[1] _Niccolò Machiavelli. Die Handschriften, Ausgaben und Übersetzungen
seiner Werke in 16 und 17 Jahrhundert, mit 147 Faksimiles und
zahlreichen Auszugen. Eine kritisch-bibliographische Untersuchung_, von
ADOLF GERBER (Terza parte). Gotha, F. A. Perthes, 1913.
[2] Paris, Mercure de France, 1913.
[3] _Sommario della Storia d'Italia_, nell'_Archivio Stor. It._,
Append., vol. VI, pag. 297.
[4] VETTORI, _Sommario_, pag. 322.
[5] ALBÈRI, _Relazioni degli Ambasciatori veneti_, serie 2ª, vol. III.
_Relazione_ di MARIN GIORGI, pag. 56.
[6] ALBÈRI, _Relazioni_, ecc., vol. cit. _Relazione_ di MARCO MINIO,
pag. 63.
[7] Chiamato poi Palazzo Madama, perchè abitato da Caterina dei Medici,
prima che andasse in Francia. Ora è residenza del Senato italiano.
[8] Riportata nel 1521 a Firenze, fu il nucleo principale della
Laurenziana.
[9] ALBÈRI, _Relazione_ già citata di Marin Giorgi, pag. 52.
[10] ALBÈRI, _Relazione_ citata, pag. 51.
[11] VETTORI, _Sommario_, pag. 322.
[12] ALBÈRI, _Relazione_ citata, pag. 51.
[13] ALBÈRI, _Relazione_ citata, pag. 45. Marin Giorgi scrisse questa
Relazione nel 1517.
[14] ALBÈRI, _Relazione_ già citata, del Giorgi, pag. 51-52.
[15] ALBÈRI, _Relazioni_, già citate, del Giorgi, pag. 52, e di Marco
Minio, pag. 65.
[16] Abbiamo altrove notato (vol. II, pag. 222, nota 1), che il
NITTI, nel libro _Leone X e la sua politica_, cercò con molto acume
di difendere la condotta del Papa dall'accusa d'essere stato guidato
quasi sempre da interessi personali e di famiglia, come è opinione
di molti moderni, e, quello che è più, come fu anche di quasi tutti
i contemporanei. Questi, in fatti, non solo spiegavano sempre con
fini personali la politica di Leone X, ma quando lo volevano indurre
a seguire un qualunque partito, non tralasciavano mai di proporgli
qualche cosa a vantaggio suo personale e dei parenti. Mettendo però
da parte le molte esagerazioni, che il Nitti giustamente corregge,
osserveremo che egli stesso deve concludere col riconoscere come questi
fini personali erano pure così potenti nell'animo del Papa, da non
potere qualche volta egli medesimo avere «chiara consapevolezza,» per
sapere se era veramente guidato da essi o dal bisogno di «assicurare
l'indipendenza della Santa Sede,» come pretendeva. Vedi pag. 63.
[17] ALBÈRI, _Relazioni degli Ambasciatori veneti_, serie 2ª, vol. III.
_Relazione_ di ANTONIO SORIANO, pag. 290.
[18] GREGOROVIUS, _Geschichte der Stadt Rom_, vol. VIII, pag. 23; DE
LEVA, _Storia di Carlo V_, vol. I, pag. 163.
[19] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VI, pag. 31; DE LEVA,
_Storia di Carlo V_, vol. I, pag. 175 e seg.
[20] GUICCIARDINI, vol. cit., pag. 20-31.
[21] VETTORI, _Sommario_, pag. 303.
[22] VETTORI, op. cit., pag. 303.
[23] DE LEVA, _Storia di Carlo V_, vol. I, cap. VI; MIGNET, _Rivalitè
de François I et de Charles-Quint_ (Paris, Didier, 1875), vol. I, cap.
I.
[24] Vedi i _Documenti riguardanti Giuliano de' Medici e il Pontefice
Leone X_, nell'_Arch. stor. it._, Appendice, vol. I, p. 310.
[25] DE LEVA, _Storia di Carlo V_, vol. I, pag. 207; MIGNET,
_Rivalité_, etc., vol. I, pag. 64.
[26] «E si dize questo ezercito fa el, non è per esser contro Franza,
ma per aver mior partido.» Marin Sanuto nel DE LEVA, _Storia_, ecc.,
vol. I, pag. 208, nota. Vedi anche CAPPONI, _Storia della Repubblica
di Firenze_, vol. II, pag. 319 e seg..; FRANCESCO VETTORI, _Sommario_,
pag. 308.
In questo momento Ottaviano Fregoso, doge di Genova, che pur era
amicissimo del Papa, da cui era stato beneficato, s'accordò di nascosto
colla Francia, prima ingannandolo e poi scrivendogli una lunga lettera,
nella quale diceva, che sarebbe a lui stato difficilissimo scusarsi,
scrivendo ad uomini privati od a principi che misurassero le cose
degli Stati secondo i rispetti privati; ma che era perfino superfluo
scusarsi, scrivendo ad un principe savissimo, che sapeva meglio d'ogni
altro quel che era lecito per salvare o anche per accrescere lo Stato.
GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VI, pag. 57.
[27] DE LEVA, _Storia di Carlo V_, vol. I, pag. 214.
[28] ALBÈRI, _Relazione_ già citata del Giorgi, pag. 44-45.
[29] MIGNET, _Rivalité_, etc., vol. I, cap. I.
[30] Ora Porta Romana.
[31] Ne parla fra gli altri la _Cronica_ di LUCA D'ANTONIO DI LUCA
LANDUCCI speziale, che il signor Del Badia dell'Archivio di Stato,
ha pubblicata in Firenze, Sansoni, 1883. Essa contiene una minuta
descrizione delle feste.
[32] VASARI, _Vite_, ecc., ediz. Le Monnier (Vita di Andrea del Sarto),
vol. VIII, pag. 267.
[33] «Erant variae structurae similes illis quae videntur in Urbe Roma,
videlicet obeliscus sicut in Vaticano, columna sicut in Campo Martio,
et huiusmodi usque ad Sanctam Mariam Novellam.» _Diario_ di PARIDE
DE GRASSIS. Questo ed altri brani del _Diario_ furono pubblicati dal
ROSCOE nella sua _Vita di Leone X_.
[34] VASARI, op. cit., vol. VIII, pag. 267.
[35] Si affermò ripetutamente che in queste feste fiorentine fu
rappresentata la _Mandragola_ del Machiavelli dinanzi al Papa. Ma di
ciò non troviamo notizia nei cronisti contemporanei, e, come vedremo,
vi sono documenti che non rendono la cosa credibile.
[36] MIGNET, _Rivalité_, etc., pag. 103-4; GREGOROVIUS, _Geschichte_,
etc., vol. VIII, pag. 192.
[37] GREGOROVIUS, op. cit., vol. VIII, pag. 191.
[38] MIGNET, op. cit., vol. I, pag. 103-4; GREGOROVIUS, op. cit., vol.
VIII, pag. 192; VETTORI, _Sommario_, ecc., pag. 315.
[39] VETTORI, _Sommario_, pag. 319.
[40] CAPPONI, _Storia della Repubblica di Firenze_, vol. II, pag.
324-26; VETTORI, _Sommario_, pag. 319-22.
[41] CREIGHTON, IV, pag. 244 e seg.
[42] GREGOROVIUS, _Geschickte_, etc., vol. VIII, pag. 214; CAPPONI,
_Storia_, ecc., vol. II, pag. 326; M. BROSCH, _Geschichte des Kirchen
Staates_, vol. I, pag. 50. — Il Gregorovius dice che i cardinali eletti
furono 39, ma forse vi unisce gli altri otto, che erano stati creati
prima. Il Vettori dice che i cardinali creati da Leone X, in tutto il
suo pontificato, furono 42, «e trasse danari da parte di quelli che
nominò e da quelli che condannò.» _Sommario_, pag. 339.
[43] VETTORI, _Sommario_, pag. 527.
[44] VETTORI, _Sommario_, pag. 328. Un brano, senza data, di lettera
del Machiavelli, indicato col numero XV, nel vol. VIII, pag. 39,
delle _Opere_, dice che Lorenzo aveva empito di grande speranza tutta
la Città, lodandone perciò altamente i modi civili e le altre buone
qualità.
[45] GUICCIARDINI, _Opere inedite_, vol. II, pag. 325; MACHIAVELLI,
_Opere_, vol. IV, pag. 105; CAPPONI, _Storia_, ecc., vol. II, pag. 328.
[46] CAPPONI, _Storia_, ecc., vol. II, pag. 329-32. Vedi anche i
documenti da lui pubblicati nell'Appendice allo stesso volume, pag.
535-46.
[47] CAPPONI, _Storia_, ecc., vol. II, pag. 329-32.
[48] VETTORI, _Sommario_, pag. 334-35.
[49] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VI, pag. 216-17.
[50] GUICCIARDINI, op. cit., vol. VII, pag. 5.
[51] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VII, pag. 40-67; VETTORI,
_Sommario_, pag. 334-35; GREGOROVIUS, _Geschichte_, etc., vol. VIII,
pag. 261-65; MIGNET, _Rivalité_, etc., vol. I, pag. 287 e seg.; DE
LEVA, _Storia di Carlo V_, vol. II, cap. II.
[52] VETTORI, _Sommario_, pag. 336-40.
[53] GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, vol. VII, pag. 71.
[54] GREGOROVIUS, _Geschichte_, etc., vol. VIII, pag. 264 e seg.
[55] SETTEMBRINI, _Lezioni di letteratura italiana_ (1ª edizione),
vol. II, pagine 36-37; TIRABOSCHI, _Storia della letteratura italiana_
(Firenze, 1812), tomo VII, pag. 15-17. Vedi in fine del volume stesso:
FR. ARSILLI SENOGALLIENSIS, _De Poetis urbanis ad Paulum Jovium_.
[56] REUMONT, _Geschichte der Stadt Rom_, vol. III, parte II, pag.
131-32.
[57] ALBÈRI, _Relazione_ già citata di Marin Giorgi, pag. 56-57. Lo
stesso ripetono altri contemporanei.
[58] REUMONT, _Geschichte der Stadt Rom_, vol. III, pag. 133-34.
La festa è minutamente descritta in una lettera assai nota
dell'ambasciatore di Ferrara. Vedi anche E. MUNTZ, _Raphael, sa vie,
son œuvre et son temps_, pagine 421-22: Paris, Hachette, 1881.
[59] ARIOSTO, Satira IV, versi 154 e seg. nelle _Opere Minori_ (ediz.
Le Monnier), vol. I, pag. 184 e seg.
[60] Di lui scrisse il Calcagnimi
_Nunc Romam in Roma querit, reperitque Raphael._
_Querere magni hominis, sed reperire Dei est._
[61] Molto si è scritto su di ciò. Vedi E. MUNTZ, _Raphael_, etc.,
cap. XII, pag. 426 e segg.; e R. LANCIANI, _La pianta e i disegni
archeologici di Raffaello Sanzio_, nei _Rendiconti_ dell'Accademia dei
Lincei, seduta del 25 novembre 1894.
[62] GREGOROVIUS, _Geschichte_, etc., vol. VIII, pag. 260-62. Per la
vita di questo papa, oltre le opere ben note del Fabroni, del Roscoe,
del Ranke, del Gregorovius e del Reumont, possono adesso riscontrarsi
anche MUNTZ, _Raphael_; BROSCH, _Geschichte des Kirchen Staates_, che
incomincia il suo primo volume con un breve ragguaglio della vita
di Leone X; CREIGHTON, _History of the Papacy_. vol. V. — PASTOR,
_Geschichte der Päpste seit dem Ausgang des Mittelalters_. Vol. 4.
Freiburg i/B. 1906.
[63] _Opere_, vol. VIII, lettera XLVI.
[64] Questa data si trova nel PASSERINI (_Opere_ (P. M.), vol. I, pag.
L), in molti altri scrittori, ed è confermata nel _Libro III dell'Età_
(a c. 10^t, S. Spirito, gonfalone Nicchio) che è nell'Archivio delle
Tratte in Firenze.
[65] Il Passerini dice 14 dicembre 1514, senza citar documenti. Nel
breve cenno biografico di Piero, che fu scritto dal fratello Guido,
trovasi nelle _Carte del Machiavelli_ (Cassetta V, n. 188) e fu
pubblicato dall'AMICO in fine della sua _Vita di N. Machiavelli_,
si legge, invece, che Piero nacque il 4 settembre 1514, _dum sol
oriebatur_. Questa data è poi confermata dagli epitaffi, che per detto
Piero scrisse il medesimo Guido (Cassetta V, n. 170 e seg.).
[66] Di lui si ha uno scritto indirizzato al Duca Cosimo de' Medici,
_Per cacciare di Toscana Francesi e Spagnuoli, e per istituire una
armata toscana, 1560_. Lo pubblicò il D'Amico dal codice di Giuliano
de' Ricci, in appendice alla sua biografia del Machiavelli, e più
recentemente fu ripubblicato, in Firenze, Bemporad, 1894.
[67] Nella sopra citata cassetta V sono vari altri scritti di Guido:
sermoni, traduzioni, commedie, ecc.
[68] Fu condannato in contumacia, con sentenza degli Otto, il 22
novembre, ad un anno d'esilio, a tre miglia da Firenze, e ad una multa
di 150 lire. Così dice l'Amico, pag. 613. Noi però non abbiamo potuto
ritrovare in Archivio la sentenza originale, non avendone egli dato la
citazione precisa. Dopo tre anni nel 1536, ottenne grazia (Tommasini I,
219).
[69] Trovasi, con un'altra del 22 maggio 1527, nelle _Carte del
Machiavelli_, cassetta V, n. 46 e 22. Vedi _Appendice_, doc. I. Poco
ci deve correre dalla nascita di Bernardo a quella di Lodovico, perchè
si trovano squittinati nello stesso tempo, pel gonfalone del Nicchio.
(Reg. orig. dello squittinio del 1524, a c. 12). Il dì 8 giugno 1517,
il Machiavelli scriveva al nipote Giovanni Vernacci: «Bernardo et
Lodovico si fanno huomini.» Vedi _Appendice_, doc. II.
