CAPITOLO I.

Dicono Francesco Burlamacchi nato di piccola gente, e non è vero.

— Il Dalli canonico ce lo dà per fallito, e perchè; così pure lo

Ammirato e lo Adriani per piaggeria al principe; non diversamente

il Botta, ma per pecoraggine: giudizio sopra questo scrittore,

severo ma meritato. — Antichità della famiglia Burlamacca: donde

il suo soprannome per opinione dei cronisti: quale fosse prima.

— Questa famiglia, come degli ottimati, e guelfa è cacciata dal

popolo; torna in patria, dove si distingue per uomini insigni e

tiene sempre luogo onorato fra i maggiorenti. — Sue case e torri,

patronati, sepolcri ed armi gentilizie; sostanza dei Burlamacchi,

per quali cause scemata. — Francesco mercadante di seta; per ciò

lo spregiano l'Ammirato e lo Adriani. — Fiorentini mercadanti

tutti, così i Capponi, e così i Medici, i quali esercitavano la

mercatura anco dopo fattisi principi. — Giovanni Bicci presta

danaro sul pegno della tiara papale a papa Martino. — Dei

genitori di Francesco, dei suoi fratelli e delle loro fortune. —

Quali i suoi studi; allora fra semplici artefici s'incontravano

con frequenza in Toscana dicitori in prosa ed in rima; stato

presente di letteratura deplorabile in Toscana, in Firenze

deplorabilissimo. — Fra Pacifico, zio di Francesco Burlamacchi

e veneratore di fra Girolamo Savonarola, ne detta la vita; lo

difende altresì nel dialogo chiamato _Didimo e Sofia_; insegna il

modo di mettere in cervello l'enormezze romane, educa la gioventù

e muore in odore di santo; educatore della gioventù lucchese e

di Francesco. — Sue qualità fisiche e morali: chi fosse la sua

moglie. — In che età entrasse Francesco nella magistratura; ed

indi in poi tenne sempre il maestrato: non cerca mai uffizio, uno

sì, e perchè. — Buoni ordinamenti della repubblica lucchese per

difendersi dalle insidie dei potentati vicini. — Divisione della

città per l'amministrazione e per la difesa, terzieri, gonfaloni

e pennoni. — I Burlamacchi del terziere della Sirena adoprano

questa immagine per cimiero. — Come ordinate le milizie; quante

le armi e quanti gli armati così in città come in campagna;

segnali diurni e notturni per convocare le milizie. — Francesco

col favore di Giambattista Borrella viene eletto commissario

delle armi. Quali i compagni di Francesco in cotesto maestrato,

e quali i luoghi alla custodia loro commessi; larghezze del

Burlamacchi per attirarsi la benevolenza dei soldati: a quanto

sommassero le battaglie di campagna. — Si parla delle imprese

felici e delle sventurate, e per quali cause le seconde possano

acquistare lode pari alle prime. — Di Focione e del suo giudizio

intorno alla guerra lamiaca.

