CAPITOLO SETTIMO.

§ 1.

Formoso, papa nel Settembre dell’891. — Fazione di Arnolfo e fazione

di Guido. — Sergio è candidato avverso a Formoso. — Questi chiede

ad Arnolfo che muova su Roma. — Calata di Arnolfo in Italia. — Guido

muore, e Lamberto gli succede nell’Impero. — Arnolfo viene contro a

Roma. — Prende d’assalto la Città. — È coronato imperatore nell’Aprile

dell’anno 896. — I Romani gli prestano giuramento di fedeltà. — Suo

sventurato ritorno. — Formoso muore nel Maggio dell’anno 896.

Alla cattedra di Pietro saliva adesso, nel Settembre dell’anno 891,

Formoso, cardinale vescovo di Porto, che era, così almeno pare, romano

d’origine[284]. Sappiamo quali fossero state le sorti anteriori di

quest’uomo ambizioso: scomunicato da Giovanni VIII, aveva giurato

di non tornare a Roma o nel suo vescovato; più tardi Marino lo aveva

sciolto di quella promessa e lo aveva restituito a Porto. Era vissuto

in pace sotto al pontificato di due Papi, finchè, morto Stefano V,

era stato, (parimenti di quello che avvenne con Marino), appellato

addirittura dal suo seggio vescovile a quello di Pontefice: e siffatta

traslazione in quel tempo si reputava contraria ai canoni[285]. Formoso

s’era senza dubbio adoperato per giungere al Papato, e sembra che, per

conseguire l’intento, facesse delle promesse agli uomini temprati a

sensi nazionali, e che così guadagnasse i loro voti.

La parte del Papa presto si stringeva attorno alla bandiera di Arnolfo

d’Alemagna e di Berengario favorito di lui; la fazione avversa si

schierava sotto al vessillo spoletino di Guido, di Lamberto suo figlio

e di Adalberto di Tuscia, chè in questi contrapposti s’erano adesso

mutati i partiti antichi dei Tedeschi e de’ Francesi in Roma. A capo

della fazione spoletina stava Sergio diacono, romano illustre che era

stato candidato oppositore di Formoso, ed era il suo antagonista più

acerbo[286].

Quantunque il Pontefice fin d’ora volgesse le sue speranze ad Arnolfo,

tuttavolta la condizione delle cose lo costringeva a riverire Guido

imperatore, e questi, forse coll’adesione del Papa e intendendo a

raffermare la dignità imperiale nella sua dinastia, eleggeva il suo

figliuolo Lamberto a socio nell’Impero: nell’anno 892, Formoso medesimo

lo coronava a Ravenna[287]. Ciò faceva egli di mala voglia; chè nessun

Pontefice poteva di vero senno augurare la fondazione o il rassodamento

di una dinastia imperiale indigena. La sorte delle armi favoriva

Guido; Berengario era battuto, e indarno chiedeva salvezza ad Arnolfo

di Germania, sebbene le sue instanze fossero raccomandate anche dai

legati di Formoso, cui tosto gravemente angustiavano Guido e la parte

spoletina ch’era in Roma. Guido infatti, violava i confini dello Stato

della Chiesa, e incamerava patrimonî di san Pietro; la lotta delle due

fazioni minacciava di venire in Roma ad uno scoppio; perciò Formoso,

nell’anno 893, chiedeva ad Arnolfo che calasse dalle Alpi. Il Re venne

in Italia sull’incominciamento dell’anno successivo[288]; Milano e

Pavia, prese di terrore, gli aprirono le porte; perfino i Margravî di

Tuscia, Adalberto e Bonifacio fratello di lui, gli si diedero in balìa

quali vassalli. Però, a Pasqua, ei tornavasi indietro a Germania, nè

proseguiva il suo cammino vittorioso, attraverso le terre di Guido,

fino a Roma, dove il Papa l’avea invitato ad andare.

La subita morte di Guido non indusse mutazioni essenziali nelle cose

di Roma. Questo Imperatore, ossia tiranno d’Italia, come i Cronisti

tedeschi lo appellano, moriva di un’emorragia di petto, presso al fiume

Taro nell’Italia meridionale, sulla fine dell’anno 894; probabilmente

Lamberto s’affrettava adesso di andare a Roma per ottenere da Formoso

la confermazione della sua dignità imperiale, e per farsene coronare

con solennità grande. Era ancora giovanissimo, bello della persona,

cavaliere compiuto, speranza massima degli Italiani che aderivano alla

parte nazionale. Il Papa, non soccorso da Germania, doveva acconciarsi

alle circostanze; protestava essere disposto a proteggere questo

Imperatore con sollecitudine paterna; però novellamente spediva suoi

legati ad Arnolfo affinchè fervidamente gli raccomandassero di venire

a Roma[289]. Era cosa che doveva infiammare la fazione spoletina

a furibondo odio contro il Papa, il quale la tradiva a Germania.

