[328] _Opere_, vol. I, pag. 121 e seg.; VILLANI, _Cronica_, vol. IV,
lib. XII, cap. 15; 16, 17, 18.
[329] _Opere_, vol. I, pag. 129.
[330] _Ibidem_, pag. 137.
[331] Secondo ciò che dice nel _Proemio_, il secondo libro avrebbe
dovuto arrivare invece fino al 1375.
[332] Per comprendere bene tutta questa introduzione, nella quale sono
alcuni periodi alquanto oscuri, sarà opportuno paragonarla con ciò
che il Machiavelli scrisse alla fine del capitolo II, nel libro I dei
_Discorsi. Opere_, vol. III, pag. 18 e 19.
Il Tommasini (II, 516) biasima l'espressione da me adoperata (pag.
240) di latini e germanici, come un gergo, egli dice, estraneo al
secolo XVI. Si sopprima pure l'espressione, rimarrà il fatto, che io ho
notato. Ed il fatto è che il Machiavelli, con grandissimo acume, mise
in luce le vicende della continua lotta, che ebbe luogo in Firenze tra
nobili e popolo. Ma quando paragonò questa lotta con quella che ebbe
luogo a Roma fra i patrizî e la plebe, non osservò che la nobiltà dei
Comuni italiani era feudale, di origine germanica, assai diversa dal
patriziato romano, e che perciò le conseguenze della lotta dovevano
essere diverse. Nel dire ciò io non ho inteso biasimare quello che poco
prima avevo lodato, come pare al Tommasini (II, 519, nota 1).
[333] _Opere_, vol. I, pag. 141.
[334] _Opere_, vol. I, pag. 146-151.
[335] _Ibidem_, pag. 151.
[336] _Ibidem_, pag. 153. Abbiamo già notato che queste parole, in
altra occasione, ricordate anche dal Guicciardini, furono la prima
volta adoperate da Neri di Gino Capponi. Quanto agli _Otto Santi_, lo
Stefani non ne discorre; li ricorda però il NARDI, _Storia_, vol. I,
pag. 7.
Il Machiavelli, fino a questo punto, si vale delle _Istorie Fiorentine_
di MARCHIONNE DI COPPO STEFANI, pubblicate nelle _Delizie degli
Eruditi Toscani_ del Padre ILDEFONSO DI SAN LUIGI, vol. VII e seg. Per
vedere come e quanto se ne sia valso, si paragonino i luoghi seguenti:
MACHIAVELLI, _Opere_, vol. I, pag. 141-2 e STEFANI, rubrica 662; M.,
pag. 143, e S., rubr. 665; M., pag. 144 e S., rubr. 674 e 695; M., pag.
145, e S., rubr. 725 e 726; M., pag. 151, e S., rubr. 732 (qui però
lo Stefani accenna a molte riforme non ricordate dal Machiavelli); M.,
pag. 152 e S., rubr. 751; M., pag. 153, e S., rubr. 751, 760, 761.
[337] _Opere_, vol. I, pag. 158.
[338] _Tumulto dei Ciompi narrato da Gino Capponi_, e pubblicato nelle
_Cronichette antiche di vari scrittori_: Firenze, Domenico Maria Manni,
1733 (da pag. 219 a 249 del volume). Si paragonino il MACHIAVELLI,
_Opere_, vol. I, pagine 156 e 157 col CAPPONI, pag. 220; M., pag. 158,
e C., pag. 221; M., pag. 159, e C., pag. 221, 223 e 225; M., pag. 160,
e C., pag. 223, 224; M., pag. 160, e C., pagina 233; M., pag. 170, e
C., pag. 234, 235, 236 e 238; M., pagina 171, e C., pag. 237, 239 e
240; M., pag. 172, e C., pag. 243; M., pag. 173, e C., pag. 244 e 245;
M., pag. 174, e C., pag. 246; M., pag. 175, e C., pag. 246. Arrivato al
gonfalonierato di Michele di Lando, finisce lo scritto del Capponi, ed
il Machiavelli torna a Marchionne di Coppo Stefani. Vedi M., pag. 177,
e S., rubrica, 804; M., pag. 178, e 179, S., rubrica, 805.
[339] _Opere_, vol. I, pag. 161-163.
[340] Il Tommasini (II, 524, nota 2) nega assolutamente che in questo
discorso vi sia nulla di pagano, nulla che ricordi Sallustio. Non c'è,
egli dice, neppure un inciso che si possa dire imitato o tradotto.
Che il discorso del Machiavelli ricordi Sallustio è un'osservazione
già fatta da altri altre volte. Il Ranalli (_Ammaestramenti di
letteratura_, vol. III, pag. 345 e segg., Firenze, Le Monnier, 1862)
riproduce i due discorsi l'uno accanto all'altro, osservando che
«leggendo il Machiavelli.... si sente.... che si recò alla memoria la
feroce orazione che in Sallustio volge Catilina, ecc.». E quasi per
rispondere anticipatamente alla osservazione del Tommasini aggiunge:
«diresti che tutto quel furore d'eloquenza turbolenta gli si travasasse
nella mente, e tuttavia nessun vestigio d'imitazione si scorge». E
quanto allo spirito pagano che io ho trovato nel discorso, si faccia
attenzione alle parole: «nè coscienza, nè infamia vi debbe sbigottire»;
ed a quelle che seguono poco dopo: «e della coscienza noi non dobbiamo
tener conto, perchè dove è, come è in noi, la paura della fame e della
carcere, non può nè debbe quella dell'inferno capere.» Esse ricordano
quelle già tante volte ripetute nel Rinascimento — che bisogna
preferire la salute della patria alla salvezza dell'anima. — E così
le une come le altre non sono certo espressione di spirito cristiano.
Senza ammettere il rivivere dello spirito pagano nel Rinascimento,
non è possibile farsi un'idea chiara di quell'epoca. Ma questo è ben
diverso dal «rivendere il Machiavelli per idoleggiatore del Paganesimo,
come se tornare al Politeismo fosse possibile» (Tommasini, II, 704).
[341] _Opere_, vol. I, pag. 165-7.
[342] _Opere_, vol. I, pag. 173-4.
[343] Ne parlano Marchionne di Coppo Stefani nella rubrica 795, e
l'Aretino in principio del lib. IX. Per altre notizie intorno al
_Tumulto dei Ciompi_, si legga il bel lavoro pubblicato con questo
titolo dal prof. CARLO FALLETTI FOSSATI nel vol. I delle _Pubblicazioni
del R. Istituto di Studi Superiori in Firenze_ (Sezione di Filosofia
e Filologia): Firenze, Successori Le Monnier, 1875. Una 2ª ediz. ne
fu pubblicata a Siena, nel 1882. Nel cap. IV, § III, l'autore narra
il fatto di ser Nuto, secondo autentiche relazioni edite e inedite,
e viene alle medesime nostre conclusioni. Vedi anche CORAZZINI, _I
Ciompi, Cronache e Documenti_: Firenze, Sansoni, 1888.
[344] Il Tommasini (II, 255, e nota 3; 257 e nota 5) non approva
ciò che io dico del ritratto che il Machiavelli ci ha lasciato di
Michele di Lando, e meno ancora approva l'allusione al Valentino. Il
Machiavelli afferma che Michele di Lando, per evitare gli eccessi di
una rivoluzione, e dare in qualche modo sfogo all'ira dal popolo, lo
spinse a trucidare ser Nuto bargello, e indirettamente lo loda di avere
così evitato un male maggiore. Ora nessuno dei cronisti o storici
contemporanei (come lo stesso Tommasini ne conviene) attribuisce
questo atto a Michele. Esso, può ben dirsi, è pura invenzione del
Machiavelli; e somiglia molto a ciò che egli disse del Valentino quando
fece ammazzare Ramiro d'Orco. Il Machiavelli, che spesso è insuperabile
nell'indagare lo spirito e le leggi della storia, non è sempre sicuro
nell'affermazione dei fatti particolari e minuti, come, a cominciare
dall'Ammirato, fu più volte osservato e provato coi documenti, come più
volte abbiamo avuto occasione di provare anche noi.
[345] _Opere_, vol. I, pag. 177-8.
[346] Vedi a questo proposito ciò che di lui dice il Fossati Falletti
nel lavoro più sopra citato.
[347] Abbiamo più sopra citato le rubriche.
[348] Vedi MACHIAVELLI, pag. 180, e ARETINO, edizione italiana, pag.
478; M., pag. 182, e A., pag. 484, 489 e 490; M., pag. 183, e A.,
pag. 490; M., pag. 184, e A., pag. 491; M., pag. 186, e A., pag. 491;
M., pag. 188 e 189, e A., pag. 506; M., pag. 192, e A., pag. 566. Qui
il Machiavelli si è qualche volta valso anche di altri storici, e lo
accenna egli stesso a pag. 193. Fra questi storici bisogna porre la
_Cronica_ di Piero Minerbetti, che va dal 1385 al 1409.
[349] _Opere_, vol. I, pag. 191.
[350] Esse promettono d'arrivare fino al 1450, ma in realtà si
fermano al 1440. Più tardi, in un altro lavoro, che l'editore chiama
la _Seconda Storia_, il Cavalcanti narrò gli avvenimenti seguiti dal
1440 al 1447. Egli era un uomo credulo e fantastico, esaltato dalla
filosofia platonica, di poco ingegno, e cattivo scrittore. Grande
ammiratore di Cosimo dei Medici, che pur qualche volta biasima, il
Cavalcanti scrisse le sue _Istorie fiorentine_ in prigione, dove fu
chiuso per non aver pagato le imposte. La sua opera venne pubblicata
da Filippo Polidori in due volumi, con appendice di documenti: Firenze,
Tipografia all'insegna di Dante, 1838 e 1839.
Il GERVINUS nei suoi _Historische Schriften_, dopo aver paragonato le
storie manoscritte del Cavalcanti, con quelle a stampa del Machiavelli,
rimproverò gl'Italiani di non aver ancora pubblicato le prime, quando
pur perdevano il loro tempo a studiare e pubblicare manoscritti
letterarî, da cui potevano cavar solo frasi e parole per la Crusca.
Il rimprovero non era del tutto immeritato, ma l'illustre storico
tedesco avrebbe dovuto anche osservare più cose, di cui tacque. Egli,
che era stato in Firenze e che pubblicava il suo lavoro nel 1833 in
Germania, doveva ricordarsi che già molto prima di lui il canonico
Domenico Moreni, in una _Lettera bibliografica_ al canonico Carlo
Ciocchi (Firenze, Ciardetti, 1803, a pag. 12 e 13), aveva raccomandato
la pubblicazione delle _Istorie_ del Cavalcanti, delle quali parlò poi
nella sua _Bibliografia storico-ragionata della Toscana,_ pubblicandone
nel 1821 la parte più importante, in un volume in-8º, intitolato:
_Della carcere, dell'ingiusto esilio e del trionfale ritorno di
Cosimo Padre della Patria, tratto dall'Istoria fiorentina manoscritta
di Giovanni Cavalcanti_: Firenze, Magheri, 1821. E nella prefazione
a questo volume (pag. XXVII-XXVIII), lo stesso Moreni sin d'allora
notava quello che il Gervinus credeva essere stato il primo a scoprire:
«Questa istoria, sebbene in fatto di lingua, come abbiam veduto, la sia
difettosa, servì, e ciò non è stato da chicchessia avvertito, di norma
e di scorta al Machiavelli per la sua storia, siccome può ciascuno
facilmente osservare da sè medesimo, purchè il voglia, senza che noi ne
arrechiamo di sì fatta nostra osservazione riscontro o esempio alcuno.»
La _Seconda Storia_ è la meno importante e la peggio scritta. Il
Polidori ne pubblicò la parte principale in forma di libro aggiunto. In
appendice dette ancora alcuni brani di un'altra opera del Cavalcanti,
la quale tratta di politica o piuttosto di morale, e non ha valore.
Questa _Seconda Storia_ fu scritta fuori di carcere, come l'autore
ricorda sin da principio. E dopo tutto quello che abbiam detto,
dobbiamo ora aggiungere, che i rimproveri del Gervinus non furono
inutili, perchè spinsero anch'essi il Polidori a pubblicare in Firenze
una buona e compiuta edizione delle _Istorie_ del Cavalcanti.
[351] _Opere_, vol. I, pag. 203-6.
[352] Vedi _Opere_, vol. I, pag. 206 e 209, e CAVALCANTI, _Storie_,
vol. I, pag. 6.
[353] CAVALCANTI, _Istorie Fiorentine_, vol. I, pag. 59-64.
[354] AMMIRATO, _Storie_, lib. XVIII in fine.
[355] _Opere_, vol. I, pag. 211.
[356] _Ibidem_, pag. 211-212.
[357] Ecco infatti il discorso del Cavalcanti: «Ora saziatevi, lupi
famelici, i quali sareste crepati se questa città si fosse un poco
riposata. Voi sempre andate cercando nuove guerre, innecessarie cagioni
e abominevoli ingiurie: voi incominciaste insino alla guerra del
Re, non avendo riguardo nè alle sue ragioni, nè ai benefizî de' suoi
passati. Ora saziatevi di noi, pascetevi di queste misere carni; altro
non ci avete lasciato da vivere con le nostre famiglie. «Voi cercate
sempre guerra, e poi come voi le governate, voi stessi vel vedete.... A
chi ricorrete? Quale aiuto vi scamperà dalle forze de' vostri nimici?
Con quale arme difenderete la vostra ingrata superbia? I regi di
Puglia non ci sono, se non questa madonna Giovannella, la quale avete
piuttosto fatta sottomettere a sì barbara gente, che porre silenzio
a un sì vile saccomanno.... Chi fia ora il vostro soccorso? Papa
Martino, che tanto sfacciatamente sofferivate che i vostri figliuoli
così piccolo pregio lo stimassino? Non sapete voi che le loro canzoni
dicevano: Papa Martino non vale un quattrino, e Braccio valente che
vince ogni gente? Voi non credevate mai di persona aver bisogno. Del
lione si legge che una volta gli abbisognò il topo. Ove correrete per
il vostro scampo? Ora pigliate le guerre, e fate i Dieci, e dite che
fanno terrore al nemico; or fate queste vostre pensate, pazze e non
considerate con nulla ragione, ecc.». CAVALCANTI, vol. I, lib. II, cap.
