Tu solo mi rimani!»

«Egli diceva queste parole con un accento che mi strappava le lagrime:

io solo! gli _altri_ erano tutti morti! Gli altri... i suoi figli veri!

«-È venuto il momento, mi disse poco dopo, ti ho preso meco apposta;

io prevedevo questo giorno; era il solo libro in cui sapessi leggere

spedito, la mia sciagura! Sapevo che sarei rimasto solo, che mi

avrebbero ritolto ad una ad una le mie creature dopo avermele date per

vederle agonizzare; lo sapevo. Ora sono solo, solo, solo!

«E siccome io continuava a piangere, egli soggiunse:

« — Non bisogna piangere; provati a ridere, provati; quando i tuoi

fratelli avevano la tua età, ridevano essi, e queste pareti risonavano

di allegrie; e finchè la morte non ebbe imparato la strada che

conduceva alla mia felicità, ridevo anche io perchè ero felice; provati

a ridere; basto io solo a piangere.

«Un altro giorno, appena desto, mi chiamò a sè e mi disse:

« — Hai da essere tu il mio figlio; sono _essi_ che lo vogliono; tu sei

solo ed anch'io; non saremo più soli; porterai il mio nome; andremo dal

sindaco, gli chiederemo che cosa bisogna fare per essere proprio padre

e figlio.

« — Volerci bene, gli risposi baciandolo sulla guancia.

«Egli mi guardò come sbigottito, e mi chiese: «e potrai tu volermi

bene?»

« — Sì, tanto.

«Il pensiero di adottarmi in faccia al mondo e di darmi il suo nome

gli ritornò più volte ad intervalli lunghi, ma pareva non sapesse

determinarsi a porlo in atto.

« — Sai, ci sono tante seccature... una carta che dica quando sei nato,

un'altra che dica quando son nato io, un'altra in cui si provi che tu

sei orfano, e poi andare innanzi ai giudici, e dirlo là e far scritture

lunghe... v'è da perdere la testa; e mi hanno anche detto che bisogna

spendere del danaro, oppure farsi fare un'altra carta a provare che

sono miserabile... Lo sanno tutti che io sono miserabile, lo domandino

al becchino dove è il mio tesoro... nossignori, vogliono una carta

scritta!...

«Quand'egli così parlava, cedendo ad una lieve collera, io lo guardava

in volto non potendo allontanare un sospetto pauroso; e mi venivano in

mente quelle parole udite per via: «il poveruomo ne impazzirà.»

«Erano passati parecchi mesi, ed il vecchio continuava a parlare di

Luigi come se fosse morto il giorno innanzi: attendeva tutto il dì al

lavoro facendosi aiutare da un apprendista, e voleva che io andassi

alla scuola.

«A me pungeva d'essergli di aggravio, e gli dissi più volte piacermi la

professione di falegname, me la insegnasse.

« — Non è vero, mi rispose un giorno, non è vero, a te piace leggere

e scrivere come a Luigi; a te piace divenire maestro di scuola, come

a Luigi; tu devi imparare a leggere e scrivere e diverrai maestro di

scuola; finchè mi rimane forza, basto io al lavoro; quando non ne avrò

più, sarai maestro di scuola e soccorrerai tu il tuo vecchio. Luigi ti

voleva bene... non puoi essere un ingrato.

«Non diceva più _padre_, non mi chiamava più _figlio_!

«A poco a poco sparve anche quella specie d'intimità che era fra noi;

vedendo come nei giorni di vacanza, toccandomi di rimanere in casa,

egli fosse collerico ed alcune volte ingiusto, mi venne in mente che mi

mandasse alla scuola per non avermi sempre innanzi agli occhi.

«Incominciò per me una più terribile solitudine di quella che prima

avessi temuto — la solitudine dell'uomo respinto. Accorgendomi che la

mia vista faceva male a mastro Paolo, nella bella stagione me ne andavo

coi libri in campagna a studiare, molte volte a piangere. Esaurii in

breve tutte le mie lagrime.

«La mia natura gioconda riprese a poco a poco il sopravvento...