Nell’autunno dell’anno 895, Arnolfo sbucò di Baviera, per cacciare fuor

del suo sentiero Berengario e Lamberto, e per torsi finalmente il reame

d’Italia e l’Impero. La sua marcia guerresca è la prima e avventurosa

impresa che un Re tedesco tentasse contro di Roma. Guadato il Po,

divideva in due il suo esercito; scagliava gli Svevi su Firenze per la

strada di Bologna; i Franchi guidava egli, dalla parte occidentale,

a Lucca. Corse fama di apparati ostili per parte di Berengario e di

Adalberto di Tuscia; ciò fece sì che Arnolfo s’affrettasse nel suo

cammino, laonde, passate le feste natalizie a Lucca, ruppe contro

a Roma. Il giovane Lamberto non gli opponeva resistenza alcuna,

avvegnachè egli cercasse di difendere soltanto Spoleto; ma la madre sua

Ageldrude, che nutriva spiriti gagliardi ed era figlia di quell’Adelchi

duca di Benevento celebre per la prigionia cui aveva costretto Lodovico

imperatore, sperava di poter ributtare il nemico dalle mura di Roma.

Quivi era già scoppiata una furiosa rivolta; la fazione spoletina,

ossia nazionale, capitanata da Sergio e da due nobili, Costantino e

Stefano, s’era omai impadronita del Papa; Spoletini e Toscani erano

penetrati nella Città, ne avevano sbarrate le porte, asserragliata la

città Leonina e riempiutala di genti di guerra; una femmina ardita era

l’anima di tutto quell’armeggio belligero.

Adesso, per la prima volta, conveniva che Roma fosse assediata dalla

soldatesca di un Re tedesco, dai «Barbari» di Germania; per la prima

volta conveniva che questi conquistassero la Città santa, ed ivi con

forza di armi s’impadronissero della corona imperiale.

Arnolfo, il valoroso bastardo, poneva campo fuor di porta san

Pancrazio; chiedeva che Roma s’arrendesse, ma gli rispondevano con

ischerni[290]. I Tedeschi, dapprima scoraggiti poichè erano vaghi di

pugne ardenti, chiesero finalmente con grandi grida di esser condotti

all’assalto; e, come narrò la leggenda, un avvenimento accidentale,

un lepre fuggente verso le mura e inseguito da loro, ve li trasse.

L’atteggiamento bellicoso degli Spoletini e dei Romani presto si

smarrì; le mura furono superate con iscale oppure a forza di selle da

cavallo ammonticchiate le une sulle altre; alcune porte furono spezzate

a colpi di ascia, quella di san Pancrazio fu abbattuta cogli arieti, e

i Tedeschi, nella sera di quell’istesso giorno, penetravano nella città

Leonina, e vi liberavano il Pontefice dal castel sant’Angelo, dove i

suoi nemici lo avevano rinchiuso[291].

Arnolfo non entrò insieme colle sue soldatesche; volle seguire la

consuetudine degli Imperatori, tenendo sua entrata dal campo di Nerone,

e volle avere accoglienze solenni nel san Pietro. Si fermò presso a

ponte Molle; clero, nobiltà e scuole di Roma, fra le quali i Cronisti

tedeschi fanno speciale menzione di quella dei Greci, ve lo andarono

a levare con loro croci e con vessilli, e lo condussero nella città

Leonina: ivi il Papa lietamente lo ricevette sui gradini del san

Pietro, lo mise dentro nella basilica, e, rinnegata fede a Lamberto,

lo coronò imperatore[292]. Ignoto è il giorno in cui la coronazione

avvenne, ma cader dovette nella seconda metà di Aprile dell’anno 896.

Così il bastardo tedesco diventò imperatore romano, nè Formoso ottenne

perdonanza di quest’opera sua, che urtava contro al sentimento di

nazione[293]. Dopochè Arnolfo ebbe dato assetto a quelle molte cose

che concernevano l’Impero e la Città, e dopochè ebbe probabilmente

conchiuso un patto col Papa, ricevè nel san Paolo anche la protesta

di omaggio del popolo romano. Il giuramento fu prestato così: «Per

tutti questi misteri di Dio, giuro, che, salvo l’onor mio, salve la

mia legge e la mia fedeltà verso il signore e papa Formoso, per tutti

i giorni della mia vita sono e sarò fedele ad Arnolfo imperatore; non

mi associerò mai con uomo alcuno per romper fede a lui; non presterò

mai ajuto a Lamberto figlio di Agildrude, o a sua madre, affinchè

conseguano dignità temporale; nè con astuzie od argomento qualsiasi

darò mai questa città di Roma in balìa di esso Lamberto, o di sua madre

Agildrude, o di loro genti[294]».

