allo sbarco del battello trovarono il Bersi, che stava ad aspettarli
con ansietà.
--Dunque?--chiese affannosamente donna Vincenzina per la prima,
andandogli incontro.
--Coraggio, non c'è più pericolo...--esclamò con un respiro di
sollievo il Bersi.
E i nuovi arrivati trassero anche loro quel fiato, che da tre ore
pesava loro sul cuore. Massimo cercò un'altra volta la mano di donna
Vincenzina, mormorando:--C'è una provvidenza.
--È salvo? sarebbe stato troppo orribile ve'...--pronunciò con brusca
franchezza il Cresti, lieto di sentir anche il suo cuore libero e
contento. E come se si sentisse salvo anche lui dopo un passo
scabroso, da questo momento fu il più agile e il più ciarliero.
--Non c'è pericolo, ma intendiamoci, il caso è sempre grave--continuò
il Bersi, mentre faceva segno a una carrozza a due cavalli di
avvicinarsi.
--Dove si va?
--Mezz'ora fuori di città a una villa che potremo tenere a nostra
disposizione fin che sarà necessario. Per ora l'infermo non è
trasportabile.
--Dove si sono battuti?
--In una villa in vendita.
--Lo avete fatto una bella _réclame_--conchiuse il Cresti, che
sentiva arrivata l'ora di agitar l'aria e di far coraggio anche a
Massimo, che pareva asfissiato.
--In mezzo alla sua disgrazia, Ezio ebbe la fortuna che fosse da ieri
arrivato all'_Hôtel Excelsior_ un famoso chirurgo dell'esercito
russo, che gli levò il proiettile senza farlo troppo soffrire.
--Dove fu ferito?--chiese il Cresti, socchiudendo gli occhi quasi per
non voler vedere la risposta.
--La palla entrò di qui e s'infossò qui--il Bersi, che la scossa
morale faceva parer più vecchio di dieci anni, segnò coll'indice
l'osso frontale sopra l'occhio sinistro e col pollice il lobo
posteriore.
--Madonna, Madonna!--pianse donna Vincenzina, premendo le dita delle
mani sugli occhi.
--Ringraziamo Dio che non sia stato peggio--mormorò Massimo, posando e
dimenticando la sua mano pesante sul ginocchio di lei.
--E il barone?--chiese il Cresti.
--Si comportò con perfetta cortesia, nè volle partire, se non quando
seppe che l'operazione era riuscita bene.
--E com'è lo spirito del povero ragazzo?
--Buono. Ride, scherza, fuma. Ha sopportato l'operazione con mirabile
fortezza.
--Senza cloroformio?
--Il dottore non trovò prudente di servirsene in vista della gran
perdita di sangue che aveva già indebolito il soggetto. Ora ha
raccomandato un assoluto riposo, un'oscurità perfetta per tutto il
tempo che sarà necessario, sian quindici, sian venti giorni: ma grazie
al cielo non è più questione che di pazienza. Ezio dovrà forse
cangiare un poco di pettinatura.
--Mi persuado sempre più che l'uomo è il meno furbo degli
animali--commentò sogghignando il filosofo del Pioppino, mentre la
carrozza attaccava al passo la strada dei colli, che si arrampica tra
ville e giardini.
--Non far il Catone, vecchio selvatico--protestò il Bersi. Cerca
d'innamorarti anche tu seriamente d'una donna, e se sarà necessario,
ti batterai anche tu come l'ultimo degli imbecilli.--
La risposta andò a colpire un cuore malato. Cresti crollò un poco il
capo, e sentendo d'arrossire, volse la faccia verso lo sfondo
sottoposto, in cui andava spiegandosi la bella cittadina nell'arco
azzurro del lago.
Poco dopo, la carrozza, svoltando tra i pilastri d'un ricco cancello
dalle lande dorate, penetrava nelle dense ombre d'un giardino
principesco, per cui si saliva a una villa, che aveva già una storia
di avventure galanti, di fallimenti, di suicidi e di duelli.