«Provati a ridere» mi aveva detto mio padre; io mi stordiva ridendo.

«Era una maschera, una livrea per riuscir meno ingrato ai miei

compagni, e mi conveniva deporla alla porta di casa.

«Non ero, no, felice. A dispetto degli sforzi che faceva per darmene

le apparenze, mi pareva che tutto quel cumulo di sciagure ch'io doveva

sanare pesasse sul mio capo come una condanna, e che in me si dovesse

leggere solo il dolore, e che tutti mi fuggissero.

«In quell'abbandono, in quella ridente desolazione dell'anima mia,

nella tenebra fitta del mio pensiero, penetrò un raggio di sole —

l'amor tuo, Donnina. E bastò a tutto; ritrovai fede, avvenire, ritrovai

il mio cuore; ebbi perfino l'ardimento di venire innanzi a mastro

Paolo e di amarlo in palese; parevami che la mia felicità mi desse un

gran diritto sugli uomini e che tutto quanto mi aveva respinto dovesse

accogliermi a braccia aperte.

«Non era illusione la mia; la felicità è una forza a cui non si sa

resistere; abbandonato prima dai compagni, ritrovai allora qualche

amico, e, migliore amico di tutti, il mio maestro, il tuo ottimo padre.

«Trovai cento porte aperte, ma non quella della sventura; il cuore di

colui che aveva promesso di essermi padre mi rimase chiuso.

«Mi convenne dissimulare, ma nol seppi tanto che il vecchio non si

avvedesse.

«Un giorno mi minacciò col pugno udendomi canticchiare. Io canticchiava

perchè mi passasse più presto l'ora che mi separava da te; fuggii,

venni ad aspettarti, non ti dissi nulla.

«Maestro Paolo la sera mi mosse incontro, mi guardò fisso in volto, e

mi passò leggermente una mano sul capo — era pentito.

«Ma non mai parola buona, non mai carezza: mi sfuggiva, gli ero

divenuto odioso.

«Una mattina non lo vidi scendere al lavoro, l'aspettai trepidante

prima di andare alla scuola, allora salii nella sua camera e vidi

che passeggiava seminudo colla finestra aperta; ed eravamo nel cuore

dell'inverno!

«Gli parlai, non mi rispose, e continuò a passeggiare ed a mormorare

fra sè. Alla fine si arrestò, si vestì in silenzio, mi passò innanzi e

scese da basso.

« — Domani partiremo, mi disse al ritorno dalla scuola; andremo a

Milano; bisogna provare a fuggire, non sei tu del mio parere?

«Io lo guardai temendo che fosse impazzito; anch'egli mi guardava

fisso, ma con fermezza insolita. Non dissi parola — ed il domani, tu

lo sai, partimmo. Sul far dell'alba, a piedi, con pochi panni annodati

entro una pezzuola, io, col cuore gonfio, cogli occhi rossi di lagrime.

Mi voltai più volte a guardare la casicciola che mastro Paolo aveva

venduto ad un suo creditore, a guardare il noto campanile, e, nella

direzione di quello, la scuola comunale ove erano i miei soli amici,

dove eri tu, Donnina! I gelsi, che io mi lasciava indietro coi rami

nudi imbiancati dalla brina, non mi erano mai sembrati così belli

nemmeno nell'estate, quando gettavano la loro ombra circolare, e quando

da ognuno di essi partiva la canzone degli sfogliatori.

«In breve la casicciola sparì dietro la svolta della via, il campanile

si perdette nella bruma, ed i nuovi gelsi nudi, muti, irrigiditi,

continuarono a passarmi innanzi lentamente e mi parevano dirigersi ad

S... che io lasciava a malincuore.

«Mastro Paolo camminava spedito, guardando innanzi a sè, come ad una

meta prefissa, senza arrestarsi od allentare il passo, senza volgersi

mai, tentennando ad ora ad ora il capo in sinistra maniera. Io faticava

a tenergli dietro.

«Quel viaggio melanconico durò due ore; un immenso ed indefinito

ronzìo si fece udire a poco a poco, — la voce della città — Milano!