La parte spoletina non aveva opposto energica resistenza al vincitore;

del sepolcro di Adriano, che poco tempo dopo fu pure un forte castello,

non è fatta parola, sebbene dubitar non si possa che Agildrude vi

avesse messo un presidio. Tosto dopo la presa di Roma, la vedova di

Guido imperatore era tornata colle soldatesche nella sua terra[295], ed

i Romani, alleati con lei, avevano deposto le armi. Pertanto l’ira di

Arnolfo avrà potuto presto acquetarsi, in pensando quanto lieve fatica

gli avea costato la presa di Roma su cui nemmanco possedeva diritti;

tuttavia può darsi che nella Città alcune teste cadessero sotto la

mannaia del carnefice; e due illustri romani, Costantino e Stefano,

quali rei di maestà, furono tratti in esilio in Baviera. Quindici

soli giorni rimase Arnolfo in Roma; vi lasciò da prevosto della Città

il suo vassallo Faroldo, cui avrà affidato un nerbo sufficiente di

milizie; dipoi mosse sopra Spoleto, dove l’amazzone Agildrude s’era

apprestata a difesa. Però, una infermità di paralisi lo coglieva per

via, nè tanto era conseguenza di veleno che gli propinasse la nemica

sua, quanto di quello che egli, dedito a stravizzi e a lascivie,

aveva succhiato fra le braccia delle sue amanze. La splendida vittoria

riportata da lui su Italia e su Roma destò meraviglia quasi minore del

suo ritorno precipitoso a Germania, che parve d’uom che fuggisse; e

la prima impresa guerriera che un Re tedesco facesse su Roma, triste

presagio de’ tempi venturi, non lasciò dietro a sè alcun sostanziale

risultamento.

Sia che perisse di infermità, oppure di veleno, morte liberò, in quello

stesso tempo, papa Formoso dai pericoli in cui lo avrebbero precipitato

la lontananza del suo proteggitore tedesco e la subita mutazione che

ne conseguivano le cose, per via di un trattato che si conchiudeva

fra Lamberto e Berengario. Formoso trapassava di vita nel Maggio

dell’anno 896, dopo un reggimento di quattro anni, di sei mesi e di

due giorni[296]. Nessun monumento serba ricordanza di questo Pontefice

degno di nota, ma la Città gli andò debitrice della restaurazione

fondamentale del san Pietro e dei suoi musaici, e dell’adornamento di

parecchie altre chiese[297].

§ 2.

Torbidi in Roma. — Bonifacio VI, papa. — Stefano VI, papa. — Sinodo

«del cadavere»; giudizio dei morti pronunciato sopra Formoso. — Cade la

basilica Lateranense. — Ragioni del delitto atroce. — Il _Libellus_ di

Ausilio. — La _Invectiva in Romam_. — Fine orribile di papa Stefano VI.

La morte di Formoso fu in Roma segnacolo di tumulti lunghi. La fazione

tusca e quella spoletina s’impadroniscono adesso di tutti i poteri;

la cattedra di Pietro diventa oggetto di ruba dei maggiorenti, e con

rapidissima successione la occupano Papi che, appena sorti, piombano,

cadaveri sanguinosi, nelle loro tombe. Il Papato, che sotto di Nicolò

e di Adriano ed ancora a’ giorni di Giovanni VIII, si era innalzato a

tanta grandezza d’intenti, cade in ruina nel mezzo della dissoluzione

universale di tutte le cose politiche. Sullo Stato temporale della

Chiesa, migliaja di predoni s’impongono da padroni, e financo la

podestà spirituale del Papa presto non è dappiù che un titolo senza

valore. Un buio che mette ribrezzo involge tutta Roma, ed appena è se

lo rischiari una debile luce che, tratto tratto, dalle Croniche antiche

si diffonde su questo periodo spaventoso: in verità è uno spettacolo

orrendo, in mezzo al quale compaiono in vista Baroni, cui è ragion la

violenza, che si danno nome di consoli o di senatori; compaiono Papi

d’animo brutale o sventurati che escono del grembo di quei signorazzi,

donne belle e feroci e lascive, larve d’Imperatori che vengono, pugnano

e vanno; e tutte queste persone e i loro fatti passano innanzi allo

sguardo colla rapidità di un vorticoso tumulto.