21, pag. 65-67.
[358] _Opere_, vol. I, pag. 215. Per dare un altro esempio dello
scrivere del Cavalcanti, citiamo il primo periodo del suo discorso:
«Molto mi rallegro e grandissimo conforto m'è, signori militi e
spettabili cittadini, vedervi in questo tempio, in così magnifica
rotondità di circolo in verso di me riguardanti ed attenti, per
aumentare il bene e l'onore della nostra Repubblica.» CAVALCANTI,
_Storie fiorentine_, vol. I, lib. III, pag. 74. Il discorso continua
sino alla pag. 90 sempre allo stesso modo.
[359] _Opere_, vol. I, pag. 215-17; CAVALCANTI, vol. I, lib. III, cap.
3 e 5.
[360] _Opere_, pag. 224; CAVALCANTI, lib. IV, cap. 8 e 9; lib. V, cap.
1.
[361] _Opere_, vol. I, pag. 225; CAVALCANTI, vol. I, lib. V, cap. 3, 4
e 5.
Ecco come il Cavalcanti (cap. 3) incomincia a parlar della morte di
Giovanni de' Medici: «Due topi, uno nero e uno bianco, avendo rose le
barbe di quel pomo che alimentato aveva l'ottimo cittadino Giovanni
de' Medici, cominciò forte a piegare le sue cime verso la dura terra.
Per questa cotale infermità conobbe Giovanni che la vita sua voleva
gli umori umidi e frigidi all'acqua riducere, e il suo fiato all'aria
tramischiare, le carni alla terra rendere, e così il caldo, con le
cose secche, al fuoco restituire.» Il Polidori crede che i due topi,
bianco e nero, significhino il giorno e la notte, cioè il tempo omai
trascorso, o forse anche il piacere ed il dolore.
[362] _Opere_, vol. I, pag. 235. Nel Cavalcanti il discorso, invece,
è fatto non dai Seravezzesi, ma dalla plebe fiorentina, e comincia:
«Noi sapevamo che lupo non partorì agnello; e però di costui non
dovevamo noi pensare che, essendo di sì vituperosa gente disceso, ch'e'
fosse di disguagliante natura dai suoi genitori, e sanguinario, ecc.»
CAVALCANTI, lib. VI, cap. 11.
[363] _Opere_, vol. I, pag. 236-7; CAVALCANTI, lib. VI, cap. 13 e 14.
Secondo il Machiavelli i due commissarî andarono contemporaneamente al
campo, e pare che così fosse. Secondo il Cavalcanti invece l'Albizzi
fu mandato a sostituire il Gianni. Tutto quello che il Cavalcanti dice
poi contro quest'ultimo, e che il Machiavelli copia, si può affermare
che è per lo meno assai esagerato. Vedi GINO CAPPONI, _Storia della
Repubblica di Firenze_, vol. I, pag. 496 e segg., e le _Commissioni_ di
RINALDO DEGLI ALBIZZI, pubblicate dalla Deputazione di Storia Patria,
in tre volumi: Firenze, 1867, 1869, 1873.
[364] Il Machiavelli, parlando di questa visita del Barbadori
all'Uzzano, dice che «lo andò a trovare a casa, dove tutto pensoso in
un suo studio dimorava.» _Opere_, vol. I, pag. 244. Il Cavalcanti dice
che «Niccolò era da umana compagnia tutto solo nel suo scrittoio, e
gravissime confusioni se li ravviluppavano per la mente.... Della mano
aveva fatto piumaccio dal mento alla guancia, ecc.» Vol. I, lib. VII,
cap. 6, pag. 380.
[365] _Opere_, vol. I, pag. 244-48. Ecco come il discorso
comincia nel Cavalcanti: «Niccolò, Niccolò Barbadori, volesse
Dio che ragionevolmente tu fossi chiamato Barba argenti! perocchè
significherebbe uomo antico e veterano, nei quali si trova vero
giudicio e ottima prudenza.» Vol. I, lib. VII, cap. 8, pag. 382.
[366] Anche qui il Machiavelli imita il Cavalcanti, il quale scrive:
«noi non siamo nè d'animo nè di volere l'uno quello che l'altro» (lib.
VII, cap. 8, pag. 383); e poi accenna anch'egli alle molte discordie
fiorentine, nelle quali i nobili ebbero sempre la peggio.
[367] «Che colpa o che cagione si può opporre a quest'uomo, che il
popolo stia queto al suo disfacimento? ecc.» CAVALCANTI, vol. I, pag.
386.
[368] «Anderanne tutto buono, e tornerà tutto di diversi modi; perocchè
fia costretto da necessarie cagioni mutare natura e costumi, per la
iniquità del suo cacciamento, passando ogni giusto modo di vivere
politico. E non tanto per lui, quanto che e' fia indotto dagli stimoli
degli uomini malvagi; perocchè ne anderà libero, e tornerà obbligato
a ciascuno dell'arrabbiata setta, ai quali, pel beneficio che avrà
ricevuto da loro, in averlo richiamato nella patria, fia costretto
da necessità grata a promettere, o ad operare che le coloro iniquità
abbiano compimento.» CAVALCANTI, vol. I, lib. VII, cap. 8, pag. 386.
[369] _Opere_, vol. I, pag. 248. Il CAVALCANTI dice: «E' non erano sì
tosto tratti gli uffizi principali, che per la Città si teneva conto
quanti ve n'era dell'una parte e quanti dell'altra.... E' non era mai
tratta di Signori, che tutta la Città non istesse sollevata, ecc.» vol.
I, pag. 494. «E non era caso innanzi ad alcuno officio, per giusto od
ingiusto, o per utile o dannificio, che da' cittadini in gara non fusse
messo: e così la poverella città era governata.» _Ibidem_, pag. 495.
[370] _Opere_, vol. I, pag. 248; CAVALCANTI, vol. I, lib. IX, cap. 3.
[371] Lo stessissimo pensiero trovasi nel CAVALCANTI, vol. I, pag. 503.
[372] E nel CAVALCANTI: «Noi con segreto modo ci forniremo di fanti,
avvisandoti che tutti gli antichi del reggimento t'adorano a giunte
mani. Egli hanno sotto le mantella l'armi prese, per difendere la
giustizia.» vol. I, pag. 504. «Non dubitare di nulla e massimamente
della plebe, perocchè dove non è capo, ogni moltitudine è perduta....
Piglia l'esempio da messer Giorgio Scali.» _Ibidem_, pag. 505. «Ancora,
le ricchezze non fieno a lato a cui le possa spendere; però ch'elle
gli fieno negate, quando lo avrete nella vostra forza.... Tu ne sarai
glorificato da tutta la Città; gli scrittori ti glorificheranno di
gloria e di fama.» _Ibidem_, pag. 506.
[373] _Opere_, vol. I, pag. 253-60; CAVALCANTI, vol. I, lib. IX, cap.
23, 24, 25 e 28; lib. X, cap. 1, 2, 3, 4, 5 e 19.
[374] Nel MACHIAVELLI (Opere, vol. I, pag. 259) l'Albizzi dice: «Ma
io più di me stesso che di alcuno mi dolgo, poi che io credetti,
che voi che eri stato cacciato dalla patria vostra, poteste tener me
nella mia.» E nel CAVALCANTI (vol. I, pag. 608): «Io mi dolgo bene
di me medesimo di fidarmi, sotto le tante promesse, di cui è stato
insufficiente ad aiutare sè medesimo, conciossia cosa che chi è
impotente per sè, mai non fia potente per altrui.»
[375] _Opere_, vol. VIII, pag. 165, lettera LIII.
[376] _Opere_, vol. II, pag. 1-4.
[377] Il Machiavelli dice che lo Sforza ed il Fortebracci andarono a
guerreggiare nello Stato della Chiesa, per proprio conto, non sapendo
vivere senza far guerra; ma la verità è che furono in segreto mandati
da Filippo Maria Visconti. Parla (_Opere_, vol. II, pag. 5), fra le
altre cose, d'un accordo seguito tra lo Sforza ed il Fortebracci,
per opera del Visconti, che non fu mai paciere, ma suscitatore di
guerre fra di loro. Dice che lo Sforza, per mostrar disprezzo al Papa,
scriveva le sue lettere con la data: _Ex Girifalco nostro firmiano,
invitis Petro et Paulo_ (_Opere_, vol. II, pag. 5); ma queste parole
non si trovano, che io sappia, in nessun documento, nè sono ricordate
da altri storici. Il Rubieri osserva giustamente che, se anche fossero
state adoperate dallo Sforza, ciò poteva avvenire solo più tardi di
quel che suppone il Machiavelli, perchè negli anni 1433-35 lo Sforza
non aveva nessuna ragione d'essere scontento del Papa. E. RUBIERI,
_Francesco I Sforza, Narrazione storica_: Firenze, Success. Le Monnier,
1879, volumi due. Vol. I, pag. 225, nota 2, e pag. 342, nota 2.
[378] _Opere_, vol. II, pag. 8; CAVALCANTI, lib. X, cap. 21-25.
[379] _Opere_, vol. II, pag. 9; CAVALCANTI, lib. X, cap. 20.
[380] Ricordiamo qui le opere di cui il Machiavelli si vale per tali
guerre. IOHANNIS SIMONETAE, _Historia de rebus gestis Francisci Primi
Sfortiae vicecomitis Mediolanensium ducis_, pubblicato in MURATORI,
_Rerum italicarum Scriptores_, vol. XXI; la storia di Flavio Biondo,
che, per le guerre fatte nello Stato della Chiesa in questi anni, è la
fonte più autorevole (Deca III, cap. 5 e 6); i _Commentarî di Neri di
Gino Capponi_ (1419-1456), in MURATORI, _Rerum italicarum Scriptores_,
vol. XVIII; la Cacciata del Conte di Poppi dello stesso Capponi, nel
medesimo volume del Muratori.
[381] Ecco come incominciò, secondo il CAVALCANTI, il discorso del
Duca: «O serenissimi re, o mansuetissimi signori, o illustrissimi
cavalieri, voi non siete presi, anzi siete stati pigliatori del nostro
amore, ecc.» Vol. II, lib. IX, cap. 5, pag. 11.
[382] _Opere_, vol. II, pag. 11.
[383] _Ibidem_, pag. 11 e seg.; FLAVIO BIONDO, Deca III, lib. VII, pag.
503 e seg.
[384] Si paragonino le parole con cui il MACHIAVELLI (_Opere_, vol. II,
pag. 37-40) narra le accoglienze fatte al Capponi nel Senato veneto,
con la narrazione che dello stesso fatto ci dà il Capponi nei suoi
_Commentarî_ (MURATORI, _Rer. ital._, vol. XVIII, col. 188-89). Anche
dalla descrizione delle varie strade che poteva prendere lo Sforza,
si vede che il Machiavelli segue il Capponi. Poco più oltre il Capponi
(col. 190, D) parla della rotta data dallo Sforza al Piccinini presso
Brescia, e narra che questi fuggì attraverso il campo, facendosi
portare da uno Schiavone. Ed il MACHIAVELLI (vol. II, pag. 44), per
rendere il racconto più fantastico, dice che il Piccinini aveva un
servitore tedesco assai robusto, cui persuase di metterlo in un sacco,
e, come se portasse arnesi di guerra, menarlo attraverso il campo
nemico, che era senza guardia, e così salvarlo. Il Tedesco, «levatoselo
in spalla, vestito come saccomanno, passò per tutto il campo senza
alcuno impedimento, tanto che salvo alle sue genti lo condusse.»
[385] Deca IV, lib. I, pag. 563 e seg.
[386] _Opere_, vol. II, pag. 65-66.
[387] CAPPONI, _Commentari_, col. 1195.
[388] BIONDO, ecc., nell'unico libro della Deca IV.
[389] POGGII, _Historia florentina_, lib. VII, pag. 349: Venetiis,
1715. Vedi anche GINO CAPPONI, _Storia della Repubblica di Firenze_,
vol. II, pag. 23 e nota 1.
[390] In quest'ultima parte del lib. V (_Opere_, vol. II, pag. 60 e
seg.), il Machiavelli si vale non solo dei _Commentarî_ del Capponi
(Vedi _Commentari_, col. 1194, C, D); ma anche della _Cacciata del
Conte di Poppi_, scritta dallo stesso, e pubblicata dal Muratori dopo
dei _Commentari_. In essa (MURATORI, vol. XVIII, col. 1220) si trova
il discorso fra il conte di Poppi ed il Capponi, riferito pure dal
MACHIAVELLI (_Opere_, vol. II, pag. 69). Colla battaglia d'Anghiari
finisce la storia di L. Aretino. Il Cavalcanti senza narrare la
battaglia d'Anghiari, salta alla morte dell'Albizzi. I fatti intermedi
si trovano, in parte solamente, narrati da lui nei frammenti a stampa
di quella che il Polidori chiamò _Seconda Storia_.
[391] _Opere_, vol. II, pag. 81-3.
[392] CAVALCANTI, vol. II, pag. 161; _Opere_, vol. II, pag. 82-84.
[393] _Storia fiorentina_, nel volume III delle _Opere inedite_, pag. 8.
[394] _Historia de rebus gestis Fr. Sfortiae_, etc., in MURATORI,
volume XXI, pag. 485, 598 e seg.
[395] Varî sono gli errori in cui cade. Dice, per esempio (_Opere_,
vol. II, pag. 98) che il duca di Savoia combatteva pel duca d'Orléans,
mentre combatteva per proprio conto; che lo Sforza voleva passare
l'Adda per assalire il Bresciano, e pone Brescia e Caravaggio sulle
opposte rive del fiume (pag. 99), mentre sono ambedue sulla sinistra. E
così non Pandolfo, come dice il Machiavelli, ma Gismondo Malatesta era
capitano dei Veneziani.