[70] Queste condanne si trovano anch'esse ricordate dall'Amico a pag.
614. Abbiamo trovato in Archivio solo la prima, in data 11 maggio 1525.
Sta fra i partiti degli Otto (maggio e agosto 1525 a c. 6^t). Lodovico
è in essa condannato in due fiorini d'oro, per aver bastonato un
notaio.
[71] Di questo fatto parlano gli storici dell'assedio.
[72] Questa lettera fu la prima volta pubblicata dal signor INNOCENZO
GIAMPIERI nel volume _Monumenti del Giardino Puccini_ (Pistoia, 1845),
a pag. 288, e poi in una _Strenna Poliantea_ (Firenze, Stamperia
granducale, 1846), a p. 43. Venne anche ripubblicata dall'Amico e
dal Mordenti, ma sempre assai scorrettamente. Tutti vi pongono la
data 1524, a torto interpretando così lo scritto originale, che dice
solo: _a dì_ 24. Si può solo congetturare che sia stata scritta nel
1506. Allora il Machiavelli era nella seconda sua legazione a Roma,
e sebbene, avendo dovuto seguire papa Giulio II, non apparisca che
si fermasse mai in quella città, pure le lettere si mandavano a
Roma, dov'egli era accreditato. Il suo continuo viaggiare allora
spiegherebbe anche la scarsità delle sue lettere alla famiglia, di
che tanto si doleva la Marietta. La bambina, di cui ella scriveva,
era la Bartolommea; il bimbo deve essere Lodovico. Nel 1503, quando
il Machiavelli andò nella prima sua legazione a Roma, non aveva
che un figlio solo. Nè si può supporre che la lettera sia del 1527,
perchè, sebbene allora andasse per qualche giorno presso Roma ed a
Civitavecchia, non ebbe, che si sappia, in quell'anno un figlio, nè la
Bartolommea era una bimba. E per le stesse ragioni non si può neppure
supporre che sia del 1525, quando il Machiavelli fece, come vedremo,
un'altra breve gita a Roma. Diamo in _Appendice_, doc. III, la lettera
nella sua vera forma.
[73] Vedi in _Appendice_, doc. II, la lettera del 4 agosto 1513, il cui
originale è nella Biblioteca reale di Parma. Una copia di essa ci fu
gentilmente mandata da quel bibliotecario, cui ne rendiamo grazie.
[74] Vedi in _Appendice_, doc. II, lettera del 20 aprile 1514, ed
_Opere_, voi. Vili, lettera (17 agosto 1515) XLII, pag. 150.
[75] _Opere_, vol. VIII, pag. 151, lettere (19 novembre 1515, e 15
febbraio 1515), XLIII, XLIV.
[76] Vedi in _Appendice_, doc. II, le lettere del 5 e 25 gennaio 1518.
[77] _Opere_, vol. VIII, lettera XLV, pag. 152.
[78] Vedi _Appendice_, doc. IV. L'originale di questa lettera trovasi
nell'Archivio Bargagli.
[79] Vedi la lettera del 15 aprile 1520, che fu pubblicata la prima
volta dal prof. A. D'ANCONA, ed è la LV, a pag. 1194, nell'edizione
delle _Opere,_ fatta a Firenze, Usigli, 1857. Vedi anche in
_Appendice_, doc. IV, la lettera del Vernacci, in data 8 maggio 1521.
[80] Vedi _Appendice_, doc. V.
[81] Vedi nelle _Curiosità storico-artistiche fiorentine_ del
conte LUIGI PASSERINI (Prima Serie: Firenze, Jouhaud, 1866) quella
intitolata: _Degli Orti Oricellari._ L'autore osserva che il terreno,
su cui fu costruito il palazzo, essendo stato comperato nel 1482, nel
quale anno L. B. Alberti era già morto, non potè questi essere stato,
come fu detto da molti, l'architetto adoperato dal Rucellai.
[82] Pur troppo tutto ciò è ora mutato. Il Palazzo, con una
piccolissima parte degli Orti, fu recentemente venduto alla famiglia
Ginori; ma le collezioni d'arte andarono disperse. Tutto il resto degli
Orti fu venduto ad un appaltatore, e sebbene una parte di essi sia
stata dichiarata monumento nazionale, sul resto gli alberi cadono e si
costruiscono villini.
[83] NARDI, _Storia_, vol. II, pag. 85-6; NERLI, _Commentari_, pag.
138; PASSERINI, _Genealogia della famiglia Rucellai_: Firenze, Cellini,
1861.
[84] Vedi in _Appendice_, doc. VI, una lettera di Luigi Alamanni,
fratello minore di Lodovico più sopra menzionato, al padre, scritta da
Roma con la data 7 gennaio 1518. Essa prova come allora gli Alamanni
fossero tuttavia amicissimi de' Medici.
[85] Morì nel 1522, e BENEDETTO VARCHI ne scrisse la vita, che fa
pubblicata insieme con _i tre libri d'amore_ di F. DA DIACCETO, a
Venezia, Giolito, 1561.
[86] Fra le molte carte del Varchi, che contengono gli abbozzi e gli
spogli da lui fatti per le sue Storie, si trova notato che questo
Diacceto «non apparteneva cosa alcuna a Francesco, perchè originalmente
non erano d'una medesima famiglia. Gli fu bene sempre amicissimo et
scolare, et eziandio, mentre che leggeva greco, l'udiva.» Biblioteca
Nazionale di Firenze, 9, F. 11. Della lezione avuta nello Studio fanno
cenno il Nardi ed altri. Il Nerli ed il Nardi danno parecchie notizie
intorno a quelli che frequentavano allora gli Orti.
[87] Vedi, a questo proposito, il libro di B. MORSOLIN, _G. G. Trissino
o monografia di un letterato del secolo XVI_: Vicenza, 1878.
[88] Archivio fiorentino, Carte Strozzi-Uguccioni, filza 108, a
c. 40^t. Dobbiamo la comunicazione di questa lettera al prof. L.
A. Ferrai, ed a lui ne rendiamo grazie. Filippo Strozzi, amico del
Machiavelli, era stato discepolo di Marcello Adriani, ed era parente
dei Medici, avendo sposato Clarice figlia di Piero di Lorenzo de'
Medici e di Alfonsina Orsini. Questo fatto può forse spiegarci,
come mai il Machiavelli, sin dal 1512, quando non conosceva ancora
personalmente i Medici, avesse loro indirizzato alcuni suoi scritti
(Vedi vol. II, pag. 186 e segg. di quest'opera). E la lettera ad una
signora, che molti supposero indirizzata all'Alfonsina (vol. II,
pag. 186, nota 1), potrebbe forse con maggiore probabilità essere
stata indirizzata a Clarice dei Medici, moglie di Filippo. Quella di
Filippo, qui sopra citata, ha la data di Roma, 17 marzo 1519. Rimane
però incerto se l'indicazione dell'anno sia secondo lo stile romano o
fiorentino.
[89] NARDI, _Storia_, vol. II. pag. 86.
[90] Volume II di quest'opera, pag. 252 e segg.
[91] Il primo di questi discorsi, che è terzo nelle _Opere inedite_
(vol. II, pag. 262 e seg.), porta la data del 27 agosto, e vi si
legge inoltre, di mano del Guicciardini: «In Spagna l'anno 1512, et
ero presso alla fine, quando ebbi nuova che i Medici erano entrati
in Firenze.» Il secondo vien dopo, ed è perciò quarto nelle _Opere
inedite_ (vol. II, pag. 316 e seg.). Sono preceduti da altri due,
che si riferiscono ad avvenimenti del 1495, e possono ritenersi come
esercizî letterari. Di questi il Guicciardini ne scrisse molti, spesso
con intendimento di valersene poi nelle sue Storie, come di fatti
qualche volta fece.
[92] GUICCIARDINI, _Opere inedite_, vol. II, pag. 329.
[93] _Opere inedite_, vol. II, _Discorso quinto_, pag. 325 e segg.
[94] _Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze, fatto ad istanza
di papa Leone X._ Nelle _Opere_, vol. IV, pag. 105 e segg. Sebbene le
stampe dicano che il discorso fu fatto _ad istanza di papa Leone X_,
pure, leggendolo, si vede chiaro che il Machiavelli non fu interrogato
direttamente dal Papa, cui pur lo diresse, ma dal Cardinale.
[95] _Opere_, vol. IV, pag. 112-13.
[96] Questa provvisione trovasi nell'Archivio fiorentino, _Balìe_,
(1512- 26), n. 58; e secondo l'antico ordinamento: Cl. II, dist. 18, n.
19; a c. 157^t. Incomincia dicendo che il Gonfaloniere ed i Signori di
Firenze giudicano essere bene di «provvedere in modo che lo Stato suo
(la repubblica) si habbi lunghissimo tempo a conservare, e da qualunque
insulto, massime repentino, rendere totalmente sicuro. Il che pensano
potere facilmente seguire ogni volta che delle gente sue proprie sia
bene armata et ordinata, et non tenti a ricercare et adoperare l'arme
et gente externe et mercenarie.» Si ristabilisce quindi l'Ordinanza,
deliberando la iscrizione sotto le bandiere di diecimila uomini a piedi
del contado e distretto, ed affidandone la direzione al «magistrato
degli spectabili X di Balìa, et non veghiando tale magistrato, al
magistrato degli spectabili Octo di Pratica.» Questo si diceva, perchè
allora s'era già deliberato di sopprimere i Dieci e sostituirvi gli
Otto di Pratica, che di fatto entrarono in ufficio il 10 giugno di
quell'anno. Le lettere dei Dieci Uniscono a dì 9 di giugno 1514, e i
primi due volumi di quelle degli Otto di Pratica (n. 28 e 29 secondo
la nuova classificazione, e secondo l'antica: Cl. X, dist. 5, n. 49 e
50) hanno questo titolo che è lo stesso in ambedue: «Alter ex libris
litterarum intra Dominium scriptarum per magn.^cos Octoviros Pratice
Reip. Flo.^ne, in ceptus die x^ma iunii MDXIIII, qua die incepit
officium dicti Octoviratus, et est primus magistratus,» ecc. Lorenzo
dei Medici, nipote del Papa, fu di questi primi Otto. I due volumi
citati vanno dal 1514 al 1516, e si compiono a vicenda. La prima
lettera è del 13 giugno 1514. La provvisione sopra citata fu solo in
parte e di mala voglia eseguita; l'Ordinanza venne nel fatto sempre
trascurata dai Medici.
Vogliamo qui ricordare, che anche il GUICCIARDINI, nei discorsi qui
sopra menzionati, parla dell'Ordinanza con lode, e la vuole aumentata e
rafforzata. _Opere inedite_, vol. II, _Discorso terzo_, pag. 264.
[97] _Opere_, vol. IV, pag. 117.
[98] _Opere_, vol. IV, pag. 121-22.
[99] _Discorso terzo_ nelle _Opere inedite_, vol. II, pag. 262 e seg.
[100] Il discorso del Pazzi fu scritto nel 1522 e trovasi pubblicato
nell'_Archivio Stor. It._, vol. I, pag. 420 e seg. L'autore chiama la
forma di governo proposta dal Machiavelli «insolita a quella città e
stravagante» (pag. 429).
[101] In fine del discorso il Machiavelli sembra addirittura rimettere
il Papa alle informazioni che gli darà a voce il Cardinale. Egli dice
in fatti che, se non si provvede a tempo, le condizioni in cui Firenze
si trova, possono da un momento all'altro, esporre i Medici a mille
pericoli inaspettati, e già li tengono fra mille fastidî insopportabili
a qualunque uomo: «Dei quali fastidî vi farà fede la Reverendissima
Signoria del Cardinale, sendo stato in questi mesi passati in Firenze.»
_Opere_, vol. IV, pag. 122. Questa ci sembra un'altra prova che
l'invito venne per mezzo del Cardinale, il quale del resto, anche
secondo gli storici del tempo, fu quegli che interrogò i cittadini,
lasciando intendere che lo faceva d'accordo col Papa.
[102] Più documenti relativi a questo affare si trovano nelle _Carte
del Machiavelli_, Cassetta I, n. 60, e vennero pubblicati nelle _Opere_
(P. M.), vol. VI, pag. 267-276. Essi sono: una petizione dei mercanti
fiorentini alla Signoria di Lucca, senza data; una seconda petizione
degli stessi, con la data.... _Settembre 1520_; un ricordo a Niccolò
Machiavelli, di mano ignota, che lo ragguaglia particolarmente di
tutto l'affare; una _nota di cose che bisogna avere conto e chiarezza
sopra le partite di Michele Ghinigi_: finalmente la deliberazione del
Consiglio generale di Lucca. Tutti questi documenti, salvo il terzo, si
trovano scritti di mano del Machiavelli. Aggiungiamo in _Appendice_,
doc. VII, due lettere di G. B. Bracci, scritte al Machiavelli, in
data del 14 agosto e del 7 settembre 1520, sullo stesso argomento,
perchè compiono la serie dei documenti su questo affare. Alcuni altri
documenti ha ora pubblicati il Tommasini. Vol. II, doc. XV.
[103] _Opere_, vol. IV, pag. 124-133.
[104] Qui si può notare un primo errore, giacchè erano 90 e non 72, e
coi supplenti, cui accenna anche il Machiavelli, formavano un Consiglio
di 120. Così almeno dice lo Statuto del 1446, che era allora sempre in
vigore.
[105] Qui le stampe dicono un _Potestà fiorentino_, ma è certo un
errore, invece di _Potestà forestiero_. Da tutti gli ufficî che
in Lucca si dovevano dare ad un forestiero, erano sempre esclusi i
Fiorentini e i loro sudditi.
[106] Questa lettera fu due volte pubblicata, in due forme diverse,
nelle _Opere_ (P. M.). Nel vol. I, pag. LXXXVIII, la stampa è
abbastanza corretta, tranne la data, _Ex Florentia, ultima iunii
MDXXX_, che è errata. Invece nel vol. VI, a pag. 210, è corretta la
data, _Ex Palatio fiorentino_ (l'originale però dice, _Ex Florentia_)
_ultima iulii MDXX_, ma la lettera poi ha parecchi errori. E così pure
è detto erroneamente, che essa si trova nelle _Carte del Machiavelli_,
cassetta V, n. 51, quando si trova al n. 41, com'è ricordato nel vol.
