Decadenza dei popoli graduata: difficilmente risorgono: e se
risorgono, sentono per lungo tempo il sepolcro. — Viltà nostra di
che danni operatrice nel secolo decimosesto; diversità che passa
tra dominatore che ti regge in casa e dominatore che ti regge di
fuori. — I papi prima dominatori, poi soci, all'ultimo aguzzini
dei re. — I mutamenti religiosi o sovvertono le condizioni dei
popoli o le confermano e perchè: Quello che dapprima Leone X
pensasse della riforma. — Cristianesimo in onta alle apparenze di
subiezione è ribelle, protestantesimo nonostante la sembianza di
ribelle è servile. — Per quali cause gl'Italiani si mostrassero
parziali alla riforma religiosa. — Condizioni della virtù
militare in Italia durante il secolo decimosesto; molta e a suo
danno. — La Italia non può morire, e lo ha dimostrato: circolo
delle umane cose se vero; umanità sempre in moto verso il meglio.
— Sardanapalo ed Anassarco, e parallelo fra loro. — Immondezzaio
moderato che ha avvilito la Italia dal 1859 in poi. — Non
avendo né potendo avere credito da per sè, i moderati sfruttano
l'altrui, ma per poco; finchè non si fanno forti su le manette. —
Dove, come e perchè il Burlamacchi si avesse la statua, per virtù
dei moderati. — Orazione del professore Pacini ed iscrizione
bugiarda: fatti che lo provano: verun tiranno si mostrò astioso
quanto i moderati in Toscana. — Della setta moderata vuolsi
disperso il seme, se intendiamo che la buona morale risorga,
senza la quale restaurare la vita del popolo è niente.
Come nel corpo umano non percuote subita ed improvvisa per ordinario la
morte, ma sì con lungo alternare di miglioramenti e di peggioramenti,
e non senza supremi sforzi per fuggire la distruzione che lo minaccia,
così gli stati anch'essi mano a mano declinano, e prima di quotarsi
nello avvilimento mandano i tratti. Caduti poi non si rilevano:
affermano risorgesse dal sepolcro l'uomo Dio tutto intorno irradiato
di luce celeste; eccetto lui, chi si alza dallo avello porta seco gran
parte del sepolcro; e i vermi, per buona pezza almeno, gli formicolano
addosso: che ciò sia vero, miralo, se ti talenta nel moto che adesso
chiamano risorgimento italiano.
Colpa di noi stirpe tralignata, la quale da molto secolo alla
tirannide, quantunque fruttuosa, non si accomoda, come la efficace
libertà nè sa adoperare, nè ama, divenimmo tali nel secolo decimosesto,
che la nostra contrada o tutta, o parte ebbe a cadere in mano di
signori stranieri con questa ragione, che costoro i quali prima ci
vennero e posero stanza forse a lungo andare avrebbero fatto tutto un
popolo non senza profitto della nostra abiezione, però che per virtù
loro potesse rinnovarsi il sangue, e con la ferocia della barbarie, se
non correggere, almeno le infamie della bugiarda civiltà castigare. Da
ora innanzi i signori veri d'Italia la comandano di fuori, e cotesto
governo si rassomiglia a un paio di tanaglie, che ti straccino le
carni: a sollievo dei miseri oggimai nulla più giova, nè grida, nè
lamenti, nè maledizioni, nè preci. Dio sta in alto, e, il re lontano,
rispondono i vicerè; e il dì in cui non hanno fatto piangere dicono: Ho
perduto un giorno.
I papi che da prima stettero contro i re per dominarli, e più tardi
si accontarono con essi per bilanciarli, da ora innanzi si tramutano
in ministri di principi, anche in lancie spezzate, anzi in sicari,
oltre il volere della tirannide, suoi partigiani svisceratissimi; in
questo mondo le prestano i tormenti della Inquisizione, nell'altro i
terrori dello inferno. Ribelli ed eretici diventano tutta una cosa; il
re accatasta sotto di loro le legna per arderli; il prete, convertita
la religione in mantice, ci soffia dentro per suscitarne le fiamme. Al
papa ridotto ad operare da schiavo per libidine di dominazione basta
avere per trono anco il teschio dell'ultimo dei viventi sopra la terra.
