Due amici giovani.
Sonava la mezzanotte a S. Giovanni di Bellagio, quando Ezio Bagliani e
il contino Andreino Lulli, detto anche Lolò, sfuggendo alla baraonda,
scioglievano il canotto dagli anelli della darsena e si staccavano dal
piccolo molo del Ravellino.
Dal Ravellino a Villa Serena, a lago tranquillo, è una traversata di
una mezz'ora o poco più; ma per i due giovani, che uscivano caldi
dalla baldoria e che avevano da mettere d'accordo l'acqua un po'
grossa del lago col vino bevuto a tavola, fu impresa alquanto più
complicata.
--Vuol dare a intendere che è Sciampagna di dodici lire.... brontolò
Ezio Bagliani, continuando un discorso già avviato nel giardino.
--È del vin d'Asti malvestito in carta d'argento--soggiunse don
Andreino, che andava cercando suoi remi in fondo al canotto.
Dalla voce rauca e sepolta si capiva che Asti o Sciampagna ne avevano
bevuto un poco più della loro sete. C'era nel loro confuso
risentimento anche un segreto rancore contro un così detto _Cognac
tre stelle_, che don Erminio Bersi aveva travasato agli amici senza
economia. Lolò mezzo istupidito, per quanto annaspasse colle mani, non
riusciva a discernere il capo dalla coda de' suoi remi: e rideva,
rideva della sua incapacità d'un bel ridere fatuo, in faccia alla luna
che bianca e tonda versava sull'acqua una bella luce tremolante.
Tutte le cime dei monti che circondavano il lago si disegnavano nitide
sul cielo: in fondo il Legnone e la Grigna, due colossi, che parevano
ingranditi in una misteriosa trasparenza, e più avanti gli altri monti
più modesti, dai nomi meno conosciuti, dalla fisionomia meno
espressiva, che versavano i loro fianchi ossuti nei golfi oscuri,
densi di ombre e di secreti.
Nella spaccatura della Val d'Intelvi disegnavasi nel palpito lunare
una specie di scena interna, profonda, in cui dominava come su un
altare il Santuario di Sant'Anna.
Tutta la bella Tremezzina era lì spiegata in una sfilata di case
immerse nella gran pace dell'ora notturna, solenne, tremolante di
sogni.
--Lavora, fannullone--comandò Ezio Bagliani che nella sua qualità di
vice-presidente della Società dei Canottieri era detto anche il
vice-ammiraglio. E per essere più sciolto si tolse la giacca e il
cappello, che buttò sul sedile di poppa.--Andiamo, in quattro colpi
siamo al di là.
--Sento una zampa d'aragosta che mi graffia lo stomaco--sogghignò don
Andreino, che alle prime ondulazioni del canotto credette veramente
che qualche cosa di vivo si movesse in mezzo allo Sciampagna. Non
riuscendo nè di reggersi, nè di star seduto sulla banchina, andava
brancicando in ginocchio tra le assicelle del legno in traccia d'una
pipa che gli era sfuggita dal taschino e di cui non poteva più far
senza.
Il suo compagno, più forte, più superbo, dopo aver cercato di dominare
il suo vino col dirne male, afferrò i remi e colla salda vigorìa de'
suoi ventiquattro anni, riattivata l'energia dei muscoli e svampati i
bollori al soffio dell'aria frizzante, cominciò a battere l'onda con
colpi lunghi e ben assestati, che fecero volare il canotto riluttante
tra i larghi cumuli d'acqua, resi pesanti da un contrario venticello
di tramontana.
All'improvviso un colpo di pistola risonò nel grave silenzio a
risvegliare gli echi più addormentati della montagna.
--È ancora quella pazza ubbriaca di Vera che tira ai palloncini:
finirà coll'ammazzare qualcuno, se non la fanno smettere--disse Ezio.
Sul terrazzo del Ravellino dondolavano al vento gli ultimi palloncini
d'una illuminazione giapponese che don Erminio Bersi aveva allestita
in onore degli amici e di certe sue amiche, mentre or sì or no
venivano sui voli d'aria gli ultimi schiamazzi della baldoria.