I.
[107] Diamo in Appendice, doc. VIII, una lettera del 30 luglio, scritta
da Bernardo Machiavelli al padre in Lucca, e nel doc. IX una allo
stesso di Filippo de' Nerli, in data 1º agosto 1520. Diverse altre del
medesimo tempo furono pubblicate nelle _Opere_ (P. M.).
[108] La lettera del Buondelmonti trovasi fra le _Carte del
Machiavelli_, cass. V, n. 43, e fu pubblicata nelle _Opere_ (P. M.).
vol. I, pag. LXXXVII.
[109] _Opere_, vol. II, pag. 413.
[110] _Ibidem_, vol. II, pag. 414.
[111] Per la vita di Castruccio si possono fra gli altri consultare la
biografia latina, scritta da Niccolò Tegrimi, stampata la prima volta a
Mantova per M. Dominicum Rocociolam 1496, ristampata a Parigi nel 1546,
e poi nel 1742 a Lucca insieme con la versione italiana; _Le attioni
di Castruccio Castracane degli Antelminélli, signore di Lucca_, etc.:
Roma, presso gli eredi Gigliucci; PIGNOTTI, _Storia della Toscana_,
libro III, in fine. Il signor F. L. POLIDORI pubblicò un _Esame critico
della vita di Castruccio Castracani_, nella sua edizione delle _Opere
minori_ del Machiavelli (Firenze, Le Monnier, 1852), pag. 33 e segg. In
questo esame egli si fermò principalmente a notare gli errori storici
che si trovano nel lavoro del Machiavelli, cosa cominciata a fare assai
prima anche da altri.
Era stato già da molti osservato, che in questo lavoro del Machiavelli
si trovavano imitazioni dall'antico. Crediamo però che il prof. C.
Triantafillis sia stato il primo a dimostrare come la narrazione fosse
in gran parte imitata dalla _Vita d'Agatocle_, narrata da Diodoro
Siculo. Vedi _Sulla vita di Castruccio Castracani scritta da Niccolò
Machiavelli, ricerche_ di C. TRIANTAFILLIS. Questo lavoro, pubblicato
nell'_Archivio Veneto_, tomo X, parte I, anno 1875, venne poi
ripubblicato in opuscolo a parte: Venezia, tipografia del Commercio,
1875.
[112] Il Menagio, nella Biblioteca del Fabricio, aveva affermato che i
detti memorabili dal Machiavelli attribuiti a Castruccio erano presi
dagli _Apoftegmi_ di Plutarco; ma il prof. Triantafillis ne trovò
undici evidentemente copiati dalla _Vita d'Aristippo_ di Diogene
Laerzio, autore (è bene notarlo) già tradotto dal Traversari nel
secolo XV. Giacomo Leopardi, nei _Pensieri_, vol. VII, p. 310, osserva
che questi _detti_ erano tutti o quasi tutti gli stessissimi «che il
Laerzio, ecc., riferiscono di filosofi antichi, mutati solo i nomi.»
[113] _Discorsi_, libro II, cap. XIII, pag. 222. «Mostra Senofonte,
nella sua vita di Ciro, questa necessità dello ingannare, considerato
che la prima ispedizione che fa fare a Ciro contro il re di Armenia, è
piena di fraude, e come con inganno e non con forza gli fa occupare il
suo regno.»
[114] Vedi la lettera nelle _Opere_ (P. M.), vol. I, pag. LXXXVII.
[115] Nella sua _Genealogia e Storia della famiglia Rucellai_ (Firenze,
Cellini, 1861), il PASSERINI lo dice nato nel 1495, morto circa il
1520. Nelle _Curiosità storico-artistiche_, invece, lo dice, così a
pag. 69, come a pag. 71, morto nel 1519.
[116] _Opere_ (P. M.), vol. I, pag. LXXXVI. Certo le parole _De re
militari_ potrebbero accennare anche al libro di Vegezio, che ha questo
titolo appunto. Ma il menzionarlo insieme con la _Vita di Castruccio_
fa credere che si tratti dell'_Arte della guerra_; nè sarebbe
presumibile, che, per vedere l'opera di Vegezio, il cardinal de' Medici
avesse bisogno di ricorrere al Machiavelli.
[117] Fu qualche volta supposto a torto, che quest'edizione sia
identica a quella del 1529. L'una e l'altra erano nella Palatina e son
ora nella Nazionale di Firenze. Infine della prima si legge: «Impresso
in Firenze per li Heredi di Philippo di Giunta, nelli anni del Signore
MDXXI a dì XVI d'agosto. Leone X pontefice.» Vedi _Il Quarto Centenario
di Niccolò Machiavelli_. Il 21 settembre 1521, il Cardinale Salviati
gli scriveva, ringraziandolo d'avergliene mandata una copia, la prima
che fosse giunta a Roma. Vedi _Appendice_, doc. x.
Il Codice 1451, Cl. VIII, nella Biblioteca Nazionale di Firenze,
contiene lunghi frammenti autografi dell'_Arte della Guerra_. Par
che fossero 183 carte, ma ne mancano parecchie, e quelle che restano
non sono in ordine. Vanno dal n. 7 al 16, dal 97 al 110, dal 113 al
154, dal 161 al 166, dal 169 al 183. La prima carta n. 7, comincia:
«Cosimo. Basterebbe quando io fossi certo, che la occasione.» La carta
176 contiene la fine dell'opera. Le carte dal n. 177 al 183 contengono
le tavole, precedute dall'avvertenza esplicativa al lettore. Seguono
due carte doppie, non numerate, che contengono aggiunte e correzioni
dell'autore. In mezzo a questi frammenti si trova un foglio staccato,
certo del tempo, ma non autografo del Machiavelli, che contiene
l'alfabeto greco con spiegazioni in latino. Sembra che, avendo bisogno,
per indicare la disposizione delle varie parti d'un esercito, di
molti e diversi segni, senza i quali non avrebbe potuto formare le sue
tavole, e non bastandogli le lettere latine, il Machiavelli ricorresse
ad un amico, per avere l'alfabeto greco, che non conosceva abbastanza.
E l'amico gli mandò, scritto di sua mano, l'alfabeto, aggiungendo
spiegazioni sulle vocali, le consonanti, i dittonghi, ecc. Tale almeno
sembra a noi la sola spiegazione plausibile del trovarsi questo foglio,
scritto da un'altra mano, ma dello stesso tempo, tra gli autografi
dell'_Arte della Guerra_, nella quale in fatti l'autore si vale più
volte delle lettere greche.
[118] Due persone vennero più specialmente da noi consultate: una
di queste fu il signor Max Jähns, noto scrittore di cose militari,
maggiore di Stato Maggiore nell'esercito prussiano, autore dell'opera:
_Geschichte des Kriegswesens von der Urzeit bis zur Renaissance_,
il quale aveva già nel 1876 pubblicato un suo discorso intitolato:
_Machiavelli und der Gedanke der allgemeinen Wehrpflicht_ (nella
_Kölnische Zeitung_ dell'agosto 1877, n. 108, 110, 112 e 115). A
lui rivolgemmo, per mezzo del nostro amico prof. Karl Hillebrand,
alcune domande. E la sua cortesia fu grande davvero, giacchè egli ci
rispose amplissimamente con uno scritto intitolato: _Machiavelli als
militärischer Techniker_, pubblicato poi nel n. XIII (24 marzo 1881)
del giornale, _Die Grenzboten für Politik, Literatur und Kunst_,
che si stampa a Lipsia. Noi professiamo qui al dotto e cortese
straniero tutta la nostra più profonda riconoscenza. — Ci rivolgemmo
poi ripetutamente al maggiore di Stato Maggiore (ora generale)
nell'esercito italiano, signor Valentino Chiala; e dare un'idea della
sua cortesia nel rispondere alle continue domande che, durante due
anni, gli facemmo, non è assolutamente possibile. Diremo solo, che
senza i suoi autorevoli, sempre pronti e cortesi consigli, ci saremmo
più volte smarriti nell'esaminar l'_Arte della Guerra_ del Machiavelli.
Per grande fortuna della nostra patria, gli ufficiali dell'esercito
italiano, come è noto a tutti, uniscono alle qualità più virili
dell'animo la più squisita gentilezza e cortesia.
Nel rivolgerci, senza personalmente conoscerli, ai due dotti e cortesi
maggiori di Stato Maggiore, l'uno straniero e l'altro italiano,
non sapevamo punto che erano del pari ammiratori dell'_Arte della
Guerra_ del Machiavelli, e la tenevano in altissima stima, anche
giudicandola come lavoro tecnico e militare. Non avendo il maggiore
Chiala pubblicato le osservazioni, che espose a noi nelle sue lettere,
citeremo alcuni brani di esse, intitolandole: _Osservazioni_ del
maggiore Chiala. Speriamo di non offendere la sua modestia, che in lui
è pari alla dottrina.
[119] Il maggiore Jähns, scrive: «Wenn man diese Sätze liest, so
glaubt man einen Theoretiker aus unsern eignen Tagen zu hören.»
JÄHNS, _Machiavelli als militärischer Techniker_, nel fascicolo più
sopra citato, _Die Grenzboten_, pag. 555. L'autore allude a ciò che
il Machiavelli scrisse della cavalleria nei _Discorsi_ (lib. II, cap.
XVIII; _Opere_, vol. III, pag. 244), e nell'_Arte della Guerra_ (lib.
II; _Opere_, vol. IV, pag. 239).
[120] Nel suo discorso, _Machiavelli und der Gedanke der allgemeinen
Wehrpflicht_, più sopra citato, il maggiore Jähns comincia col
pregare l'uditorio di sospender l'orrore morale che desta il nome del
Machiavelli, giacche «nicht von der sittlichen Haltung des Mannes will
ich reden, sondern ich will ihn bezeichnen als den ersten modernen
Menschen, dem der Gedanke der allgemeinen Wehrpflicht zum Gegenstände
wissenschaftlicher Erwägung wurde.» E poi aggiunge, che il merito
attribuito al Machiavelli come fondatore della scienza politica, gli
si può attribuire del pari nelle cose militari. «Dies gilt auch von den
militär-politischen Ideen Machiavelli's. Sie zeichnen ihn als einen die
Zeitgenossen hoch überragenden Geist, welcher die schweren Gebrechen
des damaligen Kriegswesens erkannte, und die Mittel angab, sie zu
heilen.» Vedi il principio del discorso nella _Kölnische Zeitung_.
[121] _Discorsi_, lib. II, cap. XVII.
[122] Su di ciò il maggiore Chiala insiste molto nelle sue
_Osservazioni_.
[123] Il maggiore Jähns, a proposito del poco conto che il Machiavelli
faceva dell'artiglieria, osserva: «Diese Nichtachtung war nach dem
Erfolge von Ravenna ein Anachronismus.» _Machiavelli als militärischer
Techniker_, nel citato fascicolo del giornale, _Die Grenzboten_, etc.,
pag. 556. Il maggiore Chiala crede che nella battaglia di Ravenna le
artiglierie non avessero fatto ancora gran prova, e sarebbe quindi più
indulgente verso il Machiavelli. Aggiunge però che, dopo la battaglia
di Marignano, l'errore era assai meno scusabile.
[124] Il maggiore Chiala così scriveva: «Leggendo i sette libri
dell'_Arte della Guerra_ non è possibile negare che di tutto ciò che
ha relazione alla parte immutabile dell'arte, il Machiavelli discorre
con tanta lucidezza, con tanta assennatezza, che anche colui il quale
abbia poca conoscenza delle condizioni dell'arte stessa a que' tempi,
è condotto ad ammettere in lui, non soltanto una mente superiore, ma
altresì una pratica non superficiale delle cose della guerra. — Certo
nessuno scrittore solamente teorico ha mai scritto così.» Ed altrove:
«Il libro dell'_Arte della Guerra_ mi sembra davvero un portento, non
solo per que' tempi, ma anche considerato assolutamente.»
[125] Tale è la opinione espressa ripetutamente dal maggior Jähns,
il quale conchiude il suo saggio, _Machiavelli als militärischer
Techniker_, con un pensiero non molto diverso da quello, da noi già
citato, che si trova nel principio della sua lettura sul Machiavelli:
«Alles in Allem genommen, erkennt man, dass Machiavelli, der
durch seine begeisterte Verkündigung des Gedankens der allgemeinen
Wehrpflicht, als ein wahrhaft prophetischer Geist und als einer der
wichtigsten Denker auf dem Gebiete des militärischen Verfassungslebens
erscheint, auch das Wesen der kriegerischen Technik in einer für
seine Zeit ganz ungewöhnlichen Deutlichkeit durchschaute, und es
ist ein neuer, ich möchte sagen, psycologischer Beweis für die nahe
Verwandschaft von Kriegskunst und Staatskunst, dass _der Begründer des
modernen Staatsrecht zugleich der erste moderne militärische Klassiker
ist_.» Prima della pubblicazione di questo scritto, il maggiore
Chiala ripetutamente mi aveva esposto lo stesso concetto, concludendo:
«Come nella parte politica ed organica delle milizie, le vedute del
Machiavelli furono ispirate ai veri principi dell'arte della guerra,
così anche nel campo tecnico per lui più difficile.»
[126] _Opere_, vol. IV, pag. 187.
[127] _Opere_, vol. IV, pag. 196-7.
[128] _Opere_, vol. IV, pag. 202-4.
[129] _Ibidem_, vol. IV, pag. 204.
[130] _Opere_, vol. IV, pag. 209. «Omnes nationes quae vicinae sunt
soli, nimio calore siccatas, amplius quidem sapere, sed minus habere,
sanguinis dicunt, ac propterea constantiam ac fiduciam cominus non
habere pugnandi, quia metuunt vulnera, qui se exiguum sanguinem habere
noverunt. Contra, septentrionales populi remoti a solis ardoribus,
inconsultiores quidem, sed tamen, largo sanguine redundantes, sunt ad
bella promtissimi, etc.» FLAVII VEGETII RENATI COMITIS _De re militari
libri quinque_. Ex recensione Nicolai Schwebelii. Argentorati, ex
typographia Societatis Bipontinae, 1806. Lib. I, cap. II, pag. 5-6.
