La Saetta.
Flora Polony non era di quelle bellezze che saltano agli occhi e che
fanno dire alla gente che passa;--Guarda che stupenda ragazza!
Piuttosto alta e slanciata, la sua persona più vigorosa che ricca
sentiva ancor molto lo squilibrio di uno sviluppo affrettato, che i
ventidue anni cominciavano appena ora a frenare e a consolidare.
La testa molto alta sul busto, sopra un collo ammirabile per candore e
per delicatezza, dominava un po' troppo con quella folta criniera di
capelli color del rame, ribelli al pettine, e sempre in aria come le
idee della padrona.
La natura sana, solida nei muscoli, flessibile ai cenni d'una volontà
piuttosto impaziente, traspariva da quel suo corpo non ancora finito
di grande collegiale, dalle lunghe braccia aguzze nei gomiti, dal
collo del piede che usciva dalla balzana troppo corta della veste, dai
movimenti soldateschi non corretti da nessun'ambizione femminile, anzi
peggiorati da un'ingenita pigrizia per tutto ciò che fosse ordine e
disciplina. Molto era in lei del colonnello di cavalleria--come soleva
dire la zia Vincenzina--che avrebbe voluto vederla più corretta e più
pettinata. Ma gli occhi d'un celeste chiaro erano di una bellezza rara
e parlante; la voce d'una risonanza metallica aveva nelle parole e nel
ridere degli squilli sonori di battaglia, che indicavano uno spirito
nato per dire e per fare cose non comuni, che si rifiuta agli effetti
volgari come alle regole della moda e del galateo dei salotti, in cui
le signore amano sparpagliare più di quanto possono disporre. Ezio,
abituato a bellezze più molli e più seducenti, non aveva mai posto
mente a quel non so che di insolito e di selvatico, che era nella
bellezza intellettuale di Flora; anzi ara uno de' suoi gusti, quando
poteva mettere in ridicolo gli angoli e i triangoli sporgenti di
questa figura geometrica di ragazzona selvatica, ingenua, ignorante di
tutto ciò che forma la forza della civetteria femminile, e a cui si
poteva dar a intendere tutto quel che si voleva. Certe spavalderie,
che alle amiche villeggianti parevano quasi il frutto di dottrine
anarchiche, non erano in Flora che la natura stessa tenuta incolta e
innocente da una vita semplice e solitaria.
A ventidue anni, per quanto andava intorno con un gran cappellaccio da
pastore e colle scarpe di montagna e con un passo da monello, Flora
non conosceva della vita che quanto se ne può capire attraverso ai
romanzi inglesi dell'edizione Tauchnitz. Si può essere sicuri che essa
non conosceva nemmeno sè stessa: e più sicuri ancora che Ezio, più
navigato nelle acque del mondo, sapeva per quanto poteva venderla e
comperarla.
Ma noi abbiam detto che il giovinotto era in un momento di
raccoglimento spirituale, in un bisogno di vita raccolta, come gli
capitava di tempo in tempo, quando la nausea e la stanchezza della
vita allegra lo spingevano verso idee di ordine e di riposo.
Il noioso conflitto con Liana, il bisogno che aveva di romperla con
questa bellezza noiosa e cretina e di compiere definitivamente i suoi
studi, gli facevano parere dolci le ore che passava a Villa Serena e
al Castelletto in tranquille occupazioni amministrative, tra i libri e
le memorie, nella lettura di vecchie riviste, che gli portavano in
ritardo una quantità di notizie e di curiosità a cui nella furia del
divertirsi non aveva tempo di fare attenzione.
Flora, creatura sana e intelligente, rivestita di bellezza morale,
ritornava in questi momenti a prendere il suo antico posto nello
spirito del giovine scapestrato, che nella grazia spirituale e pura di
lei risentiva il fascino misterioso che la virtù esercita sempre al di
sopra d'ogni altra lusinga, specialmente in chi sa e tocca colla mano
di quanta cipria e di quanto belletto sia impastata la bellezza
corrotta. Gli occhi di Flora avevano profondità marine: negli occhi di
Liana era come guardare nell'acqua scura d'uno stagno. Una risata
acuta di Flora saliva al cielo come uno scampanìo a festa; il sorriso
fatuo di Liana non usciva dai labbri dipinti. I moti della fanciulla
onesta erano l'espressione della forza sana e della volontà potente:
le cascaggini flessuose di Liana non erano che le contorsioni della
debolezza. Flora era l'aquila o il falco dell'aria; Liana e le sue
pari niente di più che delle graziose lucertole.
Questi confronti tornavano, come dico, assai spesso al giudizio del
suo pensiero e per quanto egli non fosse abituato ad approfondire la
riflessione per non farla pesar troppo sul cuore, tuttavia sentiva che
la verità della vita non era che in ciò che essa può avere di buono e
di sano. Sentiva nello stesso tempo che in questa patetica convinzione
vi poteva essere una trappola e un pericolo; e si propose di stare in
guardia contro le seduzioni dei cappelli rossi.
