[1] Roma appellavasi capo e rocca munita dell’Impero: così il DIACONO
FLORO, nella sua _Querela de divisione Imperii post mortem Ludovici
Pii_ (DOM. BONQUET VII, 302), esclama:
_O fortunatum, nosset sua si bona, regnum_,
_Cujus Roma arx est._
Ma nel fatto, Roma non era altro che il capo ideale dell’Impero: Carlo
magno, per buona sorte dei Vescovi romani, lo ebbe costituito acefalo.
[2] Il MURATORI, ad a. 801, parla di «un magnifico palazzo,» che Carlo
s’ebbe edificato in Roma; però nessun Cronista ne discorre. Del palazzo
che era in vicinanza al san Pietro fanno menzione i _Regesta Farf._ n.
537: _ad basil. b. Petri Ap. in palatio domni Karoli_. Un diploma di
Lodovico II, dell’anno 872 (_Chron. Farf._), dice: _Acta in civitate
Roma, Palatio Imperatoris_, che corrisponde coll’altra dizione: _Actum
apud S. Petrum_. Il _Libell. de Imp. Potest._ dice chiaramente del
_Missus_ imperiale: _morabatur quippe in palatio S. Petri_.
[3] _Ordinatis deinde Romanis urbis et apostolici totiusque Italiae non
tantum publicis, sed etiam ecclesiasticis et privatis rebus: nam tota
hieme non aliud fecit imperator:_ EINHARDI, _Annal._, ad a. 801.
[4] Leggasi il _Libellus de Imperatoria Potestate in Urbe Roma:
Inventum est, ut omnes majores Romae essent imperiales homines, et
ut suus missus omni tempore moraretur Romae_. I documenti taciono
dell’officio di Prefetto fino all’anno 995: se durante l’età dei
Carolingi avesse cessato di esistere, è incerto.
[5] ANASTAS., in _Leone III_, c. 31; EINHARD. _Ann._, 801; _Annal.
Fuld.; Poeta Saxo_ etc. — Il GALLETTI, _Inscr._, I, 21, ha riferito
erroneamente a Leone III la iscrizione che trovasi nel chiostro del
san Paolo, nella quale Leone I parla della caduta e della restaurazione
della basilica.
[6] _Anno consulatus autem nostri primo._ I Carolingi indi in poi
tennero nota anche dell’anno del postconsolato; ad esempio: _Imp. Dnn.
pp. Aug. Hludowico a Deo coronato magno pacifico Imp. anno sexto et PC.
ejus anno sexto sed et Hlotario novo Imp. ejus filio anno tertio Ind.
XII_.
[7] Ne darebbero conferma le lettere di Leone, se fossero giunte
fino a noi le epistole di quell’anno. Delle sue dieci lettere (CENNI,
_Monum._, tom. II) la prima appartiene all’anno 806; nelle successive
si rivelano le lagnanze onde abbiamo detto. Del resto, il _Poeta Saxo_
ne sa i motivi: _Ecclesiae quoque pro caussis_. Del viaggio del Papa
parlano gli _Annales_ EINH., _Fuld., Amandi, Juvav., Lauriss._
[8] EINH. _Annal._, ad a. 806. La _divisio Imperii_ è compresa nei
_Capitular., Mon. Germ._, III, 140. Il MURATORI ne ha chiarito che
Modena, Reggio, Parma e Piacenza appartenevano al reame d’Italia, e non
già all’Esarcato di Ravenna.
[9] _Annal._ EINH. e _Fuld._, ad a. 808. Le lettere quinta, sesta e
settima di Leone, nel CENNI.
[10] L’anno 812 si desume dagli _Annal._ EINH., da quelli _Lauriss.
min._, e _Xant._: l’anno 813 si ricava da quegli Annali stessi e dal
THEGANO, _Vita Ludov._
[11] _Tunc jussit eum pater, ut propriis manibus elevasset coronam,
quae erat super altare, et capiti suo imponeret. At ille jussionem
implevit:_ THEGANI, _Vita_, c. 6.
[12] Ne lo dimostra il passo della lettera di Lodovico II,
indiritta a Basilio imperatore, dove è detto: _Qui nisi Romanorum
Imperator essemus, utique nec Francorum. A Romanis enim hoc nomen et
dignitatem assumsimus, apud quos profecto nimirum primo tantae culmen
sublimitatis et appellationis effulsit, quocumque gentem et Urbem
divinitus gubernandam, et matrem omnium Ecclesiarum Dei defendendam —
suscepimus:_ ANON. SALERN., c. 102.
[13] AGNELLUS, _Vita Martini_, c. 2: _Mensam argenteam unam
absque ligno, habentem infra se anagliphte totam Romam, una eum
tetragonis argenteis pedibus_. — EGINH., _Vita_, in sulla fine:
_decrevit, ut una ex his, quae forma quadrangula, descriptionem
urbis Constantinopolitanae continet Romam ad basilicam b. Petri
ap. deferatur, et altera quae forma rotunda, Romanae urbis effigie
decorata est, episcopio Ravennatis etc. conferatur_. — Una terza mensa
d’argento, ancor più bella, rappresentava l’universo mondo con figure
di piccole dimensioni (_minuta figuratione_); era composta di tre
dischi aderenti insieme, che probabilmente corrispondevano alle tre
parti del mondo: me la imagino della forma di una foglia di trifoglio.
_Ex tribus orbibus connexa_, dice EGINARDO.
[14] Pasquale III, antipapa a’ tempi di Alessandro III, cedette al
desiderio dell’imperatore Barbarossa, e beatificò Carlo: quella
canonizzazione ebbe conferma da Gregorio IX. Nella biblioteca
municipale di Zurigo si conserva tuttavia il decreto di Eberardo
vescovo di Costanza, dato a’ 22 del Febbraio 1272, in cui è ordinata la
celebrazione della festività di Carlo.
[15] _Monum. Germ._, V, p. 710 sgg., c. 30.
[16] _Annal. Fuld._ a. 815: _Romae quidam primores in necem Leonis
Papae conspirantes interficiuntur_. Con ciò si modifica quel _tardus
ad irascendum_, che la Biografia di Leone III gli attribuisce; però
si comprende la ragione del rigore. — ASTRON., _Vita Ludov._, c.
25: _perlatum est Imperatori, quod Romanorum aliqui potentes contra
Leonem apostolicum pravas inierint conjurationes, quos detractos atque
convictos isdem apost. supplitio addixerit capitali, lege Romanorum in
id conspirante_. — EINH. _Annal._, a. 815.
[17] ASTRONOM. c. 26, sa di _Domus cultae_ fondate da Leone III, delle
quali ANASTASIO non fa menzione: _Praedia omnia, quae illic domocultas
appellant, et novi ab eodem apostolico instituta erant_. Secondo gli
_Annal._ EINH., queste ville erano situate _in singularum civitatum
territoriis_. E vi è detto: _Tunc Romam ire statuunt, et quae sibi
erepta querebantur violenter auferre_.
[18] La Chiesa ne proclamò la santità, e riunì le ceneri di lui con
quelle del primo, del secondo e del quarto Leone, i quali, eccezion
fatta dal secondo, furono uomini cui ben s’addiceva nome di leone,
e, per grandezza dei tempi, degni di ammirazione. Le loro ceneri,
sepolte in un sarcofago degli antichi tempi cristiani, sono deposte
nella cappella della Madonna detta «della colonna», sotto l’altare di
Leone I. Vi sormonta il rilievo che è opera dell’Algardi; i loro nomi
leggonsi scritti nel pavimento.
[19] Siffatto mi sembra essere il carattere di tutte le chiese romane
dell’età dei Carolingi, quali sono quelle di santa Maria _in Cosmedin_,
di santa Francesca Romana, dei santi Nereo e Achilleo, la torre di
santa Cecilia, la chiesa di santa Maria _in Domnica_, ecc.
[20] AGNELLUS, _Vita Martini_, c. 1: _Leo Romanae Ecclesiae et Urbis
Antistes misit cubicularium suum nomine Chrysaphum et reliquos
caementarios, restauravit tecta B. Apollinaris_. — Nella Vita di
Leone III si menziona per la prima volta che il Papa togliesse cura di
basiliche di remoti paesi, ed è prova dell’ampliazione che assumevano i
rapporti di Roma. Il Pontefice provvide a restaurare parecchie chiese
a Velletri, a Preneste, ad Albano, a Porto, ad Ostia, a Tivoli, nella
Sabina.
[21] ANASTAS., _Vita Leonis III_, c. 65. — Il RUMOHR, _Studî
sull’Italia_ I, 204, scambia la cappella battesimale del san Pietro col
battisterio del Laterano.
[22] _Vita Leonis III_, c. 27: _Et in pavimento marmoreis exemplis
stratis_: in tal senso, durante questo periodo, deve spiegarsi la
parola _exempla_ che di frequente è adoperata. Vi erano presso il
san Pietro edificî parecchi: _Cum caeteris amplis aedificiis, tam in
ascensu scalae, quamque post ipsum triclinium compte fecit_. Penso che
questo grande triclinio fosse nel palazzo di Carlo.
[23] _Fecit et ubi supra juxta columnam majorem balneum_ (c. 89). Il
popolo diceva allora in suo linguaggio _columna_ o _columpna majore_, e
la parola _agulia_, venuta più tardi, o l’espressione _sepulchrum Julii
Caesaris_, non si attribuivano ancora all’obelisco di Caligola.
[24] _Vita Leonis_, c. 90: _Hospitalem in loco qui Naumachia
dicitur_, e al c. 81: _In hospitali Dominico ad Naumachiam_. Secondo i
_Mirabilia_ e la _Graphia_, il _sepulchrum Romuli_ si comprendeva nella
Naumachia, laonde così dev’essere stato appellato l’intiero tratto di
territorio che si stendeva fra il Vaticano e il Castel sant’Angelo.
— _Cod. Laurent._ XXXV: _In Naumachia est sepulcrum romuli et vocatur
sci. petri_. L’ANON. MAGLIAB. (XXVIII, Cod. 53) così appella perfino
la città Leonina: _civitas quae dicitur in Almachia_. La menzione più
antica fatta della Naumachia è quella nella Biografia di Leone, per cui
puossi ritenere che ivi fosse situato quel luogo.
[25] Questa chiesa va debitrice della sua conservazione al BARONIO, che
da essa ebbe suo titolo cardinalizio. In una inscrizione ivi apposta,
egli ammonì i posteri di non rimodernarla: un siffatto anatema sarebbe
da scagliarsi contro ogni mala restaurazione. Dopo che il periodo
del barocchismo ebbe cancellato i caratteri del medio evo, le chiese
subirono un novello periodo di restaurazione, che potrebbe appellarsi
dello stile da salotto. — Al c. 75 della _Vita Leonis_, quell’antico
titolo presbiteriale è annoverato quale diaconia: errore che il VIGNOLI
non corresse.
[26] _In ecclesia S. Agathe — imagine lignea, in qua depicta erat
vultum ipsius martyra_, dice BENEDETTO DI SORATTE, c. 31, parlando
dell’anno 921; qui per certo devesi a preferenza reputare che fosse una
pittura in tavola.
[27] Occorre appena far avvertito il leggitore che a ciascuno di questi
nomi va preposto l’addiettivo «Santo», o «Santa». Il Sinodo dell’anno
499 numera ventotto chiese titolari; all’età di Gregorio I, parimenti
come a quella di Leone III, io ne contai ventiquattro; soltanto,
invece della Emiliana, vi si sostituisce quella dei santi Apostoli.
Giusta un codice del secolo decimoterzo, che io vidi nella Laurenziana
(_Plut._ 89, _Inter. Cod._ 48), nel secolo duodecimo o nel decimoterzo
vi avevano Titoli ventotto, che concordano col codice dell’archivio
Lateranense riportato dal CRESCIMBENI nella _Istoria di S. Giov. av. P.
Latina_, p. 369.
[28] Reputa il VIGNOLI che sia la chiesa di santo Abbaciro _in
Septimo_, ignota. Però essa non può esser altro che la diaconia di
sant’Angelo _in Piscaria_, che esisteva di già ai tempi di Leone III.
[29] Il codice fiorentino usa la dizione: _Ynter Ymagines_, e allude al
gruppo di Orfeo.
[30] Nel codice fiorentino trovansi di bel nuovo numerate tutte queste
diaconie, ad eccezione di quelle dei santi Silvestro e Martino, della
santa Maria a porta san Pietro e dell’altra _in Adrianio_: invece
dell’Arcangelo vi si usa la denominazione _Angeli_, e si annovera
anche la chiesa di san Nicolò _in carcere Tulliano_, la quale diaconia
difetta nel codice del CRESCIMBENI. Contiene pertanto le diciotto
diaconie sorte più tardi.
[31] Con denotazione di _monasteria quinque constituta juxta magnam
Ecclesiam S. Petri_, sono tutti enumerati nella bolla di Giovanni XIX,
a. 1024, nel _Bullar. Vatican._, I, 17.
[32] Il convento dei santi Andrea e Bartolomeo è oggidì il noto
ospitale di questo nome. Del monastero dei santi Sergio e Bacco
fa cenno la _Vita Paschalis I_ (n. 442): _Post formam aquaeductus
Patriarchi Lateran. positum_. Non trovo più menzione dell’antico
convento dei Benedettini vicino al Laterano, che era restaurato ancora
da Gregorio III.
[33] Questo soprannome rinviensi in un diploma di Subiaco, n. 967, nel
_Codex Sublac._, manoscritto che è nella biblioteca Sessoriana, CCXVII,
p. 142.
[34] Da quei due conventi si pare che in Roma esistevano a quell’età
dei luoghi di romitaggio pei Côrsi e pei Sardi. Dalla _Vita Leon.
IV_, n. 507, si rileva che il convento dei Côrsi era in prossimità di
santo Sisto: _Mon. Corsarum quod juxta basil. b. Sixti Martyris_; e il
VIGNOLI opina che fosse identico di quello di _S. Caesarius in Palatio_
(n. 513, _Vita Leon. IV_): — n. 406, _Vita Leon. III: In Oratorio S.
Viti quod ponitur in Monast. quod appellatur de Sardas_: — n. 499,
_Vita Leon. IV: vicus qui nuncupatur Sardorum_. Questo stesso vico,
al n. 541, vien detto situato al _milliario ab urbe Roma trigesimo_.