[131] _Opere_, vol. IV, pag. 209-10.
[132] _Opere_, vol. IV, pag. 218. Ecco le parole di Vegezio: «Sit
ergo adolescens, Martio operi deputandus, vigilantibus oculis, erecta
cervice, lato pectore, humeris musculosis, valentibus brachiis, digitis
longioribus, ventre modicus, exilior cruribus, suris et pedibus non
superflua carne distentis, sed nervorum duritia collectis.» F. Vegetii,
op. cit., lib. I, cap. VI, pag. 9. Anche le parole del Machiavelli,
che, nel brano qui sopra riportato, accennano alle qualità morali
del soldato, sono imitate dallo stesso autore. Qui ed altrove egli lo
ricorda, come sempre, indirettamente, senza mai nominarlo. Nel cap.
VII, Vegezio continua: «Iuventus enim, cui defensio provinciarum,
cui bellorum committenda fortuna est, et genere, si copia suppetat,
et moribus debet excellere. Honestas enim idoneum militem reddit.
Verecundia dum prohibet fugere, facit esse victorem. Quid enim prodest
si exerceatur ignavus? si pluribus stipendiis moretur in castris?
Nunquam exercitus profecit, tempore cuius [belli] in probandis
tironibus claudicarit electio.» È il concetto, e spesso anche son le
parole medesime adoperate dal Machiavelli.
[133] _Opere_, vol. IV, pag. 212-16.
[134] Il concetto politico ed il concetto militare del Machiavelli,
come abbiam detto, s'immedesimano sempre e ne formano uno solo, il
secondo essendo conseguenza logica del primo. L'esercito popolare,
nazionale porta di necessità la preponderanza della fanteria. Anche
le trasformazioni militari sono nella storia conseguenza delle
trasformazioni sociali e politiche. Vedi a questo proposito: L. BLANCH,
_Della scienza militare, considerata ne' suoi rapporti colle altre
scienze e col sistema sociale. Discorsi nove_: Napoli, Porcelli, 1831.
[135] Che, oltre Livio, Cesare ed i soliti autori noti al Machiavelli,
questi si fosse valso nell'_Arte della Guerra_ principalmente di
Vegezio, era stato già da molti osservato. Il primo però, che io
sappia, il quale notò l'uso frequentissimo che, nella stessa opera,
il Machiavelli fece di Frontino, è stato il signor Burd. Dopo il
suo pregevole lavoro, da noi più volte citato, nel quale cercò le
fonti antiche del _Principe_, ne ha fatto un altro simile sull'_Arte
della Guerra: The literary sources of Machiavelli's «Arte della
Guerra» together with some illustrative diagrams_. È uno studio
assai pregevole, nel quale sono messe in luce moltissime imitazioni
da autori greci e latini, che erano rimaste finora inosservate.
Citiamo, fra molte altre, non poche imitazioni da Polibio. In fine
del lavoro sono aggiunte alcune tavole, che danno chiara e precisa
idea dell'ordinamento militare proposto dal Machiavelli, correggendo
le inesattezze che si trovano in quelle stampate nelle edizioni delle
_Opere_. Questo lavoro sarebbe utilissimo anche per una nuova edizione
dell'_Arte della Guerra_. Il signor Burd, con una cortesia, di cui
non sapremmo abbastanza ringraziarlo, volle permetterci di farne uso,
inviandoci dall'Inghilterra il manoscritto. Nel ringraziarlo, noi
facemmo voti che, a benefizio degli studiosi, le sue nuove ricerche
venissero ben presto date alla luce. E più tardi, d'accordo col collega
O. Tommasini, ci riuscì di farle pubblicare, tradotte in italiano, col
titolo, _Le Fonti letterarie di Machiavelli nell'«Arte della Guerra»_,
fra le _Memorie della classe di scienze morali storiche e filologiche_,
vol. IV, Parte I. Seduta del 21 maggio 1896.
[136] _Arte della Guerra_, lib. II, nelle _Opere_, vol. IV, pag. 231.
Qui, si è valso di Polibio, che descrive a lungo la falange greca
(XVIII, 12-16). Nella pagina precedente (230), in cui parla delle armi
dei Romani, si valse di Polibio e forse anche, come suppone il Burd, di
Giuseppe Flavio. È singolare poi, come osserva lo stesso signor Burd,
che mentre il Machiavelli ha certamente preso la descrizione dello
scudo da Polibio, di cui ripete le parole, ponga la spada (_gladius
hispaniensis_) del legionario, non a destra come dice Polibio, e come
usava generalmente, a cagione dello scudo; ma a sinistra, come dice
Giuseppe Flavio (_Bell. Jud._, III, 55), e come i monumenti provano che
usava a suo tempo.
[137] Fra le altre cose, dice di non ricordare che, nella battaglia
di Pydna (168 a. C.) fra L. Emilio Paolo e Perseo, figlio di Filippo
V re di Macedonia, si parli di scudo. Ma da Livio (XLIV, 36-43), che
il Machiavelli ben conosceva, apparisce che coloro i quali portavano
la sarissa, avevano anche uno scudo leggiero, il che vien confermato
da Plutarco (_Aem. Pau._, 16-23), che il Machiavelli pur conosceva. Ed
è però che, come diciamo nel testo, più di un moderno trovò difficile
capire in che modo si potessero adoperare insieme lo scudo e la
lunghissima sarissa.
[138] _Arte della Guerra_, lib. II, pag. 230-39. Le osservazioni sulla
cavalleria, che si trovano a pag. 239, son fra quelle che al maggiore
Jähns sembrano tali, che potrebbero essere scritte da un tattico
moderno.
[139] Se si paragona Vegezio, lib. I, cap. IX-XVIII, pag. 12, 13, 14,
19, con l'_Arte della Guerra_ del Machiavelli, lib. II, pag. 243-45, si
vedrà chiaramente l'imitazione e spesso anche la traduzione.
[140] _Arte della Guerra_, pag. 246.
[141] Il Machiavelli allude generalmente alla legione descritta da
Vegezio (lib. II, cap. VI) ed anche a quella descritta da Polibio, non
a quella di Servio Tullio che, assai più agile e meglio ordinata, non
superava di molto i 3000 fanti.
[142] _Arte della Guerra_, lib. II, pag. 250-1.
[143] _Arte della Guerra_, lib. II, pag. 257.
[144] Questo notano tutti gli storici dell'arte della guerra, e questo
osserva anche LUIGI NAPOLEONE BONAPARTE nella sua opera: _Du présent,
du passé et de l'avenir de l'artillerie_, vol. I, pag. 83.
[145] «Machiavelli nimmt also die Legionartaktik der Römer zum
Vorbilde. Aber trotzdem bleibt auch seine Schlachtordnung mehr auf
die Defensive als auf den Angriff angerichtet; denn selbst dieser
grosse Geist vermag sich nicht ganz frei zu machen von dem Banne
der mittelalterlichen Tradition, welche dem Fussvolke unbedingt
die inferiore Stellung gegenüber der Reiterei zuwies. Er vermag
das römische Vorbild nicht zu erreichen.» JÄHNS, _Machiavelli als
militärischer Techniker_, pag. 554. La medesima contradizione è più
volte notata dal maggiore Chiala.
[146] «Si paragonino» osserva il maggiore Chiala, «le formazioni
del Machiavelli con quelle adottate dagli Svizzeri, e non si durerà
fatica a trovare che le prime vincono immensamente di leggerezza e di
frazionabilità le seconde. Assai primitiva doveva essere l'ordinanza
svizzera, che pur era l'ordinanza classica di quel tempo, per procedere
in grossi quadrati pieni di circa 10,000 uomini l'uno: l'ordinanza del
Machiavelli quanto non è più leggiera, frazionata, mobile!»
[147] «Si potrebbe osservare che, se non fosse intervenuto questo nuovo
elemento delle armi da fuoco, l'arte della guerra si sarebbe svolta in
modo da tendere alla imitazione del modello proposto dal Machiavelli.
— È certo che dalla falange svizzera si sarebbe venuto a poco a poco
a formazioni più leggere, più elastiche, più articolate, sempre più
modellate sul tipo della legione, un _quid simile_ appunto a ciò che
propose il Machiavelli.» _Osservazioni_ del maggiore Chiala.
[148] _Arte della Guerra_. lib. II, pag. 271.
[149] _Arte della Guerra_, lib. II, pag. 273.
[150] _Ibidem_, lib. II, pag. 274.
[151] _Arte della guerra_, lib. III, pag. 280. Qui c'è qualche
confusione ed inesattezza. L'autore non distingue la composizione
della legione quale era ai tempi di Servio Tullio, da quella che più
tardi fu divisa in coorti, e però, come abbiam detto, riunisce in
uno ordinamenti di tempi diversissimi. La prima, divisa in manipoli,
era composta di più di 3000 fanti, cioè 1200 Astati, 1200 Principi
e 800 Triarî, cui s'aggiungevano i Rorari e gli Accensi, di cui il
Machiavelli, non parla. Non è vero che i Principi fossero in numero
minore. È vero però, che erano disposti in modo da poter ricevere gli
Astati, quando questi retrocedevano, e da potere gli uni e gli altri
essere ricevuti dai Triarî, minori di numero, e disposti in ordine
assai più rado. Il Machiavelli qualche volta sembra parlare di questa
legione, qualche altra di quella che trova descritta da Vegezio o da
Livio o da Polibio, senza mai distinguere.
[152] Anche qui è continuamente imitato Vegezio. Si riscontri l'_Arte
della Guerra_, paragonando le pag. 278, 279, 281, 282 e 283 con
VEGEZIO, _De re militari_, ediz. citata, pag. 21, 22, 31, 33, 35, 87,
88, 89.
[153] _Arte della Guerra_, lib. III, pag. 294.
[154] _Arte della Guerra_, lib. III, pag. 293-301.
[155] Si paragoni l'_Arte della Guerra_, pag. 319, 321, 322, 324, 326,
353, 356, con FRONTINO, _Stratagematicon_, II, III, § 17; II, IV, 17;
II, VII, 1, 2, 3, 5; II, X, 1: II, I, 1; I, V, 27, ed I, V, 3; I, V,
16. Anche nel sesto e settimo libro dell'_Arte della Guerra_, continuo
è l'uso che il Machiavelli fa di Frontino. Qualche volta ricorda
senz'altro i fatti citati da Frontino, adoperando quasi le stesse
parole; altra volta invece formula prima regole generali, e si vale
poi, a conferma di esse, degli esempî addotti dallo stesso autore. A
pag. 319 parla dei carri falcati (_falcatae quadrigae_) descritti da
Livio (XXXVII, 41) e da Vegezio (III, 24). Poi dice in quali modi si
può ad essi resistere, adducendo a conferma l'esempio di Silla contro
Archelao, quale si trova in Frontino (II, III, 17). Lo stesso fa in
moltissimi altri simili casi.
[156] _Arte della Guerra_, lib. IV, pag. 314.
[157] _Ibidem_, lib. IV, pag. 316.
[158] _Ibidem_, lib. IV, pag. 332.
[159] _Arte della Guerra_, lib. VI, pag. 360.
[160] _Ibidem_, lib. VI, pag. 380; VEGEZIO, lib. II, cap. IV.
[161] _Arte della Guerra_, lib. VI, pag. 380.
[162] _Arte della Guerra_, lib. VI, pag. 376.
[163] _Ibidem_, lib. VI, pag. 380.
[164] «Kuhn und scharfsinnig sind seine fortificatorischen Ideen.»
Così dice il maggiore Jähns nel più volte citato suo scritto: V. _Die
Grenzboten_, a pag. 556.
[165] «D'après Machiavelli qui dans son _Art de la Guerre_ nous a
donnè des renseignements applicables à une époque un peu antérieure
à celle où il écrit, le mur doit être aussi haut que possible, etc.»
LOUIS NAPOLÉON BONAPARTE, _Du présent, du passé et de l'avenir de
l'artillerie_, vol. II, pag. 106.
[166] _Arte della Guerra_, lib. VII, pag. 398.
[167] NARDI, _Storia di Firenze_, vol. I, pag. 225 e 362.
[168] _Storia d'Italia_, lib. VIII, cap. IV.
[169] Vedi nell'_Appendice_ al vol. II di quest'opera, il doc. VI, a
pag. 520.
[170] _Arte della Guerra_, lib. VII, pag. 394-5.
[171] _Ibidem_, lib. VII, pag. 401.
[172] Ecco come giudica queste idee il maggiore Jähns, in fine dello
scritto sopra citato: «Machiavellis Vorschläge ähneln in mancher
Beziehung denjenigen, welche Dürer zur Verstärkung vorhandener alter
Stadtbefestigungen macht; wahrscheinlich hatten beide ihr Vorbild
in Padua, dessen vergebliche Belagerung im Jahre 1509 durch Kaiser
Maximilian so grosses Aufsehen gemacht hatte; denn diese Stadt war in
einer Weise remparirt, welche der von Machiavelli empfohlenen sehr nahe
kommt. Wie einsichtig und klardenkend übrigens Machiavelli in Dingen
der Befestigunskunst war, lehrt sein Protokoll über die Besichtigung
der Fortificationen von Florenz durch Navarro, und sein Schreiben an
Guicciardini über denselben Gegenstand (1526). Merkwürdig erscheint es,
dass er bereits mit Entschiedenheit die Forderung eines Rayongesetzes
ausspricht und zwar eines viel strengem als es irgend eine neuere
Verordnung gethan hat. — Bis zu einer Meile Entfernung von der Festung
darf weder Manerwerk aufgeführt, noch auch das Feld bestellt werden.»
[173] _Arte della Guerra_, lib. VII, pag. 413-14.
[174] _Ibidem_, lib. VII, pag. 415.
[175] _Arte della Guerra_. lib. VII, pag. 416.
[176] _Arte della Guerra_, lib. VII, pag. 418-19.