Mi ero preparato a resistere alle mie sensazioni, e seppi soffocare un

singhiozzo.

«Guardando attraverso la nebbia quelle file d'alberi di forme così

regolari, la punta estrema del Duomo, e tutto intorno quel viluppo

immenso di tetti, di cupole, di terrazzine, di campanili, quel mondo

ignoto in cui io avevo vissuto la prima età, mi sentivo invaso da

una invincibile ripugnanza. Fissai coll'occhio un punto, e dissi a me

stesso: «quello è l'ospizio in cui sono nato.» — Non vidi altro.

«Passammo la porta in silenzio; vedendo tanta gente affrettata, tante

carrozze incrociantisi, pensai che tutti dovevano avere uno scopo per

affaccendarsi così, e noi...

«Guardai mastro Paolo — egli continuava a camminar diritto, dello

stesso passo.

« — Dove andiamo? gli chiesi.

« — Dove andiamo? ripetè a sè stesso, come se non comprendesse il

significato della domanda. Poi soggiunse, parlandomi sotto voce ed in

aria di volermi fare una confidenza: fra i vivi; qui di gente vivace

n'ha, mi pare, laggiù erano tutti morti.

«Lo sguardo fisso, il ghigno delle labbra e quell'accento sinistramente

singolare, mi tolsero le ultime forze; uscii in dirotto pianto. Temevo

di comprendere una sciagura immensa.

«Il povero vecchio mi guardò meravigliato, mi prese per mano, mi

condusse innanzi ad un sedile di pietra, e mi disse:

« — Siedi, tu sei stanco.

« Sedei, asciugando le lagrime, e facendomi forte per guardarlo in

viso. Egli stette alcuni istanti sopra pensiero, e si assise accanto a

me.

« — Padre, mormorai.

« — Padre, ripetè senza voltarsi; poi voltandosi d'un subito, mi disse

con impeto: «non sono tuo padre, non sono più padre, non ci sono padri.

Tutti costoro che passano sono gente orfana come tu ed io. Padre! Lo

conosci tu tuo padre? Gli ho io i miei figli? Ti dico che non ci sono

più padri.»

«Non mi rimase più dubbio, mi guardai intorno, cercando un soccorso, ma

non piansi più; pensai che quel vecchio, fattosi mia guida, era in mie

mani, che mi bisognava esser uomo.

«Mastro Paolo s'adirò del mio silenzio e proseguì a dire:

« — Padre! che ho io fatto per esser tuo padre? Ho forse pianto

per te, ho preso la misura della tua bara? Muori anche tu, e sarò

tuo padre. Vedi quel cielo azzurro; non pare, ma è un invidioso, un

cattivo invidioso della terra; è colpa sua se noi siamo orfani. Ti

sei riposato? Affrettiamo; tutta quella gente cerca i proprii figli;

andiamo a dar loro la notizia, a dir loro che non ci siamo che noi due.

« — Mastro Paolo, gli dissi pigliando le sue mani e stringendole

forte nelle mie, mastro Paolo, voi non vi sentite bene.... provate

a ragionare, a ricordarvi; guardatemi in volto, ditemi se mi

riconoscete... Chi sono io?

«Il vecchio, commosso un istante dalla veemenza delle mie parole, uscì

a ridere, ma non rispose.

« — Chi sono io, per pietà, dite, dite, chi sono io?...

« — Chi sei tu? rispose il vecchio, balzando in piedi, vuoi proprio

saperlo chi sei tu? Sei l'uomo che io odio, sei l'uomo per cui sono

morti i miei figli, dei quali volevi occupare il posto nel mio cuore!

Ecco chi sei tu! Ma hai fatto male i tuoi conti; guarda, qui dentro non

ci è più cuore, l'ho seppellito con essi.

«Così dicendo, il disgraziato vecchio schiudeva colle mani tremanti le

vesti e la camicia, e mi mostrava il povero petto ignudo.