I perturbamenti religiosi o capovolgono le condizioni dei popoli, o le
confermano; le capovolgono dove mirino a mutare di pianta la religione,
le confermano se invece di schiantarla la riformano; imperciocchè sia
chiaro che, le riforme togliendo via dagl'istituti nostri le parti
più insopportabili e più odiate, si venga in certo modo ad allungare
loro la vita: difatti Leone X argutissimo intelletto pei primi moti
religiosi della Germania si spaventò forte e volle esserne minutamente
ragguagliato; quando poi seppe che la guerra era mossa contro gli abusi
della Chiesa, non già contro al domma cattolico, ebbe soddisfatto
ad esclamare: «Si tratta di fronde; a primavera ributteranno.»
Gesù Cristo predicava la obbedienza alle autorità costituite e non
rifiniva insegnare: «Date a Cesare quello ch'è di Cesare»; tuttavia
appuntellava la nuova religione per dare di leva alle signorie del
mondo. Lutero all'opposto, con parole e co' fatti non rifinando di
protestarsi ossequente ai principi germanici, metteva la sua dottrina
ai servizi della loro potestà: però essi si posero nelle mascelle il
protestantismo come dente per masticare, al modo stesso che Carlo V ci
incastrò il cattolicesimo; così l'uno non vinse l'altro, e terminarono,
comechè trattandosi da suocera e da nuora, a vivere insieme sotto il
medesimo tetto ed a sedersi intorno alla medesima mensa; laddove oggi
sorgesse un terzo a sturbarne l'accordo, si legherebbero insieme per
dargli addosso: quanti preti sono al mondo vivono di credenze, non
di verità. Ma ai tempi di cui teniamo discorso taluno andava convinto
che la verità si trovasse nella eresia, tal altro che la riforma fosse
arnese idoneo a combattere la chiesa romana, nè i secondi erravano.
Difficilmente i filosofi e i politici innanzi ai successi presagiscono
le cause che li provocano e gli effetti che partoriscono; difficilmente
li conoscono anco dopo, almeno nel complesso loro; e quando pure essi
valessero a prognosticarli, di politici e di filosofi veri va scarso
il mondo, nè fin qui vedemmo politico o filosofo che, renunziata la
passione, si governi in tutto e per tutto con la ragione. Insomma,
o per ragione lusingata da passione, o per solo impeto di questa,
gl'Italiani, crucciosi della perduta libertà, si attaccavano alla
riforma come i cadenti alle tamerici cresciute nelle crepature del
precipizio.
E argomento di molto dolore lo somministra eziandio il pensiero che la
virtù militare non mancava; all'opposto l'Italia non n'ebbe mai come
adesso dovizia, ma mentre pochi generosi combattono per la sua libertà
e muoiono, molti a danno di lei le proprie spade con le spade dello
straniero congiungono.