I Romani ponevano a forza sulla sedia di Pietro Bonifacio VI: non

trascorrevano che quindici giorni, ed ei moriva[298]. I maggiorenti

della parte spoletina, ossia nazionale, elevavano allora alla cattedra

papale Stefano VI, figlio di Giovanni prete romano. Quantunque

dapprincipio questo nuovo Pontefice riverisse Arnolfo perchè ne aveva

paura, se ne discostò tosto che, partito lui d’Italia, Lamberto entrò

nuovamente in Pavia. Incorato dagli acerbi nemici di Formoso, fra i

quali era egli pure, tenuto fra le mani dei Lambertini che dominavano

su di Roma, ispirato dal truce fanatismo degli odî partigiani, i quali

avevano tutta l’indole di una vera demenza furibonda, Stefano bruttò la

storia del Papato con un fatto di barbarie inaudito sì, che nessuna età

ebbe mai visto l’eguale.

Fu bandito un giudizio solenne contro a Formoso: il morto fu citato a

comparire in persona innanzi al tribunale di un Sinodo. Era il Febbraio

od il Marzo dell’anno 897, in quello che anche Lamberto imperatore

era venuto con sua madre a Roma, dove già comandava da padrone. I

Cardinali, i Vescovi e molti altri dignitarî del clero si congregarono

in sinedrio. Il cadavere del Papa, strappato alla tomba in cui riposava

da otto mesi, fu vestito dei paludamenti pontificî, e deposto sopra

un trono nella sala del Concilio. L’avvocato di papa Stefano si alzò,

si volse verso quella mummia orribile al cui fianco sedeva un Diacono

tremante che doveva fargli da difensore, propose le accuse; e il Papa

vivente con furore insano chiese al morto: «Perchè, uomo ambizioso,

hai tu usurpato la cattedra apostolica di Roma, tu che eri già vescovo

di Porto?» L’avvocato di Formoso parlò in suo patrocinio, seppure il

terrore non gli fe’ intoppo alla lingua; il morto restò convinto e fu

giudicato; il Sinodo sottoscrisse il decreto di deposizione, pronunciò

sentenza di condanna, e deliberò che tutti quelli i quali da Formoso

avevano ricevuto ordinazione ordinarsi dovessero nuovamente.

Se il cadavere del Vicario di Cristo si fosse di repente rizzato in

piedi e avesse risposto alle accuse che gli erano scagliate, coloro

che nel Sinodo tenevano scranna di giudici, colti da terrore mortale

sarebbero fuggiti, e alcuni di quei temerarî profanatori di sepolcri

ne sarebbero stramazzati al suolo per lo spavento; ma la mummia sedeva

immobile, tutto chiusa nel suo silenzio. Le strapparono di dosso i

vestimenti pontificî, le recisero le tre dita della mano destra colle

quali i Latini sogliono benedire, e con grida barbariche gettarono il

cadavere fuor dell’aula: lo si strascinò per le vie, e, fra le urla

della plebaglia, lo si buttò nel Tevere[299]. Non un fulmine del cielo,

che pur sì spesso e sì di buon grado aveva svelato prodigî a tornaconto

dei Papi, scoppiò su questo «Sinodo del terrore», nessun martire

s’alzò irritato dal suo avello; però il caso, che spesso fa le veci

della provvidenza, e mostra segni e portenti allorchè i Santi se ne

stanno muti, volle che tosto dopo crollasse la basilica del Laterano,

debole per vecchiezza. Papa Stefano, che dimorava lì presso nelle case

patriarcali, avrà trasalito ne’ suoi truci pensieri, adendo il rovinìo

del tempio; e la caduta della chiesa maggiore e madre della Cristianità

potrà essergli stato presagio del precipizio che aspettava il Papato

stesso e del giudizio che gli pendeva sul capo[300]. Le onde travolsero

il cadavere di Formoso; alcuni pescatori del Tevere lo rinvennero

quando Stefano non viveva più; gli avanzi di quell’uomo, che non aveva

trovato mai requie in vita nè in morte, furono riposti nuovamente nel

suo sepolcro in san Pietro; e vecchi e donne pie narrarono, che le

imagini dei Santi, collocate nella cappella in cui si trasportavano

le reliquie di lui, chinassero reverenti la fronte innanzi al morto

sventurato[301].