« — Ed ora che ti sei fatto dire chi sei, vattene, soggiunse, vattene

a ridere di me altrove; credi forse che non ti abbia visto ridere delle

mie miserie? Ebbene, vattene, e ridi.»

«_Piangi?_»

Quest'ultima dimanda non è nella lettera, ed avrebbe potuto esser

rivolta a Donnina, che pure è stata la prima a farla a mamma Teresa.

È un'indiscrezione, ed il signor maestro si affretta a rimediare a

quell'imprudenza dicendo:

— È il fumo; sono due giorni che il camino manda fumo; ti pare che

Teresa possa piangere?

— E perchè no? interrompe l'intrattabile signora asciugandosi

rapidamente gli occhi col rovescio della manica; e perchè no?

Maestro Ciro, che ha anch'egli gli occhi rossi dal fumo, non si prova

a ribattere, ma urta del gomito nel gomito di Donnina ed esce a ridere

senza paura al mondo, mentre la fanciulla ripiglia il filo.

«Alcuni passanti si erano arrestati e ci guardavano senza accostarsi;

io non aveva lagrime, non udivo più nemmeno le parole del vecchio, il

cuore mi batteva forte e mi sentivo un vigore insolito, ma non sapevo

che fare.

« — Che ha quel vecchio? mi chiese una voce.

«Mi volsi e vidi un signore dalla faccia benevola.

« — Vaneggia, risposi, gli sono morti cinque figli, io solo gli rimango

e non sono suo figlio; mi volle seco, ora mi respinge perchè vaneggia;

ma il suo cuore è buono.

« — Qua entro non ci è più cuore, aggiunse mastro Paolo facendosi

innanzi

« — È vero, gli rispose lo sconosciuto, fingendo di guardargli in

petto, è vero; e che intendete di fare?

« — Di fare? di andar per il mondo a dare la cattiva notizia... La

sapete voi la cattiva notizia?

« — No, rispose il signore, accompagnandosi col vecchio verso una

carrozza che si accostava.

« — Non ci sono più figli; siamo tutti orfani; quell'azzurro di cielo è

un inganno, ed il cielo è un cattivo invidioso della terra.

« — Possibile! allora bisogna far presto.

«In così dire, lo sconosciuto spingeva il disgraziato vecchio entro

la carrozza, vi saliva egli stesso e mi faceva cenno di seguirlo; un

istante dopo la carrozza partiva di galoppo, rompendo la folla che

s'era radunata intorno a noi.

«Per via, mastro Paolo non disse più nulla, e continuò a guardare

attraverso il vetro degli sportelli con una specie di stupore ingenuo;

lo sconosciuto ne seguiva attento ogni gesto, ed io non distaccava

gli occhi da quella sua faccia sbigottita, come timoroso di leggervi

qualche nuova e più terribile sciagura.

«Ahi! Donnina mia, nissuna sciagura più terribile di quella per me:

mastro Paolo era impazzito; il benevolo che ci aveva raccolti era un

medico, ed il luogo ove ci condusse, un ospizio di pazzi. Me ne avvidi

all'aspetto melanconico del cortile in cui eravamo scesi di carrozza,

ai cancelli ed alle grate di ferro e di legno che tenevano luogo di

porte e finestre. Lo sconosciuto invitò mastro Paolo a seguirlo; a

me fe' cenno di rimanermi un istante. Rimasi col cuore gonfio, col

pensiero smarrito in una profonda dimenticanza; mi si cancellarono

dalla mente i fantasmi del passato e dell'avvenire, per non vedere

più se non quel momento, quel luogo melanconico, quelle grate, quella

solitudine e quel cancello che si era chiuso dietro di me.

«Ebbi un terribile pensiero: che io stesso fossi impazzito o fossi per

impazzire, e mi premei il capo colle mani, e cercai di comporre dinanzi

a me la tua soave immagine.

«Quella penosa solitudine durò poco; lo sconosciuto ritornò alcuni

istanti dopo con un vecchio dall'aspetto severo, il quale si raddolcì

meco singolarmente.