[177] _Arte della Guerra_, lib. VII, pag. 419-23.
Avevo già liberato per la stampa questo foglio, quando mi pervenne
notizia della pubblicazione di una nuova opera sul Machiavelli come
scrittore di cose militari. — MARTIN HOBOHM, _Machiavellis Renaissance
der Kriegskunst_: Berlin, Karl Curtius, 1913. Vol. due. — Mi duole
assai di non essere stato in tempo, per poterne tener conto in questo
capitolo.
[178] PREZZINER, _Storia del Pubblico Studio_, ecc., vol. I, pag.
201-2, doc. XII.
[179] È una lettera del Machiavelli al Del Nero, che si trova
nell'Archivio fiorentino, e fu pubblicata la prima volta dal prof.
CORAZZINI nella sua _Miscellanea di cose inedite o rare_, pag. 114:
Firenze, 1853. Venne poi data più compiutamente nelle _Opere_ del
Machiavelli (Firenze, Usigli, 1857) a pag. 1198. La riproduciamo qui
sotto:
«_Spectabilis vir_,
«La sustanza della condotta sia questa. Sia condotto per anni, ecc.,
con salario ogni anno, ecc., con obbligo che debba e sia tenuto
scrivere gli annali ovvero la istoria delle cose fatte dallo Stato
e città di Firenze, da quello tempo gli parrà più conveniente, et in
quella lingua o latina o toscana, che a lui parrà.
«NICHOLAUS MACHIAVELLI.
«_Honorando cognato Francisco del Nero_.»
[180] La deliberazione degli ufficiali fu pubblicata nelle _Opere_ (P.
M.), vol. I, pag. LXXXIX. La riproduciamo qui sotto, aggiungendovi gli
appunti delle prime rate che furono pagate al Machiavelli, le quali si
trovano notate anch'esse nel _Libro degli stipendiati per lo Studio,
dal 1514 al 1521_, che si conserva nell'Archivio fiorentino.
«Die viij mensis novembris M. D. xx. Conduxerunt Niccholaum de
Machiavellis civem florentinum ad serviendum dicto eorum officio,
et inter alia ad componendum annalia et cronacas florent. et alia
faciendum, que et prout dictis dominis officialibus fuerit expediens
pro tempore et termino duorum annorum initiatorum die prima presentis
mensis novembris, uno scilicet firmo, altero vero ad beneplacitum
dictorum dominorum officialium, cum salario quolibet anno florenorum
centum, ad rationem librarum quatuor pro quolibet floreno solvendorum
de quatuor mensibus in quatuor menses cum taxis obligationibus et aliis
consuetis» (a c. 104).
. . . . . . .
«Die xiij junii M. D. xxj» (a c. 144).
. . . . . . .
«Item infrascriptis eourum ministris servientibus tam Florentie
quam Pisis, pro dictis quatuor mensibus initiatis et finitis ut
supra [initiat, die prima mensis novembris proxime preteriti (a c.
144^t-145)].»
. . . . . . .
«Niccholao domini Bernardi de Machiavellis, fi. 33. 6. 8» (a c. 145^t).
. . . . . . .
«Item infrascriptis eorum ministris, etc., c. s., pro dictis quatuor
mensibus initiatis ut supra [die prima mensis martii prox, preteriti (a
c. 145^t)]» (a c. 146^t).
«Niccholao, etc., c. s.»
. . . . . . .
Nell'Archivio pisano, dove andarono poi parecchie carte dello Studio
fiorentino, mancano i _Libri dello Studio_ degli anni 1521-25; ma in un
registro d'entrata e uscita dello stesso, per l'anno 1526, a c. 24^t,
si legge:
«Ad li ministri (_dello Studio fiorentino e pisano_):
«A Francesco Del Nero fior, ottantaquattro di suggello. 84»
«A Niccolò Machiavelli fior, centosettantacinque di suggello 175»
Mancano anche i registri successivi fino al 1544. Queste notizie, le
quali provano che il sussidio fu per più anni continuato, le dobbiamo
al signor Tanfani Centofanti direttore dell'Archivio pisano.
Il Tommasini (App. doc. X, pag. 1069 e segg.) ha pubblicato alcuni
altri documenti, dai quali risulta che poco prima (il 25 giugno 1519)
era stato nominato insegnante a Pisa Agostino Nifo da Sessa, quello
stesso che aveva commesso il plagio del _Principe_, di che abbiamo
parlato nel vol. II (pag. 417 e segg.).
[181] Ciò si argomenta dalla lettera con cui il Machiavelli rispose,
la XLI nelle _Opere_, vol. VIII, pag. 147, la quale è però scritta
in un modo assai poco intelligibile, e fu scorrettamente pubblicata.
Essa incomincia: «Una vostra lettera mi si presenta in pappafico.» Il
che io credo voglia dire: in gergo, quasi in maschera. Il Ricci dice
che la copiò da un originale annotato, quasi indeciferabile, ma non
dice se questo originale era autografo, nè di chi siano le note, che
non valgono certo a rendere più chiaro il testo, essendo più che altro
sentenze generali, cavate dagli scritti del Machiavelli. Vedi le note
riprodotte nel TOMMASINI, I, 632.
[182] Questa lettera è nelle _Opere_ (P. M.), vol. I, pag. LXXXIX.
L'originale trovasi nello _Carte del Machiavelli_, cassetta V, n. 40.
[183] _Opere_, vol. VII, pag. 439-41.
[184] _Opere_ (P. M.), vol. VI, pag. 215-16.
[185] Vedi la lettera del Machiavelli al cardinale dei Medici, nelle
_Opere_, voi. VII, pag. 445-49.
[186] Le parole in corsivo mancano in tutte le edizioni delle _Opere,_
dove sono indicate con puntolini. Una nota avverte che il manoscritto
originale dovette esser venuto in mano di persona timorata, che
cancellò in questa lettera e nella seguente, le parole più licenziose o
poco rispettose alla religione. Esse si ritrovano però nella copia del
Codice Ricci.
[187] _Opere_, vol. VIII, pag. 155-6.
[188] Il Guicciardini mandò in fatti il secondo fante, con una lettera
del 18 maggio 1521, la quale trovasi nelle _Carte del Machiavelli_,
cassetta V, n. 111. Vedi _Appendice_, doc. XI.
[189] _Opere,_ vol. VIII, pag. 156-9, lettera XLIX. Diamo qui sotto
le parole che furono soppresse nelle stampe dove sono indicate con
puntolini.
_predicatore; — _
_insegnassi loro la via d'andare a casa il diavolo; — _
_pazzo che il Ponzo, più versuto_ (furbo) _che fra Girolamo, più
ipocrito che frate Alberto; — _
_tristo: — _
_mantello della religione; — _
_pestando i fanghi di S. Francesco; — _
_scandalo; — _
_alle zoccolate; — _
_questi frati dicono che quando uno è confermato in grazia, il diavolo
non ha più potenzia di tentarlo. Così io non ho paura che questi
frati mi appicchino la ippocrisia, perchè io credo essere assai ben
confermato; — _
_nè credo mai quel che io dico; — _
_fra tante bugie. — _
[190] Allude a ciò che dice PLUTARCO nella _Vita di Lisandro_.
[191] Lettera del 18 maggio 1521, _Opere,_ vol. VIII, pag. 159-61.
[192] BERNI, CASA, ecc., _Opere Burlesche_: Londra, 1723, vol. I, pag.
77.
[193] GREGOROVIUS, _Geschichte_, vol. VIII, pag. 392 e segg.; DE LEVA,
_Storia di Carlo V_, lib. II, cap. 3; RANKE, _Die Römischen Päpste_,
lib. I, cap. III; REUMONT, _Geschichte der Stadt Rom_, lib. VIII, parte
II; CONSTANTIN RITTER VON HÖFLER, _Papst Adrian VI_ (1522- 1523): Wien,
Braumüller, 1880.
[194] NARDI, _Storia_, vol. II, pag. 73-5
[195] NARDI, _Storia di Firenze_, vol. II, pag. 74-75.
[196] Vedi il _Discorso_ dei Pazzi nell'_Arch. stor. it.,_ vol. I, pag.
420 e seg.
[197] Questa seconda proposta di riforma, fatta dal Machiavelli,
fu prima pubblicata da A. D'ANCONA, insieme con un altro scritto
sull'Ordinanza, nel suo opuscolo per nozze Cavalieri-Zabban, 16 ottobre
1872, col titolo: _Due scritture inedite di Niccolò Machiavelli_:
Pisa, Nistri, 1872. La ripubblicò poi l'AMICO nella sua _Vita del
Machiavelli_, pag. 550 e segg. L'originale trovasi nelle _Carte del
Machiavelli_, cassetta I, n. 79.
[198] Questo scritto autografo si trova nelle _Carte del Machiavelli_,
cassetta I, n. 63. Vedi _Appendice_, doc. XII. Ne fu pubblicato
un brano dal signor AMICO nella sua _Vita di N. Machiavelli_, a
pag. 269. Egli lo crede un abbozzo di lettera scritta al cardinal
Soderini, quando fu la prima volta istituita l'Ordinanza. Leggendolo
con attenzione, si vede però che non è una lettera, ma una proposta
indirizzata al cardinal de' Medici, per ricostituire l'Ordinanza.
[199] FILIPPO DE' NERLI, _Commentarî_, pag. 137-8.
[200] NARDI, vol. II, pag. 83-4. Di tutto ciò parla minutamente anche
IACOPO PITTI, nella sua _Storia fiorentina_, lib. II, pag. 122. (_Arch.
stor. it._, vol. I). Dice che era apparecchiata la Provvisione per la
riforma, ed a pag. 124 la riepiloga, dando un sunto di quella stessa
che era stata scritta dal Machiavelli, il che ci conferma che questi ne
aveva ricevuto commissione dal Cardinale.
[201] NARDI, _Storia_, vol. II, pag. 85; CAPPONI, _Storia della
repubblica di Firenze_, vol. II, pag. 336; PITTI, _Storia fiorentina_,
pag. 125.
[202] «Ma non riuscendo l'impresa del signor Renzo..., si trovarono poi
Zanobi e Luigi implicati in quella congiura, senza poterla eseguire,
e dubitando, essendosene troppo allargati, che ella non si scoprisse;
però amendue erano tanto più di quelli che assai sollecitavano il
cardinale de' Medici, perchè si mettessero in esecuzione i disegni
di sopra narrati, e que' vani parlamenti, che andavano attorno per
la nuova riforma del governo, parendo loro, se tale effetto seguiva,
d'assicurarsi de' pericoli che portavano scoprendosi la loro congiura,
la quale male si poteva più mandare ad effetto.» NERLI. _Commentarî_,
pag. 138.
[203] NARDI, _Storia_, vol. II, pag. 89.
[204] Furono pubblicati da Paolo Piccolomini nel _Giornale Storico
della letteratura italiana_, 1902, vol. XXXIX, pag. 327 e segg.
[205] _Et mortuus non posset damnari_, dice la sentenza. Vedi i
_Documenti_ su questa congiura pubblicati nel _Giornale Storico degli
Archivi Toscani_, vol. III, pag. 123 e segg.: Firenze, Vieusseux. La
sentenza relativa a Piero Soderini trovasi a pag. 133-4. Egli morì e
fu sepolto in Roma. Nel coro della chiesa del Carmine a Firenze, che
era stato costruito dalla sua famiglia, si vede un monumento fatto da
Benedetto da Rovezzano, che il Soderini avrebbe, così almeno si dice,
destinato a sè stesso.
[206] A. D'ANCONA, _Origini del teatro italiano_, vol. II, pag. 456
n. ed altrove, 2ª edizione: Torino, Loescher, 1891; A. SOLERTI, _La
rappresentazione della Calandria a Lione nel 1548_, nella _Raccolta di
Studi critici dedicata ad Alessandro d'Ancona_, Torino, Loescher, 1901.
[207] Vedi il prologo della _Calandra_ nel _Teatro italiano antico_,
vol. I, pag. 195-7: Milano, Società tipografica dei Classici italiani.
[208] Vedi A. D'ANCONA, _Origini del teatro in Italia_; RUTH,
_Geschichte der italienischen Poesie_ (Leipzig, 1847, volumi due),
opera che ha vero merito, ed è poco citata, ma spesso saccheggiata;
KARL HILLEBRAND, _Études historiques et littéraires_: Paris, Franck,
1878. Vedi anche _L'imitazione classica nella Commedia italiana del
secolo XVI_, del dott. VINCENZO DE AMICIS, negli _Annali della Scuola
Normale Superiore di Pisa_ (vol. II: Pisa, Nistri, 1873); ARTURO GRAF,
_Studî drammatici_ (Torino, Loescher, 1878), nei quali discorre anche
della _Mandragola_. Molte notizie si trovano nell'opera del KLEIN,
_Geschichte des Drama's_, che nel vol. IV (Leipzig, 1866) comincia a
trattare del teatro italiano. Essa è però così diffusa e confusa, e
(per non parlare della forma stranissima) unisce a notizie utili tanto
materiale eterogeneo, che riesce difficile valersene con profitto.
Vedi anche i due ultimi volumi (Londra, 1881) dell'opera del SYMONDS,
_Renaissance in Italy_.
[209] Vedi Atto I, sc. I. Il comico Alexis scrisse una commedia
intitolata: _Mandragorizomene_, la donna che fa uso della mandragora.
I cinque frammenti che ne restano, non danno però modo di conoscerne il
soggetto e l'intreccio, benchè si veda che trattavasi di fatti amorosi.
Gli antichi ed i moderni han sempre attribuito virtù miracolosa alla
mandragora, che, appunto pel suo potere magico in casi d'amore, era dai
Greci chiamata radice _circea_, e greco è il nome stesso, mandragora.
Apollodoro (lib. III, cap. XV) riferisce una favola, in cui ne è
dimostrata la virtù in casi d'amore, ma essa non ha relazione con la
commedia del Machiavelli, il quale apprese le virtù della mandragora o
mandragola dalle superstizioni popolari, orali e scritte, che correvano
allora e corrono anche oggi fra i popoli latini e germanici.
