Tra il marito e... l'altro.
Il barone Samuele Hospenthal che un _potage_ troppo sugoso aveva
reso più disgustato e più svogliato del solito, da una settimana non
usciva dalla sua camera se non per muovere quei dugento o trecento
passi cadenzati, che gli erano necessari per digerire la sua acqua di
Vichy. Il resto della giornata lo passava rinchiuso a scorrere una
quantità di riviste e di giornali inglesi e tedeschi, a cui mescolava
qualche avventuroso romanzo di Rudyard Kipling, il suo ultimo autore
prediletto.
Alla rapida decadenza della sua giovinezza fisica egli sapeva opporre
uno spirito resistente, instancabile, invincibile davanti a uno scopo,
fosse questo l'impianto di una nuova banca o il piacere di battere un
cavallo in una sfida di corsa o quello più modesto di dare agli amici
una colazione superiore alle solite.
Quando ebbe conosciuta la bella Ersilia Batacchi la prima volta a
Cannes in un Casino-Concetto, la sua prima idea era stata di far di
lei una moglie della mano sinistra: ma la resistenza passiva di lei e
quella più cauta del sor Paoleto lo persuase a sposarla secondo la
legge civile e a presentarla al suo mondo misto di uomini d'affari, di
grandi uomini e di oscuri agenti di cambio, di artisti e di vagabondi
internazionali, in mezzo a cui le signore passavano quasi senza
vedersi. «Libera coscienza in fedeltà d'amore» poteva essere il motto
della famiglia. Il contratto era stato pari dalle due parti: egli
aveva portato i suoi milioni, essa la sua vistosa bellezza: egli una
tristezza fondamentale su cui a stento correva qualche sorriso di
compiacenza e di critica bonaria: essa una giovialità senza fine, che
avrebbe rallegrata una sinagoga: egli un'esistenza minuziosa che
minacciava di triturare la sua vita: essa una risoluzione pronta e
capricciosa, che travolgeva come un torrente furioso i progetti di suo
marito. Ma giova dire che in questa volontà così diversa dalla sua il
barone trovasse qualche vantaggio, perchè difficilmente osava
contrastrare a sua moglie anche quando il muoversi rappresentava per
lui una passività o una inquietitudine.
La baronessa poco si faceva vedere nei giorni in cui suo marito stava
rinchiuso in camera. Veniva e restava con lui qualche mezz'ora al
mattino, qualche mezz'ora dopo colazione, qualche minuto la sera, ma
gli obbediva volentieri se le diceva di non lasciar soli gli amici. La
malattia di suo marito era di quelle che guariscono più presto quanto
meno si secca il malato: nè ci poteva essere rimorso da parte sua dal
momento che Samuele desiderava di rimaner solo anche per sbrigare
un'enorme quantità di corrispondenza, che gli correva dietro di posta
in posta come uno sciame di mosche a un cavallo accaldato.
Per spedir telegrammi, per impastar francobolli sulle buste, per
mandare a ricevere vaglia postali eragli di sufficiente aiuto il sor
Paoleto suo suocero, un ometto svelto e discreto che sapeva tacere,
quando vedeva l'acqua di Vichy più torbida, e sapeva in un altro
momento raccontare mille storie, aneddoti e reminiscenze della sua
vita di teatro e riportare i piccoli pettegolezzi d'albergo, di cui
l'illustre genero si dilettava nei momenti di lingua meno sporca.
In ricompensa di questi servigi il barone gli regalava di tanto in
tanto sotto forma di gratificazione un pezzo di venti lire in oro col
patto che non dicesse nulla a Ersilia, che avrebbe voluto tenere il
vecchietto goloso e dissipatello più a stecchetto; ma anche questa
piccola frode rendeva il regaluccio più saporito tanto a chi dava
quanto a chi riceveva. Il pezzo d'oro barattato secondo il corso del
cambio fruttava un altro piccolo guadagno, che aggiungeva al piacere
del dono il gusto più squisito della speculazione. I cinquanta, i
sessanta, i sessantacinque centesimi che a seconda dell'aggio il
vecchietto guadagnava, gli erano quasi più gustosi che non le venti
lire del suo pezzo d'oro: e non minore era la sua felicità di quella
che fosse la gioia un po' patetica del suo illustre genero, quando con
due righe di telegramma guadagnava alle Borse di Parigi e di Amburgo
le sessanta o le centomila lire sulle oscillazioni dei valori. Il che
dovrebbe ancora una volta dimostrare che la miglior felicità, come la
miglior scarpa, è quella che va bene al piede di chi la porta.