Rifabbricata cinquant'anni indietro da un negoziante tedesco sulle
rovine d'un collegio di monache, era caduta ultimamente nelle mani di
un cantante, che vi aveva ospitato più d'una vagabonda bellezza
mimico-danzante. Morto il cantante di febbre gialla al Perù, i
creditori vi avevano sloggiata l'ultima ninfa, sequestrando casa e
mobili in attesa di qualche principe che ne volesse vivificare la
leggenda: e intanto l'_Hôtel Excelsior_ se ne serviva come di una
_dépendance_ per piccole partite di caccia, per pranzi sociali e
offriva le placide ombre ospitali anche a coloro che avessero una
briga da comporre con due colpi di pistola o necessità di farsi un
occhiello nel ventre. Essendo il duello severamente proibito dalla
legge della Confederazione, i danni, se ce n'erano, restavano a carico
dei signori avventori.
L'_Hôtel_, a richiesta, poteva però offrire il medico e i mezzi
di trasporto senza aumento _sur le prix des consommations_.
Il luogo era veramente bello e delizioso. Dal viale principale, che si
svolgeva come un nastro largo e lento nella selva, distaccavansi molti
sentieruzzi, che or salivano in rampe e scalinate a più alti passi,
ora parevano precipitare e nascondersi in vallette folte d'erba,
popolate di statue nel fresco mormorìo d'acque cascanti. Il viale
metteva a una spianata, dall'alto della quale l'occhio correva libero
sulla stesa del lago e sulla scena dei monti davanti a una palazzina,
che in un arzigogolato stile gotico-francese, più che la nobiltà d'un
edificio spirava l'odore d'un grosso pasticcio di zucchero tostato. Ma
se la linea non era bella, il soggiornarvi doveva avere mille incanti
per quel poco che si poteva vedere dal lato dove giaceva il ferito.
Il sequestro vi aveva imprigionato non soltanto il grosso dei mobili,
ma anche le piccole raffinatezze della ninfa saltellante, che vi aveva
passato le ultime estati e che forse sognava di ballarvi le ultime
contraddanze della vita.
Al rumore che fecero le ruote sulla sabbia, uscì dalla casa don
Andreino Lulli, a cui il trambusto di quella sciagurata spedizione,
l'affanno di molte ore di ansia, la paura e le cure prestate al
paziente durante la terribile operazione non avevano fatto perdere la
_contenance_.
Per quanto scosso e reso bianco come una candela, quando seppe dai
telegrammi del cavalier Cresti che sarebbe venuta anche donna
Vincenzina, procurò di andarle davanti con un vestito non troppo
_voyant_: un tutto grigio con cravatta _mauve_ gli parve una
mezza _condoléance_, che doveva esprimere e riassumere abbastanza
bene il lieto e il triste della situazione. Colla faccia patita e
quasi cerea, rigido e stecchito nel collare alto che gl'incastrava il
mento tra due trincetti di moda, strinse la mano di donna Vincenzina
tra le sue, tutte ossa e nervi, con due forti scosse, una di
compatimento, l'altra d'incoraggiamento.
Quand'ebbe riconosciuto il cavalier Cresti lo pregò di presentarlo al
commendatore Bagliani.--_Tout va comme sur des roulettes_.... non
c'è febbre; ma abbiamo un e...eoe di più.--La debolezza dell'erre non
stava mica male alla costituzione magra, sottile, allungata e di
trasparenza aristocratica di don Andreino Lulli. Se per necessità di
professione o per ambizione di popolarità avesse dovuto agitare
davanti alla folla i grandi principii della libertà, della
rivoluzione, dei diritti popolari e di tutte quelle altre cose di cui
l'erre è l'elemento più forte e più articolato, o se, in più modesta
condizione avesse dovuto bestemmiare Cristo e i sacramenti per far
andare un magro ronzino, certamente quel suo difetto avrebbe potuto
nuocere al risultato delle cose: ma per discorrere in una questione di
sport e di cravatte non stava male quel non so che di rotto e di
strofinato che si strisciava ne' suoi discorsi, inzuccherati di
_bons mots_ e di amabilità sempre pronte e rispettose.
Sentendosi quasi obbligato a fare gli onori di casa, don Andreino
precedette i nuovi arrivati per un atrio a vetri sino ad un salotto
semichiuso pieno di mobili coperti, dove il maggiordomo dell'albergo
si mise ai loro ordini. Intanto il giovine conte andava ad annunciare
delicatamente al ferito la presenza dei parenti. L'ordine medico era
la massima quiete e la più assoluta oscurità: ma una stretta di mano e
una carezza da parte de' suoi non avrebbero potuto che fargli bene,
povero figliuolo.