Significa dunque che esisteva nella Campagna una colonia di Sardi.
[35] Il MARTINELLI e il VIGNOLI lo pongono situato alle Carine;
il secondo dei due Scrittori reputa che fosse la santa Maria
_Purificationis_, in vicinanza del san Pietro _ad vincula_.
[36] Incerto; lo si cita nel MURATORI, _Antiq._ V, 772, e nel _Bullar.
Casin._, II, const. 112 e 150.
[37] Anche nell’_Ordo Rom._, XII (MABILLON, _Mus. Ital._, II, 206) è
detto: _Monasterio Tempoli_. Il TORRIGIO, _Historia della Imagine di
Maria Vergine di S. Sisto e Domenico_, Roma 1641, p. 31, crede che
fosse situato nel Transtevere e altresì appellato: _in Torre_, ma
questa opinione è contestata dal MAMMACHIO, _Annal. Ord. Praedicator._,
I, 557; secondo lui la santa Maria _in Tempulo_ era in vicinanza della
santa Balbina, nella via Appia.
[38] ARNOLDUS DE S. EMMERAMMO, lib. II, c. 54 (_Mon. Germ._ VI). Sulle
venti abazie di Roma a’ tempi posteriori, vedasi l’_Ordo Rom._, XI, nel
MABILLON II, 160.
[39] _Qui statim — jussit omnem populum Romanum fidelitatem cum
juramento promittere Hludowico_: THEGAN. _Vita Lud._ c. 16, — prova
della sovranità che l’Imperatore esercitava sopra di Roma. — _Praemisit
tamen legationem, quae super ordinatione ejus imperatori satisfaceret_:
ASTRON., _Vita_ c. 26, — prova che di già Carlo pretendeva al diritto
di approvare la elezione pontificia: peraltro non se n’era ancor
costituita legge.
[40] ASTRONOM., c. 26; THEGAN., c. 16, 17. Stefano avea portato con
sè una corona preziosa, ed ERMOLDO NIGELLO (II, v. 425) da poeta
afferma che fosse quella di Costantino. Egli fa che Stefano acclami
all’Imperatore ed ai suoi eredi: _quique regat Francos necnon Romamque
potentem_, e dà notizia che Elisacario cancelliere ebbe rogato un
documento in cui davasi confermazione imperiale ai privilegî della
Chiesa. Secondo gli _Annal._ EINH., il Papa intraprese il suo viaggio
sulla fine di Agosto.
[41] _Omnes exsules, qui illic captivitate tenebantur propter scelera
et iniquitates suas, quas in S. Ecclesiam Rom., et erga Domnum Leonem
Papam gesserunt, secum reduxit._
[42] Ancor di recente, il FLOSS nello scritto: _La elezione pontificia
sotto gli Ottoni_, 1858, ha attribuito a Stefano IV (V) il decreto di
Stefano VII, locchè a mia persuasione è un errore.
[43] _Excusatoriam Imperatori misit epistolam_: EINH. _Annal._
817. — _Legatos cum epistola apologetica et maximis imperatori
misit muneribus, insinuans non se ambitione nec voluntate, sed
cleri electione et populi adclamatione huic succubuisse potius quam
insiluisse dignitati_: ASTRON., _Vita_, c. 27.
[44] Lo dice ASTRONOMO con semplice linguaggio: _Theodorus nomenculator
— negotio peracto, et petitis impetratis super confirmatione scilicet
pacti et amicitiae more praedecessorum suorum, reversus est_. — EINH.
_Annal._, a. 817: _pactum, quod cum praecessoribus suis factum erat
etiam secum fieri et firmari rogavit_.
[45] _Patrimonium Beneventanum, et Salernitanum, et patrimon. Calabriae
inferioris, et superioris, et patrimon. Neapolitanum_: così il diploma.
Durante la controversia delle imagini, Bisanzio s’aveva preso i dominî
di Roma nell’Italia meridionale, dove i Franchi nulla possedevano.
Il testamento di Carlo non fa neanche parola di Benevento. — _Insulas
Corsicam, Sardiniam, et Siciliam sub integritate_. L’_Ep._ 4 di Leone
III parla di una donazione di Corsica fatta da Carlo, ma ne è oscuro
il concetto. Da quella lettera e dal diploma di Lodovico, i Pontefici
derivarono le loro pretese sull’isola. In Sicilia ed in Sardegna, la
Chiesa avea avuto anticamente degli estesi possedimenti, e di essi
ripetute volte faceva reclamo appresso gli Imperatori greci. Nicolò I
scrive a Michele: _Calabritanum patrimon. et Siculum, quaeque nostrae
ecclesiae concessa fuerunt — vestris concessionibus reddantur_ (LABBÉ,
IX, 1296). Laonde quel Papa nulla sapeva della donazione di Lodovico,
e si riferiva soltanto a chiedere i patrimonî che Roma aveva colà
posseduto dai tempi di Gregorio I. Parimente i diplomi di Ottone I e di
Enrico I, non sanno altro che del _patrimonium Siciliae_.
[46] Del diploma di Lodovico fanno menzione per la prima volta il
_Chronic. Vulturnense_, che appartiene alla fine del secolo undecimo
(MUR. I, 2, 369), e LEO OSTIENS. I, c. 16, che rimonta al principio del
secolo duodecimo: concordano fra loro quasi parola per parola. Dicono
che Lodovico avesse concesso a Pasquale il _pactum constitutionis et
confirmationis_, ma non parlano nè di una donazione, nè del tenore
del diploma. L’autografo non può essere fornito; apografo dev’essere
quello conservato nell’archivio pontificio. GRAZIANO inserì il diploma,
abbreviandolo, nel _Decret., Dist._ 63, _can._ 30; CENCIO lo introdusse
nel _Liber Censuum_ traendolo dal _Cod. Vatic._ 1984, che è del secolo
undecimo, o da ALBINO (_Cod. Vatic._ 3057). La impostura dimostrarono
il PAGI, ad a. 817, e il MURATORI negli _Annali_, nella _Dissert._
34, nella _Piena esposiz._ c. 4: il BERETTA, _Tab. Chor._ VI, se
ne giova soltanto nei riguardi della geografia, e determina che la
finzione avvenisse nell’età di Gregorio VII, alla quale appartengono
le falsificazioni dei _Pacta_ dell’817, del 962 e del 1020, conservati
soltanto in copie. Modernamente la questione fu discussa profondamente
dal FICKER, nel secondo volume dei suoi _Studî sulla storia dello Stato
e della Chiesa d’Italia_ (Innsb. 1869), § 347 e segg. Egli accoglie
opinione che di questi celebri diplomi si falsassero alcuni passi, non
l’intiero. Vedasi anche il SICKEL, _Acta Karolinor._, II, 381.
[47] THEGAN., c. 23. — Il _Chron. Reginen._ dice il vero: _Bernhardus
dolo capitur_. Della sua tragica fine discorrono ASTRON., _Vita_, c.
30; THEGAN., c. 22; EGINH., _Annal._, a. 817, 818. — ANDREAS PRESBYTER
dice concisamente: _Hermengarda — oculos Bernardo avulsit_.
[48] ASTRON., _Vita_, c. 36; _diadema imperiale cum nomine suscepit
Augusti. — Annal._ EINH.: _et regni coronam et Imperatoris atque
Augusti nomen accepit. — Annal. Fuld.: Hlotarius juvenis, rogante
Paschale papa Romam veniens, ab eodem coronatur, et a populo Romano
imperator Augustus appellatur_. — V’hanno pertanto nei diplomi
due epoche imperiali per Lotario, quella dell’anno 820 e questa
dell’823. Dalla prima conta Pasquale stesso, in una bolla indiritta
all’Arcivescovo di Ravenna: _datum V Idus Julias per man. Sergii
Biblioth. S. Sed. Ap., Imp. Dnn. pp. Hludovico a D. coronato magno
pacifico Imp. anno sexto et po. ejus anno sexto sed et Hlotario novo
Imp. ejus filio anno tertio Ind. XII_ (MARINI, _Pap._ n. XI).
[49] _Fragment. Langob. Hist._ (MURAT. I, p. 2, 184): _Paschalis, —
potestatem, quam prisci Imperatores habuerant, ei super populum Romanum
concessit_.
[50] _Sub nostro privilegio, atque Mundiburdio consistat_ (_Chron.
Farf._, MURAT. II, 2, 364).
[51] La bolla di Stefano IV, in data _X kal. Febr._, trovasi nel
_Chronic. Farf._ e nel GALLETTI, _del Primic._, appendice n. I; la
bolla di Pasquale è nel _Chron. Farf._, p. 372.
[52] Diploma di Lotario dato da Cavillon (a. 840), nel _Chron. Farf._,
p. 387. Il litigio si rinnovò nell’anno 829, ed anche stavolta ne
andò a capo rotto il Papa: vedasi il placito nel _Vatican. Regest.
Farf._, n. 285. I _Missi_ di Lodovico furono Giuseppe vescovo e Leone
conte: _Missi ipsius Augusti singulorum hominum causas audiendas et
deliberandas, et conjunxissemus Rome, residentibus nobis ibidem in
judicio in palatio Lateranensi in praesentia domni Gregorii Papa_.
I _Missi_ erano uomini _a finibus Spoletanis, seu Romania_; vedasi a
che antichità risalga il nome di «Romagna.» La provincia dell’Emilia
e Ravenna erano territorio pertinente a Roma, che i Longobardi non
avevano conquistato: colà vigeva il diritto romano. In un diploma
(a. 881) trovasi scritto: _Possessiones tam in Longobardia, quam in
Romania, sive in Tuscia, et in Ducatu Spoletano_ (_Monumentor. Magni
Farf. Chartarii Epitome_ del FATTESCHI, _Cod. Sessor._ CCXVIII, n.
331).
[53] _Et hoc eis ob hoc contigisse, quod se in omnibus fideliter erga
partes Hlotarii juvenis imperatoris agerent; erat et qui dicerent, vel
jussu vel consilio Paschalis pont. rem fuisse perpetratam: Annal._
EINH., a. 823. — Parimenti ASTRONOMO, c. 37. — Che i Romani stessi
fossero gli accusatori, lo dice THEGAN., c. 30: _Quandam insolentiam
quam Romanus populus super Roman. pont. Paschalem dixit, imputantes
ei, quod nonnullorum homicida fuisset_. Vedasi di che stampa fossero
ridotte omai a quel tempo le condizioni de’ Papi in mezzo a’ Romani.
[54] La dizione degli _Annal._ EINH.: _interfectores praedictorum
hominum, quia de familia S. Petri erant_, significa veramente che non
si trattò di esecuzione d’una sentenza, chè altrimenti i Romani non
avrebbero potuto dare al Papa dell’_homicida_.
[55] _Accusationi opponentes excusationem, et super vita imperatori
offerentes examinationem_: ASTRON., c. 37, _Annal._ EINH., a. 823.
[56] _Annal._ EINH.: _Legati — res gestae certitudinem adsequi non
potuerunt, quia Paschalis pont. et se ab hujus facti communione cum
magno episcoporum numero jurejurando purificavit, et interfectores
praedictor. hominum, quia de familia S. Petri erant, summopere
defendens, mortuos velut majestatis reo condemnavit, jure caesos
pronuntiavit_. — Più mitemente, ossia con miglior garbo diplomatico, si
esprime ASTRONOMO.
[57] _Imperator ergo natura misericordissimus, occisorum vindictam
ultra persequi non valens, quamquam multum volens, ab inquisitione
hujuscemodi cessandum existimavit, et eum responsis congruis missos
Romanos absolvit_: ASTRONOM.
[58] THEGAN., c. 30. — Stando agli _Annal._ EINH., morì Pasquale
nell’anno 824, pochi giorni dopo il ritorno dei suoi legati: il senso
molesto dei loro messaggi affrettò la sua morte. Incerto è il mese: il
PAGI accoglie per data il giorno 10 di Febbraio.
[59] Il primo organo, da’ Greci venne tra i Franchi intorno all’anno
757. Gli _Annali_ di EINHARDO registrano all’anno 826, che un Giorgio,
prete veneziano, il quale aveva appreso il secreto di costruire organi,
ottenne impiego in Aquisgrana da Lodovico il Pio. La _Diss._ XXIV del
MURATORI illustra questo argomento.
[60] Così in posa giacente la rappresenta nel marmo la vaghissima opera
del Maderno, che è collocata nella chiesa della Santa.
[61] Il sarcofago e il luogo della sepoltura si mostrano in quelle
catacombe che devono tanta luce di illustrazioni agli studî del DE
ROSSI: i condotti di piombo d’un bagno antico, vedonsi in una cappella
della chiesa che la Santa ha nel Transtevere.
[62] ANAST., _Vita Paschal._, n. 437.
[63] In vicinanza della chiesa, Pasquale ebbe edificato anche un
convento _in honorem martyrum Agathae et Ceciliae juxta ipsius
ecclesiam, in loco qui dicitur colles_ (?) _jacentes_ (ANASTAS.,
n. 438): pertanto può essere che quella figura di Santa incerta
rappresenti santa Agata.
[64]
_Haec domus ampla micat variis fabricata metallis,_
_Olim quae fuerat confracta sub tempore prisco._
_Condidit in melius Paschalis praesul opimus_
_Hanc aulam Domini firmans fundamine claro._
_Aura gemmatis resonant haec Dyndima templis_
_Laetus amore Dei hic conjunxit corpora sancta_
_Caeciliae, et Sociis, rutilat hic flore juventus;_
_Quae prius in cryptis pausabant membra beata._
_Roma resultat ovans semper ornata per aevum._
_Dyndima_ significano massimamente istrumenti di musica, difficilmente
organi. — Dei musaici parla il CIAMPINI, _Vet. Mon._, c. 27. — La
storia della Santa scrissero ANTONIO BOSSI: _Laderchi Acta S. Caeciliae
et Transtyb. Basilica_ (Roma 1722), e GIUSEPPE BONDINI: _Memorie
storiche di S. Cecilia_ (Roma, 1855).
[65]
_Emicat aula pie variis decorata metallis_
_Praxedis Domino super aethra placentis honore,_
_Pontificis summi studio Paschalis, alumni_
_Sedis apostolicae, passim qui corpora condens,_
_Plurima Sanctorum subter haec maenia ponit,_
_Fretus ut his limen mereatur adire polorum._
[66] Il RUMOHR pone troppo soverchiamente in basso le opere del tempo
di Pasquale. La loro fattura assai rozza, è pur sempre migliore di
quella del tempo di Giovanni VII.