Tuttavia l'Italia sparisce come il sole al fine di un giorno di autunno
tramonta nel mare: non si può presagire quanto rimarrà sotto, ma si
sente che tornerà a levarsi da capo; esalano le anime grandi Francesco
Ferrucci e Francesco Burlamacchi, ma tu confidi che qualcheduno le
raccoglierà; di su la faccia della terra la memoria di loro si dilegua,
ma penetra nel grembo della terra come il seme del grano durante il
verno per germogliare in messe a primavera. Esempi magnanimi, martirio
di uomini per amore di patria divini, pianto di popoli o furore e
vendetta a che pro? La tirannide muore, ma la servitù rimane; la quale
senza tirannide non potendo stare, la rifabbrica con le ossa e con
la fama dei morti per la libertà quello che è, sarà, e nulla vi ha
di nuovo sotto il sole; gli Egiziani col geroglifico del serpe che si
morde la coda vollero significare come le cose tornino perpetuamente ai
loro principii, sentenza che pure intende dimostrare il Machiavello;
e non è così: i rivolgimenti umani, comechè si rassomiglino, non
offrono mai le medesime qualità; essi si aggirano sopra sè stessi
più sempre progredendo a spira: ora se misuriamo la miglioranza alla
stregua della vita dell'uomo, poco andiamo innanzi, e talora sembra
che retrocediamo; i popoli la vita dei quali si prolunga nei secoli
conseguono il bene ottenuto a gocce: da ciò, i procaccianti, rubato il
pane dallo zaino del soldato della libertà, desiderando rosicchiarlo
a comodo, cavano motivo di raccomandare i passi prudenti. «La salute
stà nel camminare con riguardo», essi dicono; «chi va piano va sano.»
Ma in queste faccende la procede diversamente, e la verità sta nel
fatto, che qui col travaglio continuo acquistiamo poco. Tu hai a
figurarti che il cuore e il cervello della più parte degli uomini (e ad
immaginarti così non ti ci vorrà fatica) sieno duri quanto il granito
e più, e tu gli abbia a trapanare; certamente, per molto volgere che
tu faccia il ferro, t'inoltri poco, ma se allenterai l'opera, in che
ti avvantaggerai di più o farai più sicuro lavorio? Niente senza grande
travaglio di vita concedesi ai mortali, questo è vero; pure del pari è
falso che l'umanità non proceda al meglio, e che chi rallenta il passo
arrivi o più presto o più sicuro.
Come altresì vuolsi giudicare, non che falso, stolto e crudele l'avviso
di coloro i quali col predicatore screditano vanità di vanità tutto
quello che non si converta a presente godimento materiale: la materia
ci è, e pur troppo forma la più cosa degli uomini, ma ci hanno eziandio
fra questi chi il bene della materia appetisce meno di quello dello
spirito ed anco punto. Ora qui non preme definire spirito che sia, o se
duri immortale, o se così durando ricordi gli affetti del suo connubio
con la materia; certo si deve reputare che quelli i quali di questi
piaceri furono creati capaci sentono o immaginano la immortalità, la
lode futura nei posteri, il premio fra i celicoli. La sventura coglie
tanto Sardanapalo quanto Anassarco. Diodoro siculo ci racconta come
Sardanapalo re di Assiria si componesse da sè medesimo il proprio
epitafio, il quale diceva: «Sardanapalo figlio di Anacindadarasse
fondò in un giorno Anchialo e Tarso. Mangia, bevi ed ama; il resto
non vale un fico annebbiato.» Ed a ragione osserva Aristotile che,
eccetto la fabbrica delle due città, per tutto il resto l'epitafio
quadrava a pennello anco a un porco. Forse cotesta epigrafe egli dettò
fra un bacio di donna ed un bicchiere di vino; non immaginando dalle
mille miglia che un giorno, per sottrarsi agli scherni e forse agli
strazi del vincitore, egli avrebbe dovuto ardersi con la sua reggia e
i suoi tesori. Anassarco di Abdera segue Alessandro in Persia, dove,
con libera favella temperando la tumidezza dello eroe, opera sì che
tra i Persi appaia libertà la tirannide greca: caduto in potestà di
Nicocreonte, a cui in faccia osò dire tiranno, non si sgomentò al
supplizio di sentirsi pesto dentro un mortaio, e così sfida il malnato:
«Tu pilla la scorza di Anassarco, chè sopra la sua anima nulla puoi.»
E poichè Nicocreonte lo minacciava fargli strappare la lingua, egli
rispose: «nè anco questo sta in poter tuo»; e tagliatasela co' denti,
gliela sputa in faccia.