Se Francesco Burlamacchi fosse nato di piccola gente presso la più

parte degli uomini, ai tempi che corrono, io giudico gli tornerebbe

a merito maggiore; tuttavia non vuolsi nè anco in questa parte darla

vinta agli scrittori, i quali s'immaginano vituperarlo affermandolo

artefice e plebeo. Si comprende ottimamente che un Dalli in certa sua

cronaca manoscritta[2] ce lo dia per fallito e mosso a pescare nel

torbido per tôrsi dalla fame; costui canonico era ed aveva un dente

contro Francesco, che i preti e le pretesche cose amava quanto il

fumo agli occhi: e, per preti e per femmine, morte non placa l'odio

immortale. Quanto a Scipione Ammirato, il quale dichiara il Burlamacco

ignobile, ma nel numero degli artefici che governavano Lucca[3], ed a

Giovambattista Adriani, che a sua posta lo ciurma artefice, come per

ordinario i Lucchesi sono[4], si capisce la ragia: entrambi aggreppiati

alla medicea mangiatoia, entrambi nudriti di principesca profenda,

dettavano quello che secondo il giudizio loro doveva piacere ai

padroni; ma non si capisce come Carlo Botta dopo tre secoli ribadisca

il chiodo quasi a sollazzo replicando ora che artefice era di suo

stato, ma secondo la usanza della repubblica capace di sedere ai

governi, ora che sebbene nato in basso loco, pure aveva sortito da

natura ingegno idoneo alle imprese eccellenti, in ultimo che, comunque

in opere manuali di continuo si occupasse, pure ritraesse maraviglioso

diletto dalle antiche storie.[5] Forse il Botta, a cui le rivoluzioni

mettevano i brividi addosso, non volle divulgare lo scandolo, che in

cosiffatte enormezze si contaminassero i patrizi, i quali, a quanto

pare, formavano argomento di ogni sua sollecitudine, sebbene talora

anco questi pigli a morsi. Certo spositore di fatti assai commendevole

hassi a stimare il Botta, della favella nostro cultore felice, ma

brontolone senza concetto; onde alla fine la lettura de' suoi scritti

genera fastidio, imperciocchè le storie si dettino per testimonio dei

tempi e per l'ammaestramento degli uomini, non già per isfogare le

proprie smanie, siccome costumano quelli che sono côlti del mal di

colica.

Or ecco ricercando quello che apparisce essere vero. Antichissima

e nobilissima la famiglia di Francesco Burlamacchi; a suo tempo

parlerò della discendenza di lui, la quale fu non meno dell'ascendenza

preclara. Comechè di questa famiglia non appaia memoria scritta prima

del 1224, e non occorra documento spettante proprio a lei innanzi

del 1262 (del quale anno ci avanza una pergamena di Trasmondino di

Baldirotto Burlamacchi, dove fra le altre disposizioni testamentarie

ordina lo seppellissero nella chiesa di San Romano), tuttavia non è

dubbio che da più remota antichità ella derivasse; imperciocchè si

ricordi come del 1218 ardesse l'archivio di San Salvatore, in cui gli

atti dei notari si custodivano, per la quale cosa chi non fu cauto

di provvederne copia per gli archivi della famiglia ne patì danni nel

credito e nella roba. Pertanto lo stipite primo della casa Burlamacchi

ebbe nome Buglione; il soprannome poi non fu in antico Burlamacchi,

sibbene Ansenesi; e donde e perchè cotesto mutamento avvenisse ce lo

conta un antico cronista.[6] Nel tempo che i Pisani tiranneggiavano

Lucca (dacchè le repubbliche dei tempi medii fossero più e peggio dei

tiranni oppressore ed oppresse) uno di questi Ansenesi si finse pazzo,

sicchè per tale comunemente stimandolo, potè sicuro senza sospetto

aggirarsi per la città portando a cintola un coltellaccio di legno

ed in mano una zampogna con la quale parlava negli orecchi di quanti

incontrava, e se non se ne fidava diceva follie, se all'opposto se ne

fidava, gli eccitava a buttarsi giù dal collo il giogo del servaggio,

ammonendoli a tenere certe pratiche che poste in opera con arguzia

avrebbero loro data vinta la impresa, come di fatto seguì, ed egli

allora, mutato il coltellaccio di legno in una buona spada di acciaio,

alla testa dei sollevati recatosi in palagio dove stanziava il console

di Pisa, senza tante storie lo trucidò. Da indi in poi nol conobbero

con altro nome, eccetto quello di _Burlamatto_, il quale alquanto

alterato conservarono i suoi posteri in memoria del caso, dismesso in

tutto l'antico cognome degli Ansenesi.

Quando il popolo prevalso al governo dei signori nel 1308 cacciò prima

di palazzo, poi di città le casate dei nobili, i Potenti e i Casatici,

chè a questo modo si designavano i signori di Castelli, fu mandata in

esiglio anco la famiglia dei Burlamacchi principalissima guelfa; sicchè

tu vedi quanto si apponga al vero Carlo Botta nelle sue storie quando

pretende di riffa Francesco plebeo.

