La conversazione fra Roberto e Lina fu lunga. Non cessò fino al
momento in cui Lina dovè andare ad aprire la porta. Un visitatore, a
quanto pare molto vivace, aveva tirato giù tre o quattro scampanellate
una dopo l'altra e con non piccola forza. Sembrava deciso, se non gli
fosse subito aperto, a rimanere col campanello in mano piuttosto che
desistere dal pensiero di entrare.
Era l'abate Pildani.
Lina lo fece subito passare nella sala dove si trovava Antonietta.
Roberto rimase in un salotto a confabulare con Lina.
--Buona sera, mia cara!--disse l'abate, tendendo la mano all'artista,
che era quasi sepolta fra alcuni guanciali, in atteggiamento
languidissimo.
--Buona sera, mio caro... maestro!--rispose Antonietta, con voce
spenta.--Desiderava appunto di vederlo... Ho bisogno di lei!
--E io ti servirò volentieri, figliuola, in tutto quello che ti
occorre. Ma come stai?...
--Oh, molto male... Non mi sono ancora riavuta dallo spavento
dell'altra sera e credo che ne risentirò gli effetti per un pezzo...
--Conoscevi quel disgraziato!
--Sì, lo conoscevo!
--Però tu hai commesso una grande imprudenza.
--Quale?
--Presentandoti poche ore dopo, prima che facesse giorno,
all'ospedale, insistendo per vedere il cadavere...
--E chi lo sa?
--A quest'ora tutta Venezia.
--Mio Dio!
--E non immagini quello che si dice?
--Oh, per me... mi è indifferente quello che si dice... io agisco
sempre, secondo la mia coscienza.
--Belle, nobili parole--riprese l'abate--degne di te... ma che sono
costate molti dolori ad anime molto generose, dolori che bastarono a
scuotere fibre più forti della tua.
--Oh, se sapesse quanto sono forte io contro certe viltà, contro certe
ingiustizie!--disse la ragazza, i cui bellissimi occhi lampeggiavano
di sdegno.--Lei deve farmi un favore... Sarei obbligata a cantare
altre due sere... La prego a adoperarsi perchè io sia sciolta subito
dal mio contratto... Lei è onnipotente... ed io sono pronta a pagare
tutto quello che vogliono, pur che mi lascino libera... Se avrò la
forza di reggermi in piedi, domani voglio partire da Venezia...
--Va bene... Sebbene non sia facile, io otterrò che tu sii lasciata
libera... ma a partire da Venezia ora... in questo momento... non ci
pensare... Che cosa direbbe la gente?... No, no, tutti crederebbero
che tu fossi fuggita... Tutto quello che io ho detto, che io ho fatto
in questi giorni per te sarebbe inutile... E i maligni avrebbero
ragione e si stropiccerebbero le mani!... No, no... spero mi
ubbidirai... tu non devi partire!
L'abate era veramente concitato, poichè si alzò e andò a posare in un
canto della sala il suo ombrello verde, separazione alla quale non si
rassegnava che in ben solenni congiunture.
--Ma che cosa c'è di così terribile contro di me? Che cosa ho io fatto
a questa gente, che mi calunnia?
--Che cosa hai loro fatto?... Tu sei giovane, tu sei bella, sei
celebre... E la più parte di loro non sono nè giovani, nè belli; e,
nonostante le vanitose cupidigie, le sordide ambizioni che li
divorano, sono destinati a rimaner sempre oscuri... Che cosa c'è di
terribile contro di te?... Le gagliofferie inventate dalla
marmaglia... Non si contentano ora di dire che a Firenze tu hai ucciso
un uomo... hai commesso un assassinio misterioso... ma aggiungono che
questo Tittoli che si è suicidato, era stato mandato dalla polizia
granducale per sorvegliarti... ma che egli è stato un tempo il tuo
amante... e che si è ammazzato piuttosto che nuocerti...
--Stoltezze degne di chi le dice...
--E di chi le crede... siamo d'accordo... Ma il numero di coloro che
sono disposti a credere il male, non è scarso... non sono pochi i
codardi, che calunniano in segreto, che provano una gioia bestiale a
contaminare tutto quello che vi è di puro, di nobile, di giovane, di
gentile, di illibato, a contrariare gli sforzi che fa l'ingegno per
riuscire, a contendere tutti i successi, i successi della grazia,
della bellezza, dell'arte, dello studio... No, non voglio che tu parta
da Venezia così.