[67] Si costumava con gran predilezione di porre, fuor delle chiese,
di quelle anticaglie. Nell’atrio del san Pietro era collocata la pina
di bronzo del mausoleo di Adriano; fuor del Panteon era la bella urna
di porfido in cui è adesso sepolta nel Laterano la salma di Clemente
XII; nell’atrio della santa Cecilia v’ha ancora un grande vase antico
di marmo; uno di somigliante è nel cortile della chiesa dei santi
Apostoli. Poichè nelle vicinanze di santa Maria _in Domnica_ stava
anticamente il campo degli stranieri, può darsi che da quello avesse
origine l’antica nave votiva. La _V Cohors vigilum_ stava presso alla
villa Mattei. Vedi il DE ROSSI, _Le Stazioni delle VII Coorti dei
Vigili_, Roma 1859, p. 27 ecc. — L’appellazione _in Domnica_ deve,
con massima semplicità d’interpretazione, spiegarsi dal giorno di
«Domenica,» in cui è facile che ivi ai celebrasse officiatura festiva.
[68] ANAST., n. 432: _Gentis Anglorum — omnis — habitatio, quae in
eorum lingua burgus dicitur_. Può darsi che questo incendio avvenisse
a’ tempi di Leone IV.
[69] _Ut vice sua functus, ea quae rerum necessitas flagitare
videbatur, cum novo pontifice populoque Romano statueret atque
firmaret_: EINH. _Annal._, a. 824.
[70] Eugenio confortò questi giudici allorchè più tardi poterono
tornare in patria: _Romani judices, qui in Francia tenebantur captivi,
reversi sunt, quos in parentum propria ingredi permisit, et eis non
modicas res de Patriarchio Lateranensi praebuit: Vita Eugenii_. —
ASTRONOM., c. 38: _Reddendo quae injuste sublata erant, Hlotarius
magnam populo Romano creavit laetitiam_. — EINH. _Annal._, a. 824:
_Statum populi Romani jamdudum quorundam praesulum perversitatem
depravatum — correxit_. A petto di questi fatti è in verità cosa
ridicola di voler negare che l’Imperatore esercitasse suprema signoria
sopra di Roma.
[71] La _Constitutio Lotharii I_ trovasi nei _Monum. Germ._, III, 249,
ed altrove in luoghi parecchi. _Volumus etiam, ut Missi constituantur
a Domno Apostolico et a nobis, qui annuatim nobis renunciant etc._
Questi erano _Missi ex latere imperatoris_, come dice ASTRONOM., c.
38, e già in uso ancor da tempo prima: di regola erano due, uno laico,
l’altro prete; un Conte e un Abate, un Duce ed un Vescovo per i negozî
dell’una e dell’altra specie. Sopravvegliavano i giudici dello Stato
della Chiesa; in caso di bisogno li punivano, e massimamente facevano
giustizia al popolo. Vedasi anche la _Constitutio de Missis ablegandis
in Hludovici et Hlotharii Capitul._, a. 828, _Mon. Germ._, III, 328.
[72] _Volumus etiam et numerum et nomina scire, et singulis de
ministerio sibi credito admonitionem facere_: n. VIII dello Statuto.
[73] Il paragrafo incomincia così: _Volumus etiam, ut omnis Senatus et
populus Romanus interrogetur, quali vult lege vivere, ut sub ea vivat_.
Il clero per la massima parte seguì il diritto romano (_Capitul.
Hludov. I: Ut omnis ordo ecclesiarum secundum Romanam legem vivant:
Mon. Germ._, III, 228). L’uso più antico di quella Costituzione trovo
essersi fatto in un istromento del monastero di Farfa, a. 829, che
leggesi nel GALLETTI, p. 184, là dove è detto: _uterque secundum suam
legem_. Un diploma dell’anno 869 è sottoscritto così: _Ego Gregorius
filius Leonis de Civitate Roma, Legem vivens Romanam_ (_Chron. Casaur._
nel MURATORI, _Diss._ XXII), e così devesi anche intendere la dizione:
_salva lege mea_, usata nelle formule giuratorie dei Romani. Il più
antico esempio di una sentenza a legge longobardica, pronunciata
in Roma nel maggio dell’anno 813, trovasi in CARLO TROYA, _Della
condizione dei Romani vinti da’ Longobardi_, Napoli, 1841, tratta dal
GALLETTI, _del Vestar._, p. 31-34.
[74] Ancor nell’anno 939, Teoderanda, figlia di Graziano console,
come moglie del franco Ingebaldo rettore della Sabina, passa sotto la
legge dei Franchi: _Quae modo professa est vivere in lege Salicha_:
FATTESCHI, _Serie_ ecc., n. LXI.
[75] _Qualiter Romanus fieri debeat._ Tornerò più tardi su questa
celebre formula.
[76] Questo giuramento, aggiunto allo Statuto di Lotario, leggesi nei
_Mon. Germ._, III, nel MURATORI, nel PAGI, ecc. Il CENNI esclude il
fatto, che si appoggia soltanto sopra il passo dell’incerto _Fragment.
Langob. Hist._ (MURATORI, II, p. 1, a. 825), dove, più sopra, è detto
che Lotario nell’anno 825 venne per la seconda volta a Roma. Il PAGI
afferma la cosa, il MURATORI propende ad accoglierla, appoggiandosi
alla espressa conferma della elezione di Gregorio IV: ma di ciò diremo
in seguito.
[77] GIACINTO GIGLI, che fu, intorno all’anno 1644, caporione di
Campitello, scrive (_Mtto. Sessorian._ 334): «per autorità di Lothario
Imperatore il Popolo Romano tornò alla creatione de’ Magistrati che
furono Consoli, Prefetto et 12 Decarchoni nell’anno di Christo 825.» In
questa ipotesi per fermo havvi qualche cosa di vero.
[78] ANASTAS., _Vita Eugen.: Hujus Pontificis tempore ubertas non
modica totam non solum Romam, sed etiam pene totum invaserat orbem_
(affè che è un bel latino come se lo parlasse un Saraceno!) _Maxima
autem pax — nam ipse — pacis amicus._ La Biografia di Eugenio si
comprende in un sol paio di righe.
[79] _Sed non prius ordinatus est, quam legatus imp. Romam venit, et
electionem populi, qualis esset, examinavit_: EINH., _Annal._, a. 827.
È il passo da cui si trae la probabilità che Lotario ordinasse quei
rapporti con un suo decreto.
[80] Leone III, _ep._ 4, scrive a Carlo: _Littoraria nostra et vestra
ab infestatione paganorum — tuta reddantur atque defensa_. Il solo
EINH., _Annal._ a. 813, parla della devastazione di Centumcelle. —
Nell’anno 812 scriveva Leone III (ep. 8): _ingressi sunt in insulam
quandam, quae dicitur Isola majore, non longe a Neapolit. urbe miliaria
XXX_. Con questo nome si appellava fin d’allora in lingua volgare
l’antica _Aenaria_. — La difesa di Corsica era stata affidata al conte
Bonifacio di Lucca. — Di già Leone III adopera i nomi di Mauri, di
Agareni (figli di Agar) e di Saraceni, quest’ultimo interpretato in
varie guise e adottato dagli Italiani (Vedi il D’HERBELOT a questo
vocabolo).
[81] Vedi la _Storia dei Musulmani di Sicilia_ di MICHELE AMARI
(Firenze 1854), opera ricchissima di pregî, che al lume delle fonti
arabiche corregge i perdonabili errori di LEONE AFRICANO, del FACELLO e
del MARTORANA.
[82] Così per lo meno in tempo più tardo, e ben anche allora. _Ep.
Hostientis qui debet consecrare et benedire Apostolicum prae omnibus
aliis_, dice GIOVANNI DIACONO (MABILLON, _Mus. It._, II, 566), e
dipoi enumera nella loro serie i Vescovi di santa Rufina, di Porto, di
Albano, di Tusculum, di Sabina e di Preneste.
[83] _Vita Gregor. IV_, n. 476: _fecit — in praedicta civitate Ostiensi
civitatem aliam a solo_. — Tuttavolta, Nuova Ostia non fu edificata
sul suolo dell’antica, ma in vicinanza. Similmente, intorno all’anno
841, furono abbandonate le ruine della vecchia Capua, e poco dopo sorse
Capua la nuova. — Negli escavi di questi anni furono dissotterrati
molti avanzi di Ostia antica, massimamente la via dei sepolcri: sembra
che di quella terra classica sia per sorgere un’altra Pompei.
[84] Eccone le precise parole: _portis simul, ac seris, et catharactis
— et desuper petrarias nobili arte composuit, et a foris — altiori
fossato praecinxit, ne facilius muros contingere isti valerent_.
[85] La più profonda esposizione di questo rivolgimento dell’Impero
franco è data da ERNESTO DÜMMLER, _Storia dello Impero dei Franchi
orientali_, Berlino, 1862.
[86] THEGAN., c. 42; ASTRON. c. 48; _Si excommunicans adveniret,
excommunicatus abiret_. La _Vita Walae_, II, c. 16, narra che il
Papa crucciavasi in grandi angustie, perocchè i Vescovi volevano
deporlo (_quod eundem apostolicum, quia non vocatus venerat, deponere
deberent_): perciò la fazione opposta lo confortava con proteste di
devozione. Il MANSI, XIV, 521, ha una lettera di Gregorio ai Vescovi di
Francia, in cui il Papa protesta che è memore del giuramento prestato
all’Imperatore, ma che reputa dover suo di rimproverarlo di ciò che
egli avea fatto contro l’unità e la pace della Chiesa. — Vedi il
GIESELER, _St. eccl._ II, 1, 47. — Il NITHARD, _Hist._, I, c. 4 dice
espressamente che i figli ribellati guadagnarono alla loro causa il
Pontefice: _magnis precibus in supplementum suae voluntatis assumunt_,
e soggiunge: _itineris poenitudine correptus tardius quam vellet Romam
revertitur_. Gli _Annal. Bertin._ narrano che Lotario lo aveva condotto
con sè.
[87] Il giuramento è riferito dal NITHARD, III, 5. Il tedesco
incomincia così: _In Godes minna ind in thes christianes folches ind
unser bedhero gehaltnissi, fon dhesemo dage frammordes_, — voci belle
della lingua bambina e ricche di vocali che nel suono si avvicinano
al linguaggio romanesco. Il giuramento in francese principia: _Pro
Deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament, dist di
in avant_. — Neppur gli Italiani hanno un documento di loro «lingua
volgare» di quel secolo, e nemmeno del secolo successivo.
[88] _Omnia regna Italiae cum ipsa Romana urbe, quae et modo ab omni
sancta ecclesia propter praesentiam apostolorum Petri et Pauli speciali
quodam veneratur privilegio, et quondam propter Romani nominis invictam
potentiam orbis terrarum domina dicta fuerat_: così REGINO, abate di
Prüm, nella sua _Cronica_ (a. 842) esprime il concetto di Roma.
[89] Ancor in tempi più tardi la satira dei Tedeschi ne sbeffeggiava
Roma:
_Truncasti vivos crudeli vulnere sanctos:_
_Vendere nunc horum mortua membra soles._
(Epigramma su Roma, nel _Cod. Udalrici_ XXI.)
[90] Per lo più erano i Franchi che facevano di tali ruberie; se fosse
vissuto nel secolo nono o nel decimo, Napoleone avrebbe imposto a Roma
un tributo di cadaveri. — I Cronisti raccontano dell’arrivo dei santi
Marcellino e Pietro in Aquisgrana (_Annal. Xant._ e ASTRON., c. 41).
SIGBERTO afferma che il corpo di santa Elena era deposto nella chiesa
di questi Martiri, ma il BARONIO, ad a. 849, dice che v’era un’antica
controversia fra i Latini e i Greci sul suo possedimento: anche i
Veneziani vi pretendevano. I Francesi sostenevano perfino di possedere
la salma di Gregorio I e quella di san Benedetto.
[91] Però non da molto tempo. Nell’anno 1635, il BONFANTE publicò il
suo _Triumpho de los Sanctos del Reyno de Cerdena_, che è una raccolta
delle antichissime iscrizioni cristiane di Sardegna. In ogni luogo in
cui egli trovò le sigle _B. M._ (_Bene Merens_), le spiegò per _Beatus
Martyr_, e creò di tal guisa più di trecento Santi. Si sparse il grido
di questo tesoro; la città di Piacenza volle averne una parte, e i
Sardi magnanimamente le regalarono venti Martiri che essa andò a torsi
con grandissima allegrezza. Perfino il CAMPI, storico della Chiesa
di Piacenza, giubilò di un così prezioso favore della grazia divina,
finchè quei morti subirono la sezione anatomica dalla ragione critica.
Vedasi la _Diss._ 58 del MURATORI.
[92] Per averne un esempio, si legga la _Translatio S. Alexandri_ nel
_Monum. Germ._, II, e la EINHARDI _Hist. Translatt. SS. Marcell. et
Petri, Act. SS. Juni_, 2, p. 201. Nell’anno 836 si rubava a Ravenna il
cadavere del vescovo Severo, e si trasportava dall’arcivescovo Otgero a
Magonza.
[93] Santi diventarono patroni di città. Roma levò san Pietro e san
Paolo sulle sue colonne; Venezia inalberò il leone di san Marco,
Genova san Giorgio. Marco compiè da morto il suo più splendido
miracolo coll’edificazione della magnifica chiesa di Venezia che ebbe
incominciamento nell’anno 976.
[94] LEO OSTIENS., I, c. 24. — Esaminai a Monte Cassino due codici
di leggende (n. 139 e 149), che sono della fine del secolo undecimo:
narrano della traslazione di san Bartolomeo a Lipari e a Benevento; ma
rilevai che nulla dicono del fatto che il Santo, ai tempi del secondo e
del terzo Ottone, fosse trasportato a Roma nell’isola Tiberina.
[95] ANON. SALERN., c. 49.