«Il più giovane mi prese per mano e mi condusse in una stanza tutta

coperta di scaffali, ed il più vecchio mi passò innanzi, si pose

a sedere ad una scrivania, aprì un gran registro ed incominciò ad

interrogarmi.

«Vollero che dicessi tutto quanto io sapeva di mastro Paolo, quali

fossero i miei rapporti con lui, quali i suoi mezzi d'esistenza, quali

le sue sventure; ripetei ad essi ciò che ho scritto a te, ma senza

piangere, senza batter palpebra, con una specie di attonitaggine nuova.

«Quand'ebbi finito di dire, ed essi d'interrogare, ed il vecchio di

scrivere nel registro, il medico (ora lo chiamo così) si chinò e disse

all'orecchio dell'altro una parola che io non compresi; ma tosto,

seguendo il movimento della penna dello scrivente, lessi: _lipemania_.

«Che voleva dire? io non aveva mai udito quella parola ma ne intesi

subito il significato.

« — Mastro Paolo è pazzo? ebbi la forza di chiedere.

«Non mi risposero.

« — Guarirà? insistei.

« — Senza dubbio, figliuolo mio, mi disse il medico; senza dubbio.

« — E lo guarirà lei, signore?

« — Io stesso, figliuolo, coll'aiuto dell'arte, della natura e del

tempo....

« — E quanto tempo occorre perchè un pazzo guarisca?

« — Un paio di settimane, qualche volta più.... qualche volta meno.

«Il vecchio teneva il capo basso e non diceva parola.

« — Ed io? balbettai... potrò venire a vederlo?

« — Tu rimarrai qui finchè mastro Paolo sia guarito, disse il vecchio,

che era il direttore del luogo... se ti piace.

«Pensa se accettassi! La gratitudine mi diede le lagrime che mi aveva

negato il dolore.

«Mi fu dato uno stanzino in casa del vecchio; uno stanzino pulito, con

bei mobili, con un bel lettuccio, in cui non potei chiuder occhio la

prima notte, tanto si stava bene.

«Pensavo: babbo Paolo avrà uno stanzino come questo ed un lettuccio

come questo?

«Al giorno successivo trovai panni nuovi e biancheria di bucato;

non usciva già dalle mie valigie; non sapevo che dire; mi tornavano

in mente i racconti delle fate, e Milano mi pareva una città di

incantesimi.

«Il signor Fulgenzio, così si chiamava la mia buona fata, mi parlava

rare volte, ma amorevole. Non osavo chiedere di rivedere il babbo, per

paura stesse peggio, e perchè temevo di far dispiacere ai buoni che mi

avevano colmato di tanti benefizi; ma il vecchio direttore fu il primo

a dirmi che potevo andare da mastro Paolo quando volessi.

«Ci andai subito.

«Ah! Donnina mia, quale spettacolo orribile! vedere tanta gente, tutta

fatta come noi, che pare sana e robusta, e dire che non ragiona, che

non sa pensare nè amare! Quella prima impressione come di sgomento

cedette ad un dolore più profondo, perchè, appena mastro Paolo mi vide,

diede in ismanie, e mi venne incontro coi pugni stretti, dicendomi

che io gli aveva strappato il cuore, che io gli aveva ucciso le sue

creature. Appena fu acquetato mi volse le spalle e passeggiò per la

sala senza più badare a me, finalmente sedette in un canto e prese a

guardarmi curiosamente, come se mi vedesse per la prima volta.

« — Babbo, gli dissi colla voce tremante, babbo...

«Non mi rispose.

« — Mastro Paolo, mastro Paolo! e muovevo un passo incontro a lui.

«Ma egli si raggomitolò nel suo cantuccio e mostrò di aver paura di me,

e mi scongiurò col gesto di non fargli male...

«Mi arrestai, e mormorai ancora una volta: «babbo!»

«Il disgraziato non mi conosceva più, e continuava a guardarmi con quel

suo sguardo attonito e curioso.

«Passarono otto giorni senza che osassi più venire innanzi al vecchio.

Quando l'osai fui accolto alla stessa maniera; solamente non si adirò

meco, ma la ripugnanza e la paura mi facevano più male della sua

collera.