* * * * *
Fra le molte lettere che il sor Paoleto portò in camera una di queste
mattine in cui il barone rimase ritirato, l'occhio strologato
dell'affarista ne sceverò una d'una scrittura poco commerciale, chiusa
in una busta profumata, color carne, su cui svolazzava un piccione
d'argento entro i ghirigori azzurri d'un'elle maiuscola.
Vecchio frequentatore di alberghi e di _maisons garnies_, non del
tutto refrattario a qualche umile distrazione, il banchiere fiutò
nell'acuto profumo di sapone Windsor una di quelle seduzioni, che per
chi si lascia prendere si risolvono, alla fine, in un conto da pagare
aux ordres de madame. Mise in disparte la letterina e quando ebbe
pazientemente percorsa tutta la corrispondenza utile, mentre il
segretario tornava per la seconda volta alla posta, gettò un'occhiata
svogliata anche al piccione svolazzante, aprì la letterina galante
dall'acuto profumo di sapone e credette di decifrare in un ghirigoro
sotto una mezza dozzina di righe non troppo solide nell'ortografia il
nome di Liana, un nome di guerra che probabilmente minacciava guerra a
qualcuno.
La lettera diceva: «_Caro Barone, il mondo ride di_ _te che sei
uomo di troppa buona fede e di sublime confidenza. Se vuoi vedere come
la tua bella moglie t'inganna con un falso amico traddittore trovati
la mattina tra le dieci e le undici alla Pasticceria Omoboni di fianco
al Coiffeur.»_
Samuele Hospenthal, uomo riflessivo e filosofo quanto è necessario per
non dare alle cose del mondo più peso che non abbiano naturalmente,
sulle prime prese la cosa in ridere e credette di vedere in questa
letterina lo sfogo d'una gelosia e d'una vendetta di donna;
diversamente che poteva importare a Liana che la moglie d'un banchiere
di passaggio andasse a mangiare delle sfogliate tra le dieci e le
undici nella bottega d'un pasticciere? Evidentemente un senso d'odio
contro il falso _traddittore_ aveva messa la penna in mano alla
misteriosa donna dal piccione svolazzante.
Chi poteva essere il falso amico _traddittore_?
Eran presto contati sulle dita i suoi amici: ma si guardò bene dal
fermarsi a far delle indagini. Nella sua esperienza di uomo pratico e
positivo il barone credeva di conoscere sua moglie più di chiunque,
quando diceva di fidarsi più del temperamento che della virtù di una
donna.
La virtù come ogni meccanismo morale, è suscettibile di composizione o
di scomposizione, e, simile a un orologio in mano a un ragazzo, di
rado la virtù nell'opinione di una donna segna l'ora giusta.
All'incontro il temperamento è il metallo stesso del meccanismo, che
non si muta se non si distrugge. Ersilia era vana, desiderosa di
piacere e amava provocare gli adoratori per quell'ambizione che nella
sua antica povertà le aveva insegnato a provocare gli applausi del
pubblico: ma era troppo scarsa di cuore e di immaginazione per
accendere una passione in casa sua e per sacrificare la sua felicità
agli intrighi d'un romanzetto d'amore. Troppo attaccata ai vantaggi
della sua ricca posizione sociale, era troppo egoista per non essere
abbastanza savia: ed era appunto perchè la sapeva virtuosa per
interesse, che suo marito le permetteva di concedere agli adoratori
tutte le frangie e tutti i frastagli della sua civetteria. Purchè
fosse salvo il suo diritto, nel suo ipocondriaco egoismo non vedeva
mal volentieri che gli amici lo sollevassero qualche volta del peso di
far divertire una donna insaziabile di passatempi, come su una festa
da ballo uno stanco ballerino cede volentieri a' suoi compagni una
dama troppo pesante. Questi patti di reciproca tolleranza, se non
erano stati esplicitamente discussi, si osservavano ormai da troppo
tempo, perchè una delle due parti avesse a non trovarli utili e
legittimi.
La bella Ersilia sapeva che, se fosse venuta meno agli obblighi suoi
con scandalo e incomodo di suo marito, non aveva più a sperar grazia
presso di lui. Conosceva troppo bene l'ostinazione morale di quel
filosofo per arrischiarsi ad un giuoco così pericoloso. La divisione
assoluta, la perdita d'ogni diritto d'assegno per lei e per suo padre
era ciò che l'avrebbe aspettata al di là d'un tradimento.