Entrambi per tanto con morte affannosa precipitarono nel sepolcro,
ma non vi ha dubbio che ella con paura ed agonia maggiori deve avere
percosso Sardanapalo, rotto ad ogni lascivia, che Anassarco, educato
nella rigida scuola degli stoici: nè questo solo; nello estremo
momento, nel quale si somma la vita trascorrendo con un baleno di
pensiero gli andati giorni, il re avrà sentito di certo o che moriva
tutto (e questo era il meglio per lui) o che sarebbe trapassato ai
posteri memoria di vituperio: all'opposto il filosofo esultò nella
idea, che, finchè storia durasse al mondo, quando si volesse portare
uno esempio di virtù invitta che per atrocità di tormenti non vacilla,
il nome di Anassarco sarebbe ricorso spontaneo sopra le labbra
degli uomini. Che amabile sia la gloria ai magnanimi, bene sta, e
confesserò vero del pari che di questi in ogni tempo fu scarso il
numero: tuttavolta, per grazia di Dio, vedova affatto di anime gentili
non andò mai la Italia, nè manco adesso in cui ella passa la più rea
stagione che l'abbia da remotissimo tempo assiderata, in grazia del
mondezzaio dal 1859 in poi venuto a galla; al quale non s'invidia la
infamia fortunata a patto che non tocchi la fama che nasce dalla virtù
infelice. Tutto non può pretendersi da tutti; chi pone diletto nei beni
della materia non può raccogliere anco gli altri dello spirito. Onde io
mi cruccio più che non convenga quando vedo un codardo porre la mano
sul retaggio dei virtuosi, parmi un furto di cose sacre: ma dove tu
consideri sottilmente il caso, nè ingiusto forse troverai nè soverchio
che quelli i quali hanno facoltà d'infuturare la vita, finchè durano in
terra, o non godano od anco soffrano; però tanto più importa che veruno
usurpi loro il guiderdone che la provvidenza gli concesse.
In questa nostra Toscana giusto nell'anno testè ricordato sorse
una luce balorda che con clamore grande salutarono alba di giorno
di libertà, e non fu nè manco barlume di aurora boreale: nè poteva
succedere diversamente, essendochè cotesto moto fosse partorito non
da virtù di popolo, bensì da viltà di principe, e se ne presentassero
pronubi signori impazienti non già di servaggio, ma di non essere messi
a parte della tirannide; uomini sviscerati, secondo il costume dei
gatti, non già del padrone, bensì della dispensa del padrone; patrizi
proseguiti dalla caterva di minori affamati in agonia di fare roba o
di rifarla con la pecunia pubblica, turpe gara di titoli, di ladronaie
e di servitù. Per abbindolare la gente, era pure forza comparire in
sembianza diversa; nelle leggende fratesche s'impara come il diavolo
per tentare santo Antonio pigliasse addirittura la faccia di angiolo;
così i nostri scroccatori della rivoluzione si diedero attorno a
raccogliere desideri gentili, concetti magnanimi, antiche voglie non
appagate mai per pararsene e comparire orrevoli; ordinaronsi statue
in onoranza dei grandi infelici e pitture e incisioni; le biblioteche
vollero si rifrustassero per rinvenirvi carte dei sapienti, le quali
poi rese di pubblica ragione avrieno cresciuto il tesoro della italica
gloria. Se le cose non pativano indugio, si videro fatte; ed anco
compironsi le altre per le quali l'artefice svelto, ricordando essere
nato in casa di Nicolò Grosso[1], volle la _caparra_; per le rimanenti,
fatta la festa, levato l'alloro: a questo modo dopo raccolte con sommo
studio le carte dagli archivi e dalle biblioteche pubbliche, le quali
unite con parecchie altre rinvenute nella Palatina ci potevano dare la
edizione completa delle opere del Machiavelli, rimasero in mano dei
collettori egregi senza costrutto, chè la spesa per la stampa non fu
mai stanziata: i nostri ciurmatori saliti in arcione non avevano più
bisogno che il Segretario fiorentino reggesse loro la staffa.
