OGNISSANTI A DONNINA.

È giorno di vacanza.

Maestro Ciro, uscito per andare a spasso alla campagna, è rientrato

più presto che non sia suo costume e si è accostato furbescamente a

Donnina, colle mani dietro la schiena, con un risolino piacevole sul

labbro. Non le ha detto nulla, e la maliziosa ha compreso tutto, e gli

è venuta dietro in un balzo, ed ha visto ciò che egli le nasconde, e

gliel'ha preso di mano — una lettera di Ognissanti!

La formidabile mamma Teresa se ne sta in un canto, immobile, solenne;

non vi è pericolo che rivolga gli occhi dalla parte di Donnina e del

marito, o faccia atto che accenni la sua intenzione di uscire dalle

ostilità; oh! non vi è pericolo! Solo ogni tanto getta una sbirciatina

di traverso, una sbirciatina curiosa se vogliamo, ma d'una curiosità

misurata, tutta dignitosa. Maestro Ciro è uscito a ridere sonoramente,

e Donnina s'è fatta presso alla mamma e le ha gridato nell'orecchio: «è

di lui!»

L'impertinente! E quel maestro Ciro che continua a ridere ed a fregarsi

le mani!

Mamma Teresa si è provata a resistere, a tener duro, ma ride, e quando

Donnina le circonda il corpo colle braccia, le vien fuori senza volerlo

uno sguardo di misericordia, e quando infine l'impaziente fanciulla

ha rotto i suggelli e tratto fuor dalla busta, devotamente, una mezza

dozzina di fogli bianchi tutti neri di scrittura, la terribile fortezza

crolla, e mamma Teresa esce a parlamentare:

— È lui che scrive? Ebbene, che me ne importa? Non scrive già a me,

immagino; e poi io non saprei leggere tanto tanto; ti dirà le solite

cose che si dicono.

— La lettera è diretta a Donnina, osserva maestro Ciro, a Donnina,

proprio a lei.

— Proprio a lei, proprio a lei! Come se io non sia più nulla, come se

ciò che è diretto a Donnina non sia diretto a me?

E siccome Donnina ha squadernato i fogli un paio di volte e si è seduta

al fianco della mamma, senza badare ai pericoli della collera di lei,

la vecchia, crollando il capo, strascica con suprema degnazione una

parola:

— Sentiamo!

E maestro Ciro fa eco:

— Sentiamo!

E Donnina, con un lieve tremito nella voce, incomincia:

«Il luogo da cui ti scrivo e ciò che ti voglio scrivere saranno per

te cagione di meraviglia e forse di affanno; ma è giunto il momento

di dirti tutto. Temo che il segreto del nostro amore non sia più un

segreto per taluno a cui desideravo nasconderlo ancora, e non voglio

che tu possa da altri nulla apprendere sul conto mio che io già non ti

abbia detto. Confessarmi a te è il mio diritto ed il mio dovere; e poi

chi sa se non ti ingannerebbero — io no, non ti potrei ingannare.»

Mamma Teresa, guardando al soffitto e dimenandosi, ha l'aria di dire

che per conto suo non ci crede moltissimo; ma Donnina non pone mente al

sospetto ingiurioso e tira innanzi.

«Ti ricordi di quando eravamo entrambi ad S...? A me non fu data gioia

più bella della sventura d'allora, perchè in premio dei dolori patiti

fu là che ti conobbi e che mi amasti. Ma io ero sventurato, e tu lo

ignorasti sempre, e nessuno lo seppe mai. Intorno a me si magnificava

la mia fortuna, perchè, nato in un ospizio ed ivi cresciuto, m'era

toccata la sorte di essere raccolto da un vecchio pieno di cuore,

il quale mi avrebbe fatto da padre e data una professione. Tutto ciò

era verissimo, e nei primi mesi che entrai a far parte della desolata

famigliuola di mastro Paolo, mi parve di avervi portato come un barlume

della immensa luce di gioia che si era fatta nel mio cuore e nel mio

cervello nel momento di mettere il piede fuor dell'ospizio. Mi pareva

d'incominciare allora ad essere me stesso, e che prima non fossi stato

altro se non una cosa che si raccoglie nei trivii e si numera....

perchè non dia inciampo ai passanti. Ero lieto, ero felice, ero libero!

Avevo dieci anni soli, ed il mondo mi apparteneva.