Vorremmo torcer lo sguardo da questo spettacolo di delitto, e

ritemprare l’animo alla similitudine per cui il Cardinal Baronio dice,

che alla Chiesa non ne potè venir macchia o vergogna, avvegnaddio

essa sia pari al sole, la cui faccia talvolta si vela di nubi, per

rifulgere poi di splendore più vivo: ma lo Storico che rifugge dalle

similitudini, trova in quel Sinodo un documento delle condizioni morali

di quell’età. Ben egli può affermarne che Papi, clero, nobili e popolo

di Roma erano allora immersi in una barbarie di cui imaginar non si

può la più orrenda: l’odio feroce dei Romani condannati da Formoso,

il livore di un Sergio, di un Benedetto, di un Marino (erano cardinali

preti), di un Leone, di un Pasquale, di un Giovanni (cardinali diaconi,

chè così specialmente li denota il posteriore Concilio di Giovanni

IX), la sete rabbiosa di vendetta della parte nazionale infellonita di

furore, perciocchè Formoso disertandola avesse coronato Arnolfo primo

imperatore tedesco, le relazioni politiche di Stefano VI, che, premuto

da Lamberto, lo blandiva; tutte queste circostanze di cose avevano

dato occasione al misfatto. L’orribile inquisizione toglieva qualche

fondamento giuridico dalla legge dei canoni; ricorreva all’antica

condanna di Formoso vescovo, alla infrazione del suo giuramento, da cui

ad ogni modo Marino I lo aveva sciolto con rito solenne, finalmente

alla esaltazione di lui, vescovo, al Pontificato. Decreti di Concilî

antichi avevano proibito ai Vescovi di trasferirsi da una città ad

un’altra, ma altri decreti avevano protestato, questo esser lecito

allorchè lo esigesse necessità delle cose; e il Sinodo congregato

da Giovanni IX nell’anno 898, si decideva in tai sensi per riguardo

a Formoso, quantunque aggiungesse, non doversi torre a imitazione

quell’esempio che non s’acconciava ai canoni[302].

Formoso, il cui corpo sofferse dopo morte il martirio che in vita gli

avevano risparmiato i Bulgari, trovò peraltro, anche a quell’età, dei

difensori in alcuni uomini cui la iniquità metteva a indignazione:

massimamente furono preti consecrati da lui, i quali protestarono

contro il Sinodo che aveva dichiarato invalide le loro ordinazioni.

Ausilio compilava una scrittura in cui vestiva di gloria lo infelice

Papa; un altro sacerdote, sconosciuto di nome, scagliava contro a Roma

un’invettiva focosa, nella quale rigettava a condanna dell’intiera

Città ciò che era colpa dei Romani, e con grande ira rammemorava che

eglino avevano sempre trucidato i loro benefattori: Romolo e Remo,

fondatori della Città, erano caduti l’uno sotto la mano del fratello,

l’altro sotto il ferro dei ribelli sul Quirinale; e di Pietro e di

Paolo (assai bene avrebbe egli potuto appellarli fondatori secondi

di Roma, e forse gliene librava in mente l’idea) diceva che l’uno

era stato crocifisso, l’altro decapitato: del paro, la Città avea

sbrigliato le ire sue contro a Formoso, santo, giusto e cattolico

uomo[303].

Frattanto, il destino coglieva Stefano nell’autunno di quello stesso

anno 897. Il suo delitto commoveva ad agitazione gli amici di Formoso e

tutti i Romani che nutrivano sentimenti generosi; la fazione tedesca,

che era in Roma, prese fiato; il popolo si sollevò; il Papa colpevole

fu preso, gittato in un carcere ed ivi strozzato. Però, Sergio, amico

suo ed avversario acerbo di Formoso, allorchè, pochi anni appresso,

salì alla cattedra apostolica, gli innalzò un mausoleo nel san Pietro,

e la inscrizione, che tuttavia suona ad infamia di Formoso, annuncia i

casi della sua caduta e della sua morte[304].

§ 3.

Romano, papa. — Teodoro II, papa. — Questi dà sepoltura al cadavere di

Formoso. — Morto Teodoro, Sergio tenta di impadronirsi del Pontificato,

ma è cacciato in bando. — Giovanni IX, papa nell’anno 898. — Ripone

in onore la memoria di Formoso. — Decreto di lui concernente la

consacrazione del Pontefice. — Sue cure per afforzare l’Impero di

Lamberto. — Morte repentina di Lamberto. — Berengario, re d’Italia.

— Calano in Italia gli Ungheri. — Sorge un pretendente in Lodovico di

Provenza. — Giovanni IX muore nel Luglio dell’anno 900.

