La sala nella quale teneva le udienze la Rota Criminale fiorentina, al
pianterreno, nel palazzo detto _del Bargello_, riceveva luce da
finestre che davano sul cortile: era piuttosto oscura.
Vi si accedeva dalla porta, che è oggi quasi sulla cantonata di Via
del Proconsolo e della piazza San Firenze. Allora quel tratto di via
del Proconsolo si chiamava Via de' Librai: la porta era più bassa,
adorna di fregi e di un gran cornicione, e in alto, posati su due
aggetti, erano due leoni.
Sulla testa di questi leoni, in certi giorni solenni, si metteva una
corona in ferro dorato.
Una scaletta segreta metteva in comunicazione gli ufficii della
Cancelleria con la stanza del Soprastante alle carceri della Rota e
per questa scaletta scendevano i prigionieri, condotti alle udienze, e
passavano spesso anche i Cancellieri, recandosi a visitare i detenuti.
Un trabocchetto che, movendo da una gran sala del palazzo rasentava
gli uffici della Rota Criminale e andava a finire nei sotterranei,
dette in antichissimi tempi origine alle più cupe leggende.
La disposizione e l'ornamento della sala d'udienza poco differivano
dal modo oggi per tal rispetto praticato.
I sei auditori sedevano dietro a un lungo banco coperto da un tappeto
verde; a destra dei giudici sedeva l'Avvocato Fiscale, a sinistra il
Cancelliere.
Dinanzi al banco dei giudici, più in basso, era il banco al quale
sedevano gli avvocati, e dietro una lunga fila di sedie sulle quali
prendevano posto gli _attuarii_, giovani, cioè, che nella Cancelleria
facevano pratiche per abilitarsi alla magistratura, e altri giovani,
che studiavano per diventare avvocati.
Un cancello di legno, alto quasi fino al collo di un uomo di ordinaria
statura, spartiva la sala delle udienze dal posto riservato al
pubblico.
La curiosità destata dal processo di Nello era acutissima.
Tutti volevano vedere il presunto assassino.
Un'ora prima che l'udienza cominciasse, la gente era entrata nella
sala.
Alcuni venditori del Mercato avevano persino chiuso le botteghe per
assistere all'interrogatorio di Nello, che doveva esser fatto dopo la
lettura della relazione.
Uomini e donne erano lì pigiati e si alzavano in punta di piedi, e
quelli rimasti indietro cercavano spingersi innanzi a furia di gomiti
e d'imprecazioni. I due birri, che stavano di guardia alla porta della
sala, ogni tanto facevano cenni con le mani, prima che cominciasse
l'udienza, e il silenzio a un tratto si ristabiliva.
Poco dopo le vociferazioni, le esclamazioni d'impazienza ripigliavano,
e i birri, chiamandoli per nome, minacciavano di far uscire i più
rumorosi.
Due consiglieri di Stato, alcuni magistrati della Consulta, un
segretario del ministro inglese, alcuni ragguardevoli personaggi
dell'aristocrazia erano seduti nel posto riservato agli _attuarii_, e
ai giovani avvocati.
Ogni tanto essi si volgevano indietro, come disgustati per gli acri
odori che emanavano dalla folla dei mercatìni.
Nello aveva fatto atto di buttarsi a sedere, ma Lucertolo, afferratolo
per un braccio, glielo aveva impedito.
--Devi stare alzato!--gli mormorò, digrignando i denti,--finchè il
presidente non ti dica di sederti.
L'auditore Pantellini era occupato a mettere in ordine le pagine della
sua relazione.
Il presidente richiese il cancelliere di adempiere alle solite
formalità, e quindi, rivoltosi all'auditore Pantellini che gli sedeva
a destra:
--Signor auditore!--gli disse a bassa voce,--può leggere la sua
relazione!
Il pubblico s'impazientiva di non veder Nello.
Lucertolo, Zampa di Ferro, il Matto, Vendifumo, il birro più
agghindato e più elegante della città, ritti e vigilanti attorno
all'inquisito, ne toglievano la vista agli astanti.
L'auditore Pantellini cominciò a leggere con voce dura, e ogni tanto
accompagnava la lettura con un gesto minaccioso e vibrato.
Il delitto del Vicolo della Luna era esaminato in tutti i suoi
particolari.
L'auditore parlava della stanza misteriosa, della constatazione della
ferita, dei precedenti di Nello.