Il prof. De Gubernatis, prima nella sua _Storia del teatro drammatico
italiano_ (parte IV, cap. I, Milano, Hoepli, 1883) e poi nelle
sue lezioni di letteratura (nel volume che ha per titolo _Niccolò
Machiavelli:_ Frascati, 1907, a pag. 175 e segg.) ha esposto
l'ipotesi che il titolo ed il concetto della _Mandragola_ siano stati
suggeriti dalla _Mandragorizomene_ del comico Alexis, commedia della
quale, lo abbiamo già detto, ci restano solo alcuni frammenti. Come
nella commedia, ora perduta, delle _Maschere_, noi sappiamo, che
il Machiavelli, per consiglio di Marcello Virgilio Adriani, imitò
Aristofane, così nella _Mandragola_, secondo il De Gubernatis, per
consiglio dello stesso Adriani, avrebbe imitato Alexis. Se non che
della imitazione nelle _Maschere_ ci dette esplicita notizia Giuliano
de' Ricci, della imitazione nella _Mandragola_ nessuno degli antichi
parlò mai. Primo a parlarne fu il De Gubernatis, ma la sua ipotesi
non venne, che io sappia, accettata da nessuno; alcuni la respinsero
esplicitamente. Egli fu confortato ad esporla dall'avere trovato nei
Mss. dell'Adriani ricordato il nome dell'Alexis. Ma ciò è troppo poco
per poter dimostrare che l'Adriani conobbe la commedia greca e che ne
parlò al Machiavelli. Il De Gubernatis ha esaminato i pochi frammenti
che ci restano della _Mandragorizomene_ e, sebbene non bastino a dare
un'idea nè del soggetto, nè dell'intreccio, ha creduto di scorgervi
qualche vaga somiglianza con alcuni brani della _Mandragola_. Tutto
questo a noi par troppo poco per trarne qualche conclusione sicura. Non
crediamo provato che il Machiavelli avesse notizia della commedia greca
e che da essa prendesse il titolo della sua _Mandragola_, parola allora
di uso comune in Italia. Questa è la ragione per la quale non possiamo
accettare la ipotesi, con diligenza e persistenza, sostenuta dal prof.
De Gubernatis.
[210] Su quella data si è recentemente disputato dal Borgognoni
(_Domenica letteraria_, anno 1882, n.º 46), dal Medin (_ibid_., n.º
43 e nel _Giornale storico della letteratura italiana_, II) e da U. G.
Mondolfo (nello stesso Giornale, XXIX, pag. 115). Anche G. Mondaini si
è occupato della questione in un suo scritto _Il Machiavelli comico_,
pubblicato nel fasc. LXXXVIII del _Pensiero Italiano_ di Milano (marzo
1898). Egli crede col Medin che la commedia sia stata scritta nel 1513.
Anche il Tommasini, nel vol. II del suo libro, si è molto occupato di
questa questione. In conclusione riman confermato che la _Mandragola_
non può essere stata scritta prima del 1513, nè dopo dell'aprile 1520.
Ma l'anno preciso non risulta chiaramente dimostrato.
[211] ... «in Nicia praesertim comoedia, in qua adeo iucunde vel in
tristibus risum excitavit, ut illi ipsi ex persona scite expressa, in
scaenam inducti cives, quanquam praealte commorderentur, totam inustae
notae iniuriam, civili lenitate pertulerint: actamque Florentiae, ex ea
miri leporis fama, Leo pontifex, instaurato ludo, ut Urbi ea voluptas
communicaretur, cum toto scenae cultu, ipsisque histrionibus Romam
acciverit.» _Elogia doctorum virorum_, authore PAULO JOVIO. LXXVII.
Nicolaus Macciavellus: Antverpiae, apud I. Bellerum, 1557.
[212] Questa lettera trovasi fra le carte del Machiavelli, e fu
pubblicata nelle _Opere_ (P. M.), vol. I, pag. LXXXIX. In essa, fra le
altre cose, il Della Palla scrive da Roma al Machiavelli, che trovò
il Papa molto ben disposto verso di lui, e favorevole a fargli aver
qualche commissione per iscrivere o altro. Questo Battista Della Palla,
ora così nelle buone grazie del Papa, è lo stesso che poi cospirò
contro i Medici.
[213] Un esemplare di questa edizione trovasi nella Marciana di
Venezia, CXXXIII, B 8-48010. Esso non ha data, ma è legato con un'altra
commedia chiamata _Aristippia_, che è del medesimo sesto, caratteri,
carta, divisione delle parole, numerazione, ecc., ed ha la data di
_Roma_ 1524, _nel mese di agosto_. Perciò anche l'edizione della
_Mandragola_ fu dal Gamba e da altri giudicata del 1524. Il titolo è:
_Comedia_ | _facetissima_ | _intitolata_ | _Mandragola_ | _et recitata
in Firenze._ Questa edizione romana fa supporre l'esistenza di qualche
edizione fiorentina più antica. Nella Biblioteca Nazionale di Firenze
trovasi infatti un esemplare di altra edizione antica, in-8, tra i
libri della Magliabechiana (K. 7. 58). Esso è mancante delle carte
1 e 4, ed è descritto nel Catalogo del Fossi (vol. III, col. 105),
il quale, esaminando la carta, in cui si vede un giglio, crede che
l'edizione sia fiorentina. Il Brunet la dice della fine del secolo
XV o dei primi del XVI, e conchiude: «Elle doit être la première de
l'ouvrage.» Del secolo XV, in ogni caso, non può essere.
[214] _Opere_, vol. V, pag. 72. Queste parole dimostrano chiaro, che
egli scriveva, quando era già fuori d'ufficio.
[215] _Opere_, vol. V, pag. 73.
[216] Atto III, scena III.
[217] Atto III, scena XI.
[218] Atto IV, scena I.
[219] Atto IV, scena VI.
[220] MACAULAY'S, _Essays_ (ediz. Tauchnitz), vol. I, pag. 86.
[221] «But old Nicias is the glory of the piece. We cannot call to
mind anything that resembles him. The follies which Molière ridicules
are those of affectation, not those of fatuity. Coxcombs and pedants,
not absolute simpletons are his game. Shakspeare has indeed a vast
assortment of fools; but the precise species of which we speak is not,
if we remember right, to be found there.... Cloten is an arrogant fool,
Osiric a foppish fool, Ajax a savage fool; but Nicias is, as Thersites
says of Patroclus, a fool positive.» MACAULAY, _Essays_, vol. I, pag.
87.
[222] Queste parole non sono piaciute al Tommasini, che domanda: dove è
mai la vivisezione? Il Machiavelli, egli dice, ha fatto «piuttosto una
fotografia di quelle che più scontentano la vanità umana» (II, 402). —
Descrivere una madre che persuade la figlia a commettere l'adulterio,
un frate che bonariamente prima lo incoraggia, dicendo che con esso
s'acquista un'anima a messer Domeneddio, e poi lo benedice, non si può
chiamare fotografia della natura umana, specialmente se si considera
che tutto ciò avviene in mezzo al sorriso e all'indifferenza. Somiglia
piuttosto a quel così detto _verismo_, che della natura umana descrive
un lato solo. Ed è la ragione per la quale ho adoperato la parola
vivisezione, ed ho aggiunto che nell'arte si vuole la realtà intera.
Tutto questo non toglie che in altre parti, sotto altri aspetti, la
commedia resti un capolavoro di verità. Nè in ciò v'è contradizione
alcuna.
[223] Oltre gli autori più sopra menzionati, fa sulla _Mandragola_
alcune giuste osservazioni anche il signor TEODORO MUNDT, nel paragrafo
XIV (_Die Mandragola oder Komödie und Kirche_) del suo libro sul
Machiavelli, da noi già altrove citato.
[224] Come vedremo a suo luogo, parlano di questa recita il VASARI
nelle _Vite dei Pittori_, ed il NERLI in una sua lettera.
[225] Nella prima scena del primo atto, Cleandro dice: «Quando dodici
anni sono, nel 1494.» _Opere_, vol. V, pag. 139.
[226] Questo è anche il giudizio del MACAULAY'S, _Essays_, vol. I, pag.
88.
[227] In fatti la quarta scena del quarto atto è quasi letteralmente
tradotta dalla seconda del terzo della _Casina_. La quinta è in parte
tradotta anch'essa dalla terza del terzo atto della _Casina_, e così
la sesta dalla quarta, la settima dalla quinta. Anche il soliloquio,
nella scena ottava del quarto atto della _Clizia_, è imitato dalla
prima scena dell'atto quarto della _Casina_. Il Machiavelli ha aggiunto
di suo l'intero primo atto, il secondo, salvo l'ultima scena, e le
quattro ultime scene dell'atto quinto. Tutto il resto è, più o meno,
imitato o tradotto da Plauto. Merita di essere qui ricordato un lavoro
di G. TOMBARA, _Intorno alla Clizia di Niccolo Machiavelli_: Rovigo,
1895. L'autore fa un diligente esame della commedia, di ciò che è in
essa d'imitato o di originale. Ma io non so vedervi l'alto concetto
filosofico che egli vi trova, e che, in ogni caso, alla commedia
come commedia, riescirebbe, anche secondo lui, più di danno che di
vantaggio.
[228] Anch'io su di ciò m'ingannai. Fu l'Arlia che, primo, dimostrò
essere il Lasca l'autore della _Commedia_. V. _Una farsa del Lasca
attribuita al Machiavelli_, nel _Bibliofilo_, 1886, pag. 74. Il
Polidori ne aveva già messo in dubbio l'autenticità, senza però addurne
ragioni, aggiungendo anzi non esservi in essa cosa «per la quale non
potesse aggiudicarsi al commediografo fiorentino.» V. anche GENTILE,
_Delle Commedie di A. Grazzini, detto il Lasca_, a pag. 49. Pisa,
Nistri, 1896. Estr. dagli _Annali della Scuola Norm. Sup. di Pisa_,
1896. Questo lavoro, pubblicato, quando già era stampata la seconda
edizione del presente volume, mi pervenne assai tardi, e da esso ebbi
notizia del breve articolo dell'Arlia. Corressi così, come meglio
potei, l'errore, nelle sole copie non ancora messe in vendita.
[229] Il Polidori ricorda che questo Barlacchia o Barlacchi era un
pubblico banditore in Firenze, e suppone (cosa poco probabile) che il
Machiavelli ne assumesse il nome, quasi a dire di se stesso, che nelle
commedie egli era un pubblico banditore dei vizi de' suoi concittadini.
Vedi la citata prefazione alle _Opere Minori_ del MACHIAVELLI, pag.
XIII; la nota in fine della commedia, a pag. 586, e la descrizione
del codice strozziano, a pag. 415 dello stesso volume. Il prof.
Hillebrand, invece, dice che la parola _recensui_ qui significa rividi,
e Barlacchia, secondo lui, vuol dire solo imbecille, tale essendo
infatti l'uso volgare della parola _barlacchio_ o _barbalacchio_,
ed il Machiavelli avrebbe per semplice capriccio assunto un tal nome
(HILLEBRAND, _Études_, etc., pag. 352, nota 1). Ma questa è un'altra
ipotesi. Discorrendo delle feste e rappresentazioni fatte dalla
Compagnia della Cazzuola in Firenze, il VASARI ricorda il Barlacchi
come uno dei piacevoli uomini di quel tempo. _Vite_, ecc., vol. XII,
pag. 16. Il Barlacchia in fatti era uno spirito bizzarro, che fu tra
coloro che recitarono a Lione la _Calandra_ del Bibbiena. Dalle più
recenti ricerche risulta che la _Commedia_ in versi è dello Strozzi.
Il Pintor in un notevole articolo, che citiamo a pag. 170 sostiene
che le parole _Ego Barlacchia recensui_ sono scritte scherzosamente
dal Machiavelli, come per dire che quella Commedia fu recitata dal
Barlacchia, sebbene però non vi sia nessuna prova che la Commedia sia
stata veramente recitata da lui o da altri.
[230] Atto I, scena V.
[231] Atto II, scena V.
[232] «The latter we can scarcely believe to be genuine. Neither its
merits, nor its defects remind us of the reputed author.» MACAULAY'S,
_Essays_, vol. I, pag. 88.
[233] V. nel _Giornale storico della letteratura italiana_, vol.
XXXIX, 1º semestre del 1902, pag. 103, l'articolo del prof. Pintor _Ego
Barlachia recensui_. Egli, ricorda a questo proposito le ricerche di A.
Salza, di P. Terrieri e di V. Rossi, che fu il primo a supporre che la
_Commedia in versi_ fosse dello Strozzi.
[234] Diamo qualche esempio. Panfilo (Atto I, scena V), parlando
di Cremete, che prima gli negava ed ora vuol dargli la figlia, s'è
insospettito e dice: _Aliquid monstri alunt_. Il Machiavelli traduce
alla lettera: _Nutriscono qualche mostro_, il che non si capisce.
Il Cesari traduce assai meglio: _Qualche diavoleria ci deve esser
sotto_. Più oltre si parla di Miside, la quale _laborat e dolore_,
il che vuol dire in quel luogo, che essa ha le doglie del parto, ed
il Machiavelli traduce semplicemente: _la muore di dolore_. Il servo
Davo (Atto II, scena III) consiglia a Panfilo di fingere co' suoi
di voler sempre la ragazza, perchè così avrà modo di continuare lo
sue cattive pratiche. Se invece dichiara di non volerla, essi per
distorlo dalle male pratiche, gli cercheranno un'altra sposa e gliela
troveranno, sebbene egli sia povero, perchè la cercheranno senza dote.
Certo è, così dice Davo, che Cremete non ti darà la sua figlia, e tu
avrai modo di continuar le tue pratiche: _nec tu ea causa minueris_ —
_Haec quae facis_. Il Machiavelli traduce: _Nè tu per questa cagione
ti rimarrai di non fare quello che tu fai_, il che è assai men chiaro
della traduzione del Cesari: _non fia bisogno che voi vi leviate dalla
vostra pratica_. Quanto poi al dire, così continua il servo, che non
ne troveranno altra, perchè nessuno darebbe moglie ad uno che è nella
tua condizione, questo si smentisce facilmente, perchè tuo padre te la
darà povera, piuttosto che lasciarti continuare in una vita contraria
al buon costume. _Nam quod tu speras, propulsabo facile: uxorem his
moribus_ — _Dabit nemo. Inopem inveniet potius quam te corrumpi sinat_.