Rovinato nel credito, diffidato dai parenti, perseguitato dai malvagi
creditori don Erminio Bersi a trent'anni, messo nel bivio o
d'imbarcarsi per l'America o di sposare le ottocentomila lire d'una
Pezzani di Codogno, un nome quasi glorioso nell'industria del
formaggio, aveva preferito le ottocentomila lire; ma prima di dare un
estremo addio al mondo e alle sue pompe aveva voluto radunare
un'ultima volta al Ravellino gli amici dell'_Asse di cuore_ e gli
altri ch'eran soliti ritrovarsi con lui d'inverno nelle sale superiori
del Caffè Storchi a Milano, cioè oltre a Ezio Bagliani e ad Andreino
Lulli, Tito Netti, Filippino Doria, il marchese Schiavi e le più
ragionevoli loro amiche, tra cui Vera Spino, Liana detta la Spagnuola
e quella patetica Gismonda, mima simbolica, come dicevano gli
adoratori, bellezza trasparente che morì tisica a San Remo, dopo aver
rovinato un paio di principi russi.
Nelle sale del Caffè Storchi i compagni dell'_Asso di cuore_ non
pretendevano di far dell'accademia, nè della politica, nè
dell'economia sociale; ma semplicemente divertirsi nel miglior modo,
ciascuno secondo i propri mezzi e le proprie facoltà. Vi si cenava
spesso dopo i teatri, vi si facevano dei giuochi atletici, della
ginnastica svedese, dello sport da camera, vi si giuocava a scopa, a
bezigue, perfino alla briscola plebea: vi si declamavano delle
concioni e dei versi, si cantava, si miagolava su un disperato
pianoforte, vi si facevano insomma delle allegre goffaggini in mezzo
al fumo degli avana e delle pipette di gesso all'unico intento di non
sentire il peso della noia, che facilmente strapiomba su chi ha poco
da fare e nulla da pensare. Tutto era permesso, tranne il dire una
cosa troppo seria e troppo sensata. Chi si fosse lasciato scappare di
bocca una sentenza o un proverbio con intendimento pedagogico doveva
pagare o scontare il delitto con qualche speciale supplizio. La notte
che arrivò il telegramma che annunciava il disastro di Dogali, per non
lasciarsi traviare a sentimenti di troppa commozione, Filippino Doria
comandò gli esercizii militari e per una mezz'ora condusse intorno al
biliardo la schiera degli Ascari ammantati in bianche tovaglie, col
viso dipinto di cioccolata, finchè fu decretata la morte di Ras Alula
nella persona di Lolò, cioè del contino Lulli. Gli fecero una testa
africana col nero fumo, lo addobbarono di tovaglioli e punf.... lo
fucilarono con le stecche. Liana per simulare il sangue gli versò nel
colletto della camicia una mezza bottiglia di vin di Barolo.
A parte questi giochi eran del resto tutti buoni figliuoli; buoni,
s'intende, a far nulla; ma già qualcuno cominciava a capire che a
questo mondo non si è venuti soltanto per far delle schiocchezze.
Erminio Bersi stava per prender moglie; Ezio Bagliani carezzava l'idea
di finire i suoi studi legali e di pigliarsi una buona volta la sua
laurea a Genova o a Pisa. Don Andreino, trascinato nell'orbita di suo
cugino deputato, il conte Andrea della Roncaglia, mescolava alle
corse, alle regate, un po' di sport elettorale e qualche sua personale
velleità politica,
--Sei proprio in collera del tutto con Liana?--chiese don Andreino,
quando dopo infiniti patimenti ebbe finalmente infilato il remo in una
forcella.--Mi ha detto che tu le fai un gran male,
--Ne ho gusto.
--Non vuoi proprio più saperne di lei?
--Non si è già consolata abbastanza col suo americano?
--L'americano è un ripiego.
--Sai quel che mi ha fatto a Nizza?
--Lo so: ma tu sei troppo feroce, Ezio.
--Vada a farsi benedire. Mi ha seccato abbastanza. E poi ho bisogno di
far giudizio quest'inverno.
--Ho capito--soggiunse Lolò quasi piagnucolando--vuoi prender moglie
anche te. Allora io faccio il deputato.
--Bada, tieni a destra. Vedo laggiù al Castelletto la finestra di mia
cugina Flora ancora illuminata. Andiamo ad augurarle la buona notte.
--Due minuti dopo il canotto ballonzava sotto il terrazzo d'una
modesta casa posta a picco sul lago sostenuta da tre archi di muro e
coronata da una torricciuola merlata dipinta a striscie rosse e nere,
che giustificava agli occhi della gente il nome di Castelletto. Per
quanto umile e goffa nella sua struttura di pasticcio mal riuscito,
tuttavia all'indulgente raggio della luna anche quel vecchio rudere di
casa colorata, chiusa tra un cipresso da una parte o un gran ciuffo di
oleandri dall'altra, aveva la sua modesta poesia.