Spesso il nome di un mercatìno, citato come testimone, pronunziato dal
giudice in mezzo alla sua relazione, faceva scorrere un brivido, un
sommesso mormorìo nella folla accalcata di là dal cancello.
La relazione, che leggeva l'auditore Pantellini, era imparziale, ma da
essa la colpabilità di Nello risultava chiara, quasi indiscutibile.
I deposti di alcuni testimoni erano molto gravi: tutti i più piccoli
precedenti del povero ragazzo presentati nel modo più odioso.
Esclamazioni di orrore si udirono nella sala, quando il giudice
cominciò a parlare delle condizioni in cui era stato trovato il corpo
del ferito in mezzo a una gora di sangue nella Piazza della Luna.
La sala, sempre scarsa di luce, appariva anche più buia per la
giornata piovigginosa. Il giudice leggeva con accento quasi lugubre.
Le sue descrizioni brevi, evidenti, aumentavano l'atrocità della
scena, che ricordava.
Quando egli cominciò a dire della ferita, per la quale l'assassinato
aveva perduto il dono della parola, quando accennò ai lunghi mesi di
acute sofferenze sopportate dal paziente, quando annunziò che, sebbene
fosse stato necessario di fargli cambiar clima, e trasportarlo con
ogni precauzione, come un moribondo, pure si avevano di lui notizie
che tuttora inducevano a sperar poco della sua vita, quando accennò
che la ferita era stata resa più larga e più dolorosa dal modo
violento, brutale con cui l'assassino n'aveva tratto fuori il pugnale,
da diecine di petti si alzò un grido di esecrazione!
Negli atti del processo non si trovava un solo argomento in favore di
Nello, non ostante la buona volontà dell'auditore Nolmi, che lo aveva
preparato: invece si accumulavano contro di lui le risultanze più
compromettenti.
Come sa il lettore, l'auditore Francesco Nolmi aveva raccolto la
convinzione morale che Nello non fosse colpevole, o per lo meno che la
sua colpabilità fosse dubbia; ma il suo era sentimento, basato sopra
osservazioni da filosofo, e sopra induzioni di una mente delicata,
fondato su ingegnose, sottili ipotesi piuttosto che su fatti certi e
positivi. Ora agli animi volgari doveva naturalmente sfuggire ciò che
aveva colpito il magistrato, uomo dottissimo, e di grande intelletto.
Non era già sfuggito anche a' suoi colleghi? E nel Turno di Revisione
non era stato deciso di rinviare il processo alla Rota con due voti
contro il suo?
La relazione volgeva al termine.
Lucertolo era tra coloro che l'ascoltavano più ansiosamente.
Di tanto in tanto, durante la lettura, egli faceva col capo un lieve
cenno, appena percettibile, come se rispondesse a qualche suo interno
ragionamento.
Il birro attento, trepidante, aveva aspettato di scorgere da un
momento all'altro nell'arida relazione uno di quei tratti, che nella
loro evidenza e semplicità bastano ad illuminare tutto un processo,
che recano un raggio di verità nelle tenebre più intricate di
un'istruttoria mal riuscita, che dimostrano ai veri intelligenti come
il giudice abbia a traverso il fitto velo, che ingannevoli apparenze
gli mettevano innanzi, veduta la strada da battersi e dalla quale i
suoi colleghi, che l'hanno preceduto nelle ricerche, si sono
allontanati.
Ma nulla di ciò traspariva da quella relazione.
Il giudice, severo, implacabile, seguiva le traccie del processo
inquisitorio: non si alzava di una spanna dal terreno, che già aveva
trovato battuto.
Spesso a certi punti della relazione, Lucertolo e Zampa di Ferro
scambiavano sguardi significativi.
Allorchè il giudice arrivò al punto in cui sosteneva apertamente che
Nello doveva aver commesso il delitto da sè solo, senza il menomo
aiuto di complici, senza istigazione, secondo che si poteva con
sicurezza inferir dagli atti del processo, Lucertolo battè un piede
sul pavimento, facendo tal rumore, che molti torsero il capo verso di
lui.
Accortosi, benchè troppo tardi, dell'imprudenza, il birro cercò di
comporre la fisonomia ad una espressione di profonda concentrazione e
di serietà.