Dopo ch'egli ebbe combattuto con Flora una partita di scherma sul
terrazzo del Castelletto, che s'era lasciato ferire da lei, che aveva
visto quel profluvio di capelli cascanti sulla sua persona, un fascino
nuovo e pericoloso lo accompagnava sempre, come se il fantasma di
Flora lo perseguitasse, come se tutto quel rosso gli fosse rimasto
troppo impresso nella retina degli occhi.
--Adagio, Biagio!--andava raccomandando a sè stesso--qui non si
scherza. Se sdruccioli nella virtù, sei finito per sempre. Peccato che
Flora non abbia dieci anni meno! fra dieci anni io avrei potuto
rifarmi in lei una soave verginità di cuore. Ma ora no; sarebbe male e
per me e per lei... Uccel di bosco, non posso ancora desiderare la
gabbia d'oro. La virtù, una volta sposata, è difficile far divorzio.
Tu avrai sempre tempo di farti eremita; basta un sospiro a creare un
santo. Ma nessuno ti potrebbe compensare della giovinezza perduta,
quando ti vedessi già nonno a cinquant'anni.
Belle massime di beato egoismo, direte; ma per il momento egli non ne
aveva di migliori. Non pensano forse così tutti coloro che possono far
qualche conto sui piaceri della vita?--Il giudizio vien da sè in
groppa al tempo senza bisogno di mandarlo a cercare come un
chirurgo.--Era anche questa una delle sue massime!
Il caso del povero Bersi che a trent'anni si vedeva condannato al
matrimonio e i cento esempi di tristezze coniugali, che nella sua
breve esperienza aveva già avuto occasione di conoscere, bastavano a
metterlo in guardia contro i falsi gorgheggi di quell'idealismo, che
attira i merli per farli poi morire nella rete dei santi doveri, Non
gli pareva di aver la barba di un padre di famiglia; quest'idea lo
faceva ridere e nello stesso tempo rabbrividire.
Con ciò Ezio non rinunciava ad ammirare _en artiste_ quel che vi
poteva essere di bello e di ammirabile nella galleria della virtù,
cioè, per stare al caso suo, sentiva di voler bene a Flora, di cui
conosceva oltre a qualche singolare prerogativa fisica, il prezioso
valore morale, la linea aristocratica, la spontaneità, la freschezza,
il profumo d'una rosa non ancor passata in nessuna mano.
Volentieri tornava al Castelletto, andava spesso in barca con lei: o
colla scusa di farsi accompagnare in qualche esercizio di violino, la
invitava spesso a Villa Serena.
Dal giorno che gli era venuta la buona idea di mettere un poco
d'ordine nelle carte del babbo, l'aiuto intelligente di Flora gli era
stato preziosissimo. Si voleva dare un assetto nuovo a certe sale,
rimovere una libreria, preparare il materiale per una futura
pubblicazione: bisognava far passare un mare di carte vecchie, di
stampe, di lettere, di giornali: leggere, trascegliere il buono,
metter via quel che pareva meno opportuno.
Un giorno tra gli altri, mentre la mamma era in stretta e
confidenziale conversazione colla zia Vincenzina nella sala della
veranda, Ezio e Flora coll'aiuto di Moschino trascinarono nel
corridoio delle stanze superiori un vecchio e pesante baule, non
ancora esplorato, che conteneva non so quante centinaia di volumi
degli atti ufficiali del Parlamento subalpino. Che se ne doveva fare?
abbruciarli era peccato: nè si voleva ingombrar stanze e scaffali con
roba fuor di stagione. Ma intanto conveniva far passare quei grossi
volumi che potevano contenere note e postille di qualche valore, Da
un'ora i due giovani lavoravano con intenso raccoglimento, in mezzo a
una nuvola di polvere, presso la finestra del balcone, levando dalla
cassa i libri, che andavano disponendo in una lunga fila sopra la
tavola accostata al muro. Lavoravano in buona armonia, come due
camerati, comunicandosi a vicenda le loro scoperte, con tanto gusto di
sentirsi vicini che non si accorsero nemmeno che il cielo s'era andato
via via oscurando e che un fosco temporale rompevasi già sopra la
cresta del Grussgal.
Moschino scese a chiudere le persiane contro i primi goccioloni che
battevano sui vetri della veranda, mentre Ezio e Flora correvano
dentro e fuori per le stanze ad assicurare porte e finestre. La casa
fu presto invasa da quella oscurità, che dà ai muri e agli oggetti una
improvvisa espressione di sgomento e rende l'animo pauroso delle
proprie sensazioni. Il cielo divenne ben tosto d'un bigio cenere,
intenso, carico di vento e di tuoni: il lago, teso, d'un color di
ferro pareva scosso da impeti convulsivi, mal frenati dalla stanchezza
pesante dell'acqua, su cui roteavano i gabbiani con giri instancabili
e capricciosi. La pioggia cadeva già sulla montagna, ma veniva avanti
a corsa, preceduta dal gemito spaventato delle piante che luccicavano
nel sinistro crepuscolo: ed ecco subito scendere oscura e densa contro
la casa e scrosciare con furioso impeto sul giardino che si umiliò a
riceverla avvilito.