Tornata in patria la famiglia Burlamacchi, occorre sempre ammessa al

governo della Repubblica ed insignita di uffici e di onori non solo

prima di Francesco, ma anco molto tempo dopo, come ricavo da certo

albero genealogico che ho per mano, il quale mi mostra un Paolino

morto nel 1824, e tengo per certo che ogni fiato di lei non sia anco

spento. Il Penintesi nelle Memorie[7] intorno alle principali famiglie

di Lucca ci afferma che ai suoi tempi quella dei Burlamacchi annoverava

non meno di quaranta gonfalonieri e centottanta anziani, fino d'allora

la rendevano preclara parecchi oratori spediti alle più cospicue

corti di Europa, non pochi cavalieri di Malta, col solito corredo di

ecclesiastici, i quali (come si sa) furono tutti matricolati per pietà

e per dottrina preclari, almanco a detta di chi scrisse di loro.

In antico ebbero stanza i Burlamacchi in certa torre fabbricata dentro

l'Augusta, fortezza posta da Castruccio Castracani in difensione di

Lucca, la quale fu demolita nel 1392 insieme con altre per cavarne

i materiali occorrenti a restaurare le mura della città, essendosi

molto tempo prima ridotta la famiglia Burlamacca a vivere in altra

casa prossima alla chiesa dei santi Paolino e Donato. La contrada

di San Paolino compariva in cotesti tempi capitalissima della città,

sicchè nel 1459 vi si contavano bene dugento torri, delle quali quattro

spettavano ai Burlamacchi, la prima a Filippo Burlamacchi, di fronte

a quella la seconda a Frediano che lungamente dimorò in Fiandra, la

terza sorgeva di contro alla chiesa di san Paolino, e la quarta poco

quinci discosto dal lato di tramontana: chiamasi il luogo quadrivio dei

Burlamacchi; le quattro torri l'una all'altra prossime poste in assetto

di guerra formavano fortezza inespugnabile secondo gli ordinamenti

militari di codesti tempi. Insieme co' Poggi essi esercitarono il

patronato della chiesa di Santa Maria di Filicorti, soli quello di

Santa Maria della Rotonda; i sepolcri della famiglia furono fuori della

chiesa di san Romano: fecero per impresa e fanno Croce azzurra in campo

di oro e per cimiero una Sirena. Varie nei vari tempi le sostanze loro:

nel 1530 i Burlamacchi si facevano ricchi di centoventimila fiorini

e più, senza contare la casa nè l'opificio della seta: Michele, che

morì nel 1529, lasciò di sua parte sessantacinque mila fiorini d'oro,

oltre il fondaco avviato, a Francesco e agli altri suoi figliuoli, i

quali per testimonianza del Penintesi avevano di già molto cresciuto il

capitale e lo andavano ogni giorno viepiù aumentando, se non fossero

loro cascati addosso due malanni, di cui il primo fu la rappresaglia

commessa a loro scapito dalla Repubblica fiorentina sopra le navi dei

grani che di Sicilia essi avevano tratto, e il caso più tardi avvenuto

a Francesco, per la carcerazione e morte del quale i negozi parte

cessarono e parte trapassarono in altri, non tenuto conto della moneta

spesa per salvarlo.

Francesco, come i suoi maggiori, esercitò l'arte della seta, la quale

con quella della lana fu dai Fiorentini rassegnata meritamente tra le

arti maggiori: onde ci appare il rinfaccio che l'Ammirato e Adriano

fanno a Francesco della sua condizione di artefice non pure strano,

ma temerario; imperciocchè gli ordinamenti politici della Repubblica

di Firenze appunto sopra le arti maggiori e minori si fondassero, nè

alcuno il quale a queste arti non fosse ascritto potesse avere stato.