[396] _Opere_, vol. II, pag. 103-6.
[397] _Opere_, vol. II, pag. 147.
[398] _Opere_, vol. II, pag 148-55.
[399] _Opere_, vol. II, pag. 158.
[400] GUICCIARDINI, Storia fiorentina, pag. 17 e seg.
[401] _Opere_, vol. II, pag. 177.
[402] Le due lettere originali si ritrovano nel FABRONI, _Vita
Laurentii Medicis Magnifici_, vol. II, pag. 36. Se si paragonano con
quelle che ci dà il MACHIAVELLI (_Opere_, vol. II, pag. 173 e seg.), si
vedrà chiaro che qualche espressione è riprodotta con fedeltà, ma che
il resto è sostanzialmente alterato.
[403] L'Ammirato aveva certo qualche ragione di parlare così; ma egli
esagerava assai, perchè non comprendeva e non riconosceva il valore
storico del Machiavelli: lodandone lo stile, ne biasimava il resto,
perfino la lingua. Vedi ciò che dice nei _Ritratti_, pubblicati
nel secondo volume dei suoi _Opuscoli_. Ecco intanto quello che
scrive di lui nelle sue _Storie_, libro XXIII, vol. V, pag. 169
(Firenze, Batelli, 1846-49): «Egli fa morto il duca Francesco dopo il
gonfalonierato di Niccolò Soderini, e vuol che Piero de' Medici sia
vivo dopo la morte di papa Pagolo. Attribuisce a Luca Pitti quello
che è di Roberto Sostegni, nomina Bardo Altoviti per gonfaloniere
di giustizia dopo Ruberto Lioni, che non vi fu mai. Insomma scambia
gli anni, muta i nomi, altera i fatti, confonde le cause, accresce,
aggiunge, toglie, diminuisce e fa tutto quello che gli torna in
fantasia, senza freno o ritegno di legge alcuna, e quel che più pare
noioso è che, in molti luoghi, pare che egli voglia ciò fare più
tosto artatamente, che perchè ei prenda errore o non sappia quelle
cose essere andate altrimenti, forse perchè così facendo lo scrivere
più bello o men secco ne divenisse.» GINO CAPPONI nella sua _Storia
della Repubblica di Firenze_ (vol. II, pagina 88, nota 2, ed altrove)
riconosce ancor egli che l'Ammirato ha ragione, ed aggiunge che il
Bruto, vissuto cento anni dopo del Machiavelli, dice che lo seguiva
solamente quando non poteva farne a meno, perchè troppo spesso lo trovò
inesatto.
[404] _Opere_, vol. II, pag. 178.
[405] Ecco quel che dice l'AMMIRATO, vol. V, lib. XXII, pag. 178:
«Combattessi con incredibil valore da amendue le parti infino a
notte scura, con morte dall'una parte e dall'altra di trecento
uomini d'arme e di quattrocento corpi di cavalli, se a chi scrisse la
Vita del Coglione (_Bartolommeo Colleoni_) si deve prestar fede. Lo
scrittore delle cose ferraresi dice di mille persone. Alcune memorie
che sono presso di me fanno menzione di ottocento, la miglior parte
de' Veneziani. Il Machiavelli, schernendo, come egli suol far, quella
milizia, dice che non vi morì niuno. Dal Sabellico, senza esprimere il
numero, è chiamata quella battaglia molto sanguinosa.»
[406] _Storia fiorentina_, pag. 22.
[407] _Opere_, vol. II, pag 187-8.
[408] _Opere_, vol. II, pag. 198-203.
[409] Così afferma l'Ammirato, e così si deduce anche dalla narrazione
del Machiavelli. Vedi CAPPONI, _Storia_, ecc., vol. II, pag. 113, nota
1.
[410] _Storia fiorentina_, pag. 42.
[411] _Opere_, vol. II, pag. 214. A questo proposito aveva già nei
_Discorsi_ fatta la stessa osservazione: «Perchè dell'animo nelle cose
grandi, senza aver fatto esperienza, non sia alcuno che se ne prometta
cosa certa.» _Discorsi_, lib, III, cap. 6, nelle _Opere_, vol. III,
pag. 331.
[412] _Opere_, vol. II, pag. 214-15.
[413] Il giorno 2 ottobre 1895, nella Sagrestia nuova di S. Lorenzo,
venne aperta la tomba di Lorenzo e di Giuliano di Piero de' Medici,
i cui scheletri furono trovati in due casse separate. Quello di
Giuliano, assai meglio conservato, mostrava sul cranio e sopra una
delle tibie, le tracce visibilissime delle pugnalate. Quello di Lorenzo
era in frantumi, ma il cranio era ben conservato, e si vedeva la bocca
molto sporgente, quale apparisce negli antichi ritratti. Io mi trovai
presente con parecchi altri, che fecero tutti le medesime osservazioni.
[414] Opere, vol. cit., pag. 216. Il POLIZIANO, _De pactiana
coniuratione_, dice: «Fuerunt et qui crederent templum corruere.»
[415] _Opere_, vol. II, pag. 216 e 219.
[416] _Ibidem_, pag. 220.
[417] _Ibidem_, pag. 273-4.
[418] Vedi il capitolo IX della sua _Storia fiorentina_.
[419] Opere, vol. I, pag. 277 e seg. A pag. 340 comincia l'_Estratto di
lettere ai Dieci di Balìa_.
Gli editori delle _Opere_ (P. M.) hanno pubblicato dal Codice Ricci
e dai Manoscritti Palatini una serie di nuovi _Estratti di lettere
ai Dieci_, com'essi li chiamano. Ma, senza tema di errare, può
dirsi, almeno per quanto risguarda il Machiavelli, che questa è una
pubblicazione assai poco utile. I primi due _Estratti_ (_Opere_ (P.
M.), vol. II, pag. 156-160 e 160-166), dopo quelli già pubblicati
nell'edizione fiorentina del 1843 ed in altre, sono veramente
autografi, e vanno dal 1494 al 1495. Ma a che giova il pubblicare
informi e scarsissimi brani di lettere, o appunti non meno informi,
quando per questi medesimi anni abbiamo i _Frammenti_, i quali con
nuove notizie corressero ed ampliarono molto i primi estratti? Seguono
altri due _Estratti_ (_Ibidem_, pag. 166-7 e 167-82), che risguardano
gli anni 1495 e 96. Questi non sono di mano del Machiavelli, ma di
Agostino di Terranuova, nè sono ricavati da lettere ai Dieci, ed
apparecchiati per le _Storie_, ma sono appunti fatti nella Cancelleria,
per lettere già scritte o da scriversi. Il Machiavelli non c'entra per
nulla, o c'entra solo perchè questi appunti furono trovati fra le sue
carte. Ne facevano allora come ne fanno oggi tutti gli ufficiali delle
Cancellerie, ed a lui potevano servire forse per ricercare in archivio
le lettere scritte dai o ai Dieci. Lo stesso può dirsi degli _Estratti_
che seguono (_Ibidem_, pag. 172-189), i quali risguardano gli anni
1496-97, e sono alternativamente di mano di Biagio Buonaccorsi, di
Andrea della Valle e di altri. Il Machiavelli scrisse di sua mano,
sull'esterno dei quadernetti, gli anni e i mesi cui si riferiscono tali
appunti, il che prova solo che gli aveva raccolti per servirsene al
medesimo scopo. Seguono (_Ibidem_, pag. 190-95) ancora altri appunti,
che si trovano nel Codice Ricci, dove sono intitolati: _Memorie
appartenenti a Istorie del 1495, scritte di mano di N. Machiavelli_.
Essi furono ricavati da Consulte o Pratiche della Repubblica; sono
sommarî, quasi indici dei processi verbali delle discussioni, e
servirono a scrivere i _Frammenti_ per l'anno 1495, che abbiamo già
a stampa. Più oltre (pag. 195-213) gli stessi editori ci dànno nuovi
appunti di Cancelleria, scritti di mano del Buonaccorsi e di Agostino
della Valle, per gli anni 1497-98, di cui si occupano i _Frammenti_ e
gli _Estratti_ a stampa.
Finalmente (Ibidem, pag. 213-17) troviamo alcuni appunti di mano del
Machiavelli, che si riferiscono al 1503, al quale anno non arrivano nè
le _Storie_, nè i _Frammenti_, nè gli _Estratti_ già pubblicati. Sono
assai scarni ed aridi, raccolti per una parte della storia che non fu
mai cominciata a scrivere, e quindi possono valere come continuazione
di ciò che si aveva già a stampa. Segue di nuovo (_Ibidem_, pag.
217-281) una lunga serie d'appunti presi dal Codice Ricci, i quali
vanno dalla morte di Cosimo nel 1464 all'anno 1501. Le Storie arrivano
all'anno 1492, i _Frammenti_ al 1498, gli _Estratti_ già pubblicati
al 1499. Bastava quindi aggiungere a questi anche le poche pagine
che accennano a fatti seguìti negli anni 1500 e 1501 o ad altri non
ricordati altrove.
Dei primi _Estratti_ pubblicati, si è occupato il signor Plinio Carli
(_Giornale Stor. della Lett. Italiana_, anno 1907, vol. I, pagg. 354
e segg.) paragonandoli col Cod. Riccardiano 3627, che egli ritiene
autografo, e dandone le varianti. Se ne è occupato anche il commendator
Fiorini, il quale, forse non a torto, suppone che siano cavati, in
parte almeno, da qualche cronista. (Nella prefazione alla edizione
delle _Istorie_, pag. X).
Il Carli ha pubblicato ancora un assai diligente lavoro (_Contributo
agli studi sul testo delle Storie fiorentine di N. Machiavelli_), nel
quale esamina i manoscritti e la prima edizione. In esso ha raccolto un
materiale assai utile per una futura edizione delle _Storie_ (_Memorie
della R. Accademia dei Lincei_, Cl. di Scienze Morali, Serie V, vol.
14, fasc. 1, anno 1909).
[420] _Opere_, vol. II, pag. 312.
[421] _Ibidem_, pag. 350. Qui allude al Savonarola. Il dì 7 aprile
seguì il fatto del fallito esperimento del fuoco; il dì 8 venne
assalito il Convento di S. Marco, ed il Savonarola fu messo in carcere
coi suoi due compagni, Fra Domenico e Fra Salvestro; poi cominciò il
processo, che finì colla condanna a morte.
[422] _Opere_, vol. II, pag. 353 e 361.
[423] Ecco com'essi incominciano: «Così morì Piero Capponi. —
Costui (Antonio Giacomini) in sua puerizia. — Furono eletti oratori
mess. Francesco de' Pazzi vescovo d'Arezzo e mess. Francesco Pepi
iureconsulto. — Ebbe Francesco Pepi questo fine indegno.» — Il ritratto
del Capponi è già introdotto in uno dei _Frammenti_, sebbene in forma
alquanto meno corretta. Forse lo ricopiò a parte per ripulirlo e
limarlo di nuovo.
[424] Questi frammenti di bozze (dei libri II, IV, VI e VII), sono
pubblicati nel vol. II delle _Opere_ (P. M.), col titolo: _Frammenti
autografi delle Istorie fiorentine_. Il signor Passerini credette in
sul principio d'avere scoperto una parte dell'autografo definitivo
dell'opera; ma avvertito dell'errore in cui era caduto, pubblicò prima
le storie, poi le bozze, senza istituire confronti di sorta; e così
queste riescono assai poco utili, quando potevano giovare a porre in
nota alcune varianti, ed a fare, col confronto, vedere in che modo
il Machiavelli correggeva e migliorava il suo stile. Citiamo qualche
esempio, ponendo in corsivo le parole mutate o trasposte, senza tener
conto delle diversità di ortografia, che nelle _Storie_ varia secondo
gli editori.
BOZZE (_Opere_ (P. M.), vol. II, pag. 1): «Mediante il quale _si
edificavano_ di nuovo e d'ogni tempo assai terre e città.»
STORIE (_Opere_, vol. I, pag. 62): «Mediante il quale di nuovo e d'ogni
tempo assai terre e città _si edificavano_.»
BOZZE (_Opere_ (P. M.), vol. II, pag. 1): «Perchè, oltre allo essere
cagione questo ordine, che nuove terre si edificassero, _rendevano_
il paese vinto al vincitore più sicuro, e _riempitosi_ di abitatori
i luoghi vôti, _si mantenevano_ nelle province li uomini ben
distribuiti.»
STORIE (_Opere_, vol. I, pag. 62): «_Rendeva_ il paese vinto al
vincitore più sicuro, _riempiva_ di abitatori i luoghi vuoti, e nelle
province gli uomini bene distribuiti _manteneva_.»
BOZZE (_Opere_ (P. M.), vol. II, pag. 1): «Perchè questo ordine solo è
quello che fa gl'imperii più securi, _e che le province_, come è detto,
mantiene copiosamente abitate, _per essere gli abitatori di quelle
meglio distribuiti_.»
STORIE (_Opere_, vol. I, pag. 62): «Perchè quest'ordine solo è quello
che fa gl'imperii più sicuri, e i _paesi_, come è detto, mantiene
copiosamente abitati.»
BOZZE (_Opere_ (P. M.), vol. II, pag. 5): «Era nella famiglia dei
Donati una donna vedova, ricca _e nobilissima_, la quale aveva una
figliuola di bellissimo aspetto, _e disegnava in fra sè di darla per
moglie_ a messer Buondelmonte, cavaliere giovane e della famiglia de'
Buondelmonti capo.»
STORIE (_Opere_, vol. I, pag. 66): «..... una donna vedova e ricca, la
quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto. _Aveva costei_ in tra
sè _disegnato_ a messer Buondelmonte cavaliere giovane e della famiglia
de' Buondelmonti capo _maritarla_.» Poco più basso parlando della
stessa giovane, muta la parola _formosità_ in _bellezza_, che è assai
più semplice.