--Ohe, Flora...--gridò Ezio, intonando il _deh vieni alla
finestra_ del Don Giovanni. La finestra illuminata si aprì e dalla
porta a vetri uscì sulla terrazza la ragazza dai capelli rossi, in una
vestaglia chiara, che il raggio candido della luna avvolse d'una luce
patetica.
--Che fate in giro a quest'ora, vagabondi? gridò Flora.
--E tu che cosa fai al mesto lume della lucerna?
--Sto copiando quella tua dissertazione di laurea. Sai che il tuo
gobbetto ha una scritturaccia da gallina?
--Ti presento don Andreino Lulli, una grande autorità sportistica e un
futuro uomo politico.
--Per celia, signorina--corresse il contino agitando il cappello.
--I vostri schiamazzi dal Ravellino arrivano fin qua, Chi è che giuoca
al bersaglio?
--Vogliono ammazzare la luna.
--È una vergogna, a quest'ora.
--La mamma sta bene?
--Dorme.
--Non logorarti troppo gli occhi per me, povera Flora. Domattina sei
in casa?
--Sempre ci siamo.
--Mi pigliate a colazione? ma _sans-gêne_; due uova, due fette di
salame e un caffè nero. Vedremo di leggere insieme qualche pagina di
questo malaugurato scarabocchio.
--Va bene: alle nove?
--Alle nove. Addio, Flora...
--Addio--rispose Flora, alzando la voce per seguire il canotto che si
allontanava come una freccia: e le parve che un piccolo eco nascosto
in qualche crepa del monte opposto ripetesse di là del lago;--Addio....
* * * * *
Villa Serena nel seno più interno della riva spiccava solitaria nel
giardino vasto e oscuro, che l'abbracciava tutta nelle sue ombre
profonde. Era una casa aperta sul lago con terrazzo a lunga balaustra
di pietra bigia, ornato di grossi vasi di sasso, colla facciata d'una
gravità signorile senza pompa e senza leziosaggini, una casa ancora
senza storia, che Camillo Bagliani, il padre di Ezio aveva acquistato
poco prima della morte della sua prima moglie. Vi aveva poi condotta
la seconda moglie, Vincenzina, vi aveva raccolto le sue memorie e vi
era morto anche lui da poco tempo, dopo aver passato gli ultimi anni
di vita in uno stato di lenta paralisi sul balcone della camera che
prospetta il piano più vasto del lago.
Ezio vi era, si può dire, cresciuto negli anni più belli della sua
giovinezza e dopo la morte del babbo considerava Villa Serena come il
rifugio delle sue idee migliori. Per rispetto a donna Vincenzina, sua
seconda madre, l'eco dello gazzarre del Ravellino non vi doveva
nemmeno arrivare e dagli amici suoi, tranne questo contino Lulli, che
aveva una specie di salvacondotto nel titolo e nell'onorabilità del
nome, nessuno altro era mai stato introdotto tra le ombre oneste e
tranquille di quell'angolo invidiato. Ezio sapeva e voleva che gli
altri avessero a distinguere tra il compagnone allegro e il padrone di
casa. I piaceri della vita non l'ubbriacavano mai fino al punto di
fargli perdere il sentimento de' suoi doveri, e in questa specie di
governo di se stesso era la sua forza e la sua superiorità su tutti
gli altri che gli facevano la corte. Questo senso di orgoglio lo
faceva parere molte volte duro e aristocratico ai democraticoni della
gazzarra, pei quali lo stravizio non ha bisogno di guanti e nemmeno di
brache: ma Ezio voleva essere aristocratico, e sapeva di esserlo,
magnificamente, quando era il caso. Quarantamila lire di rendita ben
amministrata gli potevan concedere questo lusso.
Il canotto con una giratina magistrale imboccò l'arco oscuro della
darsena e andò ad arrestarsi ai piedi della scala che mena al
giardino. Ma il luogo era così buio che lo sbarcare non fu cosa
facile. Ezio saltò a terra per il primo, tirò il legno a riva, lo
legò, a tastoni, colla catena, bestemmiando contro quell'animale di
Moschino che non era venuto incontro colla lanterna. Accese un
zolfanello per rompere l'oscurità e alla fiamma che rischiarò l'antro
vide il ragazzetto seduto sulla scala, addormentato, colla lanterna
morta tra le gambe.