I Capponi a Firenze non erano registrati alla matricola dell'arte

della seta, ovvero di Por San Maria? Le storie poi ricordano come

Nicolò Capponi, che fu lo antipenultimo gonfaloniere della Repubblica,

accudisse al traffico della seta, e tanto in lui poteva l'amore

dell'arte, o piuttosto del guadagno, che, contro il divieto della

legge, eletto gonfaloniere, usciva di palazzo alla chetichella per

vigilare se le donne gli avessero incannato la seta e le altre cose

dell'opificio andassero a dovere. Gli Strozzi per converso più che

alla seta attesero alla lana, ovvero all'arte di Calimala, e ne tennero

fondaco allora e prima e dopo di allora insieme al banco dei danari in

Lione, a Venezia ed in altre città capitali della Europa: anzi le case

Strozzi e Burlamacchi conservarono corrispondenza di affari lungamente

fra di loro. I Medici mercanti sempre furono e le ricchezze loro

cavarono dal prestare a usura; sembra altresì che facessero a fidarsi

poco, imperciocchè fra le altre cose si narra che se papa Martino V

volle danaro da Giovanni dei Medici soprannominato il Bicci, gli ebbe

a dare in pegno la tiara pontificale (chè allora la superbia papesca

non aveva per anco inventato il triregno); nè smisero i commerci

anco quando tennero il supremo dominio della Toscana, allora, comechè

principi fossero, parte ne assunsero in proprio, parte in società e

furono di gioie, di metalli, di grani e di altre siffatte mercanzie;

del pepe fecero monopolio, onde se essi mostrarono ed operarono che le

persone a loro aderenti mostrassero uggia pei commerci, certo e' fu nel

concetto medesimo del ghiottone, che sputa su la pietanza perchè, gli

altri commensali pigliandola a schifo, egli possa mangiarla tutta per

sè.

Da Michele e da Caterina Balbani nacque primogenito Francesco

Burlamacchi il 18 settembre 1498 e fu battezzato nella chiesa di

San Giovanni; dopo lui da cotesto matrimonio uscirono altri cinque

figliuoli. Stefano, che molto dimorò per causa di negozi in Francia,

tornato in patria, tolse per donna Antonia dei Nobili, con la quale

procreò una figliuola per nome Chiara; i ricordi dei tempi ce lo

attestano uomo di cuore e valoroso: Agostino recatosi in Francia

si fermò a Lione, e se lasciasse discendenza non è noto: Nicolao da

Lucrezia dei Nobili ebbe un figliuolo solo, il quale presa a tedio la

patria seguì a Lione lo zio Agostino, di cui niente altro sappiamo,

eccettochè, inteso tutto intero alla caccia, si acquistò fama di

robusto cacciatore pari a quella di Nembrod; secondochè avviene agli

uomini dediti ai diletti della materia, non patì mancamento di prole

così maschile come femminile, per via diritta come per via storta.

Paolo schivò le nozze, per diversi paesi tentò fortuna e sempre invano,

chiuse i suoi giorni, se non misero al tutto assai prossimo alla

miseria, a Ferrara.