BOZZE (_Opere_ (P. M.), vol. II, pag. 30): «Noi siamo certi, Magnifici
Signori, che le nostre parole _saranno stimate assai da_ le Signorie
vostre.... Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che la
presenzia, nè di Fiorentino altro che _la lingua e lo abito_.... Stuprò
le donne, viziò le vergini et trassele dalle braccia delle madri.»
STORIE (_Opere_, pag. 234 e 235): «Noi siamo certi, Magnifici Signori,
che le nostre parole _troveranno fede e compassione appresso_ le
Signorie vostre.... Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che
la presenza, nè di Fiorentino altro che _il nome_.... Stuprò le donne,
viziò le vergini, et _trattele_ dalle braccia delle madri, _le fece
preda de' suoi soldati_.»
[425] L'illustre storico L. Ranke ha espresso una diversa
opinione. Vedi le nostre _Osservazioni_ sul Guicciardini, in fine
dell'_Appendice_.
[426] Vedi ancora, in fine dell'_Appendice_, le nostre _Osservazioni_
sul Guicciardini, già citate.
[427] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VIII, lib. XVI, pag. 79.
[428] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, loc. cit., pag. 79-85; RANKE,
_History of the Popes_ (trad. dal tedesco): London, Bohn, vol. I,
pag. 80-81. Qui il Ranke va d'accordo col Guicciardini, che descrive
mirabilmente il carattere di Clemente VII; GREGOROVIUS, _Geschichte_,
etc., vol. VIII, pag. 413 e seg.; CREIGHTON, _History of the Papacy_,
vol. V, cap. VIII; CAPPONI, _Storia_, vol. II, pag. 344; VETTORI,
_Sommario della Storia d'Italia_, pag. 381.
[429] VETTORI, _Sommario_, pag. 349-50.
[430] Il De Leva parla di 8,000, il Mignet di 10,000, il Gregorovius di
12,000 morti. Il Guicciardini dice essere stata opinione generale, che
morirono, tra di ferro e affogati nel Ticino, più di 8,000 Francesi.
[431] «Madame, pour vous faire savoir comment se porte le reste de
mon infortune, de toutes choses ne m'est demeuré qui l'honneur et la
vie, qui est saulve.» Queste furono le precise parole scritte dal
Re. _Papiers d'État du cardinal Granvelle_, vol. I, pag. 250; AIMÉ
CHAMPOLLION-FIGEAC, _Captivité du roi François I_, pag. 129. Vedi anche
MIGNET, _Rivalité_, etc., vol. II, pag. 68; DE LEVA, _Storia di Carlo
V_, vol. II, pag. 242. La tradizione alterò alquanto le parole dette
dal Re, facendo dire invece: «tutto è perduto fuorchè l'onore.»
[432] «Sie ist das grossartigste Schlachtenbild des XVI Jahrhunderts.
Eine weltgeschichtliche Katastrophe hat sich darin vereinigt,»
GREGOROVIUS, _Geschichte der Stadt Rom_, vol. VIII, pag. 434; DE LEVA,
_Storia di Carlo V_, vol. II, cap. IV; MIGNET, _Rivalité_, etc., vol.
II, cap. VII. Questo lavoro francese tien troppo poco conto delle
pubblicazioni italiane, e specialmente dell'opera del De Leva, assai
coscienziosa e fatta con ricerche veramente originali.
[433] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, lib. XIV, vol. VII, pag. 4-5.
[434] Lettera del dì 1º luglio 1525 a Ennio Filonardi, nunzio nella
Svizzera, nelle _Lettere ai Principi_, vol. II, a c. 80^t: Venezia,
Ziletti, 1575.
[435] Lettera del 10 luglio 1525 a Guido Guiducci, nelle _Lettere ai
Principi_, vol. II, a c. 86.
[436] Vedi l'_Esame_ del Morone nei _Ricordi inediti di Girolamo
Morone_, pubblicati dal conte Tullio Dandolo: Milano, 1855, pag. 152-4.
[437] Lettera del Giberti al Canossa, inviato di Francia a Venezia, in
data del dì 8 luglio. Il Giberti dice che queste proposte sarebbero
partite per la Francia il giorno seguente. _Lettere ai Principi_,
vol. II, a c. 85. Sono in fatti le stesse proposte che si leggono
nelle _Recheste mandate ad fare in Franza per N. S._, nei _Documenti
concernenti la vita di Girolamo Morone_, pubblicati da GIUSEPPE MÜLLER
nella _Miscellanea di Storia Italiana_ della R. Deputazione di Storia
patria in Torino, vol. III, pag. 436-37: Torino, 1865.
[438] Il GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VIII, lib. XVI, pag.
56, dice che il Papa, sempre pieno di sospetti e di ansietà, «non per
scoprire la pratica, ma per prepararsi qualche rifugio, se la cosa non
succedesse, avvertì sotto specie di attenzione Cesare, che tenesse ben
contenti i suoi capitani.» Questi avvisi furono dati in un _Memoriale
mandato d'ordine del papa Clemente VII a monsignor Farnese_. Vedi
_Papiers d'État du cardinal Granvelle_, vol. I, pag. 295; DE LEVA,
_Storia di Carlo V_, vol. II, pag. 287.
[439] Così afferma anche il Morone nel suo _Esame_. DANDOLO, _Ricordi_,
ecc., pag. 152.
[440] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VIII, lib. XVI, pag. 52.
[441] _Esame_ del Morone. DANDOLO, _Ricordi_, ecc., pag. 152-9.
[442] Ecco come il Pescara stesso scriveva in una delle sue lettere
all'Imperatore: «Y dende algunos dias vyno Hieronimo Moron a hablarme
por grandes arodeos y ultimamente dezirme que sy yo le prometia la
fe de le tener secreto, que el me dyria y descubriria grandes cosas.
Yo le dixe qua le ternia secreto, y le dj la fe. Descubriome el mal
contentamyento de toda Italia, y come toda ella disponya y determynava
salyr de sugecyon, y de Francia abya grande correspondencia y
requyrymyentos, y que sy yo querya sentirme de como me avyan tratado,
y de la forma con que procuravan y abyan syempre procurado abaxarme, y
acordarme que abia nacydo Italiano, y que glorya podia ganar en ser el
libertador de la propria patria, que en my mano era ser la cabeça y el
capytan de toda esta empresa, y que el creya, que todos concorreryan en
darme el reyno de Napoles, y que abia tan grandes cosas y tan grandes
cymyentos, que yo veria que era razon de venyr cuello y que podria byen
salyr lo que se desiñava.» — Lettera del 30 luglio 1526, duplicata di
una del 25, nei già citati _Documenti che concernono la vita pubblica
di Girolamo Morone_, raccolti ed editi da GIUSEPPE MÜLLER, pag. 358
e seg. Questo, come dicemmo, è il III volume della _Miscellanea_
pubblicata dalla R. Deputazione di Storia patria di Torino. Il vol. II
contiene le _Lettere ed Orazioni latine di Girolamo Morone_, edite da
DOMENICO PROMIS e GIUSEPPE MÜLLER. V. anche C. GIODA, _Girolamo Morone
e i suoi tempi_: Torino, Paravia, 1887.
[443] A questo proposito si può utilmente consultare un lavoro
pubblicato dal signor Ch. _Paillard_ nella _Revue Historique_, III^e
année, tome VIII (sept.-déc. 1878), pag. 297-367: _Documents relatifs
aux projets d'évasion de François I^er, prisonnier à Madrid, ainsi qu'à
la situation intérieure de la France en 1525, en 1542 et en 1544_.
L'autore osserva a pag. 316, che quantunque grandissimi fossero i
torti fatti da Francesco I e dalla Reggente al conestabile di Borbone,
essi non giustificavano un tradimento che minacciò non solo l'autorità
regia, ma anche il paese. «Toutefois on se tromperait singulièrement,
si l'on pensait que Bourbon ait été jugé par les contemporains comme
il l'a été par la postérité, si l'on supposait que lui-même ait senti
sur sa tête ce poids inéluctable de honte, de mépris, de réprobation et
de haine, dont aujourd'hui tout traître a pleinement conscience.... À
cette époque, l'idée de patrie, aujourd'hui si puissante et pour ainsi
dire souvraine, existait à peine, ou du moins était fort obscurcie par
l'idée féodale encore dominante.... Sismondi a sur ce point un mot
tout-à-fait topique: Les lettres des plus grands seigneurs de cette
époque, où il est question du connêtable, ne laissent pas, dit-il,
entrevoir de blâme.» In Italia dove le tradizioni feudali avevano
assai minor forza, e specialmente a Firenze, dove l'idea della patria
s'era colla repubblica svolta assai più, gli storici giudicavano il
Borbone con maggiore severità; pure anch'essi parlano generalmente del
tradimento fatto al suo signore, non alla Francia. Il VETTORI, narrata
la morte del Borbone sotto le mura di Roma, aggiunge: «Uomo a cui, per
il tradimento aveva fatto al suo signore, non conveniva sì onorevole
morte.» _Sommario della Storia d'Italia_, pag. 379. Il GUICCIARDINI
(vol. VIII, lib. XVI, pag. 72) dice che, nella Spagna, sebbene il
Borbone fosse da Carlo V ricevuto con grande onore e come cognato, pure
i nobili della Corte «l'abborrivano come persona infame, nominandolo
traditore del proprio re.»
[444] Il 5 ottobre G. Battista Sanga scriveva all'ambasciatore francese
in Venezia: «_Parturient montes, nascetur ridiculus mus_. Che ben mi
pare poter cominciare così, già che quella resolutione, che tanti dì fa
Franzesi hanno annunziato, come l'advento del Messia, di voler mandare
in Italia, si è alla fine trovata esser manco assai di quello che
mandarono ad offrire per mezzo di Lorenzo Toscano. Et crederò che non
tengano tutti Italiani per bestie, che, sotto semplice speranza della
fede loro, habbiano a darseli in mano ligati, perchè facciano migliori
le condizioni loro con Cesare, al qual segno con molta ragione si può
sospettare che vadano, essendo così pubblica alla Corte questa offerta,
come se non fusse proprio ad altro effetto, che ad impaurir Cesare.»
_Lettere ai Principi_, vol. II, pag. 94^t.
[445] Vedi le lettere del Pescara a Carlo V nel vol. III della citata
_Miscellanea di storia italiana_.
[446] Il datario Gilberti, in una lettera del 19 settembre 1525,
scriveva al Sauli: essere il Papa stato avvisato da più parti, che il
Morone ed il Pescara tradivano, ed accennarsi da molti alle pratiche
fatte dagli alleati, esponendone i più minuti particolari, dal che si
vedeva che tutto ormai era noto. Ciò dava naturalmente grandissimo
sospetto. Nondimeno il Gilberti fidava o almeno mostrava di fidar
sempre nel Pescara e più ancora nel Morone, non volendo credere che
essi conoscessero così poco l'immenso vantaggio che poteva venir loro
dalla buona riuscita della congiura. _Lettere ai Principi_, vol. II, a
c. 91 e 92.
[447] Lo dice egli stesso nel suo Esame, pag. 175-77, e
chiarissimamente lo dice anche il Pescara nelle sue lettere a Carlo V.
Vedi la lettera 8 settembre 1525, citata più sotto.
[448] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VIII, lib. XVI, pag. 67.
[449] _Miscellanea_ citata, vol. III, pag. 407, lettera del 5 settembre
1525; DE LEVA, _Storia di Carlo V_, vol. II, pag. 295.
[450] Nella lettera del dì 8 settembre 1525, il Pescara scriveva
all'Imperatore: «Tengo por fe, que si el Duque muere, que Geronimo
Moron harà ultimo de potencia en servicio de V. M., pero en esto trova
ruyn todo lo posible: es verdad que muestra enteramente fiar de mj, y
siempre lo traygo a lo que quiero.» _Miscellanea_, ecc., vol. III, pag.
422-23.
[451] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VIII, lib. XVI, pag. 66-67;
DE LEVA, _Storia di Carlo V_, vol. II, pag. 295-96.
[452] Il GUICCIARDINI (op. cit., pag. 67) e moltissimi altri storici
affermarono che, durante il colloquio tra il Pescara ed il Morone,
Antonio de Leyva stava ad ascoltare dietro un arazzo, dove il Marchese
lo aveva fatto nascondere. Il DE LEVA (_Storia_, vol. II, pag. 297).
secondo noi a ragione, non presta fede a questo racconto, perchè non ne
trova fatta menzione nè nel _Rapporto_ di Rosso dall'Olmo, 17 ottobre
1525, in MARIN SANUTO; nè nella _Cronica_ del Grumello. Non c'erano in
fatti allora più segreti da scoprire, tutto era noto così al de Leyva
come al Pescara.
[453] _Esame_ del Morone.
[454] Vedi il decreto nel DANDOLO, _Ricordi_, ecc., pag. 201-2.
[455] «Item vi lascio Hieronimo Morone quale è in preggione, et voglio
che si supplichi la Cesarea Maestà istantemente per la vita sua et ogni
altro benefitio che gli potrà fare, et che non voglia che quello che
ho discoperto in benefitio di S. M. habbia ad essere per condannatione
del suddetto, dato il caso che lui non avesse fatta quella opera che
doveva fare. In questo S. M. me voglia compiacere, perchè altrimenti
me reputerei essere caricato.» DANDOLO, _Ricordi_, pag. 202. Che cosa
sia _quella opera che doveva fare_ non ci è possibile indovinare con
certezza: si allude forse a qualcuna delle promesse fatte dal Morone
al Pescara, nei giorni in cui cospirava, o quando era in carcere.
Egli aveva, fra le altre cose, promesso gran somma di danari per
riscattarsi, e non potè poi subito darli tutti.
[456] Vedi la lettera in DANDOLO, _Ricordi_. ecc., pag. 204.
[457] _Privilegium, gratia et restitutio clarissimi com. H. Moroni_,
in DANDOLO, _Ricordi_, ecc., pag. 209 e seg.: «Ut negari non possit
eum ipsum non mediocrem partem habuisse in victoriis quibus S. C. M.