[96] Già nell’anno 744, Bonifacio arcivescovo di Milano scrive a
Cutberto di Canterbury affinchè il Sinodo voglia divietare a donne
e a monache (_velatis feminis_) _illud iter et frequentiam, quam
ad Romam civitatem veniendo et redeundo faciunt quia magna ex parte
pereunt, paucis remanentibus integris. Perpaucae enim sunt civitates
in Longobardia, vel in Francia, aut in Gallia, in qua non sit adultera
vel meretrix generis Anglorum: quod scandalum est, et turpitudo ejus
Ecclesiae_. — Il Sinodo di Friuli dell’anno 791 (_Canon._ XII) proibì
alle monache di peregrinare a Roma. Vedasi la Diss. 58 del MURATORI.
[97] Fra le _Formulae veteres_, che sono aggiunte al formulario
MARCULFI MONACHI (Parigi 1613), leggesi al Lib. V, 214, la _Tractoria
pro itinere peragendo_, il passaporto del peccatore dato dal Vescovo ad
un penitente: _de hoc vid. facto quod instigante adversario — proprium
filium suum, sive nepotem — interfecerit_. Poichè l’assassino era
costretto a peregrinare tanti e tanti anni (si numeravano), non gli si
neghi _mansionem et focum, panem et aquam_: il pellegrinaggio pertanto
era adesso subentrato al guidrigildo degli antichi Germani per i rei
d’omicidio. — Gli ambasciatori in viaggio ricevevano un trattamento
qualche poco migliore di quello dei penitenti. Vedi la _Tractoria
legatorum_, p. 33, n. XI, e il lungo elenco delle vivande di loro
mensa.
[98] Già Carlo aveva bandito una legge per reprimere queste trufferie:
_Capitulare_ n. 45, da Aquisgrana, dell’anno 802: _ut mangones et
cociones et nudi homines qui cum ferro vadunt non sinantur vagari et
deceptiones hominibus agere. Mon. Germ._ III, 100. MURATORI, XXIII
_Dissert._, su questo argomento.
[99] Nella tribuna erano scritti questi distici:
_Vasta tholi firmo sistunt fundamine fulcra,_
_Quae Salamoniaco fulgent sub sidere ritu._
_Haec tibi proque tuo perfecit praesul honore_
_Gregorius Marce eximio cui nomine Quartus._
_Tu quoque posce Deum vivendi tempora longa_
_Donet, et ad coeli post funus sydera ducat._
[100] _Formam, quae Sabbatina nuncupatur, quae jam perplurimos annos
contracta — videbatur — sicut a priscis fuerat aedificata temporibus,
ita quoque eam — noviter aedificare — nisus fuit_: ANASTAS. n. 467.
[101] ANAST. n. 478. Che fosse situata lungo la via Portuense, lo
deduco dalle cure operose che il Papa rivolse al territorio del basso
Tevere.
[102] ANAST. ibid: _in curte, quae cognominatur Draconis, domum satis
dignam etc. In qua tam ipse, quamque etiam futuri Pontifices cum
omnibus, qui eis obsequuntur, quamdiu eis placuerit ibidem statiose
immorari valeant_. Le _Domus cultae_ qui hanno appellazione di _curtes_
— Il NIBBY, _Annal. de’ dintorni di Roma_, I, 553, la cui narrazione
deesi completare con questo passo, registra il _fundus Draconis_ e
le odierne tenute dette «Dragone» e «Dragoncello», in quelle terre
circostanti.
[103] MARTINO POLONO favoleggia che egli si appellasse _Os Porci_ e che
perciò, primo dei Papi, cambiasse di nome. Fu soltanto Giovanni XII,
che principiò a mutar nome.
[104] ANAST. _in Sergio II_, n. 484. Gli _Annal. Bertin._, ad a. 844,
danno espressamente come motivo della venuta di Lodovico: _ne deinceps
decedente apostolico quisquam illic praeter sui (imperatoris) jussionem
missorumque suorum praesentiam ordinetur antistes_.
[105] _Pontifex a quibusdam audierat, quod in hanc famosissimam Urbem
hospitalitatis causa introire voluissent, sed munitis clausisque
portis, ut fieret minime concessit_: ANAST., n. 485. Non v’ha dubbio
che esisteva un patto mercè cui non era permesso all’esercito imperiale
di pigliar quartiere in Roma. Anche i Romani antichi non vollero
tollerare che soldati ponessero alloggiamento nella Città.
[106] Dacchè Lodovico era di già re dei Longobardi, la sua
incoronazione non poteva essere dappiù che benedizione. «Non aveva il
Papa alcun diritto per coronare un re d’Italia», osserva a questo punto
assai giustamente il DE MEO, _Apparato cronolog._, p. 90.
[107] _Quia si vultis, Domino Lothario magno Imperatori hoc
sacramentum, ut faciant solummodo consentio, atque permitto. Non
Hludovico ejus filio, ut hoc peragatur nec ego, nec omnis Romanorum
nobilitas consensit_: n. 487.
[108] _Tunc vero laeti omnes cum conjugibus, ac liberis. Senatus
Populusq. Romanus_ (questi concetti come l’altro di _Quiritum
Principes_ diventano adesso frequenti) _ingenti peste liberati, et jugo
tyrannicae immanitatis redempti, sanct. Sergium Praesulem velut salutis
auctorem ac restitutorem pacis venerabantur_: n. 489. Qui il _Lib.
Pontific._ interrompe le sue preziose notizie, e di nuovo non fa che
registrare doni votivi.
[109] Della resistenza opposta dalle Scuole di stranieri dice la
_Histor. Ignoti Cassin._ (CAM. PEREGRIN. IX, e completamente nei _Mon.
Germ._ V): _Saraceni ingressi Romam, Oratorium totum devastaverunt b.
Princ. Ap. Petri, beatique et Eccl. Pauli, multosq. ibidem peremerunt
Saxones, aliosque quam plurimos utriusque sexus et aetatis_. Mi riporto
inoltre all’iscrizione del san Michiele in Sassia che può servire come
tradizione, e di cui feci nota nel Vol. II, a pag. 486.
[110] ANAST., _Vita Benedicti_, n. 576, fa menzione di un _pharum
cantharum argenteum sedentem in pedibus quatuor a Saracenis ablatum_.
Anche dai Romani si perpetravano ladronecci. Al tempo di Pasquale I
s’era rubata dal Laterano la croce d’oro di Carlo (_Vita Leonis_, n.
502). Può darsi che anche una parte dei tesori del san Pietro fosse
custodita nello scrigno Lateranense, e che perciò sfuggisse ai predoni.
[111] Un emiro cacciò la lancia nel volto del Salvatore che era dipinto
nell’abside, e dalla ferita sgorgò sangue: così narra BENEDETTO DA
SORATTE, c. 25, più di mille anni dopo. Egli fa che i Saraceni ballino
loro ridde all’intorno dell’altar maggiore: _veniente juxta altare
barbari giro ballantes manibus_.
[112] _Portas quas destruxerat Saracena progenies, argentoque nudarat_:
ANAST., _in Leone IV_, n. 540. _Ablatis cum ipso altari, quod tumbae
memorati apost. principis superpositum fuerat, omnibus ornamentis atque
thesauris: Annal. Bertin._, a. 846.
[113] ANAST., _in Bened. III_, n. 568: _Pauli ap. sepulcrum, quod
a Saracenis destructum fuerat_. — Si fa menzione chiaramente del
saccheggio delle due basiliche in questi passi: _Vita Leon. IV_, n.
495: _Ecclesiae b. Petri et Pauli a Saracenis funditus depredatae_.
— JOH. DIACON., _Chron. Neap._ (MURATORI, I, p. 2, 315): _Africani —
Ecclesias apostolor. — deripuerunt. — Historiola Ignoti Cassin.: Annal.
Farf._ (_Mon. Germ._ XIII, 588); LEO OSTIENSIS, I, c. 27. — Gli _Annal.
Xant._, a. 846, e gli _Annal. Weissenb._, a. 846, tacciono del san
Paolo. Cosa meravigliosa è che il _Lib. Pontif._ se la cavi con un paio
di parole su questi avvenimenti.
[114] BENED., _Chronic._, c. 26: Guido batte i Saraceni _a portas
Sassie civitas Leoniana_, e _a pontes S. Petri_: di certo a quel tempo
non esisteva ancora la città Leonina. Della sconfitta di Lodovico
dice: _propter hoc populi Romani in derisione abuerunt Franci, usque in
odiernum diem_. Della disfatta dei Franchi (al 4 _Id. Nov._) racconta
anche il _Chron. Casin._, c. 9, ma dice che avveniva in vicinanza di
Gaeta. MARTINO POLONO trascrive la narrazione di BENEDETTO quasi in
compendio, un onore che pare non debba più toccare alla Cronica di
Soratte. Vedi altri passi nel DÜMMLER, _Storia dello Stato dei Franchi
meridionali_, I, 289 e segg.
[115] _Annal. Bertin._, a. 847. La scarsa _Vita Leon. IV_, n. 497,
narra parimenti del naufragio, e lo paragona alla punizione che toccò a
Faraone.
[116] Il suo epitaffio leggesi nel BARONIO, ad a. 847. Monumento di lui
in Roma è la basilica dei santi Silvestro e Martino, di cui era stato
cardinale: egli la edificò a nuovo e la ampliò con un chiostro, ma
questa antichissima chiesa è oggi assai mutata, e i musaici di Sergio
non esistono più.
[117] ANAST., _Vita Leonis IV_, n. 497. Incerto è il giorno della
ordinazione. I decreti riportati da GRAZIANO, non dimostrano,
come il BARONIO opina, che Leone IV abbia contestato il diritto
dell’approvazione imperiale.
[118] Reputo che le abitazioni dei pellegrini fossero coperte
di embrici di legno. Già negli editti di Rotari compare la voce
_scandulum_. In diplomi dell’abazia di Farfa del secolo decimo trovasi
spesso menzione di _casa scandalicia_ o _scindolica_, ad esempio:
_una domo solorata scandalicia_, e precisamente nel campo di Marte. I
Romani, nel loro tempo barbarico, imitarono dai Germani le costruzioni
in legno.
[119] ANAST., n. 505.
[120] _Apostolicus — cum magno armatorum procinctu — Ostiam
properavit_: ANAST., n. 522. Questi armati erano genti romane, perocchè
i Napoletani non si lasciassero entrare nella Città. Più addietro dice:
_excitavit Deus corda Neapolitanorum, Amalphitan., Cajetanorumque,
ut una cum Romanis contra Saracenos insurgere ac dimicare fortiter
diluissent_. Perciò dice SIGBERTO, _Chron._, a. 849: _Romani instantia
Leonis papae, auxiliantibus sibi etiam Neapolitanis, eos (sc.
Saracenos) bello excipiunt_.
[121] _Ut de recepto triumpho nomen sanctum tuum in cunctis gentibus
appareat gloriosum._ Vedasi quanto luogo s’avessero sgombrato nella
vita della gente umana, le figure simboliche di san Pietro e di
san Paolo. ANASTASIO racconta questi fatti colla convinzione di un
testimonio oculare.
[122] _Aliquantos etiam nos ferro constrictos vivere jussimus — et post
haec ne otiose, aut sine angustia apud nos viverent aliquando ad murum,
quem circa ecclesiam b. ap. Petri habebamus inceptum, aliquando per
diversa artificum opera quicquid necessarium videbatur, per eos omnia
jubebamus deferri_: ANAST. n. 524.
[123] _Super his novis, mysticisque miraculis_: quest’è il linguaggio
dei Romani cristiani. — IVO, _Decr._, X, c. 83, e GRAZIANO, _Decr._ II,
23, VIII, c. 8, riportano un frammento di lettera indiritta da Leone
all’Imperatore, che il GUGLIELMOTTI, _Storia della Marina Pontificia_,
I, Roma, 1836, riferisce alla battaglia di Ostia. È pur cosa mirabile
che un pacifico frate domenicano abbia scritto la storia della
marineria pontificia, delle navi da guerra di san Pietro.
[124] ANAST., n. 516. Il MURATORI, ad a. 849, erroneamente dice che
questa torre si elevasse a Porto. Ancor ne la vide FLAVIO BLONDO (_Roma
Instaur._, I, 37), ed anche il TORRIGIO (_Le sacre grotte_, pag. 524).
[125] _Civitatem, quam Leo P. III — aedificare coeperat, et cujus
multis jam in locis fundamenta posuerat, licet post suum transitum a
quibusdam ablata fuissent hominibus, ita ut nec aditus appareret ubi
prius inchoationem praefatus habuerat murus_: ANAST., n. 532.
[126] _Ut de singulis civitatibus, massisque universis publicis, ac
Monasteriis per vices suas generaliter advenire fecisset, sicut et
factum est._ Nel vol. II, a pag. 447, parlando di _Capracorum_, ho
fatto menzione dell’inscrizione che a questa edificazione si riferisce.
Allorquando Gregorio IV costruì le mura di Ostia, egli si accollò
_partem quandam murorum non modicam cum suis hominibus quasi in
sortem_: ANAST., n. 476. Devesi intendere che le _singulae civitates_
fossero del Ducato.
[127] ANAST., n. 534: _Super posterulam, ubi mirum in modum castellum
praeeminet, quae vocatur S. Angeli_: così dunque omai nel secolo nono
si appellava la tomba di Adriano. Da questa _posterula_, ancora ai
tempi di FULVIO, s’entrava nei prati del Vaticano. Le costruzioni di
Alessandro VI la fecero scomparire, ma si serbò il nome di «Porta di
Castello», ed oggidì è attribuito ad una porta ossia arcata che ivi è
nel muro. — Il nome _Viridaria_ si spiega dalla vicinanza degli orti
pontificî. Il BUNSEN (_Descrizione della città di Roma_, II, 1, p.
34) vuole riconoscere la porta antica in quella di Alessandro VI, che
oggidì è murata.
[128] _Super posterulam aliam, quae respicit ad Scholam Saxonum._
I _Mirabilia_ non parlano di questa porta, ma delle due altre. La
_Graphia_ non ne nomina alcuna; l’ANON. MAGLIABECH. cita la _Viridaria_
e la _Melonaria_ (per _Porta Castelli_). Anche il _Cod. Vatican._
3851 (è una descrizione regionale compilata nel secolo duodecimo o
nel decimoterzo) parla di due sole porte: _Civitas Leoniana habet
turres XLIIII, propugnacula MCCCCXLIIII, portas duas_. Un altro
_Cod. Magliab._ (n. 24, XXII, del principio del secolo decimosesto)
ha conoscenza della porta di Santo Spirito, ma denota la Porta
Cavalleggieri per _posterula Saxon._ Si rammenti che anche il muro
dell’Adrianeo aveva una porta (_S. Petri_ o _Aenea_). Più tardi si
aprirono nella città Leonina tre nuove porte: porta Pertusa sulla cima
del Vaticano (oggi murata), Cavalleggieri (che all’età di FULVIO era
detta «del Torrione» dalla torre di Leone che ancor dura), e la porta
Fabrica oggi murata, per guisa che la città Leonina contava sei porte;
sette con quella dell’Adrianeo.