Degli studi di Francesco Burlamacchi poco sappiamo: certo, se

argomentiamo dai libri che egli aveva in delizia, possiamo accertare

che molti e profondi dovevano essere, conciossiachè ci affermino quanti

di lui scrissero ch'egli si dilettava maravigliosamente di storie e

della lettura continua delle opere di Plutarco: ora le midolle del

lione si confanno solo ad Achille e lo nudriscono. Rarissimo nel secolo

decimosesto il giovane nato da genitori onesti che fosse alieno dalle

discipline gentili, e tu incontravi sovente fra gli stessi artefici in

Toscana bei dicitori in prosa o in rima e scrittori forbiti, e male mi

conduco a credere che anco nel popolo minuto fossero allora ignoranti

di lettere come adesso sono. Se io ricordassi che le ricerche, le

quali si chiamano statistiche, ci abbia chiarito come fra le provincie

italiane la Toscana sia la più infelice di tutte, e fra le città

toscane Firenze, solo allo scopo di palesare un fatto irremediabile,

senz'altro meriterei la taccia di maligno, ma io mi vi induco perchè

la Toscana e Firenze si vergognino, e, non considerata logora ormai la

fama che ci veniva dagli avi, attendiamo a procacciarcene un'altra con

la virtù e con le lodevoli fatiche nostre. Per ultimo sappiamo come

ponesse amore nel giovinetto Francesco lo zio fra' Pacifico domenicano

e lui con diligente cura ammaestrasse. Ora è da sapersi che questo

fra' Pacifico al secolo fu Filippo e fratello a Michele Burlamacchi, il

quale dimorando a Firenze pigliò usanza con fra' Girolamo Savonarola,

e tanto di esso e delle sue dottrine si accese che da lui in fuori

non volle avere altro confidente e maestro, per guisa che, vinto

da sdegno per le mondane cose a cagione della lacrimabile morte del

frate, rifuggissi a Lucca, dove al tutto disposto di dedicarsi a Dio

vestì l'abito di san Domenico nel convento di San Romano col nome di

fra' Pacifico. In questo fidato asilo meditando continuo da un lato

sopra la bontà di frate Girolamo e sopra i concetti di lui, che gli

parevano santi, dall'altro su la perversità degli uomini, i quali, come

di ordinario succede, non contenti di spegnere la vita di un uomo,

pare che non possano vivere se ad un punto non ne spengano la fama,

concepì l'ardito disegno di dettarne la vita e la condusse a termine.

Quest'opera, più volte stampata ed anco ai giorni nostri letta, fu la

prima che comparisse intorno al frate: la si trova scritta in buono

stile ed ha fornito agli altri se non tutte, certo la massima parte

delle notizie dello infelice riformatore: e come se questo fosse poco,

il nostro animoso fra' Pacifico prese senza sospetto nè rispetto alle

ire di Roma a difendere la reputazione del Savonarola, al quale fine

compose un dialogo fra _Didimo e Sofia_ diviso in più giornate, che si

conserva manoscritto nella libreria dei frati di San Marco di Firenze,

il quale io confesso di non avere mai letto. La tradizione ci attesta,

ed è di leggieri credibile, che fra' Pacifico per costumi severi e

carità di opere lasciasse rinomanza di santo: rassegnato ed umile,

come colui che, pigliando a combattere una potenza immane, presentiva

la lunga contesa e i danni delle battaglie; avventato poi ed acceso,

come quegli che presente del pari il futuro trionfo della sua fede.

Gli uomini, massime giovani, vaghi di sapere le vicende del mondo assai

volentieri frequentavano il convento di San Romano dove fra' Pacifico,

dopo avere appagato la curiosità loro, li metteva sopra la strada di

ragionare su le romane enormezze e detestarle, non anco eretici, ma

ormai non più cattolici. Francesco dal dire e più dal fare dello zio

frate pigliava norma a pensare ed esempio per sostenere con costanza

i propri propositi; gli ebbe riverenza come a maestro, affetto di

figliuolo, e quando fra Pacifico nel 1519 chiuse gli occhi alla vita,

egli se ne stette lungamente come cosa balorda nè pareva se ne potesse

consolare. Quanti scrissero la vita di Francesco, e sono parecchi,

comechè la più parte giacciano manoscritte nelle biblioteche di Lucca,

si accordano a descriverlo di bella persona, ottimo parlatore, vivace,

nel motteggiare arguto, pieno di sentenze, _d'indole repubblicante_,

donatore del suo, studioso a non offendere, diligente a farsi perdonare

la offesa, per natura e per arte dispostissimo a guadagnarsi la

benevolenza altrui, lento a meditare i disegni, nel proseguirli tenace,

nello adempirli fulmine: della fama oltre il dovere (se questo può

dirsi) innamorato, perchè nè cura di sè e dei suoi nè di sostanza nè

di nulla lo potesse reggere tanto che non si avventasse precipitoso

a conquistarla. Di ventisette anni tolse in moglie Caterina figlia di

Federigo Trenta già morto; nobili entrambi, anzi la Caterina dal lato

della madre, che fu Caterina Calandrini, procedeva nientemeno che dal

papa Nicolò V; nè si sa che ricevesse dote, almeno dal contratto di

nozze non comparisce,[8] procrearono insieme dodici figliuoli, sette

maschi e cinque femmine, di cui a suo tempo riferiremo le fortune e la

vita.