Italiam potitus est.... Animadvertentes praeterea eiusdem comits H.
Moroni praecipuas animi dotes, ingenii acumen, longum rerum arduarum
et grandium usum, animi fortitudinem et inviolabilem erga eos principes
fidem, quibus aliquando servitutem suam obtulit et dicavit.... Accessit
praeterea ut in praesentibus rei pecuniariae necessitatibus, et in
tanto sustinendorum exercituum oneri, cum nihil sit magis necessarium
pecuniae, eaeque consumptus sint ingentes et fere intollerabiles, is
ipse comes Hieronimus de notabili pecuniarum quantitate nobis subvenit
et subventurus est, etc.»
[458] Oltre le varie opere da noi citate può consultarsi anche una
diligente monografia sul Morone, pubblicata dal signor G. E. SALTINI
dell'Archivio di Firenze nell'_Archivio storico italiano_, serie III,
vol. VIII, parte I, pag. 59-126, anno 1868.
[459] GUICCIARDINI, _Opere inedite_, vol. VIII, pag. 331, lettera del
23 ottobre 1525, da Faenza.
[460] _Opere inedite_, vol. VIII, pag. 28, lettera 1º giugno 1524.
[461] _Ibidem_, pag. 66 e seg., lettera 12 luglio.
[462] _Ibidem_, pag. 66 e 100, lettere del 12 luglio e 7 settembre.
[463] _Ibidem_, pag. 121 e 123, lettere da Forlì, 7 ed 8 ottobre.
[464] _Ibidem_, pag. 126 e 153, lettere 12 ottobre e 28 novembre.
[465] _Opere inedite_, vol. VIII, pag. 171, lettera 19 gennaio 1525.
[466] _Ibidem_, pag. 201, lettera da Forlì, 25 marzo 1525.
[467] _Ibidem_, pag. 246, lettera da Ravenna, 28 maggio 1525.
[468] _Ibidem_, pag. 257, lettera da Faenza, 15 giugno 1525.
[469] _Opere inedite_, vol. VIII, pag. 321, lettera 23 ottobre 1525.
[470] _Ibidem_, pag. 360, lettera 11 dicembre 1525.
[471] _Ibidem_, pag. 366, lettera 24 dicembre.
[472] _Ibidem_, pag. 393 e seg.
[473] _Inferno_, canto X, versi 97-99.
[474] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 34. Lettera del dì 8
marzo 1524/5. _Appendice_, doc. XIV.
[475] Lettere del 3 e del 17 maggio 1525, scritte dal Salviati
al figlio cardinale. La prima gli annunzia la proposta di farlo
accompagnare nella Spagna dal Machiavelli, la seconda dice: «Di
Niccolò Machiavelli bisogna farne fuora, perchè veggo che il Papa ci
va adagio.» DESJARDINS, _Négociations diplomatiques_, vol. II, pag.
840-41.
[476] Lettera di Francesco del Nero in data 27 luglio 1525. Trovasi
nelle _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 45. Vedi _Appendice_,
doc. XVI. Incomincia: «Io ebbi una vostra da Roma, ad la quale feci
risposta.» Ciò conferma questa gita, finora poco avvertita, del
Machiavelli colà, come del resto apparisce anche da altre lettere che
abbiamo citate. Quella però senza data, di cui parlammo a pag. 40 di
questo volume, non potrebbe, come alcuni supposero, ritenersi scritta
ora dalla Marietta, perchè, come già osservammo, si parla in essa d'un
figlio nato da pochi giorni, e d'una figlia ancora bambina. La Marietta
inoltre sembra alludere ad una lunga assenza del Machiavelli, che
invece si trattenne ora poco tempo in Roma.
[477] _Opere_, vol. VIII, pag. 177-81, lettera del Machiavelli al
Guicciardini, senza data.
[478] V. _Appendice_, doc. XV.
[479] _Opere inedite_, vol. VIII, pag. 263.
[480] _Opere inedite_, vol. VIII, pag. 266, lettera CXXX della
_Presidenza della Romagna_, seconda con la data di Faenza, 19 giugno
1525.
[481] _Ibidem_, pag. 270, lettera CXXXI, del 23 giugno.
[482] _Ibidem_, pag. 287, lettera CXXXIX, del 26 luglio.
[483] _Opere_, vol. VIII, pag. 167, lettera LVII. È bene conoscere
questa medicina, che al Machiavelli, com'esso scrive, sgravava lo
stomaco e la testa, perchè s'è da alcuni preteso che l'averne abusato
fosse poi stato causa della sua morte. Egli inviava al Guicciardini
venticinque pillole con la ricetta. Eccola:
Aloe patico dram. 1 1/2
Carman. deos » 1
Mirra eletta » 0 1/2
Bettonica » 0 1/2
Pimpinella » 0 1/2
Bolo armenico » 0 1/2
L'Artaud, che si prese la cura di farla esaminare e far comporre le
pillole, trovò che sono innocentissime e valgono solo ad aiutare la
digestione. Il Machiavelli soleva appena prenderne due per volta. Le
parole _Carman. deos._, che troviamo nelle stampe, non avrebbero però
alcun significato. Son forse un errore invece di _Cardam. Dios._,
_Cardamomum Dioscoridis_. L'aloe è la sola medicina di qualche
efficacia, e potrebbe recar danno in alcuni casi, quando però fosse
presa in gran quantità. Supporre che il Machiavelli morisse per abuso
di queste pillole non è quindi possibile. Vedasi ARTAUD, _Machiavel,
son génie et ses erreurs_, vol. II, nota alla pag. 200.
[484] _Opere_, vol. VII, pag. 454.
[485] _Opere_, vol. VII, pag. 450-55; _Opere_ (P. M.), vol. VI, pagine
220-224.
[486] _Ibidem_, vol. VIII, pag. 171, lettera LVIII, da Firenze, 6
settembre 1525.
[487] Era la voce, alla quale abbiamo altrove già accennato, la quale
pretendeva, che suo padre fosse bastardo e che ciò dovesse impedire a
lui d'essere eletto agli uffici. E forse questa fu anche la ragione che
fece credere al Ranke, che il Machiavelli non era cittadino.
[488] Lettera del 15 settembre 1525. _Carte del Machiavelli_, cassetta
V, n. 12. _Appendice_, doc. XVII.
[489] _Opere_, vol. VIII, pag. 174, lettera LIX, senza data.
[490] Ne parlano il Varchi (vol. II, pag. 332) e l'Ammirato (vol. VI,
pag. 150).
[491] È la lettera già altrove citata, del 14 agosto 1525. Vedila in
_Appendice_, doc. I.
[492] _Opere_, vol. VIII, pag. 174, lettera LIX. Le canzonette di cui
qui si parla, non si trovano in fatti nelle antiche edizioni, ma furono
pubblicate assai più tardi. Due di esse, quelle cioè alla fine del I
e del III atto, sono le stesse che si leggono alla fine del I e del IV
atto della _Clizia_.
[493] Cioè, tutti gli altri nostri principi, aspettando inerti,
finiranno allo stesso modo.
[494]
Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso
E nel Vicario suo Cristo esser catto.
(DANTE, _Purg._, XX, 86, 87).
Qui si allude, com'è noto, alla prigionia di Bonifazio VIII. Ciò che
a questo Papa fecero allora i Colonna in Anagni (_Alagna_), ricorda
davvero la condotta che più tardi essi tennero, come vedremo fra poco,
verso Clemente VII in Roma.
[495] _Opere_, vol. VIII, pag. 177, lettera LX, senza data, ma scritta
alla fine del novembre o ai primi del dicembre 1525.
[496] _Ibidem_, pag. 181, lettera LXI.
[497] _Ibidem_, pag. 183, lettera LXII.
[498] VASARI, _Vita dei Pittori_, edizione Le Monnier, vol. XI, pag.
204; nella _Vita di Aristotele da San Gallo_, e vol. XII, pag. 16;
_Vita di Giovan Francesco Rustici_.
[499] In una sua lettera al Machiavelli, scritta in data di Modena,
22 febbraio 1525 (1526) e pubblicata nelle _Opere_ (P. M.), vol. I,
pag. XCI, si rallegrava con lui, gli faceva mostra di grande affetto,
e lo chiamava _Carissimo et come fratello honorando_. In un'altra,
scritta a Francesco del Nero, il 1º di marzo dello stesso anno, si
dimostrava invece assai scandalezzato delle feste cui s'era abbandonato
il Machiavelli, e lo biasimava. Vedi _Appendice_, documento XVIII. Il
Nerli era Governatore a Modena, e dal suo copia-lettere, che trovasi
in quell'Archivio, si vede che, scrivendo ufficialmente, datava le
sue lettere, secondo lo stile comune, che era allora seguìto in tutta
l'Emilia, cominciando cioè l'anno dal 1º gennaio. Noi credemmo perciò
che così avesse fatto anche nella lettera qui sopra citata. Ma questa
è privata, scritta da un Fiorentino ad un altro Fiorentino, e segue
quindi lo stile della loro città, _ab incarnatione_ (25 marzo), come
aveva giustamente notato il Passerini.
[500] Vedi la lettera di Giovanni Mannelli al Machiavelli in data
di Venezia, 28 febbraio 1525 (1526) nelle _Opere_ (P. M.), vol. I,
pag. XC. Anche in questa lettera si segue lo stile fiorentino, e ne
abbiamo la conferma nei _Diarî_ di MARIN SANUTO, il quale dice che il
5 febbraio 1525 (cioè 1526, giacchè a Venezia l'anno cominciava il 1º
marzo): «Fo etiam fato una comedia a S. Aponal, in chà Moresini.... et
fo una de Plauto di _do Fratelli_, non molto bella, la quel compète
a hore 4 de note.» V. i _Diarî_ a stampa, vol. XL, col. 785. E qui
dobbiamo aggiungere che la recita della _Mandragola_, la quale, a
pag. 149 di questo volume, ponemmo il 13 febbraio 1523, ebbe, secondo
il Sanuto, realmente luogo in quel giorno, «a li Crosechieri,» ma
nell'anno 1521, stile veneto, che risponde al 1522 stile comune (vol.
XXXII, col. 458). «Fo ricitata,» egli dice, «un'altra comedia in
prosa.... di uno certo vechio dotor fiorentino, che havea una moglie et
non potea far fioli etc. Vi fu assaissima gente con intermedi di Zuan
Polo et altri bufoni.» Ma non si potè recitare il quinto atto, «tanto
era il gran numero de le persone.» Lo stesso Sanuto nota poco dopo
(col. 466) che il giorno 16 di quel mese «Fo di novo ai Croseschieri
recitata la comedia dil Fiorentino, non compita l'altro giorno. Io non
vi fui per....»
[501] Il 3 gennaio 1525/6 egli scriveva: «Io verrò in ogni modo,
nè mi può impedire altro che una malattia, che Iddio mi guardi, e
verrò, passato questo mese, ed a quel tempo che voi mi scriverete.»
Aggiungeva che la Barbera era trattenuta da certi innamorati, ma che
egli sperava, non ostante, poterla mandare. _Opere_, vol. VIII, pag.
185, lettera LXIII. Dopo questa lettera vien quella del 15 marzo, in
cui si legge, senza più parlar della commedia: «la Barbera si trova
costì: dove voi gli possiate far piacere, io ve la raccomando, perchè
la mi dà molto più da pensare che l'Imperatore.» Il Guicciardini
era allora già in Roma, come apparisce dalle sue _Opere inedite_. La
Barbera probabilmente era andata colà a fare altre recite ed a cercare
avventure.
[502] Fu pubblicato dal Tommasini, prima in un volume per nozze, poi
nella sua opera sul Machiavelli (II, 824).
[503] _Opere_, vol. VIII, pag. 188 e seg., lettera LXIV, del 15 marzo
1525/26.
[504] _Ibidem_, pag. 193, lettera LXV, di Filippo Strozzi, da Roma,
ultimo di marzo 1526.
[505] _Opere_, vol. VIII, pag. 199, lettera LXVII, a Francesco
Guicciardini, da Firenze, 4 aprile 1526.
[506] _Ibidem_, vol. IV, pag. 459-68. Questa relazione è lodata anche
dal Maggiore Jähns, nell'articolo sul Machiavelli già da noi più volte
citato.
[507] _Opere_, vol. VIII, pag. 201, lettera LXVIII, del 17 maggio 1526.
[508] Nell'Archivio Fiorentino trovansi la minuta autografa, che fu
pubblicata nelle _Opere_, (P. M.), vol. VI, pag. 360, ed un'altra,
poco diversa, d'altra mano. Vi si trova anche la nomina dei Cinque
Procuratori; mancano però i loro Atti, e quindi non si conosce la data
della elezione del Machiavelli. V'è solo un quadernetto con alcune
lettere della cancelleria, le quali vanno sino al 26 febbraio 1527. Le
prime undici sono di mano del Machiavelli, le altre (circa trenta) no.
Vedi _Appendice_, doc. XIX.
[509] _Opere_, vol. VIII, pag. 202, lettera LXVIII.
[510] _Appendice_, doc. XIX. _Opere_, vol. VIII, pag. 197, lettera
LXVI. È una lettera d'ufficio scritta all'ambasciatore fiorentino in
Roma, e trovasi stampata anche nel vol. IV delle stesse _Opere_, pag.
467.
[511] _Opere_, vol. VIII, pag. 203-7, lettere LXX, LXXI, LXXII, del 2
giugno 1526.
[512] Nel più volte citato codice Bargagli trovasi una lettera del 15
gennaio 1526/7, scritta dal podestà di Montespertoli al Machiavelli,
_provisor murorum_, che aveva allora chiesto 25 o 30 uomini per cavare
fossi.
[513] V. nell'_Archivio storico lombardo_, S. III, Anno 23 (1896),
volume V a pag. 245 e segg., le lettere scritte da Francesco
Guicciardini, luogotenente generale del Papa, al Cardinale G. B.