[129] Il Papa orò in prima dinanzi alla porta maggiore: ... _Deus —
hanc civitatem, quam novi ter te adjuvante fundavimus, fac ab ira tua
in perpetuum manere securam, et de hostibus, quorum causa constructa
est, novos ac multiplices habere triumphos._ Indi pregava a porta _S.
Angeli_ e per ultimo alla _posterula_ (ANASTASIO). Il PLATINA scambia
queste preci _super portam_ per vere inscrizioni.
[130]
_Qui venis ac vadis decus hoc adtende, viator,_
_Quod Quartus struxit nunc Leo Papa libens._
_Memoria praeciso radiant haec culmina pulchra_
_Quae manibus hominum facta decore placent._
_Caesaris invicti quod cemis iste Hlothari,_
_Tantum Praesul ovans tempore gessit opus._
_Credo malignorum tibi nunquam bella nocebunt,_
_Neque triumphus erit hostibus ultra tuis._
_Roma caput orbis, splendor, spes, aurea Roma,_
_Praesulis ut monstrat en labor alma tui._
_Civitas haec a Conditoris sui nomine Leonina vocatur._
[131]
_Romanus, Francus, Bardusque viator et omnis_
_Hoc qui intendit opus cantica digna cantet;_
_Quod bonus Antistes quartus Leo rite novavit_
_Pro patriae ac plebis ecce salute suae._
_Principe cum summo gaudens et ovans per annos_
_Quos veneranda fides nimio devinxit amore_
_Hos Deus omnipotens perferat arce poli._
_Civitas Leonina vocatur._
Le due inscrizioni sono riferite nel MURATORI, _Dissert._ XXVI, colle
varianti del _Cod. Passionei_ da me adottate; trovansi anche nella
_Roma subterr._, II, c. 8. La seconda inscrizione nel quinto verso
direbbe: _Haec cuncta Joannes_, con che Giovanni VIII avrebbe dato
compimento alla città Leonina, come osserva il MURATORI: ma ANASTASIO
dice che essa fu da Leone _undique consumata_. A vece di _cuncta
Joannes_ propongo la dizione: _junctus in annos_. Il DE ROSSI (_Le
prime raccolte_, p. 98) propone: _cuncta Hlotharo_.
[132] Afferma il BUNSEN che Leone avesse dato sede a’ Côrsi nella città
Leonina: forse lo trae dal BLONDO, I, 13, il quale dice: «e la empì di
Côrsi.» Però non si fa menzione mai di una Scuola o di una chiesa di
Côrsi nella città Leonina. Trovo per la prima volta fatto cenno della
nuova città nel _Dipl._ XIII raccolto dal MARINI, a. 854: _Infra hanc
nostram nova civit. Leonina_.
[133] Il _praeceptum pontificale_ conteneva la statuizione così dei
diritti dei Côrsi che dei loro oblighi _in servitium b. Petri_. I
terreni erano stati per la più parte beni della Camera pontificia,
alcuni in possesso di conventi e di uomini privati. Si noti la piega
di questo discorso: _pontificale eis, quod secundo promiserat ob
serenissimorum Lotharii et Ludovici majorum Imperatorum, suamque simul
mercedem, perpetuamque memoriam, praeceptum emisit_.
[134] ANASTAS., n. 548: _cui ex nomine proprio Leopolim nomen imposuit_.
[135] MURATORI, _Annal._, ad a. 854, e l’HOLSTEIN, annot. al CLUVER.
Il FRANGIPANI, _Istoria di Civitavecchia_, riporta l’opinione di
Scrittori posteriori, secondo la quale la novella città avrebbe avuto
nome di Circella, e Leopoli sarebbe stata Corneto: egli crede che gli
abitatori di Leopoli sieno ritornati a Centumcelle intorno all’anno
940. Il GUGLIELMOTTI, I, 42, assume per data l’anno 889, e opina che
Centumcelle fosse distrutta nell’anno 829, ma, computati i quarant’anni
di esilio e la fondazione di Leopoli avvenuta nell’anno ottavo del
pontificato di Leone IV, ne risulta l’anno 813. _Annal._ EINHARDI, ad
a. 813: _Mauri Cemtumcellas vastaverunt_. ANASTASIO tace che i Mauri
ponessero sede nella ruinata città.
[136] ANAST., n. 541, la appella: _S. Dei Genitricis Mariae super
Scholam Saxonum_.
[137] Vedi il vol. II, a pag. 486 di questa Storia.
[138] _Portas — multisque argenteis tabulis lucifluis salutiferisque
historiis sculptis decoravit_: ANAST., n. 540. I predicati officiali:
_mirae magnitudinis et pulchritudinis, inclyta operatione celatum_,
ch’egli d’ordinario attribuisce ai sacri arredi, non sono fuor di
luogo.
[139] Al ricamo delle stoffe, talvolta appellato _opus plumarium_,
attendevano certamente degli artefici in vicinanza al san Pietro,
sì come i musaicisti fanno oggidì nella fabbrica dei musaici. La
_Cronica di Farfa_, pag. 469, fa cenno al secolo decimo di una siffatta
fabbrica, nella quale erano impiegate delle giovani donne: _Curtem S.
Benedicti in Silva Plana, ubi fuit antiquitus congregatio ancillarum,
quae opere plumario ornamenta ecclesiæ laborabant_. Di mantelli a cappa
di foggia romana (_cappae romanae_) e di cinture d’oro (_cingula romano
opere_) fa parola il _Chron. Fontanell._ (nel DACHERY, II, c. 17, 280)
come di cose preziose che s’usavano per donativo.
[140] Di Leone IV è il corridoio dietro alla tribuna; una inscrizione
in marmo nomina i Santi che egli vi seppellì.
[141] Tre volte ANASTASIO ripete il cenno di questa chiesa come di
edificio di Leone IV; n. 568, 569, 592. Il PLATNER, _Descrizione della
città_ (III, I, 368) dubita della identità della _Maria Antiqua_ e
della _Nova_, perocchè dall’ANONIMO DI EINSIEDELN sembri emergere che
la _M. antiqua_ era posta in vicinanza all’arco di Severo. Certo è che
Leone IV tramutò la _Maria antiqua_ nella _Nova_, e precisamente fra le
ruine del duplice tempio di Adriano. — Il CIAMPINI, ecc., c. 28, reputa
che i musaici odierni sieno quelli dell’anno 848. Ma molti divarî dal
carattere di questa età, ad esempio la posa del bambino ritto in piedi,
e l’epigramma in versi leonini, dimostrano un secolo posteriore, anche
senza dire della miglior fattura artistica.
[142] _Basilica S. Sebastiani, quae in Frascatis consistit_: ANAST.,
n. 515, n. 529: _S. Maria, quae ponitur in Frascata_; n. 546: _S.
Vincentii, quae ponitur in Frascata_.
[143] Sola notizia se ne ha negli _Annal. Bertin._: _Lotharius filium
suum Hludovicum Romam mittit, qui a Leone papa honorifice susceptus, et
in imperatorem unctus est_. Il MURATORI contesta la data del PAGI, che
pone l’avvenimento ai 2 Dicembre.
[144] _Romani quoque urtati Saracenorum Maurorumque incursionibus,
ob sui defensionem omnino neglectam apud imperatorem Lotharium
conqueruntur: Annal. Bertin._, a. 853.
[145] Gli Atti sono nel BARON., a 853, n. XXXV; nel LABBÉ, _Concil._,
IX, p. 1134; e le iscrizioni di Leone IV nel san Pietro trovansi negli
_Annal. Bertin._, a. 868.
[146] ANASTAS., n. 554 gli dà nome di _Romani palatii egregius
superista, ac consiliarius_, e di _Romanae urbi superista_.
[147] In tale nesso possono porsi i due frammenti di lettere che si
attribuiscono a Leone IV; trovansi in GRAZIANO, c. IX, dist. 10: _De
capitulis vel praeceptis imperialibus — irrefragabiliter custodiendis_,
e nella Pars. 2, caus. 2, qu. 7: _Nos si incompetenter aliquid egimus,
et subditis justae legis tramitem non conservavimus, vestro, ac
Missorum vestrorum cuncta volumus emendare judicio etc._
[148] ANAST., verso la fine della _Vita Leonis_.
[149] _Papa Pater Patrum Peperit Papissa Papellum_, dice un Autore
favoleggiando; infatti di tal forma si spiegava un’inscrizione antica
che apparteneva ad un sacerdote di Mitra (_Pater Patrum_), ma che il
popolo ebbe riferito alla Papessa. Una statua antica che rappresentava
una donna con un bambino s’ergeva lungo la via Lateranense, e per il
corso dei secoli fu reputata simulacro della papessa Giovanna. Soltanto
Sisto V ne la fece rimuovere.
[150] PLATINA in Giovanni VIII, com’ei chiama la Papessa. — _Sella
stercoraria_ (seggetta) dicevasi veramente lo scanno su cui sedeva il
Papa quando prendeva possesso. CENCIO (MABILLON, _Mus. ital._, II, 211)
così spiega quest’uso: _ducitur a cardinalib. ad sedem lapideam, quae
sedes dicitur Stercoraria, quae est ante porticum basil. Salvatoris
patriarchatus Lateranensis: et in ea eumdem electum — ponunt, ut vere
dicatur:_ «_Suscitat de pulvere egenum, et de stercore erigit pauperem,
ut sedeat cum principibus, et solium gloriae teneat._» Il Papa sedeva
altresì sopra due altri fessi sedili di porfido nella cappella di san
Silvestro in Laterano; dall’uno riceveva le chiavi della basilica,
dall’altro le restituiva al Priore (MABILL. _Iter. Ital._, I, 57).
Il bizzarro costume durò fino alla fine del secolo decimoquinto. Una
tal _sella_ di marmo rosso trovasi oggidì nel museo Vaticano. Nelle
inscrizioni cristiane del Vaticano lessi: _Stercoriae filiae_: è un
nome abbastanza strano per una donzella.
[151] Intorno a questa favola v’hanno parecchie scritture: dopo della
Riforma vi fu una mischia di dissertazioni fra Cattolici e Protestanti
su questo subbietto, per guisa che una donna di cantafavola ebbe
biografie in maggior copia delle più celebri regine che siano state nel
tempo antico e nel moderno. Perfino FEDERICO SPANHEIM sostenne il fatto
in una sua dissertazione; ne la scalzò del fondamento la _Histoire de
la Papesse Jeanne_ del LENFANT (La Haye, 1720). Prima, LEONE ALLAZIO
aveva scritto la sua _Confutatio fabulae de Joanna Papissa_, Colon.
1653, e DAVID BLONDEL, in un’opera scritta in francese e nell’altra _De
Johanna Papissa_, Amstel., 1657, aveva messo in sepoltura la Papessa.
Il LEIBNITZ, l’ECKHART, il LABBÉ, il BARONIO, il PAGI, il BAYLE, il
LAUNOY, il NOVAES ne trattarono lungamente a confutazione, e ancora
ai dì nostri il BIANCHI GIOVINI scrisse in Torino un _Esame critico
degli atti e documenti relativi alla favola della papessa Giovanna_,
Milano, 1845. L’ultima scrittura è lo studio conchiudente del DÖLLINGER
intitolato: _La Papessa Giovanna_, nelle _Fole pontificie del Medio
evo_, Monaco, 1863; ivi il lettore troverà la più ampia notizia su
questa favola meravigliosa. Per quel che concerne la parte numismatica,
noto come importante il GARAMPIUS, _De Nummo Argenteo Benedict. III_
(Roma, 1749). La moneta tiene scritto sul suo rovescio: _Hlotharius
Imp._, e poichè essa fu battuta ancora al tempo di questo Imperatore,
ne consegue che Benedetto III fu immediato successore di Leone IV,
e non Giovanna, cui si attribuì un reggimento di due anni, un mese e
quattro giorni.
[152] Per la prima volta si menziona questa pratica, come era di già
in consuetudine all’epoca bizantina. _Decretum componentes propriis
manibus roborarunt et consuetudo prisca ut poscit, invictissimis
Lothario ac Ludovico destinaverunt Augustis_: ANAST. in _Bened. III_,
n. 558.
[153] _Imagines enim confregit, ignique concremavit, et Synodum, quam
supra sanctuarii januas b. memor. Leo pingi Papa jusserat, destruxit_:
n. 561. Del quadro che rappresentava il Sinodo parlano gli _Annal.
Bert._, a. 868. Fra i Vescovi franchi v’avevano allora molti avversarî
delle imagini; tali erano Claudio di Torino (m. 839), uomo di spiriti
liberali, contro cui scrisse Dungallo, e il colto Agobardo di Lione (m.
840). V. il GIESELER, II, 1, p. 93 ecc.
[154] _Benedictum beatum Papam volumus_, gridava il popolo.
[155] _Imperialibus missis cernentibus, in Apostolica sede, ut mos
est, et antiqua traditio dictat consecratus ordinatusque est Pontifex_:
ANAST. n. 566. Falso è dunque il diploma di Lodovico, sclama a questo
punto il PAGI. Ad onta di questi fatti precedenti, il cardinale
Anastasio fu assolto da Nicolò I, indi nuovamente scomunicato da
Adriano II.
[156] Il BARONIO, _Annal._, a. 855, riferisce un lungo epitaffio di
lui. Quantunque ei dica che l’iscrizione è erroneamente attribuita
a Enrico III, tuttavolta io reputo che essa sia di Enrico. Vi parla
troppo manifestamente l’indole dell’età degli Ottoni. I versi donde
incomincia:
_Caesar tantus eras quantus et orbis,_
_At nunc exigua clauderis urna_
trovansi parola per parola nei _Mirabilia_, riportati come iscrizione
della favoleggiata tomba di Cesare, allo obelisco del Vaticano. Il
BARONIO ha notizia di un’altra iscrizione funeraria in cui è detto di
Lotario: _qui Francis, Italis, Romanis praefuit ipsis_.