«Un'altra volta, mentre io me ne stavo in un canto a guardarlo con

tenerezza compassionevole, ed egli era là, immobile, fingendo di non

vedermi, ma gettandomi ogni tanto uno sguardo fuggitivo, venne il

dottore. Allora fui testimonio del singolare potere che aveva dato a

quest'uomo la benevolenza schietta e quasi ruvida, perchè, appena egli

fu entrato, mastro Paolo gli venne incontro trasfigurato in viso, e

gli prese la mano colla gioia riconoscente d'un uomo scampato ad un

pericolo.

«Mi allontanai coll'anima in tumulto.

«Il dottore mi raggiunse subito dopo, e mi pose confidenzialmente una

mano sull'omero.

« — È inutile ch'io rimanga qui, balbettai, l'orrore che egli prova per

me mi dice che non potrà amarmi mai; quando egli sarà guarito, io non

avrò padre ugualmente — non ho più padre.

« — Non hai più padre perchè quella è pazzia di cui non si guarisce in

quell'età se non colla morte. Fa conto che sia morto.

«La durezza di queste parole era temperata dall'accento — e me ne dolsi

solo per l'uomo che fino allora avevo chiamato padre. A me non pensai.

« — Ebbene, dissi, bisogna che io lasci questo luogo, e pensi a

guadagnarmi la vita.

« — Che sai fare tu?

« — So leggere, scrivere e far di conto; sono andato alla scuola ed ho

voglia di studiare.

« — Non altro?

« — No, ma imparerò.

« — E intanto?...

«Il dottore mi lasciò in pensiero. Il giorno successivo fui chiamato

nella camera del mio vecchio ospite.

« — Quanti anni hai? mi chiese.

« — Sedici.

« — Io ne ho cinquantaquattro; potrei quasi essere tuo nonno; vuoi

esser mio figlio?»

— Suo figlio! esclama mamma Teresa sollevandosi quattro buoni pollici

sulla sedia e girando intorno uno sguardo pieno di dubitosa meraviglia.

— Suo figlio! ripete più forte il signor maestro curvandosi a leggere

egli stesso dietro le spalle della giovinetta, la quale non pare punto

commossa, e risponde col sorriso sereno alla ingenua curiosità dei due

vecchi.

Mamma Teresa, trasfigurata in volto, cogli occhi immobilmente fissi

nelle labbra di Donnina, vi legge le parole prima che la fanciulla le

proferisca.

«Non risposi; quell'improvvisa proposta era così straordinaria, e le

porte dischiusemi per essa mi lasciavano vedere un mondo così diverso

da quello immaginato dianzi, che mi parve tutt'uno come se mi si

proponesse un'altra vita, in un altro mondo, sotto un cielo di altro

colore.

« — Dice davvero! esclamai; suo figlio! e che ho da fare io per

divenire suo figlio?

« — Nulla.

« — Ma allora lei mi vuol bene, se vuol essere mio padre! E che ho

fatto io perchè lei mi voglia bene?

« — Nulla; tu hai sedici anni, ed io non ho un figlio; vuoi tu essere

quello?

« — E mastro Paolo? mormorai, che dirà mastro Paolo?

« — Non saprà nulla.

«Mi passò in mente che io stessi per commettere una bassezza e che

fosse dover mio rinunziare alle gioie finchè il vecchio babbo soffriva.

Anche ora sono talvolta assalito da tali dubbi, ed oggi il tormento è

più forte.

«Ma potevo io gettarmi nel mondo, senza consiglio, senza mezzi, senza

professione?

«Pensai allo squallore che la sorte, oggi così lusinghiera, poteva

minacciarmi domani, pensai che mi si offriva di scegliere tra la

miseria e la pace, tra l'andar ramingo e l'avere una casa ed un

nome, ricordai l'orrore intenso mostrato per me dal vecchio babbo, ed

accettai l'offerta sciogliendo un inno puerile di grazie.