--Aspetta, lazzarone!--brontolò, frenando con fatica la voglia di
farlo rotolare nell'acqua. E presa uno ciotola di legno, di quelle che
servono a vuotar le barche, la riempì fino all'orlo e versò tutta
l'acqua sulla testa di Moschino, che gettò un urlo di spavento. Il
battesimo discese e serpeggiò fresco fino in fondo alla schiena.
--È così che tieni il lume acceso, pigro animalaccio?--gridò il
padroncino, mentre il disgraziato si dibatteva nei panni
bagnati.--Alza il lampione, se non vuoi che con un calcio ti butti
dentro.--Il ragazzo che conosceva per prova le furie del signorino, si
alzò grugnendo, levò il lampioncino di vetro: ma l'acqua aveva così
bagnato il lucignolo che si dovette rinunziare a ogni tentativo di
accenderlo.
Bisognò far di necessità virtù, arrabattarsi al buio e persuadere
Andreino a uscir dalla barca: ma nel frattempo Lolò s'era
beatissimamente addormentato nel fondo e giaceva come un sacco di
cenci. Abbruciandogli due o tre zolfanelli sotto il naso, Ezio potè
richiamarlo un poco ai sensi e persuaderlo a lasciarsi tirar fuori: ma
il contino che sentiva la zampa dell'aragosta grattargli l'ugola,
cominciò a piangere sulla sua sventura e a dichiarare d'essere il più
vile vermiciattolo che si nutra di fango e altre di quelle
melanconiche amarezze, da cui son presi i nobili spiriti che hanno
un'aragosta e del cattivo Sciampagna sullo stomaco.
Colle buone e colle brusche Ezio, che in queste tragedie non era alle
sue prime prove, potè finalmente schiodarlo dall'asse, impedì che il
più infelice degli uomini tuffasse le scarpette nell'acqua buia della
darsena, lo tirò sulla scala e a urti e a spintoni lo condusse per
l'oscura galleria alla luce del giardino. Era un peccato che don
Andreino non fosse in grado di ammirare la mite bellezza e l'incanto
della luce lunare, che stendevasi come un lenzuolo bianco sul
piazzaletto ghiaioso e gocciolava in vaghissime falde di neve
nell'ombra dei viali senza riuscire a dissiparne l'oscurità,
Tra una massa densa di cupe conifere e una parete di mimose, d'aloè,
di bambù, l'oscuro e tortuoso sentiero conduceva alla casa dove tutti,
fortunatamente, dormivano in quell'ora piccina, nella calma profonda
in cui il batter lento dell'onda pare anch'esso il respiro della notte
addormentata.
Don Andreino un po' sostenuto, un po' trascinato dalla mano robusta
dell'amico, non cessava di ripetere quel che aveva già detto le cento
volte, cioè, ch'egli era il più miserabile degli uomini, più vile del
più vile vermiciattolo che mangi il fango della terra: e ogni qual
tratto faceva il tentativo di fermarsi per dichiararsi indegno di
riporre il piede sotto il tetto ospitale del più generoso degli
uomini. Alle parole seguivano teneri abbracci, singhiozzi e vere
lagrime di tenerezza, a cui Ezio non sapeva opporre che frasi sorde
come queste: Sta zitto, asino: non svegliare quei di casa. Sì,
vermicciattolo, taci che ora ti mettiamo a letto.
Moschino corse in cucina a prendere un lume e per la scaletta di
servizio venne fatto a tutti e due di spingere il giovine ubbriaco
fino a una stanzina, che di solito serviva al guattero di casa. Lolò
cadde sul letto, su cui Ezio distese un coltrone e lo lasciò
mormorando: Ora ne hai fino a domani sera.
Moschino accompagnò il padroncino fin sulla soglia della stanza e
tornò a cercare il suo letto. Nello strapparsi di dosso i vestiti
bagnati, che mandavano un forte odore di pesce, mormorava:--E dicon
porci a noi!--Ma il sonno scese presto a dissipare ogni rancore. Anche
Ezio si addormentò presto, rotto com'era dalla fatica: e non sognò che
un chiarore vago di luna in cui una voce, la voce di Flora, andava
leggendo qualche cosa ch'egli non riusciva a capire.