Giberti (luglio 1526). Esse furono però assai scorrettamente pubblicate
dal Sig. G. Bernardi. Il Tommasini, che primo le aveva esaminate
nell'Archivio Vaticano, e ne aveva dato notizia all'Accademia dei
Lincei, le ripubblicò correttamente (Vol. II, Appendice, pag. 1194 e
segg.).
[514] _Luogotenenza generale per il Papa Clemente VII_, parte I,
lettera del 31 luglio 1526, nelle _Opere inedite_, vol. IV, pag. 145.
[515] _Opere_, vol. VIII, pag. 207-215. Lettere LXXIII e LXXIV, scritte
dal Vettori il 5 e 7 agosto 1526. Altre lettere ancora ricevette il
Machiavelli da Firenze al campo, fra le quali, come per tener sempre a
noi presenti le singolari contraddizioni del suo carattere, ne troviamo
una di quel Iacopo Fornaciaio che aveva fatto rappresentare la Clizia
nel suo giardino. Questo Iacopo gli parlava della Barbera, della quale
pare che il Machiavelli s'occupasse anche in momenti come questi,
aggiungendo che essa gli scriverebbe ogni settimana, dimostrando egli
così grande premura per lei. Vedi _Appendice_, documento XX.
Nell'Archivio Fiorentino si trovano, in uno stesso foglio (V. Guasti,
_Carte strozziane_, I, 585) due lettere attribuite al Machiavelli,
non però autografe. La prima, che manca della fine, ed è quindi senza
firma e senza data, fu pubblicata nelle _Opere_, vol. VII, p. 215,
e ripubblicate da altri, anche dal Tommasini che la riscontrò sul
codice. L'altra lettera invece manca del principio, non della fine.
Ha la data 3 luglio 1526, e fu pubblicata la prima volta nella già
citata _Miscellanea_ del Corazzini (Firenze, 1853), e poi nell'edizione
delle _Opere_ colla data di Firenze, Usigli, 1857. Danno anche notizie
importanti sull'andamento della guerra.
[516] Copialettere di R. Acciaiuoli e c. 122^t. Si trova nella
Biblioteca di Parma, e potemmo esaminarlo per cortesia del
bibliotecario E. Alvisi, che ce ne dette notizia. Esso ha molta
importanza pel tempo cui si riferisce, e perchè dà compimento alla
_Legazione di R. Acciaiuoli_, pubblicata dal DESJARDINS. Ne diamo
qualche saggio in Appendice, doc. XXI. Altre lettere dello stesso, che
noi non credemmo di pubblicare, furono invece pubblicate dal Tommasini
(II, Appendice, pag. 1159 e segg.).
[517] _Opere_, vol. VII, pag. 456. V. la _Istruzione di F. Guicciardini
al Machiavelli_, nelle _Opere inedite_ del GUICCIARDINI, vol. IV, pag.
340, lettera del 9 settembre 1526.
[518] Le due lettere si trovano pubblicate nel vol. XLII dei _Diarî_
del SANUTO. La prima nella col. 616: _Di campo, di Lambrà, del
Proveditor veneto, dì 12, hore 3_. La seconda nella col. 628: _Del
ditto Proveditor, general Pexaro, venuta questa matina, data sotto
Cremona, a dì 13, hore 4._
[519] Il 15 settembre 1526, il GUICCIARDINI incominciava così una sua
lettera a Roberto Acciaiuoli: «Scrissi a V. S. a' 13 del presente; gli
mandai una lettera del Machiavello del campo di Cremona, uno disegno di
quelle trincee, fatto non per mano di Lionardo da Vinci, ecc.» _Opere
inedite_, vol. IV, pag. 367. Dubitai che quel non fosse un errore di
stampa, Leonardo da Vinci essendo morto sin dal 1519: ma così non è,
perchè il _non_ trovasi anche nell'autografo che riscontrai. Forse il
Guicciardini parlava in senso ironico, per dire: un disegno fatto alla
peggio, da tutt'altra mano che quella del gran Leonardo.
[520] _Eneide_, VI, 95. Nelle _Opere inedite_, vol. IV, pag. 395, è
per errore stampato: _audacior oro_. Virgilio dice _audentior ito_, in
qualche manoscritto si legge anche _audacior ito_.
[521] _Opere inedite_, vol. IV, pag. 393 e 397, lettere del 24 e 26
settembre 1526.
[522] _Opere inedite_, vol. IV, lettere del 2 ottobre 1526, pag. 411
e 413; lettera del 19 ottobre, pag. 458; lettera del 7 novembre, pag.
511; lettera del 9 novembre, pag. 520.
[523] Questa relazione è, come _lettera ad un amico_, stampata
nell'epistolario del MACHIAVELLI, _Opere_, vol. VIII, pag. 215-19.
Ma il suo contenuto, la sua forma, e l'essersene, come avvertono gli
editori stessi, trovato l'autografo senza data, senza indirizzo, senza
firma, tra le carte della Segreteria Vecchia di Firenze, ci persuadono
che non è una lettera privata, ma una relazione scritta d'ufficio.
[524] Questa lettera fu pubblicata dal TOMMASINI (II, Appendice, pag.
1245).
[525] _Opere_, vol. VII, pag. 459-61. _Istruzione degli Otto di Pratica
al Machiavelli_.
[526] _Ibidem_, pag. 464, lettera da Modena, 2 dicembre 1526.
[527] _Opere inedite_, vol. V, _Luogotenenza generale_, parte II,
lettere del dicembre 1526, del gennaio e febbraio 1527.
[528] _Opere_, vol. VIII, pag. 231, lettera da Forlì, 16 aprile 1527.
Nell'Archivio di Stato in Modena (_Registri ducali, partimento I_) si
trova, come già notammo, il copialettere di Filippo de' Nerli, allora
governatore di Modena per il Papa. In queste lettere si parla spesso
del Machiavelli, e più d'una volta vi trasparisce la poca simpatia
che il Nerli aveva per lui, che qualche volta chiama il Machia. Il
7 ottobre 1525, scrivendo al Guicciardini, dice: «Il Camurana, che
presentò la lettera, harà suplito faccendo intender a Vostra Signoria,
che più stimo un minimo cenno di quella, che quanto havessi potuto
scrivere Alexandro del Caccia, et maxime essendosi mescolata in su la
lettera la auctorità del Machia.» E il 31 ottobre 1526 scriveva allo
stesso: «Al Machiavello si manderà la sua (_lettera_), che V. S. ha
mandata aperta, per la prima istaffetta che passerà, che occorrendomi
scrivere anche a me in compagnia di questa, non voglio che le sua
cantafavole faccino tediare la istaffetta.» Da queste lettere apparisce
che il Machiavelli viaggiava allora infaticabilmente di giorno, di
notte, solo o accompagnato da scorte armate, fra i due eserciti nemici.
[529] _Opere inedite_, vol. V, pag. 203, lettera del 7 febbraio 1527.
[530] _Ibidem_, pag. 217 e 227, lettere del 9 e del 15 febbraio.
[531] _Ibidem_, pag. 203, lettera del 7 febbraio.
[532] _Opere_, vol. VII, pag. 471 e seg.
[533] _Opere inedite_, vol. V, pag. 242 e seg., lettera del 20 febbraio
1527.
[534] Il Morone non era riuscito a pagare tutti i 20,000 ducati
della taglia promessa. Quando fu liberato, doveva darne ancora 6000,
pei quali aveva lasciato in ostaggio suo figlio Antonio. Più tardi,
trovandosi l'esercito imperiale in grandi strettezze, egli potè dare
3000 ducati, per avere i quali dal duca di Ferrara, dovette dargli
in ostaggio il figlio Giovanni. Per questi ed altri servigi da lui
resi agl'Imperiali, il Borbone liberò Antonio, e sciolse il padre
dall'obbligo di dare gli altri 3000 ducati, cui era tenuto secondo
la promessa. Restava però sempre in ostaggio l'altro figlio Giovanni,
per la somma appunto che il Morone voleva ora con inganno cavare dal
Guicciardini. Vedi DANDOLO, _Ricordi_, pag. 226-7; _Opere inedite_,
vol. V, pag. 363, lettera del 26 marzo. Nella _Storia d'Italia_ (volume
IX, lib. XVIII, cap. I, pag. 25) il Guicciardini parla anche di altre
pratiche fatte allora dal Morone con persone della Lega «simulatamente
e con fraude.»
[535] _Opere inedite_, vol. V, pag. 415, lettera del 19 aprile 1527.
[536] _Opere_, vol. VII, pag. 489, lettera da Bologna, 23 marzo 1527.
[537] _Ibidem_, pag. 496, lettera da Bologna, 30 marzo 1527.
[538] _Opere_, vol. VII, pag. 498, lettera da Bologna, 2 aprile 1527.
[539] _Opere_, vol. VIII, pag. 226, lettera LXXX.
[540] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 21. _Appendice_, doc.
XXII.
[541] _Opere inedite_, vol. V, pag. 428, lettera del 29 aprile 1527, da
Firenze.
[542] Una di queste pietre cadde sul Davide di Michelangiolo, e ne
ruppe il braccio sinistro in tre pezzi, che poi furono rimessi.
[543] NARDI, _Storia_, vol. II, pag. 133 e seg.; NERLI, _Commentarî_,
pag. 148; VARCHI, _Storia_, vol. I, pag. 130 e seg.; GUICCIARDINI,
_Storia d'Italia_, vol. IX, lib. XVIII, pag. 41 e seg.; _Opere
inedite_, vol. V, pag. 423 e seg. Nella _Miscellanea fiorentina_ di J.
del Badia, N. 9, pag. 32 e segg., anno 1886, il Fiorini pubblicò _una
lettera di Iacopo Nardi sulla mutazione dello Stato nel 1527_.
[544] _Opere inedite_, vol. IX: _La prigionia di Clemente VII e la
caduta della Repubblica fiorentina_, pag. 10, lettera del 18 maggio
1527. — Per la vita del Guicciardini in questi tempi è utile consultare
l'opera di A. ROSSI, _Francesco Guicciardini e il Governo fiorentino
dal 1527 al 1540_, vol. due: Bologna, Zanichelli, 1896-99. Un nuovo
libro ha pubblicato recentemente anche E. ZANNONI, _La Vita pubblica di
F. Guicciardini_: Bologna, Zanichelli, 1896.
[545] _Opere inedite,_ lettere del 21 e 26 maggio.
[546] NARDI, _Storia di Firenze_, vol. II, pag. 161.
[547] _Opere_, vol. VII, pag. 509.
[548] Ecco le parole del BUSINI: «Dice mess. Piero Carnesecchi,
che venne seco da Roma con una sua sorella, che l'udì molte
volte sospirare, avendo inteso come la Città era libera. Credo
che si dolessi de' modi suoi, perchè in fatti amava la libertà e
straordinarissimamente; ma si doleva avere impacciatosi con papa
Chimenti.» _Lettere_, pag. 84-85 (lettera IX).
[549] Vedi _Appendice_, doc. XXIII. Da esso apparisce come Donato
Giannotti fu nominato segretario solo nell'ottobre del 1527.
[550] MORDENTI, _Diario di Niccolò Machiavelli_: Firenze, 1880, pag.
577.
[551] _Libro dei Morti (della Grascia)_ dal 1457 al 1506, n. 5, a
c. 289^t. Sotto l'anno 1500 si legge: «Messer Bernardo Machiavegli
riposto in Santa Croce, a dì 10 di detto (maggio 1500).» E nel _Libro
dei Morti (o dei Becchini) Medici e Speziali_, n. 249, segnato _G_,
a c. 128, sotto la data 22 giugno 1527: «Niccolò di.... Machiavelli,
a dì 22 riposto in Santa Croce.» Questi due libri sono nell'Archivio
fiorentino.
[552] _Opere_, vol. I, pag. CXXIX.
[553] La lettera manoscritta trovasi nelle _Carte del Machiavelli_
(Cassetta I, n. 84). È indirizzata a Francesco Nelli, ed ha la
sola data dell'anno. Anche il compianto cav. Gherardi, direttore
dell'Archivio fiorentino, dubitò della sua autenticità.
[554] I due testamenti si trovano nelle _Opere_, vol. I, pag.
CXXXIII-VIII e CXXXIX-XLIV.
[555] BUSINI, _Lettere_, Lettera IX, pag. 84-85.
[556] Ecco quello che scrive il Ricci, a pag. 193 del più volte citato
Codice (fra i Mss. rari della Nazionale di Firenze, 5, I, 16).
«Giuliano de' Ricci a chi legge:
«Il Giovio nelli elogii, sotto alla imagine del Machiavello, tassandolo
di maligno et di poco religioso, dice che egli si morì per avere
preso una medicina a sua fantasia, mediante la quale, scherzando
egli pazzamente con la Divinità, si condusse alla morte. Et poichè
io veggo la ricetta di queste pillole tanto da lui celebrate, mi vo
immaginando che in quelli tempi si potesse spargere qualche falso
romore di questa cosa, perchè in verità egli morì cristianamente nel
suo letto, visitato da tutti gli amici, in braccio della moglie et
de' figliuoli, et io che li sono nipote non ho mai inteso dire nè
da madonna Marietta de' Corsini sua moglie, nè da madonna Baccia mia
madre et sua figliola, nè da messer Bernardo et messer Guido et messer
Piero suoi figlioli et miei zii, tal cosa, et la ho per una vanità.
Et la compositione di quelle pillole è tale che non merita di essere
da scrittore maledico et falso, come è il Giovio, fattoci un commento
sopra, che, pigliandole, si voglia scherzare con la religione, o
trattare con esse di farsi immortale, poichè gli ingredienti in essa
sono tutti di droghe et semplici ordinarii et communissimi a tutti
li medici et a tutti gli speziali.» Le parole del Giovio nell'elogio
del Machiavelli sono queste: «Fuit exinde semper inops uti irrisor
et atheos, fatoque functus est, quum accepto temere pharmaco, quo se
adversus morbos praemuniret, vitae suae iocabundus illusisset, paulo
antequam Florentia Caesarianis subacta armis, Mediceos veteres dominos
recipere cogeretur.» È certo però che, avendo il Machiavelli presa
invano la solita medicina, molti credettero, sebbene non vero, che
essa fosse stata la causa del male. Anche la citata lettera attribuita
al figlio Pietro dice infatti: «È morto il dì 22 di questo mese
Niccolò Machiavelli nostro padre di dolori di ventre, cagionati da
un medicamento preso il dì 20.» È notevole poi che nè il Ricci, nè il
Giovio alludano esplicitamente al sogno.