«Mastro Paolo aveva ancora un figlio, l'ultimo di cinque; i primi

quattro erano morti un dopo l'altro, alla stessa età, dello stesso

indomabile malore, e la madre gli aveva preceduti tutti sotterra.

«Luigi, l'ultimo figlio, aveva diciott'anni, era scolorito in volto,

esile, dolce nelle maniere e nell'accento; un'ottima creatura; mi prese

ad amare appena mi vide, e mi chiamò _fratello_. Immagina tu quanto

bene mi facesse quella parola! Mastro Paolo invece non mi chiamava mai

_figlio_; non me ne dolsi, comprendendone la ripugnanza.

«Un giorno lo vidi piangere in un canto, nell'ombra della camera; Luigi

ci volgeva le spalle e se ne stava immobile, ritto nel vano dell'uscio

a contemplare il tramonto. Il povero padre non sapea distaccar gli

occhi da quel corpo che, per effetto dell'estrema luce sempre più

indebolita, pareva disegnarsi sempre più lontanamente nell'infinito

orizzonte. E piangeva premendo forte la mano alla bocca a soffocare

i singhiozzi, per non farsi udire dal figlio. Io me gli accostai col

cuore gonfio, egli circondò la mia testa con un braccio, se la strinse

al cuore che gli batteva concitato e non mi disse nulla. Fu la sola

volta che mi mostrasse affetto di padre.

«Luigi pareva assottigliarsi sempre più; a me invece la nuova vita, la

gioia d'esser libero e di appartenere ad una famiglia, davano forza,

vigore ed apparenza di salute. Mastro Paolo, nel vedere il contrasto

tra me e suo figlio, mi disse una volta, facendosi forza per sorridere:

«si direbbe che quanto perde Luigi lo acquisti tu!» Io lo guardai

in volto senza troppo comprendere; oh! come era amaro quel sorriso!

Compresi... fu una rivelazione e me gli feci istintivamente presso

perchè mi battesse. Egli dovea sentire un bisogno irresistibile di

battermi per vendicarsi della sorte, ma era buono, si accontentò di

respingermi con un cenno, e chinò la testa sul petto con uno scoramento

profondo.

«La vita che facevamo non era certo larga; il povero vecchio, assiduo

alla fatica del suo mestiere di falegname, guadagnava appena il tanto

da vivere; la casicciuola gli apparteneva; un gramo campicello, e più

il risparmio gli venivano in aiuto quando il lavoro mancava: ma delle

sue condizioni economiche non lo udii mai lamentarsi, ed al figlio

non voleva permettere il lavoro, a me permetteva appena di aiutarlo.

Mi mandava a scuola, e non mostrava mai di volermi apprendere la sua

professione.

«Il giorno lungamente temuto venne: Luigi stava per entrare nel

ventesimo anno ed aveva sembianza più di fantasma che d'uomo; parlava

ansimante: non visto dal padre, se ne stava lunghe ore immobile, a

fissare un punto dello spazio; per noi aveva sempre un sorriso. Un

giorno si sentì più debole; voleva starsene a letto e non sapeva come

fare per non affliggere il vecchio; si vestì, scese da basso, sedette

sfinito in un canto. Mastro Paolo da qualche tempo aveva acquistato una

forza d'animo insolita, la forza d'animo che proviene dall'imminenza

d'una sciagura.

«Appena vide il figlio, lesse la propria sorte, e non battè palpebra;

gli chiese con amore come si sentisse; gli fece dolce rampogna perchè

non fosse rimasto in letto, e volle ci si rimettesse subito, e lo aiutò

a risalire le scale ed a svestirsi, non cessando di ripetere che doveva

essersi costipato la vigilia stando all'aperto dopo l'imbrunire, e che

sarebbe stata cosa da nulla.

«Luigi rispondeva che così era senza dubbio. Inutile, pietoso e

vicendevole inganno. Io fui mandato pel medico, il quale ordinò un

calmante, ma non volle dir nulla. Il domani non avevo più chi mi

chiamasse «fratello.»

«Non credere, buona Donnina, che la lunga aspettazione d'una sventura

la faccia parere meno amara quando sopraggiunge.

«Io appresi allora come l'uomo non si arrenda mai al dolore, e

come la stessa disperata rassegnazione altro non sia che un inganno

della fibra. Il dolore, anche preveduto ed aspettato, giunge sempre

improvviso, se pure il lungo affanno non fa più deboli e più sensibili,

negando perfino quello sbigottimento che dà un repentino disastro.