[157] _Michael — Imp. — misit ad b. Petrum Apost. donum per manum
Lazari Monachi et Pictoriae artis nimie eruditi, genere vero, Chazai,
i. e. Evangelium de auro purissimo, cum diversis lapidibus pretiosis._
Il nome di Lazzaro può pertanto campeggiare come uno degli antichissimi
nella storia dell’arte. Osservo di passaggio che allora si coltivava
in Roma anche l’arte di dipingere i vetri di finestre: _fenestras vero
vitreis ornavit_, dice ANASTASIO, n. 572, all’occasione dei restauri
operati da Benedetto nella santa Maria in Transtevere.
[158] _Praesente Caesare consecratus est_, dice la _Vita Nicol. I_;
e gli _Ann. Bertin.: praesentia magis ac favore Hludovici regis et
procerum ejus quam cleri electione substituitur_ (a. 858).
[159] _Et ecce Aemilienses, ac Senatores urbis Ravennae cum innumero
populo_: ANAST., n. 588. Il concetto _Senatus_ nel significato di
nobiltà, compare assai spesso, da dopo di Carlo magno, in tutte le
biografie dei Papi; ed anche qui vedesi che esso denotava massimamente
soltanto gli ottimati.
[160] _Nisi post Electionem Ducis, Cleri et populi_ (n. 591). Si
noti che i Duci pontificî nelle città maggiori, sedi in pari tempo
di Vescovi, prendevano parte alla elezione di questi: scomparso era
l’_Ordo_.
[161] _Donec in praesentia Apostolica, vel missi ejus, aut Vestararii
Ravennae legali ordine illas in judicio convincas_: n. 591.
[162] Vedi il PICHLER, _Storia della separazione ecclesiastica fra
Oriente e Occidente_, Monaco 1864, Vol. I.
[163] _Responsa_ di papa Nicolò ai Bulgari: _asseritis quod rex vester
cum ad manducandum in sedili, sicut mos est, ad mensam sederit, nemo
ad convescendum etiam neque uxor ejus cum eo discumbat, vobis procul in
sellis residentibus, et in terra manducantibus_.
[164] _Annal. Bertin_., a. 865. Il palazzo del Re era circondato da un
esercito innumerevole; quando egli si scagliò fuori, seguito da soli
quarantotto fedeli, comparvero di repente sette santi preti con cerei
in mano, simili ai sette di Amschasbano; i ribelli videro precipitare
sulle loro teste una città in fuoco, e i cavalli del Re gli assalsero
cacciandoseli sotto le zampe. Caddero a terra tutti; il Re si contentò
di cinquantadue teste mozze.
[165] Sulla venuta dei legati vedasi ANAST., n. 608. ANDREAS PRESBITER,
contemporaneo, dice che il Re stesso venisse a Roma e ricevesse il
battesimo dal Papa, _et fide sancta confirmata recepit doctores ab
eodem apostolico et in suam reversas est patriam_ (DOM. BOUQUET,
VII, 105). È difficile che ANASTASIO avesse taciuto della venuta del
Re. D’altronde questi già aveva assunto nome di Michele da quello
dell’Imperatore greco.
[166] Al confine trovavano Teodoro generale bizantino, il quale
staffilando le teste dei loro cavalli, diceva loro in isplendido
latino: _Imperator noster vos necessarios sane non habet_.
[167] La _Vita Nicol. I_, n. 609, dice: _omnes a suo Regno pellens
alienigenas_ (ossiano i Greci), _praefatorum Apostolicorum solummodo
praedicatione usus missorum_.
[168] _Quia Constantinopolis nova Roma dicta est favore principum
potius, quam ratione, patriarcha ejus pontifex appellatus est_: n. 92
dei _Responsa ad Consulta Bulgar_., LABBÉ, _Concil._, IX, 1534. Il Papa
vieta espressamente l’uso della tortura contro i ladri, e massimamente
contro gli accusati; proibisce espressamente il battesimo violento.
Egli non avrebbe consentito mai ad un battesimo come fu quello famoso
del fanciullo ebreo Mortara.
[169] Di questo si lagnarono i due Arcivescovi nel loro libello: _sine
synodo et canonico examine, nullo accusante, nullo testificante — tuo
solius arbitrio et tyrannico furore damnare nosmet voluisti_: HINCMARO,
_Annal._, a. 864, _Mon. Germ._, I. Tutti questi avvenimenti e gli atti
del Sinodo romano sono descritti in quegli Annali e negli altri di
Fulda, di Metz e in ANASTASIO. Vedine inoltre il DÜMMLER, I, 506, ecc.
[170] Ricavo questa data da un diploma di Farfa: _dat. VII Kal. Martii
anno Christo propitio Imperii Domni Hludovici Piiss. Aug. XI_ (dee
porsi X dall’era di Lodovico, che fu l’anno 855 in cui diventò solo
Imperatore) _Ind. XII actum Leonina Civitate_ (nel FATTESCHI ecc. n.
LV).
[171] HINCMARO, _Annal._, a. 864; ERCHEMPERTO, c. 37. ANASTASIO tace.
Anche il _Libell. de Imp. Potest._ narra assai chiaramente di questi
fatti; dice che il Papa si tenne chiuso nella chiesa dei santi Apostoli
pregando Dio contro il Principe malvagio. Quell’avvenimento però lo
avrebbe reso più pieghevole: _pro qua causa Apostolica mitior effectus
est_ (p. 721). Secondo lo stesso _Libellus_, l’Imperatore, ancor prima,
avrebbe incamerato alcuni beni della Chiesa nella Campagna.
[172] _Annal._ HINCMAR., a. 864.
[173] Riguardo alla validità del matrimonio di Gualdrada, eglino
contrapponevano arditamente il diritto di natura al giure canonico: _et
quia suo viro parentum consensu, fide, affectu, ac dilectione conjugali
sodata est, uxor profecto, non concubina habenda sit_.
[174] Tutte queste notizie sono dovute a HINCMARO.
[175] Lotario cacciò nuovamente la sventurata Regina, e si riprese
Gualdrada, per lo che questa nell’anno 866 fu scomunicata da Nicolò.
[176] ANAST., _Vita Nicol._, n. 600. Si contava allora per ferie.
La domenica era _feria prima_. Noci vuotate ed infilate a funicelle
significavano i giorni pei quali valevano quei marchi.
[177] _Formam aquae, quae vocatur Tocia_ (ANAST., n. 584). Quest’acqua
sarebbe, come alcuni Archeologi credono, la _Jopia_ o _Jovia_, ovvero
la _Trajana Tuscia_; ma un insigne conoscitore della topografia di Roma
nei bassi tempi, ci dimostra con buoni argomenti che la _Tocia_ era
la _Appia_. Vedi COSTANTINO CORVISIERI, _dell’Acqua Tocia in Roma nel
medio evo_, articolo di sommo pregio inserito nel «_Buonarroti_» (Roma
1870, Febbraio, Marzo e Luglio). La _Tocia_ forniva di acqua la regione
Lateranense. Il nome _Tucia_ ossia _Tuscia_ è antico, perchè così si
chiamava un fiumicello nelle vicinanza di Roma, e già fin dal tempo
di papa Silvestro era conosciuto il _Fundus Aquae Tuscae_ nell’Agro
Verano. Peraltro ho già osservato che vi sia corrispondenza fra l’_Aqua
Tocia_ e l’Acquatoccio, che è il nome medioevale di un piccolo fiume
che si mesce colle acque del rivo chiamato Almo (a).
(a) Questa nota, che si sostituisce all’altra apposta nell’originale
tedesco (seconda ediz., 1870), ci fu, con una lieve modificazione nel
testo, fornita dall’illustre Autore, il quale viene, con sua grande
cortesia, offerendoci delle aggiunte o delle varianti anche ad altri
luoghi dell’Opera. Ne faremo, a loro sito, avvertenza, come di cosa che
reca gran pregio alla nostra edizione italiana. (N. del T.)
[178] Secondo la _Vita Gregor. IV_, n. 467, la _Sabbatina_ continuava a
scorrere _ad Ecclesiam b. Petri Ap., atque ad Janiculum sicut prius_.
La Vita _Nicol. I_, n. 607, contraddicendo: _formam aquaeductus
qui multis a temporibus ruerat, et ad b. Petrum Ap. ob hoc aqua non
ducebatur, in meliorem, quam fuerat, certamine quam plurima revocari
statum_. Quel _multis a temporibus_ è pertanto inesatto ed erroneo.
[179] _Vita Nicol. I_, n. 607: _Ostiensem urbem — in ruinis jacentem —
fortiori, firmiorique fabrica raedificari — jussit — promptos ad bella
in ea homines collocavit_.
[180] _Pater vero ejus liberalium cum fuisset amator artium, et
nobilissimum polleret fomitem cunctis eum elementis, almificisque
ritibus imbuens, literarum studiis, et optimis artibus perornabat, ita
ut nulla sacrarum species remaneret disciplinarum_: incominciamento
della _Vita Nicol. I_.
[181] La _Constitutio Lotharii_ è data nel Maggio 825 da Olona, e
non nell’823, come opinano il MURATORI e il TIRABOSCHI, _Mon. Germ.
III_, 248. Incomincia: _de doctrina vero, quae ob nimiam incuriam
atque ignaviam quorundam praepositorum, cunctis in locis est funditus
extincta, placuit, ut sicut a nobis constitutum est, ita ab omnibus
observetur, videlicet ut ab his qui nostra dispositione ad docendos
alios per loca denominata sunt constituti, maximum detur studium,
qualiter sibi commissi scholastici proficiant_. Si noti l’espressione
_Scholasticus_ in significato di scolare.
[182] Decreto di Eugenio nel _Concil. Roman. 826, Canon. 34: magistri
et doctores constituantur, qui studia literarum, liberaliumque artium,
ac sancta habentes dogmata assidue doceant_; e l’aggiunta di Leone
IV: _etsi liberalium artium praeceptores in plebibus_ (oggidì «pievi»)
_ut assolet, raro inveniuntur, tamen divinae scripturae magistri, et
institutores ecclesiastici officii nullatenus desint_.
[183] Se possedessimo questi Regesti, sì come dal tesoro del secolo
sesto conservammo per felice ventura le lettere di Gregorio I, se
ne avessimo soltanto quel che contengono i Regesti di Giovanni VIII,
vivrebbe per noi a nuova vita anche l’oscura storia della città di Roma
dal settimo secolo al decimo. L’odierno archivio secreto del Vaticano
conserva soltanto i Regesti continuati da Innocenzo III in poi: formano
più di duemila volumi, e questa parte della storia universale è, ancora
ai dì nostri, pari a una fonte celata nelle viscere della terra!
[184] Vedi il _Chronic. Centulense_ nel D’ACHÉRY, _Spicileg._, II,
c. 3. Il GINGUENÉ, (_Histoire littér._, c. 72) ne avrebbe potuto
apprendere che erronea è l’opinione dell’ANDRES: _il n’y avait pas dans
toute la France un Térence, un Cicéron, un Quintilien_.
[185] In quel tempo che la scarsezza di libri era tanto grande, v’aveva
in Roma maggior liberalità che oggidì. Si davano codici a prestito
perfino ai paesi stranieri. _Quae auctorum opera si vestra liberalitas
nobis largita fuerit, deo annuente, una cum memorato S. Hieronymi
Codice fideliter omnino, restituenda curabimus_: LUPI FERR., Ep., 103.
Le lettere di Lupo trovansi nel Tom. II del DUCHESNE, e l’accennata è a
pag. 778.
[186] I codici sono a tenersi in conto di opere d’arte. Chi non vide
senza sentirne ammirazione il celebre _Codex Amiatinus_ della Vulgata,
ornamento della Laurenziana di Firenze? Il BANDINI (_Dissert._, Vol. I,
_Suppl. ad Catal._, p. 701) opina che esso venisse in dono al convento
di Amiata fin dai tempi di Lodovico I, ma non può darsi dimostrazione
della sua ipotesi che abbia appartenuto a Gregorio magno. I Papi
donavano codici alle chiese, e i cataloghi gli enumerano insieme coi
candelabri e coi ciborî. L’epitaffio di Pacifico arcidiacono di Verona
(m. 846) celebra, con espresso discorso, di lui: _Bis centenos terque
senos codices fecerat_ (MURAT., _Diss._ XLIII). La iscrizione del prete
Giorgio di san Clemente in Roma, dice che egli donò questa chiesa (a.
743) di codici, vero obolo della vedova:
_Veteris novique Testamentum denique libros_
_Octateuchum, Regum, Psalterium, ac Prophetarium,_
_Salomonem, Esdram, Storiarum Ilico Plenos._
(_ibid._)
[187] Un frontespizio così fatto, è posto innanzi al celebre Codice
di Farfa nella Vaticana; il più meraviglioso di questo genere vid’io
a Monte Cassino: è il Codice longobardo n. 353, del secolo decimo, che
contiene la Regola di Benedetto, l’originale dei due _Chronica Ignotor.
Casinens._, un prezioso catalogo di Papi e la _Epistola Pauli Diaconi
ad Carol. Regem_. Nel frontespizio è dipinto l’abate Giovanni il quale
offre il codice in dono a san Benedetto che tiensi seduto. L’imagine
è giovevole a far conoscere il ricco vestimento a foggia antica dei
Benedettini.
[188] I caratteri longobardi dei secoli nono, decimo e undecimo,
che erano usati in molti conventi, sono resi difficili a causa delle
lettere _a_ e _t_ che facilmente si scambiano, così a cagione della
_r_ e della _s_, e per la connessione delle lettere _n_ e _m_; del
resto i caratteri sono costanti di forma, e questo è loro privilegio.
Naturalmente i diplomi possono dirsi veri geroglifici. Il lettore se
ne può persuadere esaminando il MABILLON, _De Re Diplom._, osservando
ad esempio il diploma di Nicolò I (p. 441), o la bolla di Pasquale I,
a Patronace di Ravenna, le bolle di Benedetto III e di altri Papi del
secolo nono.