Tornò a riprendere gli ospiti, e passando leggermente per la gran sala
del biliardo, non rischiarata che dalla luce della porta, entrarono in
una stanza d'angolo posta verso il lato più fresco, dove Ezio giaceva
in una grande oscurità col capo fasciato da un grosso turbante
insanguinato.
--O cari, cari...--pronunciò con voce molle e ridente l'infermo,
allungando le braccia fuori dal letto.
--Sai gli ordini--disse don Andreino assumendo quel tono alto e
imperativo che usava nel comandare un _cotillon_.--Sai gli
ordini: silenzio e immobilità. Noi siamo qui tutti per te nulla ti può
mancare, ma il dottore ha parlato chiaro: «attenti all'emorragia.»
Dunque, se ci vuoi bene, obbedienza, coraggio e rassegnazione.
--_Che bagolon_!--disse sottovoce Ezio con quello spirito
caustico che era quasi l'aroma del suo carattere.--Non vedo nessuno ma
vi sento.--Stese la mano a donna Vincenzina, dicendo:--Grazie,
grazie!--E riconosciuto alla voce lo zio, gli disse:--Crepi
l'astrologo!--E quando gli dissero che c'era anche Cresti, gli
domandò:--Come vanno i conigli?--
Don Andreino, fedele alla consegna ricevuta, volle che uscissero
presto presto dalla camera, di cui socchiuse anche la porta e pose in
sentinella una vecchia donna che aveva assunta come infermiera.
Ripreso il discorso col maggiordomo, si accordarono intorno ai modi di
rimanere alla villa, finchè il malato fosse in grado di ritornare a
casa; e fu stabilito che donna Vincenzina e Massimo avrebbero occupato
il quartierino a terreno nell'angolo verso il boschetto delle
magnolie, don Andreino avrebbe piantato un letto da campo nella sala
del biliardo per esser pronto alle chiamate dell'infermo: per la
cucina, l'albergo avrebbe provveduto nel miglior modo e col minore
disturbo dei signori.
Meno necessario risultò il Cresti, che accettò volentieri di tornar
subito lo stesso giorno a portar le notizie al Castelletto dov'erano
rimaste altre anime in pene. E con il Cresti partì anche il Bersi, che
da parecchi giorni non vedeva la sposina. Mentre scendevano insieme a
piedi per il viale ombroso, commentando il doloroso accidente, il
Bersi condusse il compagno a visitare il campo della battaglia dove
aveva avuto luogo lo scontro, un praticello segregato da due parti
dall'alto muro di cinta, che vi faceva angolo, da un terzo lato dal
fianco roccioso del colle e chiuso sul davanti da una fitta siepe di
agrifoglio. Il vecchio negoziante tedesco vi aveva avuto il suo giuoco
dei birilli; ma l'erba era cresciuta sul terreno, l'ombra era
diventata più fitta in mezzo ai grandi alberi.
--Ecco, si sono battuti qui, stamattina, alle sei--disse il Bersi,
precedendo il Cresti nel chiuso campicello.--Si era fatto di tutto, da
parte di noi padrini per veder di ridurre lo scontro ai minimi
termini, o, se era possibile di appianare la vertenza con quattro
righe di verbale, ma pare che Ezio non si sentisse di fare certe
dichiarazioni e una volta esclusa l'arme da taglio, perchè il barone
non vede più in là del suo naso, non restava che la pistola: due colpi
in aria alla americana colle novantanove probabilità che lo spavento
fosse tutto degli uccelli.
Il barone, che non è un guerriero romano, avrebbe accettata volentieri
una soluzione diplomatica, purchè fosse salva la sua dignità maritale:
e nemmeno Ezio una gran voglia di ammazzare e di farsi ammazzare non
se la sentiva. Nè l'uno nè l'altro portarono il cuore sul terreno. Si
può battersi e anche morire per una donna, ma non per la tenera figlia
del sor Paoleto, un'ideale che pesa a occhio e croce una settantina di
chilogrammi: ma queste ragioni non si possono dire al colto pubblico e
non si possono scrivere in un verbale. Per quanto il barone consideri
sua moglie come un mobile decorativo della sua casa, per quanto gli
affari della Italo-Elvetica siano per avviarsi bene e abbiano bisogno
di tutta l'attività del suo cattivo stomaco, tuttavia non poteva
dimenticare che nel banchiere c'è anche il marito; che l'offesa era
stata pubblica, che la gente ne parla, che non si può per il credito
stesso della ditta, lasciar credere ai clienti che si speculi sulle
acquiescenze: e quindi bisognava battersi.... ma è così facile
battersi, per modo di dire... Se non che, quei due suoi padrini, quel
tedesco e quel napoletano, presero la cosa troppo sul serio e vennero
sul terreno come se andassero ad una messa cantata.