«Il vecchio padre non versò una lagrima, dacchè il figlio si fu

posto a letto per l'ultima volta, ma non lo abbandonò più un istante,

ne raccolse l'ultimo sguardo e l'ultima parola, e quando tutto era

finito, se ne stette ancora lungamente immobile a contemplarlo a ciglio

asciutto.

«Io piangevo in un canto.

« — Così lo vedo da quattro anni, diss'egli finalmente, coll'attonita

immobilità e colla voce monotona di chi parla a sè stesso, lo vedi tu

ora? così io lo vedo da quattro anni. Egli giocava, o mi sorrideva, od

attendeva tranquillamente al melanconico lavoro, mi era dinanzi, od era

assente, ed io lo vedeva sempre così come ora lo vedo.

«Bisognò separarlo quasi a forza dalla _sua creatura_; i vicini

spendevano vane parole a confortarlo; egli non ascoltava, e rispondeva

invariabilmente a tutti: «così lo vedo da quattro anni.» E anche quando

fu allontanato da casa sua, continuò a guardare fissamente nella stessa

direzione ed a mormorare ogni tanto fra sè: «così lo vedo da quattro

anni.»

«Nel giorno seguente egli si sottrasse con violenza agli amici che lo

trattenevano e volle ritornare a _vederlo_.

« — Se si fosse svegliato! diceva.

«Bisognò lasciarlo andare; io, dimenticato da tutti, e quasi dimentico

di me stesso, gli tenni dietro; sentivo qualcuno che diceva: «il povero

uomo perde la testa; ne impazzirà.»

«Quando mastro Paolo ebbe riveduto il cadavere di suo figlio, parve

acquistare una forza singolare, scese da basso, andò in bottega e si

pose al lavoro.

«Si cercò di allontanarlo, e nessuno osò chiedergli che cosa volesse

fare. Io stesso compresi inorridito.

« — C'è forse in paese un altro che faccia le bare meglio di mastro

Paolo? chiese agli astanti; si mostri se ci è!

«E continuava a pigliare le misure, ed a segare le tavole con sinistra

energia. Ma quando ebbe preparato i pezzi e le commessure e volle

inchiodarli, il primo colpo di martello parve cadergli sul petto, gli

vennero meno le forze, e si gettò bocconi sul pancaccio, piangendo.»

A questo punto il tremito della voce di Donnina è cresciuto tanto che

le bisogna troncare la lettura. Nessuno dice parola. Mamma Teresa non

sa come tenersi per starsene in contegno, il signor maestro fa i suoi

comodi ed asciuga una lagrima colla pezzuola. A poco a poco una mano

della vecchia incontra, sull'omero di Donnina, una mano di babbo Ciro e

non si ritrae... E Donnina prosegue:

«Luigi fu sepolto la notte, accanto ai suoi fratelli, e il povero padre

parve ritornare a poco a poco in sè.

«Per tutto il tempo corso dalla morte alla sepoltura io mi era

tenuto in disparte timoroso, comprendendo per istinto che la mia

vista doveva fargli più male; mi sentivo una gran voglia di venirgli

incontro e di dirgli: «vedi, tu hai ancora un figlio; io ti amerò qual

padre.» Ma qual merito in me? Avevo forse io altri da amare? Temei

d'essere accolto male, non dissi nulla a lui, ma sentii il bisogno di

prometterlo a qualcuno, ed andai in cimitero e lo dissi piangendo a

Luigi, sulla sua fossa.

«Venne appunto allora mastro Paolo; pallido, severo, si inginocchiò

accanto a me senza mostrare di avermi visto, poi se ne andò fuggendo,

come per sottrarsi ad un sinistro pensiero.

«Ebbi paura. Mi passarono in mente mille disegni; volevo fuggire,

andare a Milano, chiedere al mondo ciò che solo può dare: del lavoro ed

un padrone, e non mendicare l'affetto dai padri di altri figli.

«Avevo dodici anni, e mi sentivo forte, ma non ero abile a nulla, mi

scorai, ed accettai la mia sorte. Contro quel che credevo, mastro Paolo

quel giorno fu meco amorevole più del solito, e, venuta la sera, mi

prese fra le sue ginocchia ed appoggiò la testa tremante sulla mia.

Il tesoro di Donnina · 第 42 / 103 题