Nel mese di Settembre o in quello di Ottobre dell’anno 897, a Stefano

succedeva Romano, uomo di incerta stirpe, che moriva quattro soli mesi

dopo. Ed anche il suo successore, Teodoro II, che vien detto romano

e figlio di Fozio (egli aveva pertanto origine di Grecia), non resse

la tiara che venti soli giorni[305]. Pareva che l’aere ammorbato dal

cadavere profanato nel Sinodo pesasse gravemente sopra queste persone

che passano rapide e fuggenti; pareva che lo spirito irato di Formoso

si rizzasse su loro, e, abbrancatele, tosto le cacciasse giù a capo

fitto nei loro avelli. Fra i pochi fatti che si narrano di Teodoro, gli

reca onore la cura ch’ei diede a seppellire nel san Pietro il cadavere

di quel Papa[306]. Laonde è, che con Teodoro il potere era tornato

in mano della fazione avversa a Stefano; per vero gli aristocratici

dell’altro partito tentavano, morto il Papa, di strapparlo a sè

nuovamente, ma non vi riuscivano. Forse, fin d’allora, ajutati da

Adalberto margravio di Tuscia, cercavano di coronare papa il potente

cardinale Sergio, ma prevaleva la parte di Formoso, e il Cardinale,

cacciato della Città coi suoi aderenti, si ricoverava di nuovo nel suo

esilio in Toscana[307].

In mezzo a condizioni nefaste di cose, delle quali non ci giunse

novella, Giovanni IX fu ordinato papa nella primavera o nella estate

dell’anno 898. Era figlio di un uomo di origine germanica, di Rampoaldo

di Tibur; era benedettino e cardinale diacono. Nel suo reggimento, che

durò due anni e pochi giorni, questo Papa diede prova di animo temprato

a moderazione e di intelletto. Il mutismo profondo in cui adesso

incomincia a chiudersi la storia della Città, è interrotto soltanto

dalla notizia di due dei suoi Concilî, onde ci furono conservati gli

Atti importanti. Sebbene Teodoro e Romano avessero pur avuto desiderio

di farlo, la brevità del loro governo aveva impedito a quei Pontefici

di purgare la Chiesa dal vitupero che le aveva inflitto il Sinodo «del

cadavere»; ma Giovanni IX, che era stato ordinato prete da Formoso,

congregava adesso un Concilio. Innanzi a questo furono citati i Vescovi

e i Preti che avevano sottoscritto i decreti sinodali di Stefano;

protestarono eglino, vero fosse o falso, che le sottoscrizioni erano

state ad essi carpite da quei furibondi; si prostrarono ai piedi del

Papa, e lo invocarono a pietà. Furono perdonati; ma i profanatori

del sepolcro, i Sergiani (stavano eglino in arme nella Toscana, e

da fuorusciti spiavano l’opportunità di scagliarsi su Roma), furono

ancora una volta maledetti con rito solenne. Condannati furono gli Atti

del Sinodo «del cadavere», e (lo si legge con meraviglia) si reputò

necessario di vietare che nell’avvenire si istituisse giudizio contro

ad un morto[308]. La memoria di Formoso fu splendidamente restituita ad

onoranza; si confermò la sua elezione a pontefice; le sue ordinazioni

furono sancite come valide.

Il decimo canone del Concilio statuì che la consecrazione di ogni

Papa nuovamente eletto dovesse nello avvenire farsi soltanto allora

che fossero presenti i legati imperiali. Di qui si pare che i

tumulti sanguinosi avvenuti duranti le elezioni di Giovanni e dei

suoi predecessori, chiedevano che una tale concessione si facesse

alla podestà imperiale, divenuta ombra vana. Oltracciò, i rapporti

di amicizia che avvincevano Giovanni IX e Lamberto influivano per

loro parte a promuovere siffatta decretazione[309]. Infatti, lo

stato di Roma costringeva Giovanni ad attaccarsi con ambe le mani

all’Impero; ei tentava di restaurarne la potenza, perocchè prevedesse

che, senza di quello, il Papato sarebbe perito: e orribili per verità

dovevano essere le condizioni delle cose, se strappavano al Papa un

simigliante decreto. Il giovine Lamberto imperatore, dopo la partenza

di Arnolfo, dominava in Italia senza contrarietà di sorta; sicuro

del suo emulo Berengario, ei sperava adesso di impadronirsi con tutta

quiete dell’Impero. Giovanni intendeva seriamente di dargli sostegno

a quest’uopo; nello istesso Sinodo lo confermava a imperatore, adulava

a lui ed anche agli Italiani, protestando che la consecrazione data da

Formoso al «barbaro» Arnolfo, era stata un atto surrettizio ed imposto,

e che si doveva tenere come nulla[310]. Giovanni non volgeva più lo

sguardo a Germania, dove Arnolfo imperatore languiva sul suo letto di

morte; non a Francia, dove universale era la confusione delle cose; a

lui, come agli Italiani, Lamberto, giovane, magnifico, prode, sembrava

essere il solo uomo che desse guarentia di uno Stato bene ordinato.