Non era un temporale come se ne danno tanti in agosto; e infatti si
seppe poi che nelle valli aveva fatto il diavolo, strappato alberi,
diroccato muri, gonfiato in malo modo i torrenti che menarono sassi e
rovine.
Oramai non rimaneva che di chiudere la finestra del balcone, dove
l'assalto dell'uragano era più forte e per la quale entrava già a
rigagnoli l'acqua a innondare i libri. Flora che correva di camera in
camera, gridando per un selvaggio gusto, come se in quella battaglia
di elementi trovasse anche lei il suo posto di combattimento, vedendo
la pioggia invadere il corridoio, cercò di chiudere le persiane anche
da questa parte. Ma per far questo bisognò prima aprire i vetri e
affrontare la furia dell'acquazzone, che fu più forte di lei, le
strappò di mano le imposte, l'avvolse, l'accecò con un turbine così
villano, che grondante acqua dai mille capelli dovette ritirarsi e
chiedere aiuto. In quell'istante la saetta, che s'era tenuta in
riserbo per il colpo finale, scoppiò sopra un ginocchio del monte,
tutta la casa traballò e un guizzo sanguigno passò nel cielo, tra gli
alberi, nel cuore della fanciulla, che si ricoverò atterrita nelle
braccia di Ezio. Egli l'accolse e la protesse, tirandola nella gabbia
della scala a riparo dal vento: l'accolse e l'avvolse nelle braccia e
la tenne così un poco, fin che gli parve di sentir battere il povero
cuore spaventato. Ma il profumo che esalava da quei molti capelli
avvolse lui che ci posò la bocca e ci lasciò cadere tre grandi baci,
che scesero profondi come tre goccie di piombo caldo a bruciare per un
istante tutte le fibre vitali della fanciulla, che si abbandonò più
pesante e si dimenticò in una breve e soave inerzia.
Fu essa la prima a rompere i lacci: e lo fece respingendolo con lenta
e rigida violenza. Era pallidissima, ma splendida di un amabile
terrore. Si liberò da lui, scosse due volte quella sua chioma leonina,
e scese a corsa la prima rampa della scala. Egli si tenne aggrappato
all'inferriata. Dal pianerottolo, Flora mandò sulla punta della mano
un gran bacio a lui e scese a precipizio a cercar la mamma, che
vedendola così bagnata e scomposta, le avvolse la testa in uno de'
suoi scialli di lana. La fanciulla andava ripetendo:--O mamma, che
spavento...!--e lasciandosi andare sopra un canapè, premendo il suo
cuore colle due mani, diceva a sè stessa:--mio cuore, che dolcezza!
Ezio rimase un pezzo avanti ai vetri della finestra su cui scorrevano
le goccie come lagrime lunghe, sbalordito, pentito, seccato, in
collera con qualcuno poco lontano, cogli occhi fissi all'uragano che
si allontanava come un vincitore, ma veramente egli non vedeva nulla.
Non vedeva il raggio di luce livida, che sprigionandosi dal nugolone
nero, correva sulle creste della burrasca come un faro elettrico a
illuminare la danza dei cavalloni bianchi e verdognoli. Quel raggio di
luce solare, come se fosse mosso da una mano nascosta nel grembo della
nube, si apriva a ventaglio e scendeva a illuminare le acque più
lontane che brulicavano in un colore verdicino, si posava sulla
montagna, schiariva d'un chiaror umido, e stinto le case, le ville che
parevano immerse in una grande lontananza. Ezio non vedeva nulla,
nemmeno gli uccellacci che volticavano nello spazio.
--Perchè l'aveva baciata?--Cominciava a capire d'aver commessa una
bestialità. S'era lasciato trasportare anche lui come un gabbiano da
un soffio temporalesco di passione, e ora se ne pentiva per tutti i
corollari che la testina logica di Flora ne avrebbe tirati.
--Maledetta la saetta!--brontolò, movendo qualche passo per il
corridoio, colle mani ciondoloni nelle tasche dei calzoni, curvo nelle
spalle, avvilito, pensando ai modi coi quali avrebbe potuto
purificarsi di quel grosso peccato d'irriflessione. Era la prima volta
che un bacio fuggiva dalle sue labbra senza il permesso del babbo:
quasi stentava a riconoscerlo per suo.
--Maledetta la saetta!--brontolò tutto quel giorno in cui parve più
distratto e più incontentabile del solito: e il rimorso, misto
all'amaro sapore della stizza, gli saliva alla gola e gli riempiva la
bocca ancora quando si cacciò sotto le coltri; per la prima volta
stentò a pigliar sonno: e il letto gli parve pieno di stecchi.