«Pochi giorni dopo, il signor Fulgenzio compieva ciò che mastro Paolo

aveva voluto fare, senza indurvisi mai: mi dava il suo nome, mi faceva

suo figlio di adozione.

«Ecco il mio segreto, Donnina: io ho un padre che non è mastro Paolo,

ed il disgraziato non è morto, come ti ha detto, ma agonizza fra le

care larve dei suoi veri figli.

«Io non mi nascondo come questa che pare la mia fortuna sia la mia

colpa; dovevo accettare la miseria, l'abbandono, l'oscurità, le lotte

della vita, ma non tradire quell'uomo che mi aveva primo chiamato a

far parte della sua famiglia. Io l'ho lasciato solo nella sventura

per far me lieto — accettai di vestire di gai colori la mia sciagura,

volli entrare nella schiera degli eletti, io reietto da colei che

fu mia madre! Che penserai tu di me? Potrai tu essere più benigna di

me stesso? E con quali occhi vedrai la mia arrendevolezza alle prime

carezze della sorte? Ho un nome, ho una famiglia, sto per avere una

posizione onorata nel mondo; una sola cosa mi manca — la stima di me

medesimo.

«E quando tu saprai che l'uomo stesso da cui fui chiamato figlio, non

ricava dal suo benefizio altro che l'ingratitudine? Tanta è la miseria,

Donnina mia, che questa stessa ingratitudine è il solo mio orgoglio, la

mia sola virtù. Sappilo, fra il vecchio ed il nuovo padre, il mio cuore

è rimasto orfano, la mia sorte non si è mutata. Quest'uomo, di cui

porto il nome, non mi ama, non mi ha amato mai; volle pagare alla virtù

a cui non crede, alla società che disprezza, alla famiglia che offende

collo scetticismo nella donna, il suo debito d'uomo, di cittadino, di

figlio: volle fare un'opera buona ed un ingrato. Egli lo sapeva già

prima, e mi disprezzava già prima che io cessassi d'amarlo. Perchè io

l'ho amato come si può amare un vero padre, e forse lo amo ancora.

«Quanto debole ed intristito ti parrà il mio cuore!

«E non mi accuserai dentro di te di averti dimenticata sei anni per

aver mutato fortuna? E non crederai Mario (quest'è la mia livrea

d'oggi), vergognoso dei cenci di Ognissanti?

«Tu sei buona e facile al perdono, lo so; ma le mie non sono colpe che

si cancellino col pentimento, solo si espiano, ed io le ho duramente

espiate.

«Il giorno che dovei rinunziare al mio bel sogno di correre a te, di

venirti a dire: «Donnina, io ho trovato un padre che mi ama e che amo,

un padre che sarà il tuo, quando tu sarai mia; io studierò, la larva

dei miei sonni si farà persona, diventerò uomo, avrò una professione

e basterò col lavoro e coll'amore a farti felice!» oh! tu non immagini

quant'io soffrissi quel giorno.

«La mia colpa, ingigantita dalla freddezza che ogni giorno mi si

faceva meglio palese nel cuore del mio nuovo padre, mi disse che io

era indegno di te, che non dovevo più pensare a te, che coll'avere

abbandonato la mia miseria io aveva perduto il diritto alla felicità

che doveva andarle compagna. E poi con qual cuore rivederti per

ingannarti, o per dirti la mia desolazione? E avresti tu compreso altro

fuor che io aveva, volontariamente, posto una barriera tra te e me,

che più non mi appartenevo, che la nostra felicità, dove pure tu me

ne credessi ancora degno, dipendeva dalla volontà d'un altro uomo, il

quale si faceva chiamare mio padre?

«Pensai che fosse meglio uccidere in germe l'affetto deposto nel tuo

cuore; volli venire a dirti: non ti amo più, amane un altro. — Un

altro!... Non ne ebbi forza.

«Poi mi venne un amaro pensiero.

«Forse, dicevo a me stesso, Donnina mi dimenticherà davvero: tra

l'aspettare molti anni per esser mia ed il divenir sposa più presto,

sceglierà d'amare un altro.