In questo stesso anno 898 Giovanni IX e Lamberto si videro in

Ravenna; e colà il Papa, in presenza dell’Imperatore, tenne un

Sinodo di settantaquattro Vescovi italiani, che fu notevole per

alcune costituzioni promulgatevi in riguardo della podestà che su

di Roma spettava all’Imperatore. Vi fu ordinato che nessun Romano,

appartenesse egli al clero od al senato od a qualunque altro ceto,

potesse essere impedito di «proclamare» alla maestà dell’Imperatore,

o di andare a lui in persona per ottenervi giustizia; coloro i quali

gliene avessero opposto ostacolo e perciò lo avessero danneggiato

nei suoi beni, sarebbero incorsi sotto giudizio dell’Imperatore[311].

Così volevasi dunque restaurare il tribunale imperiale a protezione

dei deboli contro le oltracotanze dei grandi; e può accogliersi con

buon fondamento che l’Imperatore mandasse a Roma novellamente il suo

_Missus_. Parimenti fu rinnovato colla Chiesa il patto già conchiuso

con essa da Guido; si dette confermazione al possedimento dello Stato

della Chiesa ed ai diritti di supremazia del Papa sui suoi territorî

e su di Roma. Prometteva Lamberto di restituire i patrimonî appresi

contro diritto; accordava altresì al Papa la sua protezione contro

ai Romani banditi, in quello che protestava di voler impedire i

loro conventicoli rivoluzionarî con Longobardi o con Toscani, nel

territorio di Toscana e in quello della Chiesa[312]. Nello stesso

Sinodo dolevasi il Papa della desolazione senza fine che affliggeva le

province, delle quali coi suoi stessi occhi aveva veduto le miserie nel

corso del suo viaggio a Ravenna; deplorava la caduta della basilica

Lateranense; si lagnava che le sue genti spedite a procacciare

travi necessarie alla riedificazione, ne fossero state impedite dai

ribelli; pregava l’Imperatore di soccorso; rimpiangeva che i redditi

della Chiesa fossero esauriti, che non ne fosse rimasto pur tanto che

bastasse a pagare lo stipendio dei cherici e dei famigli della corte

pontificia, od a largire elemosine ai poverelli. Così al basso, in

soli quarant’anni, era dunque caduto lo Stato romano; sì poco tempo

era trascorso dacchè i Papi avevano cavato milioni dai loro scrigni

per edificare nuove città, cui eglino, parimenti come Pompeo o Trajano,

avevano imposto i loro nomi.

Leale era il sentimento col quale Lamberto aveva fatto pace con Roma,

nè meno lealmente il Papa aveva cercato di raffermar lui nell’Impero:

ed è con vivo compiacimento che noi consideriamo gli sforzi che quei

due uomini, seguendo un indirizzo nazionale, rivolsero a mettere un

po’ di ordine nel caos d’Italia, per liberarla da tutte le influenze

del di fuori, e per foggiare, la prima volta, un Impero autonomo entro

ai confini delle terre italiche. Il lieto periodo di pace onde fruiva

lo sventurato paese, sembrava offrire malleveria di un bello avvenire,

e gli spiriti giovanili dell’Imperatore davano alimento ad ardite

speranze. Ma, tutto ad un tratto, un avvenimento sventurato dissipava

questo sogno di felicità, e il secolo di ferro o barbarico, come può

appellarsi il millennio della Cristianità, picchiava colla sua mano

inesorabile alle porte di Roma.

Partito di Ravenna, Lamberto era ito sull’alto Po, nelle pianure

di Marengo, ossia _Marincus_, che a quel tempo era tutto coperto

di boscaglie, fra le quali il giovine Principe soleva dilettarsi a

cacciare. Una caduta che ei vi faceva di cavallo, schiacciava d’un sol

colpo le speranze d’Italia. Il giovine degno di rimpianto, il più bello

e generoso cavaliere della sua età, spirava l’anima sopra quel campo

che, novecento anni dopo, diventò tanto celebre per la grande battaglia

che in esso fu combattuta. Voci si sparsero le quali accusavano della

sua fine Ugo, figlio di Maginfredo conte di Milano, che Lamberto aveva

mandato al supplizio estremo[313].