[189] Quest’opera fu trafugata a Parigi al tempo della Republica
francese-romana, ma poi tornò felicemente a Roma. Era stato certamente
un donativo dei Carolingi; ma è incerto se la prima imagine miniata
rappresenti Carlo magno oppure Carlo il Calvo. Il disegno delle
miniature è cattivo e grossolano; le lettere iniziali sono fatte con
molto garbo di arte.
[190] Monete di Leone III tengono scritto dalla faccia diritta
s. PETRVS, nel mezzo LEO PA.; dal rovescio CARLVS; nel mezzo Ipa
(_Imperator_). Le monete attribuite a Stefano IV sono di origine
dubbia. Denari di Pasquale hanno la scritta LUDOVVICVS IMP.; nel mezzo
ROMA; dall’altra parte SCS PETRUS; nel mezzo il monogramma PSCAL. E
nelle simiglianti monete di Papi che vennero dopo, non manca mai il
nome dell’Imperatore: quelle di Leone IV hanno dalla diritta LEO PAPA
in monogramma, nell’orlo SCS PETRVS; dal rovescio HLOTHARIVS, nel mezzo
IMP. Vedi l’opera di DOMENICO PROMIS intitolata: _Monete dei Romani
Pontefici avanti il mille_, Torino, 1858. Essa completa e corregge il
VIGNOLI e la compilazione del CINAGLI.
[191] _XXXII Philosophos illo tempore Beneventum habuisse perhibetur,
ex quibus illorum unus insignis Ildericus nomine_: ANON. SALERN., c.
133. Che cosa poi fossero i così detti filosofi, si rileva da ciò
che Ilderico, in un’opera a lui attribuita, si ricovera sotto alla
protezione della Madonna: lo si scorge anche nel suo inno dedicato a
Cristo.
[192] _Ut linguae Latinae injuriam irrogaretis, hanc in epistola vestra
barbaram et Scythicam appellantes: Ep. Nicol. I_ nel LABBÉ, IX, 1320.
Per far l’apologia della lingua ei non ricorre a Cicerone, a Virgilio
o a Giustiniano, ma afferma che Dio l’ha creata _ut cum Hebraea atque
Graeca in titulo domini a reliquis discreta insignem principatum tenens
omnibus nationibus praedicat Jesum Nazarenum regem Judaeorum_: parlava
pur sempre la coscienza che il latino era divenuto lingua universale
cristiana.
[193] Il manoscritto antichissimo del _Liber Pontificalis_
dell’incominciamento del secolo ottavo, fu dal PERTZ rinvenuto
a Napoli. Vedasi ciò ch’egli racconta delle fonti della Storia
antichissima dei Papi nell’_Archivio della società di storia
antica tedesca_, V, 68. Il GIESEBRECHT ha trattato ad evidenza così
dell’origine del _Liber Pontificalis_ come della sua continuazione:
vedine nel _Giornale universale mensile di scienza e letteratura_,
Aprile 1852.
[194] Il TIRABOSCHI tratta di questo periodo assai superficialmente,
e ciò per verità non gli si può apporre a colpa: del GINGUENÉ e del
SISMONDI non torna il conto parlare. Merita gran lode la _Dissert.
XLIII_ del MURATORI.
[195] Lo affermano il NOVAES, il PAGI ed altri, appoggiandosi al
detto di ANASTASIO: _coronatur denique_. Le monete di Nicolò I non
rappresentano la sua effigie. Sergio III (904) è raffigurato in una
moneta colla mitra in capo. La tiara, cinta di serto, di forma affatto
orientale, aveva altresì nome di _Regnum_ o _Phrygium_; per lo che
Innocenzo III diceva: _In signum spiritualium contulit Mitram, in
signum temporalium dedit mihi Coronam, Mitram quoque pro sacerdotio,
Coronam pro Regno_. Di rado, scriveva questo Pontefice, i Papi
portavano la tiara; quasi sempre la mitra. Vedi il VIGNOLI, _Antiq.
Pontif. Rom. Denarii_ p. 63, e il NOVAES, _Introduzione_ II, Diss. V. —
Non si conservò alcuna delle antiche corone pontificie; la più vecchia
data soltanto da Giulio II.
[196] Le Decretali erano sconosciute ai Papi prima dell’anno 864.
Furono compilate da un chierico nelle Gallie intorno all’anno 851 od
all’852. Vedi gli studî dell’HINSCHIUS, _Decretales pseudo-Isidorianae
et capitula Angilramni_, Lipsia, 1863, nella introduzione.
[197] ANASTASIO ne significò la morte a Adone arcivescovo di Vienne
(LABBÉ, _Concil._, IX, p. 1587), dicendo: _Eheu! quam sero talem virum
ecclesia meruit, quam cito reliquit_. E REGINO, ad ann. 868, dice:
_post b. Gregorium usque in praesens nullus praesul in Romana urbe —
illi videtur aequiparandus. Regibus ac tyrannis imperavit, eisque ac si
dominus orbis terrarum auctoritate praefuit_. Il BARONIO, _Annal._, a.
867, riferisce l’epitaffio di Nicolò.
[198] _Vita Hadr. II_, n. 614. Il PAPENCORDT, ecc. p. 164, dipinge con
grande verità il malcontento partito franco che era in Roma.
[199] _Vita Hadr. II_, n. 616. Però santo Gregorio non gli concesse
diritti ospitali; parecchie volte gli comparve con aspetto irato nel
sogno, e gli comandò di uscire del suo chiostro. Teutgaudo fuggì nella
Sabina, dove morì: GIO. DIACONO., _Vita s. Gregor._ IV, c. 94. Anche
Guntero, colpito gravemente dai fulmini di Nicolò I, non si rialzò più,
quantunque Adriano nell’anno 869 lo ammettesse alla comunione (_Annali_
di INCMARO a quest’anno).
[200] _Benedictionem summi Pontif. ad consolationem videlicet multorum
qui factiosorum tyrannide liberius solito saeviente inter unius
decessionem et alterius substitutionem Pontificis diversis agitantur
exiliis_ etc. _Vita Hadr. II_, n. 615. Dei Vescovi esigliati, al n.
617.
[201] _Divisis quippe Italiae finibus, Spoletanorum dux Romae
constitutus est vice Regis, tali pacto ut quando Apostolicus obiret,
interesset Dux praefatus electione futuri Pontificis, accipiens plurima
dona in partem regiam_; EUTROPII _Presbyteris Langobardi Tractatus de
jurib. et privilegiis Imperatorum in Imperio Romano_ (compilato intorno
al 900), _apud_ GOLDAST, _Monarchia_ I, 9.
[202] _Vita Hadr. II_, n. 622: _Igitur Lambertus — tempore
consecrationis — Romanam urbem, praeter consuetudinem, sicut tyrannus
intravit, non rebellantem, sicut victor satellitibus suis ad praedandum
distribuit_. La _Vita_ nomina altri Lambertini che erano in Roma,
Aistaldo, Walterio, Ilpiano, Odone e Teoperto, tedeschi tutti, e certo
proavi delle posteriori famiglie romane degli Astalli, dei Gualterii,
degli Ilperini e degli Oddoni.
[203] La notevole _Constitutio promotionis exercitus observationis
partibus Beneventi_, trovasi nella _Historiola Ignoti Casin._, in
CAMILLO PEREGRINO, a. 866. Quelli di Tuscia, insieme _cum populo qui
de ultra veniunt_, dovevano muovere per Roma a Ponte Corvo (_Pons
Corvus_). Questo castello longobardo era sorto intorno a questo tempo,
in vicinanza di Aquino. A Monte Cassino mi giovai del _Codex Diplom.
Pontis Curvi_, che giunge dall’anno 953 al 1612.
[204] _Ut ab hostibus s. Nicolai, quia omnia ejus acta penitus
infringere nitebantur, Nicolaitanus et scriberetur, et publice
diceretur: Vita_, n. 618.
[205] INCMARO, _Annal._, 868. Lodevole è la mitezza della sentenza.
Tuttavia la scomunicazione era una punizione terribile; essa separava
l’uomo dalla società umana: _et qui cum eo in locutione, cibo vel potu
communicaverit, pari excommunicatione cum eo tenebatur annexus_. Della
notizia di tutte queste cose andiamo debitori a quegli _Annali_.
[206] ANASTASIO bibliotecario tradusse in latino gli atti dell’ottavo
Concilio, e li provvide di un’introduzione. Lodovico in quel tempo lo
aveva mandato a Bisanzio, perchè combinasse un matrimonio fra la figlia
di lui e Costantino figliuolo di Basilio. _Vita Hadr. II_, n. 629.
[207] _Quam ob rem cavendum est, ne cum ea pari mucrone percellaris
sententiae, ac pro unius mulierculae passione et brevissimi temporis
desiderio, vinctus et obligatus ad sulphureos foetores et ad perhenne
traharis initium._ Questa lettera ed altri atti relativi alla cosa
trovansi in REGINO, _Chronic._, a. 866, 868.
[208] Vedremo esser esatta soltanto per metà la notizia data dagli
_Annal. Fuld._, che nell’anno 868 ei venisse a Roma, vi trovasse morto
Nicolò, e movesse a Benevento.
[209] INCMARO, a. 869. Egli dà al Re del miserabile Giuda. _Ipse autem
infelix, more Judae, simulata bona conscientia, et impudenti fronte
eamdem sacram communionem sub hac conventione accipere non pertimuit._
A quest’occasione anche Guntero fu ammesso alla comunione. Erra REGINO
trasportando a Roma questi avvenimenti.
[210] _Indeque solarium secus eccl. b. Petri mansionem habiturus,
intravit, quem nec etiam scopa mundatum invenit_: così INCMARO. Del
resto, i Romani non furono mai vaghi della mondezza, e oggidì ancora la
granata è un beneficio raro a trovarsi nelle loro case. REGINO dice che
Lotario ricevesse onorifico accoglimento, ma è da credersi a INCMARO.
[211] _Laena_ ha anche significato di ruffiana.
[212] _Unum est enim Imperium Patris, et Filii, et Spiritus Sancti,
cujus pars est Ecclesia constituta in terris_ (si noti che _Ecclesia_
ha qui il significato di Cristianità). La lettera, dell’anno 871, è
nell’_Anon. Salernit._, c. 102 seg. Io la compendio.
[213] _Quocumque gentem et Urbem gubernandam_ (chiara espressione della
signoria suprema), _et Matrem omnium Ecclesiarum Dei defendendam, atque
sublimandam accepimus_.
[214] _Romanorum Imperatores existere cessaverunt, deserentes non solum
Urbem et sedem Imperii, sed et gentem Romanam, et ipsam quoque linguam
amittentes, atque ad alia transmigrantes._
[215] INCMARO e REGINO, a. 871. Sopra tutti il contemporaneo
ERCHEMPERTO, c. 34: il _Chronic. Vulturn._ (MURATORI, I. 2, p. 403) non
fa che copiare da lui. L’_Anon. Salernit._, c. 117, dice che Lodovico
aveva per tre anni continui afflitto e concusso Benevento. Anche il
contemporaneo ANDREAS PRESB. bergamasco (_Mon. Germ._, V, 232) ne dà
notizia. L’avvenimento fu tema di una canzone di giullare (MURATORI,
_Dissert._ XL, e SISMONDI, _De la Litérature du Midi_, I, 15). Da
essa si apprende che nell’anno 871 la «lingua volgare» non era ancora
diventata lingua poetica. Ha il tono usato dai nostri cantafavole che
incominciano: udite, o uomini, la tremenda istoria:
_Audite omnes fines terrae horrore cum tristitia,_
_Quale scelus fuit factum Benevento Civitas,_
_Ludhuicum comprenderunt sancto, pio Augusto,_
_Beneventani se adunarunt ad unum consilium._
_Adalferio loquebantur, et dicebant Principi:_
_Si nos eum vivum dimittemus, certe nos peribimus._
_Celus magnum praeparavit in istam provinciam:_
_Regnum nostrum nobis tollit: nos habet pro nihilum._
_Plures mala nobis fecit. Rectum est, ut moriat_ etc.
[216] Così spiegano il BOUQUET ed il MURATORI. INCMARO, ad a. 872:
_Hludowicus autem imp. vigilia pentecostes Romam venit, et in crastinum
coronatus ab Adriano papa_. Per quel che concerne l’anno e la data
della venuta di Lodovico, il _Chron. Farf._ trova conferma in un
diploma già da me notato: _V Kal. Junii, Ind. V. Actum in Civ. Roma,
Palatio Imperatoris_.
[217] _Tunc a senatu Romanorum idem Adalgisus tyrannus atque hostis
reipublicae declaratur, bellum etiam adversus eum decernitur_: REGINO,
a. 872. Lo stesso Cronista (morì nel 915) narra altresì che Adalgiso
fuggì in Corsica, ma dice che l’Imperatore, per reverenza del suo
giuramento, non mosse in persona contro a Benevento, e diè l’incarico
della guerra alla sua donna.
[218] Il _Liber Pontificalis_ ci ha abbandonati; e gli _Annal. Bertin._
o INCMARO danno soltanto il giorno dell’ordinazione: _Adrianus papa
moritur, et Johannes archidiacon. Roman. eccl._, 19 _Kal. Jan. in locum
ejus substituitur. — Johannes, nat. Romanus, ex patre Gundo_: così la
_Vita_, tratta dal Catalogo, in WATTERICH, I, 27.
[219] Ivi leggesi il suo epitaffio; fra altre cose dice:
_Huic ubi firma virum produxerat aetas,_
_Imperii nomen subdita Roma dedit_...
_Nunc obitum luges, infelix Roma, patroni,_
_Omne simul Latium, gallia tota dehinc._
(DOM. BOUQUET, VII, 380)
Oltre ai Cronisti che parlano della morte di Lodovico, è meritevole
di nota la notizia che ne dà ANDR. PRESB. nella sua barbarica Cronica.
Egli ebbe parte a portare la bara dell’Imperatore: _Ibi fui et partem
aliquam portavi, et cum portantibus ambulavi a flumine qui dicitur
Oleo_ (Oglio) _usque ad flumen Adua_: c. 17.
[220] Il severo giudizio può trovare giustificazione, se si pensi
che questa pagina fu scritta in tempo, nel quale le questioni
dell’independenza e dell’unità d’Italia fervevano più gravemente che
mai. (N. del T.)