Il Machiavelli traduce: _E facilmente si confuta quello che tu temi,
perchè nessuno darà moglie a cotesti costumi: ei la darà piuttosto ad
un povero_. Qui c'è inesattezza ed oscurità. Non si capisce facilmente
che cosa significhi: _dar moglie a cotesti costumi_. Le altre parole
non traducono l'originale. Il Cesari traduce: _Imperocchè quanto
alla vostra speranza di dire: nessuno darebbe moglie a un mio pari,
ve la getto a terra con un soffio. Vostro padre ve ne troverebbe una
senza dote, piuttosto che lasciarvi andare a male così_. V'è certo
affettazione, ma anche maggiore chiarezza e precisione.
[235] MORENI, _Annali della tipografia del Torrentino_, pag. 19
(Firenze, Francesco Daddi, 1819), e così pure altri scrittori.
[236] V. _Il Priorista, Quartiere S. Spirito_, a carte 160^t.
[237] «Il suggetto de la commedia è un caso simile alla _Clizia_ del
Machiavelli.» Prologo all'_Errore_.
[238] _Opere_, vol. VII, lettera XLVI, pag. 152.
[239] _Opere_, vol. V, _Asino d'Oro_, cap. IV, pag. 397.
[240] _Asino d'Oro_, cap. V.
[241] Il LA FONTAINE nella sua favola, _Les Compagnons d'Ulysse_, ed il
FÉNÉLON nel suo dialogo, _Ulysse et Gryllus_, hanno del pari imitato
Plutarco, indotti forse dall'esempio del Machiavelli e del Gelli. Nel
La Fontaine non figura il porcello, ma un lupo, un leone, un orso; nel
Fénélon, come nel Machiavelli ed in Plutarco, è il porcello che non
vuol tornare uomo.
[242] BUSINI, _Lettere_, pag. 243.
[243] _Opere_, vol. V, pag. 419.
[244] L'epigramma greco trovasi nell'_Anthologia Planudea_, IV, 275.
L'imitazione di AUSONIO, _In simulacrum Occasionis et Poenitentiae_,
contiene, come ci fu fatto notare dal prof. Piccolomini, alcuni
particolari, che mancano nell'originale e sono nel Machiavelli,
il che mette fuori d'ogni dubbio che questi ha imitato Ausonio.
— La Penitenza, di cui parla il Machiavelli, egli diceva, manca
nell'epigramma greco e trovasi nel latino, che del resto è quasi
tradotto nell'italiano. Il Poliziano aveva già confrontato l'epigramma
greco con quello d'Ausonio, notandone le concordanze e le differenze.
_Miscell._, cap. XLIX, pag. 265, ediz. di Basilea, 1553. Vedi anche
JACOBS, _Anthol_. _Gr_., vol. VIII, pag. 145 e seg.
[245] _Opere_, vol. V, pag. 425.
[246] _Opere_, vol. V, pag. 427.
[247] _Opere_, vol. V, pag. 427-432.
[248] _Opere_, vol. V, pag. 433.
[249] _Opere_, vol. V, pag. 438.
[250] _Opere_, vol. V, pag. 456.
[251] L'epigramma XII, 78, dell'_Anthologia Palatina_.
[252] Recentemente il Tommasini (II, 824) ha pubblicato un nuovo
epigramma del Machiavelli, il quale, come giustamente osserva egli
stesso, non aggiunge nulla alla sua fama poetica.
[253] Diamo in _Appendice_ (doc. XIII) questo sonetto, e quello,
ben noto, a Giuliano de' Medici, _Io ho, Giuliano, in gamba un paio
di geti_, che trovasi nel medesimo codice vaticano, con alcune
varianti che meritano di essere conosciute. Dobbiamo la copia
dell'uno e dell'altro alla cortesia del valente giovane signor Giulio
Salvadori, che li trovò nel vol. III del Codice miscellaneo vaticano
5225, a pag. 673 e pag. 674. Si trovano insieme con molti Capitoli
di Cinquecentisti, fra i quali ve ne sono anche del Machiavelli,
scritti però da mano più recente che i due sonetti, i quali, sono su
carta più rozza e bruna, che si distingue perciò dagli altri fogli
ond'è composto il volume. Dopo aver paragonato la scrittura dei due
sonetti all'autografo del Machiavelli, il signor Salvadori giudicò
che essa vi somiglia assai, ma non è autografa. È però certo, egli
dice, del Cinquecento. Questa fu pure l'opinione del professor Monaci
dell'Università di Roma, quando venne, a mia preghiera, consultato dal
signor Salvadori. Il trovarsi poi nella Vaticana, fra altri scritti del
Machiavelli, una copia così antica del sonetto a Giuliano de' Medici,
ci sembra che venga a convalidare tutto quello che abbiamo già detto
(vol. II, pag. 202 e segg.) su di esso e sulla sua autenticità.
[254] RAJNA, _La data del «Dialogo intorno alla lingua»_ di N.
Machiavelli nei Rendiconti dell'Accad. dei Lincei, seduta del 19 marzo
1893. Lavoro eccellente come sono generalmente tutti quelli del Rajna.
[255] Vedi la più volte citata _Prefazione_ POLIDORI, a pag. XIV e XV.
[256] _Codice Ricci_, Palatino, 815 (già 21, 2, 692), pag. 819.
[257] Al Tommasini (I, pag. 100) non parve possibile che il Machiavelli
fosse autore di questo _Dialogo_, che egli giudicava irreverente verso
Dante, scritto «da pedantuccio uggioso, che con insufficienti ragioni
gli si volle attribuire.» Ma più riesamino la questione, e più io sono
costretto a persistere nel mio primo giudizio, che del resto è stato
recentemente avvalorato da scrittori, che son pure autorevolissimi
nella filologia e nella storia della lingua. Il compianto e benemerito
Gaspary, nella sua bella Storia della letteratura italiana (II,
536) attribuisce il _Dialogo_ al Machiavelli, e lo chiama _höchst
originelle_. Il professore Rajna se ne occupò a lungo, nella _Memoria_
qui sopra citata. In essa egli afferma che il contenuto del _Dialogo_
è «tale davvero da rivelarci una mente così poderosa e originale,
che il pensiero correrebbe al Machiavelli, quand'anche non fossimo
assolutamente costretti a non uscir di Firenze.» La stessa opinione fu,
in modo egualmente esplicito, manifestata dal professore F. D'Ovidio.
[258] Nella prima edizione io credetti possibile supporre che il
_Dialogo _fosse stato scritto anche prima del 1512. Il Gaspary
dimostrò invece che non poteva essere anteriore al 1513, ed il Rajna,
continuando la stessa ricerca, dimostrò con valide ragioni e con logica
stringente, che quasi certamente il _Dialogo_ fu scritto nell'autunno
del 1514; certo non più tardi del 1516, nè prima del 1514.
— Recentemente, nel suo secondo volume (pag. 349 e segg.), il Tommasini
modificò alquanto la sua prima opinione, senza però abbandonarla del
tutto, senza cioè accettare come interamente provata l'autenticità del
_Dialogo_.
[259] _Opere_, vol. V, pag. 3-21.
[260] Le stampe dicono _huis_, ma il cod. Ricci dice _huy_.
[261] Nelle precedenti edizioni io avevo qui, in nota, osservato che
c'era una certa somiglianza tra questo riassumere, per mezzo degli
scrittori antichi, la lingua imbastardita, corrotta, ed il restaurare
le istituzioni corrotte, riconducendole ai loro principii, di che il
Machiavelli parlò spesso ne' suoi scritti politici.
Il sen. Morandi, in un suo recente lavoro, osservò che il Machiavelli,
nel luogo citato, parla di lingue addirittura trasformate (_divenute
un'altra cosa_) come il greco e latino. E trovò che io ero caduto in
un grosso errore, che egli combattè vivacemente. (MORANDI, _Lorenzo
il Magnifico_, _Leonardo da Vinci e la prima grammatica italiana_,
pagg. 105 e segg. Città di Castello, Lapi, 1908). Il Machiavelli,
secondo lui, confutava in anticipazione la dottrina del Bembo, il
quale sosteneva la lingua essere formata dagli scrittori, il che era
contrario alla dottrina sostenuta da lui, che la diceva fiorentina,
ed affermava che essa trovava la sua sorgente nel popolo di Firenze.
Aggiungeva che con quella nota io veniva a dar ragione al Bembo contro
il Machiavelli.
La dottrina del Machiavelli io l'ho esposta nel testo assai
chiaramente, e non ho nulla da mutare. Nè ho inteso in nessun modo
combatterla nella fugace osservazione fatta in una nota. Siccome però
il Morandi ha ragione quando dice che, nel luogo citato, il Machiavelli
accenna a lingue affatto decadute o morte come il greco ed il latino,
così, per non generare equivoco, ho soppresso la nota incriminata.
Mi sia lecito però osservare che, quando si dicesse che ai tempi
del Beccaria e del Filangieri la lingua italiana era infranciosata e
decaduta, e venne coll'aiuto e l'esempio dei buoni scrittori riassunta
e rimessa nella buona via dal Parini, dal Foscolo, da altri, non
direbbe un'eresia e non sarebbe perciò sostenitore della dottrina del
Bembo contro quella del Machiavelli.
[262] Qui c'è qualche divergenza da quello che dice nell'_Arte della
Guerra_ (_Opere_, vol. IV, pag. 282-3), che fu scritta dopo. Ma sarebbe
strano vedere in ciò (come fa il Polidori) un'altra ragione per negare
che il Machiavelli sia autore del _Dialogo_.
[263] Questo modo di ricordar l'Ariosto, come notò il Gaspary, dimostra
che allora non era anche pubblicato l'_Orlando Furioso_, che il
Machiavelli, nel dicembre 1517, aveva letto ed ammirato (Lettera 17
dicembre 1517, a L. Alamanni).
[264] _Opere_, vol. V, pag. 19.
[265] _Opere_, vol. V, pag. 21.
[266] Debbo qui riconoscere che, indotto dall'autorità del Bartoli
e di altri storici della letteratura, anche io detti, nella prima
edizione di quest'opera (vol. I, pag. 123-4), troppa importanza alla
lettera dell'Aretino al Biondo, sulla questione della lingua. Di ciò mi
son dovuto convincere dopo che, per le osservazioni giuste e cortesi
del prof. F. C. Pellegrini, rilessi la lettera dell'Aretino insieme
con quella del Biondo, quasi affatto dimenticata, e recentemente
ripubblicata dal signor Mignini nel _Propugnatore_ di Bologna
(gennaio-aprile 1890). In sostanza i due eruditi discorrono, senza
un criterio filologico determinato, sulle differenze che corrono fra
il latino letterario ed il volgare. L'Aretino, esagerando molto, fa
del volgare una lingua identica all'italiano, e affatto diversa dal
latino letterario. Il Biondo, sebbene esageri, invece, nel voler troppo
attenuare le differenze che pur riconosce fra il latino letterario ed
il latino volgare, è assai più vicino al vero, vedendo nel secondo
una semplice alterazione o corruzione del primo. Egli dà invece
un'eccessiva importanza alle invasioni germaniche nella formazione
della lingua italiana, ma la fa pure, in parte almeno, derivare dal
latino volgare. Il vero è che ambedue discutono non dell'origine
dell'italiano, ma principalmente, anzi quasi esclusivamente, della
differenza che passa fra le due forme del latino. Dal modo però in cui
una tal questione si risolve, deriva naturalmente anche la soluzione
dell'altra. Ma essi non hanno nessun'idea precisa di ciò che forma il
carattere essenziale d'una lingua; e qui appunto si vede assai chiara
la enorme superiorità dell'ingegno divinatore del Machiavelli.
[267] Vedi vol. II, pag. 75 di quest'opera.
[268] _Opere_, vol. V, pag. 36.
[269] Il Codice che contiene l'autografo, è quello più volte citato da
noi, e descritto nell'opuscolo, _Quarto Centenario_, ecc., sotto il
titolo: _Libro degli autografi machiavelliani della Magliabechiana_.
Era indicato fra i Magliabechiani col numero 1451, fra gli Strozziani
col numero 366. Ora è conservato fra i codici più rari e preziosi della
Biblioteca Nazionale di Firenze, e contiene otto diversi manoscritti,
sei dei quali autografi del Machiavelli. Fra questi è la _Descrizione
della peste_, in un quaderno di 16 carte. Nella prima è scritto:
_Epistola fatta per la peste_. E subito dopo: _hanc epistolam agit
laurentius Philippi stroci, cives florentinus, qui colebant plateam
strociorum apud forum, et est multa plurcha, quia fecit illam Cum magna
diligentia et studio temporis et laboris, et ob id laudo illam Cum
amiratione ob elegantiam illius, et doctrinam magniam, ò rem inauditam
et amirabilem, quod est ista, et testor Deum et homines bonos_. —
A tergo della carta 5ª trovasi ripetuto il principio della stessa
dichiarazione, più in breve, ma con un linguaggio non meno strano e
scorretto: _Questa Pistola compose Laurentius Philippi Strozi cives
florentinus, que colebat plateam strocioram apud forum, et est plurca_.
Segue la _Descrizione della peste_, di mano del Machiavelli, preceduta
da una introduzione, pubblicata già dal Polidori e da altri, la quale
è scritta da una terza mano. Dopo la _Descrizione_ si leggono queste
parole, della mano stessa di chi scriveva in così strana latinità:
_Copiata allibro grande nero di Lorenzo alla fine_ (qui seguono alcuni
segni poco intelligibili, che sembrerebbero indicare il numero della
carta), _et così mi disse_. Vedi Opere Minori di N. Machiavelli,
pubblicate da L. E. Polidori, nota alla pag. 415: Firenze, Le Monnier,
1852.