Quella subita morte cambiò in Italia la faccia delle cose. Berengario

in gran furia corse di Verona a Pavia per impadronirsi del Regno

italico: ed un tratto gli sorrise anche la sorte, chè molti maggiorenti

e Vescovi gli prestarono reverenza, e, nel Novembre dell’anno 899, la

morte dell’imperatore Arnolfo lo liberò dalla temenza delle pretese,

suffulte d’armi, che andavano alzando i Tedeschi. Però, quantunque

ei fosse certo dell’amicizia di Adalberto di Tuscia, quantunque

l’afflitta vedova di Guido e madre di Lamberto avesse conchiuso con lui

un trattato, quel Principe non potè toccare la meta che vagheggiava.

Guido e Lamberto erano prestamente giunti a porsi in capo la corona

imperiale, prestamente la avevano perduta insieme colla vita, eppure

Berengario, ad onta di fatiche grandi e di anni lunghi, non riuscì ad

afferrarla; neppure come a re d’Italia, e in mezzo a circostanze di

cose tanto favorevoli, dappoi che s’aveva estinto il titolo ond’erano

stati investiti Lamberto e Arnolfo, non gli fu dato di torsi da Roma

quel serto fatale. Questo fatto sorprendente riesce a dimostrare che,

omai nell’anno 899, gli Ungheri movevano il loro primo assalimento

contro all’Italia superiore, e che, nell’anno stesso, Lodovico di

Provenza erigevasi da pretendente all’Impero.

Sembrò che alla fine del secolo desse segno la morte del giovane

Lamberto, similmente a meteora sanguinosa, nuncia dei mali che si

venivano avvicinando. Infatti, in questo tempo, le terribili orde degli

Ungheri irrompevano dalle loro terre di Pannonia e rinnovellavano i

tempi di Attila; trucidando e devastando, si spingevano, nell’Agosto

dell’anno 899, sull’alta Italia, e sotto i colpi dei loro dardi

cadeva sul Brenta, addì 24 di Settembre, l’esercito del prode, ma

sventurato Berengario. Le conseguenze di questa disfatta gravarono

orribilmente le spalle ad Italia[314]. Lo scellerato giuoco dell’arte

politica italiana, che chiamava nella disunita contrada or Tedeschi,

or Francesi, sempre stranieri e sempre conquistatori, diventò adesso

continuo; la bellissima delle terre d’Europa, Lombardia, fu d’ora in

poi il grande campo delle battaglie della storia, sopra il quale le

nazioni romanesche e germaniche combatterono, e tuttavia combattono,

per il possedimento d’Italia, Elena nuova. Gli amici del morto Lamberto

(grande ne era il numero anche in Roma), i nemici di Berengario, fra

i quali primeggiava Alberto di Tuscia, s’inframmettevano in mezzo

a Berengario stesso e alla corona imperiale, e gettavano il loro

sguardo sul giovane Re di Provenza, nato di Bosone e di Irmengarda,

la quale era figlia di Lodovico II. Il nipote di un celebre Imperatore

della stirpe dei Carolingi poteva far valere dei diritti apparenti di

legittimità, e poteva contare sopra una grande aderenza di Conti e di

Vescovi, i quali miravano con invidia che ad un uomo del paese toccasse

la corona. Lodovico discese nell’anno 900, dopochè la sanguinosa

sconfitta subita da Berengario sul Brenta, aveva sgomberato dal suo

sentiero i massimi impedimenti[315].

Incerto è se ve lo chiamasse anche Giovanni IX: ad ogni modo,

l’accoglimento amichevole che il Principe s’ebbe in Roma sotto del

successore del Pontefice, dimostra quanto prestamente ei guadagnasse

alla sua parte i Romani, i quali ancora ricordavano che, tempo

addietro, Bosone padre suo aveva dato asilo a Giovanni VIII, e

che questo Papa lo aveva elevato a re d’Italia, contrapponendolo a

Berengario e ad Arnolfo. Però, a questi avvenimenti Giovanni IX non

sopravvisse; nel Luglio dell’anno 900 morì, gemendo sulla ruina di

tutte le sue generose speranze: egli pose fine al secolo di Carlo

il grande, ed aperse il secolo del mille, che, in mezzo a orribili

martorî di Roma, doveva educare l’imperio romano della nazione tedesca.

Non v’ha in Roma alcun monumento che conservi ricordanza di Giovanni

IX[316].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8 · 第 14 / 35 题