A Francesco Burlamacchi toccò per bazza la statua decretata nel 1859;
gliela rizzarono in Lucca nella piazza di S. Michele nel settembre del
1863, ed in cotesto giorno fece la orazione un professor Pacini, il
quale, a sentirlo, pare che cammini fra l'uova, pauroso di pestarle,
e ne aveva ben donde, però che la fama del Burlamacchi in quella
solennità si adoperasse a mo' d'incenso repubblicano da ardersi per
gloria della monarchia. Ed è poi falso quello che si affermò nella
epigrafe stampata in fondo a cotesta orazione, cioè: _che la paurosa
tirannide apponesse lungamente a delitto perfino la ricordanza dei
generosi morti per la libertà della patria_; dacchè la tirannide dei
Medici non solo consentisse che i generosi si ricordassero, ma ella ne
mantenesse viva la memoria, e questo dimostrai nella vita di Francesco
Ferruccio, raccontando come, nello apparecchio condotto a Porta a
Prato nella occasione delle nozze di Francesco dei Medici con la
regina Giovanna d'Austria, insieme coi simulacri dei fiorentini famosi
in armi, anzi accanto a quello di Giovanni delle Bande-nere padre di
Cosimo, facessero dipingere la immagine del Ferruccio; onde il Vasari,
comechè fosse prelibatissimo piaggiatore di corte, non dubitò salutarlo
_sfortunato, ma valoroso capitano_: più tardi, ornando le volte della
Galleria degli Uffizi, questi stessi principi ordinarono che fra le
figure degli illustri guerrieri fiorentini quella del pro' Ferruccio
comparisse. Quanto alla tirannide lorenese, allorchè in una delle
nicchie vuote degli Uffizi il Batelli stampatore collocò la statua
dell'eroe morto per la libertà della patria, ella lasciò fare e non
disse verbo. Cause vere per le quali il Burlamacchi ebbe la statua nel
1859 furono queste due, che ai patrizi servili parve bello sfruttare in
loro vantaggio la rinomanza dello infelice repubblicano, e che a quei
giorni, avendo essi l'erario nelle mani, poterono farlo co' quattrini
del pubblico.
A me per tanto corre obbligo di dettare come posso la vita di questo
grande infelice, perchè l'anima sua riceva il giusto premio di lode
ed esulti. Se volere fosse potere, da ora in poi il Burlamacchi non
invidierebbe, come Alessandro fece, Omero ad Achille, o forse (dirò
senza rispetto quello che sento) io non ho mai desiderato ed invocato
valore di lettere come adesso, conciossiachè si tratti vendicare
l'eroe lucchese non solo dalle ingiurie della fortuna, ma da quelle
smisuratamente peggiori della turpe genìa di barattieri patrizi e
plebei camuffati da uomini liberi: per me che mi trovo capace di
sopportare ogni più fiero guaio, la lode da costoro non sopporterei,
e credo fermamente che, se taluno di essi si avvisasse toccare il
mio sepolcro quando sarò morto, io resusciterò di punto in bianco per
agguantare la lapide e scaraventargliela nella testa.
I flagelli della umanità non si medicano, si distruggono; e finchè
le zecche e le marmeggie del 1859 non sieno disperse, non pensate nè
manco alla libertà confermata, alla rettitudine restituita, alla virtù
rimessa in fiore: giudicate l'albero dal frutto che ei dà. Come Catone
finiva ogni suo discorso col motto _Chartago delenda est_, così ogni
uomo dabbene dovrebbe conchiudere le sue orazioni esclamando: «Dei
patrizi e dei plebei i quali si chiamarono moderati e furono schiavi e
ladri vuolsi spento il seme.»