[557] STEFANO BINET di Digione (_Du Salut d'Origène,_ a pag. 359:
Paris, 1629), racconta il sogno, senza citare alcuna autorità. Ecco le
sue parole, riportate dal Bayle (2ª ediz.): «On arrive à ce détestable
poinct d'honneur, où arriva Machiavel sur la fin de sa vie: car il
eut cette illusion peu devant que rendre son esprit. Il vit un tas de
pauvres gens, comme coquins, deschirez, affamez, contrefaits, fort mal
en ordre et en assez petit nombre; on luy dit que c'estoient ceux de
Paradis, desquels il estoit escrit: _Beati pauperes, quoniam ipsorum
est regnum coelorum_. Ceux-ci estans retirez, on fit paroistre un
nombre innombrable de personnages pleins de gravité et de majesté:
on les voyoit comme un Sénat, où on traitoit d'affaires d'Estat, et
fort serieuses: il entrevit Platon, Seneque, Plutarque, Tacite, et
d'autres de cette qualité. Il demanda qui estoient ces messieurs-là si
venerables; on lui dit que c'estoient les damnez, et que c'estoient
des ames reprouvées du Ciel: Sapientia hujus soeculi inimica est
Dei. Cela estant passé, on luy demanda desquels il vouloit estre. Il
respondit qu'il aimoit beaucoup mieux estre en Enfer avec ces grands
esprits, pour deviser avec eux des affaires d'Estat, que d'estre avec
cette vermine de ces belistres qu'on luy avoit fait voir. Et à tant il
mourut, et alla voir comme vont les affaires d'Estat de l'autre monde.»
[558] «Volphius nuper Augustae mortuus, in suis Commentariis in
Tusculanas, quos anno superiore mihi donavit, Machiavellum scelerum,
impietatum et flagitiorum omnium magistrum appellat, ac testatur illum
quodam loco scripsisse: sibi multo optabilius esse post mortem ad
inferos et diabolos detrudi quam in coelum ascendere. Nam hic nullos
reperturum nisi mendiculos et misellos quosdam monachos, heremitas,
apostolos; illic victurum se cum cardinalibus, cum papis, regibus et
principibus.» Epistola Francisci Hotomani, 28 decembre 1580, n. 99 in
Francisci et Joanis Hotomanorum, _Epistolae_: Amstelodami, 1700. Vedi
anche il BALDELLI nel suo _Elogio_ del Machiavelli, nota 16. L'opera
del Volfio, citata dall'Otomano è assai rara. Ne discorre il Blondheim
nella Rivista, _Modern Language Notes_ (Marzo, 1909, pag. 73 e seg.).
Egli osserva che il sogno è ricordato nel Folengo prima della morte del
Machiavelli.
[559] Di ciò parla il RICCI nel suo _Priorista_ (Quartiere S. Spirito
a c. 160). Egli dice, che la cappella trovavasi nella «parete del
muro che guarda verso tramontana, accanto alla porta che dicevasi de'
Guardi.» Racconta poi che un religioso della Chiesa di Santa Croce,
andò dal canonico Niccolò, figlio di Bernardo di Niccolò Machiavelli,
e gli fece sapere come molti non appartenenti alla famiglia, venissero
allora sepolti alla rinfusa, nella cappella de' Machiavelli, il che
non pareva nè decoroso, nè conveniente: sarebbe perciò stato opportuno
porvi riparo, e restaurarla. Ma il canonico rispose: «Deh! lasciateli
fare, perchè mio padre era amico della conversazione, e quanti più
morti andranno a trattenerlo, tanto maggior piacere ne harà.»
[560] Nel _Priorista_, RICCI, Quartiere S. Spirito, a c. 273^t si trova
notato, che Bernardo di Niccolò Machiavelli aveva nel 1581 «più di 70
anni, era quasi vicino alli 80.» Il canonico Niccolò, figlio di questo
Bernardo, morì il 10 giugno 1597 d'una resipola, ed il fratello di lui,
Alessandro, morì pure nel 1597, lasciando Ippolita di nove anni. Così
si estinse la famiglia. Nello stesso anno morì Lorenzino di Lorenzo di
Ristoro Machiavelli. Con lui s'estinse un altro ramo della famiglia. Ne
rimaneva un terzo, che finì anch'esso nel principio del secolo XVIII.
[561] Aia, 1726; Londra (Parigi), 1768; Venezia, 1769; Londra, 1772.
[562] Questa edizione è preceduta da una dotta prefazione di Reginaldo
Tanzini. Gli editori non avevano potuto far uso della biblioteca
Strozzi, nella quale erano altri manoscritti del Machiavelli. Ben
presto però si estinse il ramo degli Strozzi, che li possedeva, ed
il Granduca acquistò i codici più preziosi. Fu poi scoperto nella
Barberiniana di Roma un codice che conteneva altri scritti inediti
del Machiavelli. Si fece perciò nel 1796 una seconda edizione delle
_Opere_, in otto volumi, la quale doveva contenere molte legazioni e
lettere ancora inedite. Ma essa rimase incompiuta, mancandovi appunto
il carteggio diplomatico e privato, e fu condotta con molta fretta,
tanto che nel libro secondo dei _Discorsi_ v'è una lacuna, la quale
va dalla metà del capitolo XXX agli ultimi periodi del XXXIII. Vedi la
prefazione di Francesco Tassi all'edizione delle _Opere_: Italia, 1813
(Firenze, 1826).
[563] Giorgio Nassau Clavering, terzo conte Cowper, nato nel 1738,
si fermò assai giovane a Firenze, e nel 1775 sposò Anna Gore, figlia
d'un gentiluomo inglese del Lincolnshire, assai amata dal Granduca. Ad
eccezione di sir Horace Mann, nessun Inglese fu in Firenze popolare
quanto lord Cowper. Nel 1768 venne nominato accademico della Crusca.
Egli corrispose alle molte prove di benevolenza, con pari affetto a
Firenze, generosamente favorendo opere utili al decoro della Città.
V. REUMONT, _Geschichte Toscana's_: GOTHA, _Perthes_, 1876-7, vol. II,
pagg. 360-1.
[564] _A partu Virgini_s. Allora era stato già abbandonato lo stile
fiorentino, che cominciava l'anno _ab incarnatione_.
[565] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 46.
[566] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 22.
[567] Biblioteca reale di Parma. Autografa.
[568] Questa lettera trovavasi fra i Mss. della biblioteca che fu
già di sir Thomas Phillipps, che poi appartenne al rev. E. Fenwick in
Cheltenham, più tardi andò dispersa. È autografa, ed era segnata col
numero 11,017.
[569] Sebbene di semplici artigiani, la famiglia aveva gli _uffizî_,
cioè i suoi membri potevano occupare gli uffizî politici della
repubblica.
[570] L'autografo di questa lettera trovasi nell'Archivio di Stato in
Firenze, fra le carte dell'acquisto Salari, fatto nel 1874. Essa fu
in parte pubblicata nelle _Opere_, cioè tutto il primo paragrafo sino
a _maraviglia_, ed il secondo periodo del secondo paragrafo da _et
quando_ a _sgratiata_. Nella parte già stampata si trovano però diversi
errori, che abbiamo corretti.
[571] _Carte del Machiavelli_, cassetta I, n. 59. Autografa. Di questa
lettera fu nelle Opere del Machiavelli pubblicata una sola parte, cioè
il secondo paragrafo, da _Come io a quanto te_.
[572] Biblioteca Quiriniana di Brescia. Autografa.
[573] Biblioteca Laurenziana. Cod. Tempi, num. 2 (già 57), a c. 165.
Autografa.
[574] L'originale ha: uiciqco.
[575] Archivio Bargagli.
[576] Forse, Bernardo.
[577] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 14.
[578] Archivio Bargagli. Pubblichiamo questa lettera, che non ha molta
importanza, principalmente perchè ci fa conoscere la commissione a
Genova e lo scopo che ebbe.
[579] Si propone cioè di pagare in quattro anni, un quarto per anno,
e dare robbia invece di danaro. Inoltre, appena ricevuta la robbia, i
creditori dovevano mandare panni garbi o di S. Martino o altri simili,
al prezzo corrente in quell'anno, e per una somma equivalente alla
robbia ricevuta. Si estingueva così un credito, aprendone un altro,
e però la proposta è chiamata un pagamento di sogni, e non viene
accettata.
[580] Qui ed in appresso lacune per essere rotta la carta.
[581] Lasciata in bianco la data.
[582] Archivio Bargagli.
[583] Archivio Bargagli. Pubblichiamo queste due lettere del Bracci,
perchè fanno meglio conoscere lo scopo della commissione a Lucca, e
compiono la serie dei documenti intorno ad essa dati in luce nelle
Opere (P. M).
[584] Lacuna per essere rotta la carta.
[585] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 38.
[586] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 37.
[587] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 42.
[588] Laurenziana, Mes. Ashburnham, 639, c. 154.
[589] Questa lettera, che riproduciamo dallo stesso Ms. Ashb., a
c. 152 e segg., è già data nelle stampe (_Opere_, vol. VIII, pagg.
46-55), secondo una minuta, che si trova nel Codice Ricci, nella
quale mancano la fine, la data e la firma. In questa copia Ashb., che
è del secolo XVII, non sempre correttissima, sono notevoli varianti
così di forma come di sostanza. Il codice Ashb. manca del principio,
che è nelle stampe, da «Io, nel mezzo di tutte le mie felicità» sino
a «me ne scusi la preallegata cagione,» il senso del quale è invece
riferito, succintamente e solo in parte, in fine della lettera che noi
pubblichiamo. Del resto, in questa nuova forma, essa ha tutto l'aspetto
di un documento compiuto; nè le importanti variazioni che vi si
trovano, in confronto dell'altra, che sembra essere la minuta, possono
attribuirsi a errori o a capricci del copista. Laonde io credo di poter
concludere, che il Cod. Ashb. ci dà la lettera quale, rifacendo la
prima minuta, fu spedita dal Machiavelli al Vettori. Questa fu anche
l'opinione dei miei amici, prof. C. Paoli e A. Gherardi, che consultai
in proposito.
Il Tommasini (III, 86 nota 1) pubblicò più tardi le semplici varianti,
che così pose in maggiore evidenza.
[590] Il cod. ha chiaramente m.^ra, ma il senso richiede questa
correzione. M.^re di Gursa è il noto Cardinale Gurgense.
[591] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 111.
[592] _Carte del Machiavelli_, cassetta I, n. 63. Autografo.
[593] In margine si trova notato: — _più volontarii, minore spesa: —
megliore — manco incommodarà al paese_. Ma queste note marginali si
riferiscono più sotto, al periodo che comincia: «Et prima e' dicono che
togliendone meno,» ecc.
[594] In margine: — _di' perchè cagione non sene era ordinate ad
Pistoia._
[595] In margine: — _Come e' si pagavano_.
[596] Sottintendi: _allegano_.
[597] Codice miscellaneo vaticano 5225, a f. 673 e 674. Non sono
autografi, ma, come abbiamo già detto, la scrittura è certo del secolo
XVI, forse della prima metà. Solo il primo dei due sonetti è inedito,
ma il secondo ha notabili varianti, che segniamo in nota. Riproduciamo
fedelmente la grafia del Codice.
[598] Non è facile la interpretazione di questo sonetto, che in
alcuni punti, specialmente nella prima terzina, riesce oscurissimo. Il
Machiavelli scrive al padre Bernardo in villa, che gli aveva mandato
un'oca, e pare anche raccomandato gli altri figli, specialmente uno di
essi, perchè tutti menavano lassù una vita assai stentata.
Costoro, così comincia il sonetto, sono vissuti costà un mese e più, a
noce, fichi, fave e carne secca, talchè sarebbe danno vero e non beffa
(_malitia et non cilecca_) il farvi più lunga dimora.
Come il bue fiesolano assetato guarda Arno all'ingiù (_a l'angúe_), e
per non potervi bere si lecca i mocci, così costoro fanno con l'uova,
che vende la contadina (_la trecca_), col castrone e col bue del
beccaio.
Ma (e qui cresce l'oscurità) perchè non si continui a vivere costà solo
di carne salata (_per non fare afamar le marmegge_: le marmegge sono
vermi che nascono sulla carne salata, ed esse affamerebbero se altri
mangiasse tutta la carne secca, di cui si parla nel secondo verso del
Sonetto), io farò motto a Daniello, il quale forse già legge qualche
raccomandazione mandatagli a favore di mio fratello (_Faren motto
drieto a Daniello, che forse già v'è qualcosa che legge_. Non sappiamo
chi sia questo Daniello, nè è facile indovinare il significato delle
parole: _già v'è qualcosa che legge_. Abbiamo dato una interpretazione
probabile, ma non sicura).
Mangiando poco altro che pane (_pane et coltello_), abbiamo fatto
per la fame visi lunghi come becchi di beccacce (_becchi che paion
d'accegge_), ed appena teniamo gli occhi semiaperti (_a sportello_).
Dite a quel mio fratello, che intanto venga a godersi l'oca che giovedì
avemmo da voi.
Alla fine del gioco poi, messer Bernardo mio, se si va innanzi così,
voi comprerete paperi ed oche, e non ne mangerete.
[599] Il prof. Salvadori, cui dobbiamo questo Sonetto, non potè
interpetrare nel codice la parola _daniello_, il che riuscì poi al
Tommasini (I, 509-10) la cui lezione perciò accettiamo. E così pure nel
quarto verso accettiamo da lui il _sì_ invece di _più_ come lesse il
Salvadori.