[221] _Ep._ 34 _Hadr. II_, LABBÉ, VII, 443. _Igitur ergo integra fide,
et sincera mente, devotaque voluntate, ut sermo sit secretior, et
literae clandestinae, nullique nisi fidelissimis publicandae, vobis
confitemur — salva fidelitate imperatoris nostri, qui si superstes ei
fuerit vestra nobilitas, vita nobis comite, si dederit nobis quislibet
multorum modiorum auri cumulum, numquam — suscipiemus alium in regnum
et imperium Romanum, nisi te ipsum_. E ricolma di predicati adulatorî
il Re, che aveva irritato per suoi attacchi contro la Chiesa gallicana.
[222] Il LEO (_St. d’Italia_, p. 274) dice, che egli bramava un
Principe il quale lasciasse correre per la loro china le soperchierie
dei maggiorenti, le devastazioni dei Saraceni e il frastagliamento
dell’Impero. L’ultima cosa io ammetto, il resto no. I più acerbi nemici
di Roma erano i Margravî di Toscana e di Spoleto, gli ottimati romani
ed i Saraceni, e contro a tutti loro Giovanni VIII sperava anzi di aver
ajuto da Francia, come dimostrano le molte lettere in cui espone sue
lagnanze.
[223] L’AIMOIN, _De Gest. Francor._ V, c. 32, fissa l’anno 876, e
INCMARO lo computa dal dì della coronazione. La data del giorno di
Natale dell’anno 875 è stabilita dal Sinodo di Pavia (Febbraio 876),
che confermò l’elezione imperiale. Durante la presenza in Roma di
Carlo, giusto allora coronato, è dato il suo diploma di Farfa: _VII.
kal. Jan. — Imp. ejus I. Actum in S. Petro, Ind. IX_.
[224] L’Annalista di Fulda: _Omnemq. Senatum populi Romani pecunia
more Jugurthino corrupit_; e REGINO, _Chron._, a. 877: _iampridem
imperatoris nomen a praesule sedis ap. Johanne ingenti pretio emerat_.
[225] Vedi gli _Acta Conventus Ticinensis_ (_Mon. Germ._ III,
528; BARON., a. 876), dove Giovanni VIII ripicchia soprattutto sul
suo _eligimus merito et approbavimus — ad Imperii Romani sceptra
proveximus_. Tuttavolta, egli non osa ancora di preterire l’adesione
del clero e dell’_ampli Senatus, totiusque Romani Populi gentisque
togatae_. Si notino queste reminiscenze antiche, che diventano ognor
più manifeste. Vedansi anche il Concilio romano dell’anno 877 e il
Concilio di Pontigon del Luglio 876 (LABBÉ, t. XI, 289). Un Cronista
tedesco dice ancor pianamente e con semplicità: _A papa accepit
benedictionem imperialem: Annal. Vedastini_.
[226] Secondo la _Ep._ IX, da Giovanni VIII indiritta a Landolfo
di Capua, è indubitato che Carlo il Calvo diede Capua alla Chiesa:
_de terrae vestrae pacta — nostro juri potestatique commisit_; e il
_Libell. de Imper. Potest._, p. 722, v’aggiunge perfino le Calabrie, il
Samnio, il ducato di Benevento, Spoleto, Arezzo e Chiusi. Se si badi a
quest’ultimo, Carlo rinunciava ai diritti imperiali in Roma (_perdonans
illis jura Regni_), ed alla presenza del _Missus_ nella elezione
pontificia. _Quid plura? cuncta illis contulit, quae voluerunt,
quemadmodum dantur illa, quae nec recte adquiruntur nec possessura
sperantur._ Queste cose devonsi accettare con grande cautela. Carlo
riconobbe espressamente il primato di Roma (nel _Convent. Ticinens._).
[227] I Vescovi ed i Conti protestano: _nos Italici Regni Regem
elegimus_, — è una formale elezione regia. _Acta Conv. Ticin._
[228] _Georgius, cui cognomen fuit de Aventino_: così lo denota il
_Libellus Auxilii in defens. Formosi_, c. 4.
[229] _Ep._ 319 di Giov. VIII _ad univ. Gallos et Germanos de
damnatione Formosi ep., Gregorii nomenclatoris, et alior. qui Romae in
synodo fuerant excommunicati_ (MANSI, _Con._ XVII, 236 e segg.). Questi
Atti sinodali furono letti nella dieta dell’Impero a Pontigon. — Il
GALLETTI, _Del Prim._, p. 71, cercò di chiarire la parentela di quegli
ottimati. — L. Richter, nel Programma dell’Università di Marburgo,
1843, publicò le deliberazioni del secondo Sinodo di Giovanni VIII,
dei 30 di Giugno, dove perfino fu rimproverato a Formoso _venerabilia
monasteria hujus ecclesiae quibus praefuit sacrilege depredasse_.
[230] SIGONIUS, _de Regno Ital._, V, a. 876, tratteggia assai bene
la connessione dei partiti in Roma, ma trae troppo presto in iscena
i Conti di Tusculum, loro attribuendo, ancor prima della elezione di
Carlo il Calvo, il disegno di costituire un impero nazionale romano.
[231] _Ep._ 21, 30, 31, 32, 34. Nella lettera 32 egli dice che i
Saraceni spesso venivano fin sotto alle mura, e ne rileviamo che l’Anio
era omai chiamato _Tiberinus_, onde derivò il nome volgare di Teverone.
_Ita ut et illi saepe usque ad muros urbis quamvis clandestinis oris
pervenerint, et Tiberinum fluvium, qui olim Albula dicebantur, juxta
Sabinorum confinia pertransierint_. L’AMARI, _Storia dei Musulm.
di Sicil._, I, c. XI, attenua il pericolo di Roma, e aggrandisce
l’influenza e gli intendimenti di Giovanni VIII sull’Italia inferiore.
[232] _Ita ut facta videatur Neapolis Panormorum vel Africa. Quumque
nostri quique Saracenos insequuntur, ipsi ut possint evadere Neapolim
fugiunt, quibus non est necessarium, Panormum repetere._ Nella lettera
di Lodovico a Basilio.
[233] _Tunc Salernum, Neapolim, Gaietam, et Amalfim pacem habentes cum
Saracenis, navalibus Romam graviter angustiabant depopulationibus._
ERCHEMBERT., ad ann. 875, 876 (_Mon. Germ._, V, 253).
[234] _Decem bona et expedita chelandia ad portum nostrum transmittas,
ad litora nostra de illis furibus et piratis Arabibus expurganda_:
_Ep._ XLVI di Giov. VIII, e similmente la _Ep._ CCXL. Ciò dopo che
l’Imperatore greco aveva mandato una flotta.
[235] GUGLIELMOTTI, I, 81. I Greci avevano altresì delle navi minori,
dette _Chelandia_.
[236] _Quae nostra sunt defendimus — Dromones videlicet cum caeteris
navibus construentes, et caetera vasa bellica et apparatus._ Frammento
di lettera in Ivo, _Decret._, _Pars X_, c. 69: anche al c. 68 parla di
_nostri dromones_, in una lettera indiritta a Marino ed a Pulcharo.
[237] _Neapolites milites apprehensos decollari fecit (sc. Guaiferius)
sic enim monuerat papa_: ERCHEMPERT. Giovanni VIII più tardi consigliò
il vescovo Anastasio di pigliare a tradimento tanti capi di Saraceni
quanti gli prefiggeva, e di tagliar loro la gola. _Si majores
Saracenorum quantos melius potes, quos nominatim quaerimus, cum aliis
omnibus coeperis, et jugulatis aliis, eos nobis direxeris: Ep. CCXCIV._
[238] Notizia di questa vittoria di mare è conservata da IVO,
_Decret._ X, c. 71: lettera di Giovanni indiritta _Imperatori et
Imperatrici_, senza data. _Cum reversi fuissemus_ (da Napoli, a. 877,
e non da Francia, a. 878) — _non plus quam quinque diebus in urbe
manentes, quamvis corporis non modica detineremur molestia, exivimus
cum fidelibus nostris — coepimus naves 18. Saraceni — multi occisi —
captivos fere 600 liberavimus_. L’AMARI non parla di questa vittoria
marittima, ma il GUGLIELMOTTI, p. 82, ha raccolto la notizia di questi
avvenimenti con gran diligenza: però egli s’astiene da considerazioni
sull’arte politica usata da Giovanni nell’Italia meridionale.
[239] _A proprio germano captus est, et Romam mittitur effossis oculis,
ibique miserabiliter vitam finivit_. Leggasi la _Ep._ LXVI, in cui
Giovanni si congratula con Atanasio di questo fratricidio.
[240] Lo dice nella sua lettera scritta a re Carlomanno in data da
Genova, mentre era in viaggio per Francia. _Ep._ 89: _fesso mihi
paganorum persecutione ac gladio, atque exactionis census viginti
quique millium in argento mancusorum annualiter_.
[241] L’AMARI dice che questo trattato avvenisse nell’anno 877 e
nel congresso di Traetto; il GUGLIELMOTTI lo pone all’879, dopo che
Giovanni era tornato di Francia. Però io credo che, a conchiuderlo,
non vi fosse tempo più acconcio di quello in cui Giovanni volgeva in
animo di partire per Francia, chè il suo tributo non obligava tutti i
Maomettani, nè egli se ne poteva fidare. Vedi la _Ep._ 69 a Landolfo
di Capua, data in _Nov. Ind. XI_; dunque nell’877, poichè l’_Ind. XI_
cominciava in Settembre: e vedi l’_Ep._ 74. Lettere posteriori che
trattano di quest’argomento sono quelle 209, 225, 242.
[242] _Ep._ 69, 74, 209, 225, 242, 265, 260 ed ERCHEMPERTO, c. 44.
[243] In quel tempo l’anfiteatro di Capua serviva da fortezza; come
quello romano, chiamavasi _Colossus_: ERCHEMP., c. 55, 56. Egli narra
di Pandolfo: _sequenti vero anno_ (881) _generaliter motionem faciens
cum suis, Neapolitibus et Saracenis super colossum, quo filii Landonis
degebant insedit_. E Guaifaro se ne appellava _Colossense_, c. 56.
[244] Monte Cassino fu distrutto nell’anno 884, e l’abate Bertario
venne ucciso innanzi all’altare. Una parte de’ monaci fuggì a Teano,
dove nell’anno 889 si abbruciò l’autografo della Regola di Benedetto.
I Cassinesi allora trasmigrarono a Capua, e soltanto Aligerno (m. 986)
restaurò Monte Cassino. Al Convento siamo debitori della conservazione
dei Regesti di Giovanni VIII, che ivi andarono di Roma; esso possiede
molti documenti, che non furono ancora usufruiti per la storia
dell’Italia meridionale. Sopra tutti, il _Cod. Diplom. Cajetanus_
(dall’anno 772 al 1638), copia di don Giovanni Battista Federici, offre
tesori preziosissimi. Reco ad onore di questa pagina l’iscrivervi
i nomi di don Luigi Tosti e di don Sebastiano Calefati, attuale
archivista di Monte Cassino; con grato animo celebro la cortesia con
cui questi uomini eruditi mi apersero il loro archivio.
[245]
_Hic Murus salvator adest invictaque Porta,_
_Quae reprobos arcet, suscipiatque Pios,_
_Hanc Proceres intrate, Senes, Juvenesque togati,_
_Plebsque sacrata Dei, limina sancta petens._
_Quam Praesul Domini patravit rite Johannes,_
_Qui nitidis fulsit moribus ac meritis._
_Praesulis Octavi de nomine facta Johannis_
_Ecco Johannipolis urbs veneranda cluit._
_Angelus hanc Domini Paulo cum Principe Sanctus_
_Custodiat Portam semper ab hoste nequam,_
_Insignem nimium muro quam construit amplo_
_Sedis apostolicae Papa Johannes ovans._
_Ut sibi post obitum celestis janua regni_
_Pandatur, Christo sat miserante Deo._
Dal _Cod. Passioneus_ o _Signorili_, nel MURATORI, _Diss. XXVI_, e nel
TORRIGIO ecc. p. 360. Nel chiostro del san Paolo vidi un piccolissimo
frammento di questa iscrizione, in bei caratteri. L’ANON. MAGLIAB.,
XXVIII, Cod. 51, n. 2, fa menzione di questa _Joannipolis, quae in
odiernis non videtur, et antiquitus pulcherrima aedificata fuit_, e
dice che essa aveva più di due miglia di circuito. Un documento di
Gregorio VII dell’anno 1074, relativo al san Paolo, conferma a questa
chiesa _totum Castellum S. Pauli quod vocatur Joannipolim, cum Mola
juxta se (Bullar. Casin., II, const. CXII)_.
[246] _Romanorum filios sub isto coelo non legitur fuisse obsides
datos, quanto minus istorum qui fidelitatem Augustalem et mente
custodiunt, et opere Deo juvante perficiunt: Ep._ 61. Erronea è la
data _Ind. XI, 12 Kal. Nov._ La richiesta di ostaggi fu anteriore al
Concilio del Febbraio 877, e fu precisamente questo che rese cheto
l’Imperatore.
[247] _Ecce nobis Carolum Christianissimum principem superna
providentia, praescitum a se et praelectum ante mundi constitutionem,
et praedestinatum_ — più in là non si può andare ad adulare i Principi.
Per lo contrario, vi contrasta acerbamente la lode data a Carlo magno,
onde è detto bene e con verità: _atque intra brevissimum tempus
ita industria pietatis studio egit, ut novus quodammodo videretur
mundus, magnis luminaribus venustatus, et variis vernantibus floribus
adornatus: Concil. Roman. mense Febr. Ind. X_, 877 (LABBÉ, T. XI, 296).
[248] _Elegimus hunc merito, et approbavimus una cum annisu et voto
omnium fratrum et coepiscoporum nostrorum, amplique Senatus, totiusque
Romani populi, gentisque togatae_; e i Vescovi confermano: _quem
elegistis eligimus_. — Di questo Sinodo fanno menzione AIMOINUS V, c.
35 e INCMARO _Annal._, a. 877.
[249] Il concetto dei _praecaria_ e dei _praestaria_ si rileva dalle
formule di MARCULFO, II, n. V, p. 109; XXVII, p. 241. Al II, n. 40, p.
174; XXVIII, p. 243, _praestaria_ si definisce così: _ad praestitum
beneficium tibi praestare_, cioè dopo che fu prodotta l’instanza,
_precaria_.