Sebbene si sentisse mira agli sguardi di molti, non alzò gli occhi,
non mosse ciglio, volendo dare ad intendere, o che non era stato lui
che aveva battuto il piede in terra, o che aveva compiuto quell'atto
inconsciamente.
Del resto, in quel momento, Lucertolo era bello a vedere. Ormai si
teneva sicuro di non essere scoperto del furto da lui commesso nella
camera della vecchia Tittoli, agonizzante: aveva ripreso tutta la sua
maestà, tutta la sua alacrità e, a dire il vero, aveva speso una parte
dei denari rubati a render più agevoli le indagini a cui si era
consacrato.
L'amore dell'arte era potentissimo, radicato in questo poliziotto, che
ad ogni costo, e pei fini da noi palesati, voleva far carriera e
spingersi in alto.
Una prova del suo genio era stata quella di farsi mettere di servizio
alle Carceri della Rota.
In tal guisa egli esercitava una duplice ed efficace sorveglianza.
Vegliava fuori su Bobi Carminati, ed entro le carceri si trovava di
continuo in contatto con Nello.
Così egli non perdeva mai di vista i due punti estremi a' quali,
secondo il suo pensiero, il delitto del Vicolo della Luna era
strettamente collegato.
Ma Bobi Carminati, dopo pochi mesi, gli era sfuggito.
Audace sino alla temerità, non scaltro quanto Lucertolo, ma come lui
arrischiato e avventuroso, Bobi Carminati lasciava il Corpo dei
Pompieri, dove era inviso, e con una misteriosa protezione trovava
nientemeno il modo d'entrare nella polizia.
Cinque mesi dopo il delitto, il pompiere Bobi Carminati era divenuto
_famiglio_ in uno dei sobborghi più lontani di Firenze, e sotto la
dipendenza del Capitan Bargello di Brozzi.
Appena entrato nella milizia civile, appellativo ambizioso che il
governo aveva dato ad una polizia sulla quale contava molto, e che
guardava con occhio davvero paterno, il Carminati non fu più chiamato
per nome, perdette anche il suo nomignolo di _Marrone_ e ricevette un
soprannome, ispirato dal suo truce aspetto, dai propositi feroci, che
spesso teneva, il soprannome di _Boia_.
Quando si trattava di fare qualche spedizione penosa, di mettere un
birro risoluto, che non scherzasse, alle calcagna di qualche
manigoldo, il caporale diceva:--Ci manderemo il _Boia!_--E già Bobi
Carminati era in pochi mesi divenuto lo spauracchio dei ladri
campestri e dei rompicolli che infestavano le campagne.
Il disegno di Lucertolo si era dunque allargato.
La sua operazione diveniva più brillante, acquistava nuova importanza.
Non si trattava più per lui soltanto di scoprir l'innocenza di Nello,
di scovar il vero autore dell'assassinio commesso sul pittore Gandi,
ma si trattava eziandio di provare che l'assassino era un suo collega,
di mostrare che la polizia degenerava, che andava troppo abbassandosi,
raccogliendo i suoi agenti nella feccia dello stesso volgo.
Questo doveva, tornando in discredito di coloro che allora dirigevano
la polizia, sempre più mettere in grido Lucertolo, procacciargli nome
tra' suoi, poichè nei birri in quel periodo del 1831 era grande l'odio
simulato verso gli altissimi capi della polizia: grande quasi quanto
l'obbedienza, l'umiltà che ostentavano dinanzi ad essi.
Dieci minuti dopo che Lucertolo si era lasciato sfuggire l'improvvido
atto d'impazienza, l'auditore Pantellini aveva finito di leggere la
sua relazione.
L'accusa era formidabile, stringata, logica, convincente. Il rigido
auditore aveva fatto un capolavoro. Nulla era sfuggito al suo acume; i
più piccoli indizii, raccolti con abilità, accortamente disposti,
acquistavano una forza indicibile. Il povero Nello era avvinghiato in
una rete di ferro.
Durante l'esposizione dei fatti, così stringata e così inesorabile, il
pubblico era rimasto di continuo perplesso, sospeso, agitato.
Tutti erano esasperati, irritati contro Nello e, dopo che l'auditore
ebbe pronunziata l'ultima parola della sua relazione, vi fu un secondo
di silenzio, di terribile e angoscioso silenzio.
Bisognava passare all'interrogatorio dell'inquisito,