Quasi giovanetto Francesco prese ad esercitarsi nelle magistrature,

sicchè appena trentenne fu anziano; nel 1529 lo elessero deputato

insieme con Girolamo da Portico al principe Oranges al campo sotto

Firenze perchè le sue milizie osservassero i confini della Repubblica

e dovendo pure traversare la campagna si astenessero da fare danno;

nel 1530 poi andò ambasciatore insieme a Gherardo Macarini a Carlo V

per congratularsi della vittoria del suo esercito contro la Repubblica

di Firenze, e con qual cuore adempisse cotesto carico ognuno sel

pensi; nel 1533 lo promossero a gonfaloniere pei mesi di gennaio e di

febbraio; nè mai da quel tempo in poi si rimase senza essere adoperato.

Gli onori e gli oneri pubblici non cercò, quelli che gli vennero

compartiti accolse[9]; uno solo si diede con infinita diligenza a

sollecitare e l'ottenne, come quello che si attagliava ai suoi occulti

disegni, e fu il commissariato delle milizie della montagna; intorno al

quale ufficio importa sapere come la Repubblica di Lucca in mezzo a tre

repubbliche, Pisa, Genova e Firenze, tutte più potenti di lei e tutte

cupide di allargarsi a danno della meno forte, stava a buona guardia,

e se consideri la piccolezza sua stupendamente apparecchiata su le

armi. Sei cittadini tenevano lo ufficio della munizione, di cui era

perpetua cura che nei magazzini pubblici si conservassero tanti grani e

altre biade che ai casi ordinari non solo, bensì anco agli straordinari

sopperissero; ed altri sei andavano preposti allo uffizio delle armi,

i quali attendevano alla provvista della munizione da guerra, alle

artiglierie ed alle altre armi così da fuoco come da taglio, e per

attestato del Baroni si ha che nell'armeria se ne custodissero sempre

in copia bastevole per trentamila soldati. La città tanto pei fini

della difesa quanto per gli altri che ai giorni nostri si chiamano

amministrativi e politici andava divisa in terrieri, e ognuno di questi

in quattro gonfaloni o stendardi, i quali a loro posta avevano sotto

di sè quattro pennoni o caporali, e così in tutto quarantotto pennoni e

dodici gonfaloni. La bandiera usavano comune, bianca e rossa, di seta,

se non che ciascheduna portava per arroto in mezzo certo segno proprio

del suo gonfalone; San Paolino, ch'era il terziero dei Burlamacchi, nel

primo gonfalone faceva il segno della Sirena, e però anco i Burlamacchi

(e fu avvertito) usavano di questa immagine per cimiero su l'elmo, come

si può osservare in molte armi antiche di cotesta famiglia; i quattro

pennoni che sotto il gonfalone della Sirena si riunivano avevano nome

San Masseo, Santa Maria Cortelandinghi, San Giorgio e San Tomeo. Ad

ogni gonfalone era assegnata una parte dei baluardi perchè la vigilasse

e la difendesse, e su i cantoni di ogni strada occorrevano segnati i

nomi sia del baluardo, sia del gonfalone preposto a difenderlo, per

guisa che al rintocco della campana che sonava _accorruomo_ seimila

uomini potevano trovarsi in assetto di difendere la muraglia. Nè meno

solleciti accadevano l'avviso alle milizie del contado e lo assembrarsi

di lei alla custodia delle torri sparse qua e là per la campagna, chè

dalla gran torre del palazzo di giorno si facevano le fumate, e durante

la notte il segno si dava con le fiammate: le milizie di tutto lo

stato sommavano a meglio di ventimila uomini ottimamente ordinati da

uffiziali di buon nome, i quali tiravano il soldo dalla Repubblica.