«Frattanto il signor Fulgenzio mi dava maestri, dai quali appresi

rapidamente, con una specie di febbre continua che mi rendeva meno

amara la nuova condizione. Pensando di potere collo studio farmi un

avvenire, e, padrone un giorno di me stesso, chiamar te a dividerlo,

studiavo senza riposo; mi pareva come se ogni nuova cognizione mi

avvicinasse a te, mi desse un nuovo diritto alla felicità pensata di

nostro capo ad S... nel praticello dietro la chiesuola.

«Presto fui in grado di presentarmi ad alcuni esami, ed un anno dopo

a nuovi esami, e finalmente, a 19 anni compiti, nell'università per

istudiare medicina — fra quattro mesi sarò dottore!

«Ora che il mio lungo disegno sta per aver compimento e la mia

ambizione è presso ad essere soddisfatta, ora che io so come il tuo

cuore sia rimasto mio, forse la tua stima mi manca, la mia stima...

«Volli indugiare per poterti dire: «io sono padrone di me stesso, ho

uno stato, posso darti una onorata miseria per ora, l'agiatezza poi;

eccoti la mia mano, cancelliamo il passato.»

«Oggi non posso più tacere, sai tutto; ma sappi anche, qualunque sia

la sentenza che uscirà dal tuo labbro, che io voglio rimanere per te

sempre, come fui sempre

«OGNISSANTI.»

Donnina ha proferito le ultime parole della lettera lentamente, e si

è arrestata a scandere le sillabe del nome del suo fidanzato come per

separarsene più tardi... poi volge uno sguardo alla vecchia. In quello

sguardo è la sicurezza di sè, d'Ognissanti, dell'avvenire, ed è una

tacita domanda a cui mamma Teresa è sollecita a rispondere:

— È vero, dice ella accarezzando severamente, con un garbo tutto

suo, la testa della fanciulla, è vero; comincio a credere anch'io che

Ognissanti sia un bravo figliuolo, comincio a crederlo... e se non ti

basta... lo credo... ne sono convinta... Non ti basta ancora? Vuoi che

gli domandi scusa d'aver sospettato di lui? Te lo leggo in cuore il tuo

trionfo; ma tu sbagli di grosso perchè il tuo trionfo è pure il mio;

avrei dato un paio di dozzine di giorni, dei pochi che mi rimangono,

per vedere smentiti i miei sospetti. Ma tu dirai che mamma Teresa sa

solo brontolare e non ci vede chiaro. E se fosse anche?... Per chi non

ci vede chiaro, il meno male è il non fidarsi mai alle apparenze. Dici

di no tu?

E siccome Donnina le bacia il volto rugoso senza rispondere, tutta la

stizza della vecchia si rivolge al signor maestro. Ma costui, dacchè la

moglie ha preso a parlare, s'è dato a fregare le mani sulle ginocchia,

infervorandosi vie più e facendo festa ai fantasmi del pensiero.

Poco stante la terribile mamma si abbandona anch'essa alle meditazioni,

che le fanno fare, senza avvedersene, la smorfia d'un sorriso

bonario...

Quando dopo brev'ora escono entrambi ad un tempo da quel muto

fantasticare, rompono insieme il silenzio con una parola:

«E Donnina?»

Donnina non è più nella stanza, se n'è andata di soppiatto, ha salito

le scale e si è raccolta nella sua cameretta... A che fare?

— Io lo so che cosa è andata a fare! dice maestro Ciro.

— E anch'io lo so! Bella cosa!

Sappia chi nol sapesse che Donnina si è ritirata per rileggere la

lettera del suo Ognissanti, e che il signor maestro aveva indovinato

davvero. Quanto a mamma Teresa, la presuntuosa si vantava, e maestro

Ciro lo sapeva benissimo. Forse che la cara dolcezza di rileggere in

segreto una lettera, può essere compresa da chi, come la terribile

mamma, non aveva voluto addimesticarsi mai coll'alfabeto?...

Maestro Ciro è pronto a giurare di no.

Il tesoro di Donnina · 第 43 / 103 题