Ma se il sistema aveva dei vantaggi per le due parti contraenti,
riusciva qualche volta pericoloso agli ingenui, che, poco esperti di
economia domestica e di bilanci compensatori, si fidavano alle
apparenze e cedevano all'esca d'una passione. Per un pelo il Bersi fu
per abbruciarsi le ali alla fiamma di questa candela più luminosa che
ardente; e ora si sentiva in obbligo di avvertirne Ezio Bagliani dalle
ali più leggiere. Ma pare che questa volta il giuoco di far saltare il
fuoco nelle mani finisse col danno dei giocatori.
Da parte di Ezio c'era già stato un precedente pericoloso a Nizza.
L'incauto intervento della gelosa Liana, la scenata ai giardini
pubblici, l'animo presuntuoso, caldo, prepotente del giovine, fecero
sì ch'egli, entrato nella partita quasi per passatempo, si sentisse
impegnato seriamente nel cuore e nell'onore. In lei il puntiglio di
vincerla sopra una rivale, la giovinezza dell'amante, un senso di amor
proprio e di curiosità insoddisfatta la condussero questa volta più in
là di quel che era utile e nello stesso tempo onesto.
Al punto in cui erano arrivate le cose nè egli, come s'è visto, sapeva
arrendersi ai buoni consigli della prudenza, nè essa sapeva resistere
alla forza della passione. Acqua lenta, placida, trasparente, contenta
di riflettere in pace le cose, una volta che s'era avviata per la
china sentiva con terrore la forza del gorgo che l'attirava; ma non vi
poteva più contrastare. A molte donne fantastiche questo finire in
spume nelle vertigini di un abisso piace più che lo stagnare inerti
nella placida palude della virtù casalinga. Essa avrebbe voluto andar
fino all'orlo della cascata e poi tornare indietro; ma non si urta
colle leggi della gravità.
Ecco perchè il mondo, ossia la poca gente che stava a pigliare il
fresco nelle poltrone, cominciò a ridere, a pigliare scandalo e gusto
tutte le volte che la strana baronessa andava a comperare _marrons
glacés_ alla pasticceria Omoboni e a scegliere saponi e cosmetici
dal vicino _Coiffeur_.
* * * * *
Il barone avrebbe finito col gettare nel cestino il roseo biglietto,
se il bisogno di riflettere non l'avesse trattenuto a sofisticare sul
caso. Gli capitava spesso d'essere infelice per troppa riflessione,
che è il castigo di chi pensa bene.
Sonò il campanello e alla cameriera che accorse domandò se la signora
era in camera.
--Nossignore, è uscita mezz'ora fa--rispose la ragazza.
Eran le dieci e mezzo all'orologio del caminetto. Che una signora esca
al mattino, sola, senza una necessità, da un albergo, senza avvertire,
poteva essere una cosa poco naturale. Ma la giornata era così
bella....
--Ha detto quando ritorna?
--Nossignore.
--Esce tutte le mattino a quest'ora?--avrebbe voluto domandare
ancora, ma o gli parve di chiedere troppo a una cameriera o lo
trattenne lo sgomento di saper troppe cose in una volta.
--Va bene--e licenziata la ragazza, tornò a passeggiare per la stanza.
Ma poco dopo gli parve che non ci fosse aria abbastanza e uscì per
discendere in giardino. Ai piedi della scala s'incontrò in Bühler che
passeggiava nell'atrio in compagnia del commendatore Zuccani. Li
schivò, uscendo da un'altra porta sulla piazza dell'albergo, dove
rimase un pò di tempo a strologare l'aria, incerto su quel che doveva
fare di sè.
Finalmente seguendo il primo impulso, si mise lentamente per il viale
di acacie che costeggia il lago e lo risalì di malavoglia,
giocherellando con una sottile bacchettina sui sassolini del terreno.
Andò così fino a uno dei capi del paese dove tra le molte botteguccie
del solito olivo lavorato e del solito corallo di Napoli svolazzava
sopra una tenda rossa la scritta in grandi parole bianche:
_Pasticceria Omoboni_.
Nella bottega arredata con qualche gusto cittadinesco non c'era in
quell'ora che un vecchio signore esotico seduto davanti a un
bicchierino di cognac in compagnia di una bellissima giovine, vestita
con una estrema eleganza in chiaro, che rosicchiava con grazioso
appetito un piatto di pasticcini usciti allora dal forno.