Trovandosi pertanto comandante generale di tutte le milizie lucchesi

Giovambattista Boccella, personaggio di molta autorità in casa sua,

propose al consiglio della Repubblica che, avendosi a nominare i tre

commissari delle battaglie del contado, uno fisso e gli altri due

a tempo, per commessario fisso si eleggesse Francesco Burlamacchi,

e di leggieri fu vinto; molto a cagione del concetto di uomo capace

e zelatore del bene pubblico in cui lo teneva l'universale, e molto

eziandio per la ressa grande che Francesco ne fece tanto presso il

Boccella quanto presso i singoli cittadini componenti il consiglio;

però non è consentaneo al vero quello che occorre in parecchi

scrittori, voglio dire che Francesco si lesse a procacciarsi a

tutt'uomo questo ufficio in prossimità del tempo in cui sinistrò la

sua impresa, imperciocchè egli l'occupasse fino dal 1535 insieme con

Gherardo Penitesi, al quale fu confidato il presidio del passo al Ponte

di San Pietro, mentre il Burlamacchi prese a difendere la frontiera

dalla parte di Nozzano; del terzo commissario ignorasi il nome, solo

si conosce che le altre ordinanze stanziavano ai ponti di Moriano, dei

Colli e di Camaiore; e nè manco sembra vero che tutte queste battaglie

sommassero a duemila fanti; il Dalli, che lo poteva sapere, ci avverte

che arrivavano fino a sei mila, tutta buona e cappata gente.[10]

Di certo il Burlamacchi per la molta sufficienza sua si acquistò il

primato sopra non solo i compagni, ma altresì sopra il suo superiore

comandante generale, per modo che a lui deferivano: di vero egli non

ometteva veruna di quelle cose che fanno il capitano amato e temuto,

grazioso con tutti, vigile custode della disciplina, giusto ad un punto

e severo, più con lo esempio che col comando ordinatore ai soldati,

facile a rendere servizio, pronto a sovvenire del proprio, onde in

casa i suoi lo riprendevano spesso di questa soverchia liberalità, e

non è dubbio alcuno che in ciò spendesse con detrimento delle proprie

sostanze.[11]

Questo è quanto sottilmente ricercando abbiamo potuto rintracciare

intorno alla vita di lui fino al 1545; potevamo aggrupparci non

pochi particolari, se non veri nel senso che si trovino attestati da

pubbliche o da private scritture, certo verosimili, ma gli abbiamo

omessi con deliberato consiglio desiderando che quanto verremo

raccontando si tenga, diremo così, in concetto di religioso e di santo.

Ora poi, a fine di conoscere lo ingegno dell'uomo, vuolsi indagare

quale fosse lo stato della Europa e più specialmente della Italia

nostra; che cosa si sperasse e si temesse, quali gli umori sia per ciò

che tocca le faccende politiche, sia le religiose: dacchè giudicammo

(e da questo giudizio punto ci rimoviamo) che per lodare ovvero per

riprendere l'uomo che sé ed i suoi avventura ad una impresa zarosa

bisogni, senza attendere l'esito, esaminare se la era a conseguirsi

probabile e se proporzionata all'intelletto e alla potenza dello

agente, se utile allo stato, se onesta e se giusta; imperciocchè se

tutte queste cose si appuntino nella impresa, allora riuscendo a bene

ne avrai lode e vantaggi, e quando venga a sinistrare, non fie per

mancarti in ogni caso la lode che sempre accompagna la virtù infelice.

La fortuna senza consiglio appo i sapienti nulla vale; pel volgo sì,

ma di un tratto ella muta, e allora non basta nè manco all'ufficio

dei panni, i quali, secondo il dettato popolesco, rifanno le stanghe;

caduta la fortuna della mal pensata e disonesta impresa, null'altro

ti avanza eccetto il vituperio e il pregiudizio: a questo modo

Focione ateniese avendo dissuasa la guerra lamiaca, punto si commosse

allo annunzio dei prosperi gesti di Leostene capitano preposto alla

impresa, ed a coloro che per istraziarlo gli domandavano se avesse

egli desiderato di compire coteste strepitose azioni rispondeva:

«Certo sì, ma tornerei pur sempre a consigliare come feci.» E i lieti

inizi si convertirono poi in tristi lutti, perchè all'ultimo la guerra

andò perduta, e Leostene rimase spento; ma ciò non rileva: lo esito

buono o misero nè cresce lode nè la toglie, semprechè prima di recarti

addosso un gesto, tu avverta a tutte quelle cose di cui abbiamo tenuto

proposito qui sopra.

Vita di Francesco Burlamacchi · 第 4 / 30 题