--Ma che mi consiglia di fare?
--Ecco... tu hai chiesto un favore a me, io ne chiedo ora uno a te...
Fra tre giorni è l'onomastico della principessa Calliraky. Questa gran
dama già ti adora, senza conoscerti... Essa ha preso le tue difese
contro i tuoi turpi e volgari nemici... Per la sera del suo
onomastico, ha invitato il fiore della aristocrazia veneziana, poi gli
artisti più eletti, una società sceltissima... Essa ti prega di voler
cantare un pezzo in suo onore... Noi anderemo sul tardi, quando le
sale saranno affollatissime. Tu entrerai, dando il braccio a me, a me,
che ti rispetto, e che sarò orgoglioso di sfidare la calunnia al tuo
fianco. Roberto ti accompagnerà anch'egli... Vedremo, se i
calunniatori avranno il coraggio di alzare la testa, vedendoti in
mezzo a due uomini d'onore, ciascuno de' quali è pronto a
difenderti...
--Ma perchè darsi tanta pena?... Io non tengo che alla stima di coloro
che amo... Che m'importa di quello che dicono di me certi oziosi...
certi sciagurati?
Antonietta parlava con appena un filo di voce.
Un po' era sofferente, un po' obbediva ad un vezzo.
Una cantante, quando è oppressa da qualche sciagura, quando vuol
esprimere un gran dolore, o un gran disgusto che la muove, abbassa la
voce... anche se l'ha.
L'abbassamento della voce in lei è destinato a rappresentare il
supremo limite dello sconforto e della prostrazione, l'abbandono di
tutte le facoltà. Sta quasi a indicare che, almeno per il momento, il
male è senza rimedio. In simili congiunture è rigorosamente richiesta
negli astanti una costernazione profonda, come se davvero una gola
d'oro avesse perduto il suo metallo meraviglioso, o l'onda di una voce
avesse gettato l'ultima perla.
L'abate conosceva bene le capricciose, delicate e suscettibili
divinità dei teatri di musica. Ristette dalle sue domande e cominciò a
parlare della voce di Antonietta.
--Questo abbassamento di voce, che mostri stasera--egli disse ad un
certo punto--non è naturale. Il dispiacere che provi ti fa discorrere
con un accento così velato, ma credo che se tu cantassi un poco, la
voce ridiverrebbe subito più limpida e più chiara... Non bisogna
prendere l'abitudine di parlare con coteste velature... Stasera lo fai
per stanchezza, per ispossatezza, perchè sei triste e svogliata.
Domani tornerai a fare lo stesso e l'organo si vizia facilmente...
Fammi sentire una scala...
Antonietta prese una o due note e mostrò al maestro che sapeva
ritrovare la sua magnifica voce.
L'abate si trattenne un pezzo con lei, si diffuse in ragionamenti
sull'arte, sulla musica.
La giovane artista lo ascoltava un po' distratta, immersa nelle
tristezze, che le derivavano da tutto ciò che aveva saputo, sofferto
nella notte, dopo il suicidio del Tittoli, un po' attirata dai
discorsi che la solleticavano ne' suoi istinti di artista.
Alla fine l'abate, prendendola per una mano, e parlandole in tuono
quasi paterno:
--Tu devi essere condiscendente col tuo vecchio Pildani--le disse in
un impeto di affettuosa espansione--devi promettermi che canterai per
l'onomastico della principessa.
Antonietta, dopo un istante di riflessione:
--Ebbene...--rispose--canterò... Lo prometto.
--Brava!--E il buon vecchio, chinandosi, le dette un bacio sulla
fronte.--E ora ti lascio!
E, ripreso l'ombrello, con un gesto come se volesse fargli dimenticare
il lungo distacco da sè a cui l'aveva condannato, si accomiatò.
Il giorno dopo, tutto il palazzetto era sossopra.
Fu fissato che Antonietta e Roberto partirebbero con Lina da Venezia
la sera appresso a quella in cui dovevano trovarsi alla festa della
principessa, e si sarebbero diretti a Firenze. Appena arrivati, Lina
si sarebbe presentata al capo della polizia o all'avvocato fiscale
della Rota per fare le sue rivelazioni.
Intanto essa aveva già subito dato mano a preparare i bauli.