Se il barone avesse avuto occhi per vedere qualche cosa al di là de'
suoi pensieri, avrebbe notato che al suo entrare la bella giovine
s'era scossa con un moto quasi involontario. Sedette anche lui sulla
soglia del caffeuccio, all'ombra della tenda rossa in un posto da dove
poteva coll'occhio correre per tutta la strada fin oltre l'albergo e
per tutto il viale del lago. Tutte le botteguccie splendevano in fila
nella chiara e aperta luce del sole: tra le altre, sull'angolo d'una
vecchia casa sporgente sopra una viuzza laterale, luccicava in grosse
parole d'oro la scritta _Coiffeur_. Le indicazioni erano precise.
La mattina era lucida, arieggiata e preludiava a una di quelle
giornate di lieti colori, di molli godimenti signorili, di feste
deliziose, che il lago di Como offre così volentieri a chi ha tempo e
denaro da spendere.
Per un senso di sincera rettitudine verso sè stesso il barone confessò
che non era venuto nè per fare la spia, nè per dar la caccia a nessuno
e molto meno per il gusto di tormentare sè stesso. Egli era troppo
epicureo nel suo animo freddo e metodico per andare in traccia di
dolori inutili sopra gl'indizi malfidi d'una lettera anonima, molto
più che nella sua languidezza fisica cominciava a sentire che le
brighe e le gelosie d'amore non valgono gl'interessi di quel capitale
che una bella donna tien impegnato o morto.
Mentre col cucchiaino andava rimestando nella chicchera un caffè mezzo
freddo, che non aveva voglia di farsi bere, correva di pensiero in
pensiero, di ipotesi in ipotesi fino ad immaginare che cosa avrebbe
dovuto fare nel caso che Ersilia avesse mancato indegnamente al suo
contratto. Non gli pareva ch'egli dovesse dare in ismanie, perdere
l'equilibrio della vita e molto meno dar spettacolo, come un attore
tragico, del suo furore e della sua vendetta.
Per il suo spirito aritmetico, che secondo la teoria del Bentham suo
filosofo prediletto, metteva il bene nell'utile, Ersilia cominciava a
rappresentare una passività nel bilancio della sua vita e in questo
disavanzo il suo stomaco non era il meno danneggiato de' creditori. E
allora piuttosto che andare incontro agli svantaggi d'un fallimento,
la più semplice della contabilità insegna a venir presto a un
concordato prima che le liti e gli avvocati abbiano a consumare quel
che si può meglio impiegare in economie.
La figlia del sor Paoleto, che egli aveva sposato per assicurarsi un
sano godimento, non meritava il sacrificio di tutta la sua vita e di
quei grandi interessi ch'egli andava fabbricando nel mondo; forse
conveniva sfruttar anche quest'accidente e liquidare in una
composizione amichevole i danni emergenti e i lucri cessanti....
Stava seguendo il filo d'una logica di cui era tessuta per nove decimi
la stoffa del suo sentimento, quando, a scompaginare le somme, vide
comparire non dalla bottega del _Coiffeur_, ma da una porticina
contigua, Ezio Bagliani, che, attraversata la strada, venne a cercar
l'ombra delle acacie, e due minuti dopo sua moglie usciva dalla
bottega, senza ch'egli l'avesse vista entrare in tutto il tempo ch'era
rimasto sulla soglia della pasticceria. Attraversò anch'essa la strada
dove, fingendo d'incontrarsi per caso, si salutarono......
Il barone, prima ancora che il ragioniere di casa consultasse i
registri della convenienza, si mosse. Un gran buio sì fece a un tratto
nel suo cervello e i numeri scritti col gesso scomparvero sul fondo
della tavola nera. I sottilissimi fili logici, che legavano l'uomo ai
pioli del suo egoismo, non valsero a trattenere il gigante che si
risvegliò in lui in quel momento e che gli diede il senso d'una forza
terribile. Mai s'era sentito così violento in vita sua, tranne una
volta a Nizza, quando si accorse che un conte ungherese gli rubava sul
giuoco con carte false. Gli parve di vacillare su un terreno insidioso
e malfermo: anzi tale fu la confusione de' suoi sensi, che non si
accorse che la bella coppia s'era incontrata in quella de' suoi amici
Bühler e Zuccani, che scendevano anch'essi lungo il viale. Egli
sopraggiunse quinto non previsto. La baronessa, arrossendo, cercò di
coprire un improvviso turbamento coll'esclamare:
--Oh ecco il mio gran malato... Hai fatto bene a uscir con questo bel
tempo...
--Permetti una parola, Bagliani?--disse con voce gelida senza turbarsi
il barone, invitando il giovine a seguirlo in disparte, mentre Ersilia
si attaccava, come se cercasse una protezione, al braccio robusto di
Bühler.