[600] Notiamo le varianti della lezione Aiazzi (Vedi vol. II, pag.
203, nota 1 di quest'opera). Verso 2 _fune_: corda. 3 _antre fatighe
mia ui no_: altre miserie mie non vo'. 4 _poi che_: perchè. _e'_: i.
5 _menon_: menan. _questi_: queste. 7 _mai fu_: fu mai. 8 _né lá in_:
né in. _tra_: fra. 9 _quanto è_: come. _piú_: sì. 10 _par proprio_:
proprio par. 11 _tutto_: e tutto. 12 _si scatena_: s'incatena,
_quell'_: l'. _sferra_: disferra. 13 Con batter toppe chiavi, e
chiavistelli. 14 Grida un altro che troppo alto è da terra. 15 _fa_:
fe'. 16 _è_: fu. 17 Cantando sentii dire: per voi s'ora. 18 _uadino_:
vadano, _buon'hora_: malora. 19 _la tua_: vostra. _voglia_: volga.
20 Buon padre, e questi rei lacciuol ne scioglia. Facciamo notare
specialmente la variante _vadino in buon'ora_, invece di vadano in
mal'ora, perchè attenua, senza distruggerla, la cattiva impressione
prodotta in noi dalla lezione Rosini.
[601] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 34. Il Vettori, anche
scrivendo da Roma, seguiva nella data delle sue lettere lo stile
fiorentino.
[602] Questo è il Breve cui accenna il Guicciardini nella sua lettera 6
giugno 1525, ed a cui accenniamo noi a pag. 325. Nella seconda edizione
lo pubblicammo in fine dei documenti, perchè ne avemmo notizia quando
essi erano già stampati. Ci fu comunicato dal Dr. E. Alvisi che lo
credeva inedito, e tale lo credemmo anche noi. Il Tommasini (II, 787),
dopo averne avuto copia direttamente dall'Archivio Vaticano, s'accorse
che era stato già pubblicato dal Balan (_Monumenta saeculi XV_) con
qualche inesattezza e lo ripubblicò più corretto (doc. XXIV, pag.
1150). Lo ripubblichiamo anche noi, perchè ci pare importante. Trovasi
nell'Archivio Vaticano: _Clementi VII Brevia ad Principes per Sadaletum
exarata_.
[603] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 45.
[604] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 12.
[605] L'autografo è nei Mss. Magliabechiani II, 3, 432.
[606] Si trovano in un quaderno (o frammento di quaderno) di sedici
carte, nell'Archivio di Stato in Firenze. Pubblichiamo, salvo
qualche cosa di nessun momento, tutto ciò che è scritto di mano
del Machiavelli, indicando in nota, dove sono brani d'altra mano.
Questi documenti compiono le pubblicazioni degli scritti militari del
Machiavelli, fatte dal Canestrini.
[607] Manca la data del giorno. Qui e nella lettera che segue il
Machiavelli deve essere incorso in errore, scrivendo aprile invece
di maggio. Ciò vien confermato dalla lettera del primo di giugno, e
dalla provvisione pubblicata nelle _Opere_ (P. M.), vol. VI, pag. 360,
che istituiva il magistrato dei Cinque Procuratori delle mura, e fu
vinta nel Consiglio del Cento il 9 maggio 1526. I Procuratori furono
eletti il 19. È possibile che la confusione nelle date sia seguita
perchè essi cominciarono, anche prima della elezione definitiva, ad
esercitare in qualche modo il loro ufficio. Il Tommasini (II, 848,
nota 3) respinge questa ipotesi, perchè dice che il Machiavelli doveva
assai bene conoscere la data, il che è vero. Non è ugualmente vero, che
perciò l'errore avrebbe dovuto essere non una svista, ma una falsità.
Non c'era nessuna ragione al mondo per commettere una falsità. Io
mi sono indotto a supporre una svista, non solamente per le ragioni
che ho addotte; ma anche perchè, nelle moltissime lettere autografe,
d'ufficio, che ho esaminate nell'Archivio fiorentino, ho più di una
volta riscontrato simili sviste del Machiavelli. In sostanza erano
minute di lettere, che poi venivano copiate in forme definitive, e la
svista poteva esser corretta.
[608] Spazio bianco.
[609] Di qui si confermerebbe che la prima e la seconda lettera furono
scritte il 24 maggio, e non il 24 aprile.
[610] Questo verso è d'altra mano. Segue un'altra lettera circolare,
quasi identica alla precedente, scritta dal Machiavelli, in data del 6
giugno, ed indirizzata ai vicari di Certaldo, Scarperia, San Miniato,
San Giovanni e Poppi.
[611] Il principio e la fine di questa lettera sono d'altra mano.
Indicheremo in nota la parte che è scritta dal Machiavelli.
[612] Qui comincia la mano del Machiavelli.
[613] Qui, sino alla fine della lettera, cessa la mano del Machiavelli.
[614] I Capitani di Parte Guelfa.
[615] Qui segue, scritta di mano del Machiavelli, una nota di
18 potesterie col rispettivo numero di uomini (50, 60 o 150) da
richiedersi ad esse con la circolare che pubblichiamo.
[616] Spazio bianco, che doveva essere riempito nelle varie copie di
questa circolare, col numero d'uomini che toccavano a ciascuna delle
potesterie, secondo la nota, cui abbiamo più sopra accennato.
[617] Segue, sempre di mano del Machiavelli, una nota di 24 potesterie
o vicariati, dove bisognava chiedere marraiuoli e stipa; poi una nota
di 31 potesterie, cui doveva essere indirizzata la circolare del 21
gennaio, che diamo qui sotto.
[618] Seguono, sotto la data 26 gennaio, i nomi di tre tavolaccini,
cui si doveva dar patente «ad comandare bestie per levare stipa, a fare
tagliare stipa etc.»
[619] Qui cessa la mano del Machiavelli. Seguono altre lettere ed
ordini simili ai precedenti, non scritti però da lui.
[620] Archivio Bargagli. Questa lettera da me pubblicata nella prima
edizione del terzo volume (1882, doc. XVIII), venne poi dall'Alvisi, al
pari di qualche altro documento, ripubblicata l'anno seguente nella sua
edizione (1883) delle _Lettere familiari_ del Machiavelli. Il Tommasini
(II, 386, nota 2) credette invece che io l'avessi presa dall'Alvisi.
[621] Dal già citato copialettere, che trovasi nel R. Archivio di Parma.
[622] Nato nel 1467, s'era dato alla vita ecclesiastica, che abbandonò
poi per la politica. Ebbe molte ambascerie, specialmente in Francia,
dove, sebbene laico, era adesso nunzio del Papa. I suoi dispacci
venivano diretti a Roma, a Firenze, spesso anche al Guicciardini,
luogotenente del Papa.
[623] A c. 10-10^t.
[624] Arciduca Ferdinando d'Austria.
[625] Gli ambasciatori d'Inghilterra e di Venezia.
[626] A cc. 16^t-18.
[627] Capino da Capo, gentiluomo mantovano, altro inviato del Papa.
[628] A cc. 121-122^t.
[629] In margine è scritto: _Mandato per currieri apposta. Augusti VI_
[630] Il Castello di Milano.
[631] Giovanbattista Sanga, mandatario del Papa a Francesco I.
[632] Sembra un nome convenzionale, per alludere a Clemente VII.
[633] In margine è scritto: _VI Agosto_, come abbiamo più sopra
accennato; e deve esser la vera data, giacchè da un'altra nota
marginale, in alcune parti poco intelligibile, si capisce chiaro che la
lettera fu spedita il VI Agosto.
[634] A cc. 136-137.
[635] In margine: _Augusti 13_.
[636] Tommaso Wolsey cardinale ed arcivescovo di York, noto in Italia
col nome di Eboracense. Nel 1518 ebbe da Leone X le chiese unite di
Bath e Wels. CARDELLA, _Memorie storiche dei Cardinali_, ecc. IV, 10.
[637] A cc. 161^t-162.
[638] In margine è scritto: _Augusti XXIII_.
[639] Chiuda gli occhi, finga di non vedere nè capire.
[640] Luisa di Savoia, madre di Francesco I.
[641] In margine è scritto: «Andarono alli XXVI, dirette al Marchese di
Saluzzo, che le mandassi in campo, a hore X.»
[642] A cc. 185-188.
[643] In margine: _Septembris xi_.
[644] La Principessa Eleonora d'Austria, sorella dell'Imperatore.
[645] Il capitano Renzo da Ceri.
[646] A cc. 206-206^t.
[647] In margine: _Septembris_ 24.
[648] A c. 213^t.
[649] In margine: _Septembris_ 28.
[650] Fiume Sava, che va nel Danubio.
[651] A cc. 219^t-220.
[652] In margine: _Octobris_ III.
[653] V. pag. 345 e nota 1, in questo volume.
[654] A cc. 220-221^t.
[655] In margine è scritto: _Octobris IIII. Portò Pier Porco corriere._
[656] A cc. 237^t-239.
[657] In margine: _Octobris 18, tenuta a_ XX.
[658] L'Acciaiuoli e Messer Paolo d'Arezzo.
[659] Paolo d'Arezzo, mandatario del Papa.
[660] A cc. 204^t-242.
[661] In margine: _Octobris 24_.
[662] Giovanni de' Medici.
[663] Guido Rangone, altro capitano del Papa.
[664] _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 21.
[665] _Archivio di Stato_ in Firenze. _X di Balia. Stanziamenti e
Condotte_ dal 1527 al 1529 (Classe XII, Dist. ii, 79) a c. 5^t.
[666] Ivi a c. 74^t.
[667] Il partito dell'elezione di Francesco Tarugi non si conosce, ma
verisimilmente dovette essere del tenore stesso di quello preso pel
Giannotti; la sua data si rileva dal presente stanziamento di salario.
La nuova Signoria, col gonfaloniere Capponi, entrò in ufficio il primo
di giugno, ed il Tarugi fu segretario per brevissimo tempo.
[668] MARTIN HOBOHM, _Machiavellis Renaissance der Kriegskunst_;
Berlin, Karl Curtius, 1913. I due volumi hanno anche, ciascuno di
essi, un titolo speciale. Il primo: _Machiavellis florentinisches
Staatsheer_; il secondo: _Machiavellis Kriegskunst_.
[669] Nelle _Memorie storiche_ abbiamo trovato lettere o estratti
da lettere di M. A. Niccolini oratore a Milano (1492), di Piero
Guicciardini oratore a Milano (1493), dei Commissarî in Pisa (1494),
di G. B. Ridolfi oratore a Milano (1495), di Antonio dei Pazzi oratore
a Roma (1497), del Becchi oratore a Roma (1496), del Bracci oratore a
Roma (1497). Questi estratti si trovano nel principio del volume I; ma
continuano poi per tutti i quattro volumi. Alcuni sono autografi del
Guicciardini, moltissimi invece copiati d'altra mano.
[670] È nelle _Memorie Storiche_ indicato semplicemente così: _Bartol._
Gherardo Bartolini Salimbeni era cognato del Guicciardini, cui
indirizzò, in forma di lettera, la sua _Cronichetta sopra le ultime
azioni di Lorenzo de' Medici duca d'Urbino_, pubblicata poi nel 1786
dal Padre Ildefonso, nell'Appendice al vol. XXIII delle _Delizie degli
Eruditi toscani_.
[671] Scipio Vegius autore dell'_Ephemerides_, lavoro che si trova
manoscritto nell'Ambrosiana. Nelle _Memorie Storiche_ è indicato
semplicemente così: _Scipio_.
[672] Questo autore, che nelle _Memorie Storiche_ è chiamato _El
Borgia_, deve essere Girolamo Borgia nato in Sirisio di Basilicata,
l'anno 1475. Il signor Camillo Minieri Riccio, nelle sue _Biografie
degli Accademici Alfonsini, detti poi Pontaniani_ (1442-1543),
pubblicate nell'_Italia Reale_, e più tardi in venti esemplari a parte,
lo dice (a pag. 235 e segg.) parente di papa Alessandro VI, intimo di
Giovanni Borgia duca di Gandia. Aggiunge che quando questi fu fatto nel
1497 uccidere dal fratello Cesare, Girolamo Borgia dovette fuggire e
nascondersi, «per essere a lui palesi tutti i segreti del defunto.» Fu
autore di molte opere in verso ed in prosa, fra le quali una _Historia
Aragonensium,_ in venti libri, che «rimase manoscritta, ed andò poi
perduta. La sola prefazione del libro XIX fu salvata e si conservava
da Gio. Vincenzo Meola, come costui lo attesta nella nota XIII, pag.
48 alle lettere di Onorato Fascitelli (Napoli, 1776).» Noi argomentiamo
che questo Girolamo Borgia sia l'autore citato dal Guicciardini, perchè
non ne conosciamo altri dello stesso nome in quel tempo, e perchè le
citazioni e gli estratti che ne abbiamo trovati nelle _Memorie_, si
riferiscono principalmente a fatti seguiti ai Borgia nel Napoletano.
[673] Vedi pagg. 110 e segg. del vol. II di quest'opera.
[674] Vedi la mia prefazione ai _Dispacci di A. Giustinian_; la
recensione che di essi fece G. E. Saltini, con nuovi documenti,
nell'_Archivio Storico Italiano_, terza serie, vol. XXVI, anno 1877: e
specialmente quel che dico nelle già citate pagg. 110 e segg. del vol.
II di quest'opera.
[675] Debbo qui ringraziare il conte Francesco Guicciardini, che assai
gentilmente mi permise di esaminare i manoscritti del suo illustre
antenato. E come ho già altrove ringraziato i miei amici prof. Cesare
Paoli e cav. A. Gherardi (pur troppo ora defunti), così debbo anche
esprimere la mia gratitudine al già Sopraintendente degli Archivi
Toscani, C. Guasti, a T. Gar, e B. Cecchetti Sopraintendenti degli
Archivi Veneti, tutti successivamente scomparsi.