[270] _Opere_, vol. V, pag. 36. Questa è quasi tutta l'introduzione,
quale trovasi nella _Descrizione_ scritta di mano del Machiavelli. Più
lunga e non meno intricata è l'altra, che, come già dissi, si legge
trascritta separatamente, di mano diversa, nello stesso Codice.
[271] _Opere_, vol. V, pag. 46-47. Il prof. L. A. Ferrai osservò
che lo stile della _Vita_ di Filippo Strozzi, scritta dal fratello
Lorenzo, «ha qualche somiglianza con lo stile gonfio e prolisso» della
_Descrizione_ (_Giornale storico della lett. italiana_, vol. I, pag. 12
e seg.).
[272] _Opere_, vol. V, pag. 45.
[273] «Of this last composition, the strongest external evidence would
scarcely induce us to believe him guilty. Nothing was ever written
more detestable in matter and manner. The narrations, the reflections,
the jokes, the lamentations are all the very worst of their respective
kinds.... A foolish school-boy might write such a piece, and, after he
had written it, think it much finer than the incomparable introduction
of the _Decameron_. But that a shrewd statesman, whose earliest
works are characterised by manliness of thought and language, should
at near sixty years of age, descend to such puerility, is utterly
inconceivable.» MACAULAY'S, _Essays_, vol. I, pag. 89. Con tali parole
il Macaulay dimostra un criterio ed un gusto letterario ben più sicuri
di quelli del Leo, il quale si fonda invece sulla _Descrizione della
peste_, per denigrare il carattere morale del Machiavelli: «Wie leicht
Machiavelli mit dem Tode umspringt, und wie er alles, was anderen
schrecklich ist, mit der grössten Anmuth zu verhöhnen weiss sicht
man recht gut aus der satyrischen Erzählung einer fingirten Heirath,
während der Pest im Jahr 1527 in Florenz; es enthält diese Erzählung
zugleich in jeder Zeile Beweise wie Machiavelli zu einer Zeit, wo
ihn überall Unglück umgab, und kaum vier Wochen vor seinem eignem
Tode (also nicht mehr bei jungen Jahren) seine Phantasie noch voll
Bilder weiblicher Schönheit und sinnlicher Verhältnisse zu Weibern
hatte.» Vedi la prefazione più volte citata, dal Leo premessa alla sua
traduzione tedesca delle lettere del Machiavelli, pag. XIV, in nota.
[274] In quest'opera, vol. I, pag. 303 n., e _Appendice_ allo stesso
volume, doc. V, pag. 533 e segg.; vol. II, _Appendice_, doc. XXII, pag.
575 e segg.
[275] _Opere Minori_: Firenze, Le Monnier, 1852, pag. 626.
[276] _Opere_, vol. V, pag. 22 e seg.
[277] Vedi, fra gli altri, INNOCENZIO GIAMPIERI, _Niccolò Machiavelli
e Marietta Corsini_, nel volume intitolato: _Monumenti del Giardino
Puccini_, a pag. 275-90: Pistoia, tipografia Cino, 1845.
[278] Sopra una copia dell'edizione dei Giunti, il Magliabechi scrisse
di sua mano: «Questa novella di Niccolò Machiavelli si trova fra
quelle del Brevio, come anche nella seconda parte della _Libreria_
del Doni, e nel terzo canto del _Tristarello_, poema eroicomico
sciocchissimo, e tra le novelle raccolte dal Sansovino. Nell'originale
del Machiavelli che mi fu donato dalla cortesia del signor Benvenuti,
ci sono alcune varie lezioni bellissime.» Una imitazione in terza rima,
fatta dal Fagiuoli, fu pubblicata l'anno 1851 nel giornale _L'Arte_
(Firenze, Tip. Mariani). Il signor G. Gargani ripubblicò la novella
dall'autografo (Firenze, Dotti, 1869), in trenta esemplari numerati, ed
otto distinti col nome della persona cui furono dati. La sua prefazione
contiene varie utili notizie.
[279] Classe VII, n. 335.
[280] L'ARTAUD, _Machiavelli, son génie et ses erreurs_, vol. II, pag.
94, fu il primo, che io sappia, a notare che questa novella trovasi nei
_Quaranta Visiri_, i quali egli lesse tradotti dal Gauthier. Anche il
prof. Fausto Lasinio, da me consultato, crede che la novella sia venuta
in Italia per mezzo dei _Quaranta Visiri_.
[281] Prof. I. MACUN, _Niccolò Machiavelli als Dichter, Historiker
und Staatsmann_. È un discorso pubblicato in occasione del terzo
centenario del Ginnasio di Graz. Nella nota 2 a pag. 11, l'autore
dice: «Merkwürdig ist diese Novelle für die Südslaven, dadurch dass
sie dort im Volke selbst landläufig ist.» L'autore domanda: come mai la
novella è arrivata in questi luoghi? Possiamo rispondere, che l'origine
orientale di essa rende facile la spiegazione del fatto. Il prof. Pitrè
ne dà una redazione siciliana col titolo: _Lu diavulu zuppiddu_, nel
volume _Fiabe, Novelle e Racconti_. Palermo, 1895.
[282] _Opere_, vol. V, pag. 51.
[283] _Opere_, vol. V, pag. 57.
[284] _Ibidem_, pag. 61.
[285] Ne abbiamo accennato qualche cosa nella _Introduzione_ di
quest'opera, vol. I, pag. 117 e segg.
[286] «Nominumepie denique asperitas, vix cuiuscumque elegantiae
patiens.» LEONARDO ARETINO, _Istoria fiorentina tradotta in volgare_ da
Donato Acciaioli col testo a fronte, vol. I, pag. 51 e 52: Firenze, Le
Monnier (in tre volumi) 1856, 1858 e 1860.
[287] V., oltre il Voigt, anche _Flavio Biondo sein Leben und seine
Werke. Inaugural Dissertation_ von ALFRED MASIUS (Leipzig, Teubner,
1879); P. BUCHHOLZ, _Die Quellen der_ Historiarum Decades _des Flavius
Blondus, Inaugural Dissertation_ (Naumburg, Sieling, 1881). Anche il
signor A. WILMANNS ha pubblicato notizie importanti sullo stesso autore
V. _Göttingische gelehrten Anzeigen_ del 1879.
[288] L. ARETINO, _Istoria_, vol. I, pag. 52.
[289] L. ARETINO, op. cit., vol. I, pag. 54.
[290] Di ciò non sembra esser persuaso il signor E. Santini, il cui
pregevole lavoro (pubblicato nel vol. XXII degli _Annali della Scuola
normale superiore di Pisa_, 1910) abbiamo già più sopra citato e di cui
più d'una osservazione abbiamo accettata.
[291] Perchè si abbia un'idea del modo in cui trascura i fatti interni,
ecco come accenna alla rivoluzione importantissima, conosciuta col nome
di Tumulto dei Ciompi: «Quieta ab externis bellis civitate, pax in
dissensiones domesticas versa est. Nam civiles discordiae e vestigio
Civitatem invasere: quae pestis omni externo bello perniciosior est;
inde enim et rerumpublicarum interitus et urbium seguitur eversio.» Nè
altro dice. POGGII, _Historia Florentina_, pag. 78: Venetiis, Hertz,
1715.
[292] Vol. II di quest'opera, pag. 49 e seg.
[293] Proemio alle _Istorie Fiorentine_. _Opere_, vol. I, pag. CLI.
[294] Su di ciò fa giuste osservazioni il comm. Fiorini nella sua
edizione dei primi tre libri delle _Istorie Fiorentine_ (Firenze,
Sansoni, 1907). Nelle molte note al testo egli riesamina con diligenza
le fonti di cui il Machiavelli si è valso.
[295] «Machiavelli hat in diesem ersten Abschnitte, der gleichsam eine
Einleitung in die fiorentini sehe Specialgeschichte bildet, die Epochen
der italienischen Geschichte bis zum XV Jahrhundert hin so geschieden,
dass seitdem keiner seine Spur verlassen konnte, ohne sogleich Mangel
an Einsicht in die Sache zu verrathen.» Così si esprime il GERVINUS,
_Historische Schriften_, pag. 165.
[296] BLONDI FLAVII forlivensis, _Historiarum ab inclinatione
Romanorum_ libri XXXI: Basileae, ex officina Frobeniana, 1531. Quanto
al nome di questo scrittore, che alcuni chiamano Biondo Flavio, altri
invece Flavio Biondo, si possono, nel lavoro più sopra citato del
Masius, vedere le ragioni per le quali vennero in uso le due forme.
Debbo qui osservare, che della storia di Flavio Biondo venne da papa
Pio II fatto un compendio, il quale fu poi anche tradotto in italiano:
_Abreviatio Pii II Pont. max. supra Decades Biondi ab inclinatione
imperii usque ad tempora Joannis vicesimi tertii Pont. maxi:_ Venetiis
per Thomam Alexandrinum, anno salutis MCCCCLXXXIIII, IIII kalendas
iulii. _Le historie del Biondo da la declination de l'imperio di
Roma insino al tempo suo (che vi corsero circa mille anni), ridotte
in compendio da Papa Pio, e tradotte per Lucio Fauno in buona
lingua volgare_, vol. I: Venezia, 1543; vol. II: Venezia, per Michel
Tromezino, 1550. Questa è l'edizione che trovasi nella Biblioteca
Nazionale di Firenze.
Ci venne naturalmente il dubbio, che di tal compendio, a risparmio
di tempo e fatica, si fosse valso il Machiavelli nel riassumere la
narrazione del Biondo; ma, dopo un attento esame, ci siam dovuti
persuadere che egli si valse invece dell'originale. Molte espressioni
e qualche volta interi periodi che si trovano nell'opera del Biondo,
e sono scomparsi nel compendio fatto da Pio II, ricompariscono nel
Machiavelli, il che distrugge ogni dubbio. Dall'originale perciò noi
citeremo alcuni dei brani imitati.
[297] Per non porre a piè di pagina note troppo lunghe, riportiamo,
in fine del capitolo, alcuni brani del Machiavelli e del Biondo, che
servono a provare quello che qui si afferma nel testo.
[298] Vedi i brani che riportiamo in fine del capitolo.
[299] _Opere_, vol. I, pag. 7. Qualche volta anche le più semplici
frasi di questo primo libro ricordano il Biondo: «Sed iam ad
_barbarorum regem, qui primus Romam et Italiam possedit_, revertamur.»
BLONDI FLAVII, _Historiarum_, etc., pag. 31.
[300] Il Biondo (pag. 34), dopo aver detto che Teodorico restaurò
i monumenti e le istituzioni dei Romani, aggiunge: «Prohibuit autem
edicto, et curam impendit attentiorem, ne quis Romanus aut paterna
origine Italus, nedum militaret, sed arma domi haberet.» Questo
periodo, alterato, ma pure in parte riprodotto dal Machiavelli, non lo
abbiam trovato nel compendio di Pio II.
[301] _Opere_, vol. I, pag. 8-9.
[302] _Opere_, vol. I, pag. 9-11.
[303] _Opere,_ vol. I, pag. 18.
[304] _Opere_, vol. I, pag. 25.
[305] _Opere_, vol. I, pag. 27-28.
[306] _Ibidem_, pag. 28.
[307] _Opere_, vol. I, pag. 31.
[308] _Ibidem_, pag. 37.
[309] _Opere_, vol. I, pag. 39.
[310] _Ibidem_, pag. 40.
[311] _Opere_, vol. I, pag. 49.
[312] Filippo Maria Visconti.
[313] _Opere_, vol. I, pag. 59-69.
[314] Delle opere del Biondo (Basilea, 1531) si trova la copia, di cui
ci siamo valsi, nella biblioteca dell'Istituto di Studî Superiori in
Firenze. Essa fu già di Donato Giannotti, che la postillò di sua mano,
il che è un'altra prova del gran pregio in cui erano allora meritamente
tenuti gli scritti storici del Biondo.
[315] _Opere_, vol. I, pag. 63.
[316] _Opere_, vol. I, pag. 66-68; VILLANI, _Cronica_, lib. V, cap. 38
e 39. Qui è identico nei due scrittori ancora l'elenco delle famiglie
guelfe e ghibelline.
[317] _Opere_, vol. I, pag. 69; VILLANI, _Cronica_, lib. VI, cap. 29.
[318] _Opere_, vol. I, pag. 76; VILLANI, _Cronica_, lib. VII, cap. 16 e
17.
[319] _Opere_, vol. I, pag. 77 e 78; VILLANI, _Cronica_, lib. VII, cap.
79.
[320] _Opere_, vol. I, pag. 79-86; VILLANI, _Cronica_, lib. VII, cap.
8, 12, 26, 38, 39.
[321] Abbandonando così il proposito, espresso nel _Proemio_, di
fermarsi ai soli fatti interni della Città.
[322] Di ciò abbiamo parlato più a lungo nel nostro libro: _I primi due
secoli della Storia di Firenze_, vol. due: Firenze, Sansoni, 1905. Vedi
cap. 3 e 4, e la nota 2 a pag. 188 e seg.
[323] Pare che, sebbene qui il Machiavelli avesse dinanzi a sè quasi
unicamente il Villani, pure continuasse di tanto in tanto a gettar
qualche sguardo anche alla storia di Flavio Biondo. Parlando in fatti
della nuova costituzione fiorentina, egli dice: «Con questi ordini
militari e civili fondarono i fiorentini la loro libertà. Nè si
potrebbe pensare quanto di autorità e forze in poco tempo Firenze si
acquistasse; e non solamente capo di Toscana divenne, ma in tra le
prime città d'Italia era numerata, e sarebbe a qualunque grandezza
salita, se le spesse e nuove divisioni non l'avessero afflitta.» Opere,
vol. I, pag. 70. E FLAVIO BIONDO, a pag. 299, dopo avere esposta la
riforma, osserva: «Crevitque mirum in modum, sub ea libertate populi
fiorentini, simul cum potentatu audacia, adeo ut finitimos Hetruriae
populos contraria sentientes, aut foederibus sibi coniungere, aut
viribus domare coeperit.»
[324] _Opere_, vol. I, pag. 78.
[325] _Opere_, vol. I, pag. 79.
[326] _Ibidem_, pag. 84.