Per quanto Samuele Hospenthal mantenesse al di fuori una meravigliosa
imperturbabilità e parlasse umile e discreto, come se proponesse un
affare, con tutto ciò gli amici, ai quali non era ignoto quel che sì
poteva dire il segreto di pulcinella, videro o intuirono che il marito
chiedeva una di quelle spiegazioni che gli amanti non sono in grado di
dare.
Unico segno di risentimento di quell'uomo corretto come una somma
giusta era un picchiare nervoso della bacchettina sul tronco della
vicina pianta.
Il giovane sosteneva il noioso interrogatorio con un viso duro,
provocante, in cui passavano dei guizzi ironici.
Fu un colloquio breve, di due minuti che parvero una eternità a
Ersilia, la quale andava stringendo e quasi graffiando il braccio del
buon banchiere di Zurigo. Questi interrogò cogli occhi il commendator
Zuccani, che, non sapendo che pesci pigliare e non volendo impacciarsi
di cose che uscivano dal suo dicastero, prese a pulire le lenti degli
occhiali.
--Non toccarmi--disse repentinamente con voce quasi sguaiata il
giovine Bagliani, alzando una mano contro la bacchettina che il barone
gli faceva vibrare sopra la testa.--Guai se mi tocchi!--e prima ancora
che il barone avesse idea di nuocere, il temperamento del giovane la
vinse sulle ragioni della prudenza, perchè a un tratto fu visto
strappar di mano all'avversario, romper la bacchettina e buttargliene
in viso i mozziconi.
--Ecco quel che rispondo--disse il disgraziato trascinato o dalla sua
superbia, o da un falso giudizio che convenga, quando più si ha torto,
sopraffare colla violenza le ragioni dell'avversario. Il temperamento
monotono e remissivo del barone potè forse fargli credere in un
vantaggio che la violenza non ha sempre sopra la resistenza.
Il barone gli fu coi pugni sulla testa. Accorse il commendatore,
mentre Ignazio Bühler trascinava via Ersilia, che non aveva saputo
trattenere un grido. Già alcuni passanti si eran voltati e stavano a
vedere...
--Allora sarà necessario vederci altrove--disse quasi umilmente il
barone, che non potendo impallidire s'era fatto giallo.
--Dove vuoi, quando vuoi, come vuoi...--rispose con fredda cortesia il
giovine spavaldo, e fatto un inchino, se ne andò svelto per la sua
strada, cioè per quella che aveva davanti.
Il barone si accompagnò al commendatore che gli si pose ai fianchi, in
un rispettoso silenzio per tutto il tempo che occorse a misurare tre
volte innanzi e indietro il viale delle acacie.
Quando all'orgasmo e ai giallori della bile sottentrò il giudizio e la
visione delle cose, il barone aprì la bocca e col tono di chi invita
un camerata a una partita a domino, disse al suo vicino:
--Commendatore, posso far conto anche sopra di lei?
--Ella mi onora, barone--disse colla sua cantilena il meridionale
segretario generale, alzando la barba.
Se Bühler accetta, non desidero di meglio che di essere assistito da
lor due. Essi hanno vista l'offesa, intendono, forse sanno anche quel
che non posso dire. Non desidero che due cose: far presto e senza
rumore.
--Forse sarà bene che ella non ritorni all'albergo in questo stato
d'eccitazione--si arrischiò di consigliare l'illustre personaggio,
pensando alla povera signora, a cui da ventiquattro ore andava facendo
un poco la corte.
--Ci ho già pensato. Prenderò questo battello che sta per arrivare e
andrò a far colazione a Bellagio, dove resterò a vostra disposizione.
Ella intanto, commendatore, mi renderà un primo favore, se dirà a mio
nome a quella signora che vada direttamente a Milano con suo padre in
attesa de' miei ordini. Non bisogna dar spettacolo di sè alla gente:
e, ripeto, più presto che si può, nel miglior modo che si può.
Quando il battello ebbe gettate le corde, il barone, stringendo la
mano del commendatore, gli disse con sorridente tristezza:
Scusate, cari amici: sono piccole avventure di viaggio.
--Sul ponte s'incontrò di nuovo nel vecchio esotico e nella bella
giovine vestita di chiaro, che lo carezzava dolcemente cogli occhi; ma
Hospenthal aveva l'itterizia ne' suoi.
Ezio intanto era corso in cerca del Bersi e insieme mandarono un
telegramma ad Andreino Lulli.
Poichè si era venuti ai ferri corti voleva amici fidati, discreti,
gentiluomini provati, che non gli lasciassero fare una cattiva figura.