Col codice dell'Angelini alla mano e in nome della correttezza
cavalleresca questi due ostinati don Chisciotti della Mancia
contrastarono tutti gli sforzi, con cui io e Lolò, cercammo di
alleggerire le condizioni dello scontro. Più cocciuto fu il
napoletano, che messo in suggezione dal compagno svizzero, trattò la
cosa come se fosse in giuoco l'onore stesso della patria e come se
quei quattro inglesi che pigliano il fresco a Cadenabbia
rappresentassero l'Europa.
Per poco non mi accapigliavo con questo ignorante ostinato che faceva
piovere le sue massime dall'alto, come se per ammazzarsi sia
necessario ricorrere alla metafisica: e allora si avrebbero avute due
teste rotte invece di una sola. Ezio fu calmo, sorridente per quanto
avesse un po' di febbre addosso. Il barone fu un po' ridicolo con quel
suo fare impacciato, con quegli occhi bigi che non distinguevano la
pistola dal suo astuccio. Domandò il permesso di tenersi il panciotto,
con la scusa che l'aria gli porta i reumi: e, sul panciotto sì, sul
panciotto no, s'intavolò tra Lulli e il napoletano una quistione
accademica, in cui credo sia stato citato anche Omero e Senofonte. Poi
ci fu un'altra piccola bega anche per gli occhialetti, se si potevano
permettere; ma finalmente, contati i passi.... Ma anche qui nacque una
contestazione. Le gambe del commendator Zuccani sono più lunghe delle
mie, la bellezza di dieci centimetri: e Lulli ha un passetto che è la
metà del mio. Chi doveva contare i passi? capisci che nove o dieci
centimetri di più o di meno per passo, sopra un percorso di trenta o
di quaranta metri, fanno una differenza molto sensibile, specialmente
quando uno dei combattenti è miope di primo grado.
Dopo un gran misurare di gambe, finalmente trovammo una gamba media
nel buon svizzero di Zurigo, che cercò di abbondare nella misura col
suo bel passo di scavalca montagne. Come vedi, il luogo non poteva
essere più adatto. Non pare la valletta descritta dal Tasso nel famoso
duello di Argante e Tancredi? Il barone, che dovette proprio levarsi
il panciotto e che perdeva bretelle da ogni parte, prima di prender
posto votò il fondo della sua bottiglia di Wichy; quindi i due
avversari sorteggiarono ciascuno una pistola carica, e si lasciarono
collocare ai relativi posti, voltandosi le spalle. Il povero barone
era livido come un panereccio, ma a forza di ostinazione morale si
sostenne bene. Ezio sogghignava... Io contai a voce alta uno, due...
al tre si voltarono, spararono immediatamente senza mirare. La palla
di Ezio andò a conficcarsi qui nel tronco di questo faggio due spanne
sopra la testa del barone: quella del miope dalle bretelle cascanti si
fermò nella testa di Ezio, che senza gettare un grido venne a cader
correndo nel mezzo del prato.--
Il Bersi si arrestò un istante per indicare all'amico il luogo
preciso:--Uno spruzzo sottile di sangue si sparse sul verde dell'erba,
che abbiamo fatto segar subito per non lasciar noie agli azionisti
dell'albergo. Convien dire però che le cose furono condotte con molta
prudenza, perchè non si è visto nè un gendarme nè un ispettore
federale.
Il barone potè partire senza seccature, lasciando i suoi biglietti da
visita: a me nessuno domandò nulla: un vero ideale di paese libero.--
Il Cresti, dopo aver sogghignato un pezzetto e riassunte le sue
osservazioni con una nervosa contorsione di spalle uscì a dire come
morale della favola:--Poco fa, ho detto, che l'uomo è il meno furbo
degli animali: ho sbagliato. Dovevo dire, la più bestia.--