CAPITOLO SESTO.

§ 1. Relazioni difficili di Giovanni VIII con Lamberto e

coll’Imperatore. — Il Papa conferma una seconda volta la dignità

imperatoria di Carlo il Calvo. — Sinodi di Roma e di Ravenna

nell’anno 877. — Decreti di Giovanni, riguardanti i patrimonî. — I

beni della Camera pontificia. — Tentativi infruttuosi di resistenza

alla feudalità. — Carlo il Calvo muore. — Trionfa la parte tedesca.

— Comportamento minaccevole di Lamberto e dei fuorusciti. — Lamberto

assale Roma e fa prigioniero il Papa. — Giovanni VIII fugge a Francia.

I Saraceni e il disordine delle cose d’Italia ci ebbero distolto un

tratto dal por bada agli avvenimenti, che derivarono dalle relazioni

costituitesi fra la Città e l’Impero. Le difficoltà che premevano su

Roma, erano cresciute anche da questa parte. Lamberto, novellamente

riposto nel suo ducato di Spoleto, faceva quanto era possibile per

aggrandire i torbidi d’Italia, perocchè essi favorissero le sue

speranze rivolte a conseguire independenza, e potere ancor maggiore.

Roma aveva provato un tempo quanto pesasse la sua mano; i maggiorenti

condannati da Giovanni avevano cercato rifugio presso di lui, e,

come sogliono fare i fuorusciti, lo colmavano d’instanze affinchè li

riconducesse in patria. Fra l’Imperatore e il Papa era calata una densa

nube di sospetti, ai quali porgevano alimento le mire dei figliuoli di

Lodovico il Tedesco, avvegnadio questi Principi per parte loro fossero

sempre desiderosi di conseguire il possedimento d’Italia. Perfino i

rapporti d’amicizia che esistevano fra Roma e l’Imperatore greco, i

cui generali facevano nuovamente comparsa nel mezzogiorno d’Italia e

spesso erano vittoriosi, aumentavano le diffidenze di Carlo il Calvo;

e la coscienza della sua debolezza aguzzava il sospettare. Egli aveva

dato ai Romani ragioni sufficienti di deplorare la sua elevazione

all’Impero, e di desiderare che un altro Imperatore sottentrasse in

vece di lui. Le lettere che Carlo scriveva a Giovanni non possediamo;

ma uno scritto del Papa pone in luce lo stato delle cose. Lamberto, in

nome dell’Imperatore, aveva chiesto ai Romani degli ostaggi; Giovanni

con forte animo gli aveva niegati. Il Papa protestava di non poter mai

credere che ciò fosse volontà dell’Imperatore, scriveva a Lamberto che

la nobiltà romana preferirebbe la morte piuttosto che accedere a quella

inaudita domanda, lo pregava che non s’isturbasse di venire a Roma, e

lo accertava che, anche senza l’intervento di lui, il raffreddamento

tra l’Imperatore e i Romani si dissiperebbe, nè più nè meno che se

fosse una ragnatela[246].

Il Papa si giustificava tosto dopo del sospetto che l’Imperatore

nutriva sulla fedeltà sua e dei Romani, e facevalo in quel notevole

Concilio che egli raccoglieva a Roma nel Febbraio dell’anno 877.

La necessità lo rendeva più pieghevole, e lo sprezzato Impero ne

guadagnava ancora una volta d’importanza. Il Sinodo confermava

novellamente la dignità imperiale di Carlo; di tal guisa dovevano

andarne ferite nel cuore le pretese dei figliuoli di Lodovico di

Germania (ch’era morto addì 28 di Agosto dell’anno 876), e volevasi

risparmiarne una scissura nell’Impero. L’angustia in cui lo tenevano

i Saraceni e i profughi, l’aspettazione di soccorso da parte

dell’Imperatore, la temenza di Lamberto e dei Principi tedeschi, erano

cagione che il Papa, tenendo discorso ai Vescovi congregati, spargesse

il suo linguaggio di espressioni ispirate ad un’adulazione indegna e

invereconda. Poteva darsi che Carlo il Calvo meritasse qualche lode per

le cure che aveva rivolto agli studî scientifici; la Chiesa romana avrà

potuto anche tenere in pregio quest’omaccino debole, come fatto aveva

un tempo di Onorio, perocchè a lui andasse debitrice di concessioni

parecchie; ma le apologie di Giovanni dovevano spargere il ridicolo,

innanzi agli occhi di tutti, su questo fantoccio d’Imperatore. Il Papa

lo appellava stella di salvamento che era sorta sulla terra, affermava

che Dio aveva predestinato la sua elezione imperiale fin da prima

della creazione del mondo, e vestiva il meschinetto monarca di una

copia siffatta di splendide virtù, che neppure un Carlo magno avrebbe

potuto reggere a sostenerne il pondo[247]. Sulla fine diceva, essere

stato a causa di queste virtù ch’egli aveva eletto e confermato Carlo,

d’accordo coi Vescovi, coll’illustre Senato, con tutti i Romani e col

popolo togato: rispondevano i Vescovi acclamando di bel nuovo anche

da loro parte la elezione imperiale[248]. Così in basso era caduto

l’Impero del gran Carlo!

Accompagnato dalla sua donna, Carlo il Calvo venne effettivamente

in Italia con un esercito. In vicinanza di Orba gli fu recapitata

una copia degli Atti del Sinodo di Roma, ed ebbe messaggio che il

Pontefice aveva stabilito di andarlo ad incontrare a Pavia. Giovanni

trovavasi allora a Ravenna, dove nell’Agosto dell’anno 877 aveva

tenuto un Sinodo. Fra le deliberazioni di questo, erano alcune che

concernevano l’ordine dei patrimonî della Chiesa; e s’era promulgato

un decreto che divietava la loro alienazione sotto qualsiasi titolo

di natura feudale. Il concetto di _feudum_, la cui voce non era

allora peranco venuta in uso, s’esprimeva generalmente in quella età

col vocabolo di _beneficium_. Beni fondi erano dati in _beneficia_;

altri erano concessi in usufrutto con nome di _praestaria_, in

esaudimento d’istanze scritte (_praecarium_); e dall’istromento di

concessione, che detto era _libellum_, quei possedimenti avevano

nome di _libellaria_[249]. La confusione sempre maggiore di tutte

le cose, or che avarizia, e rapacia, e violenze, e trufferie d’ogni

maniera si scatenavano per ottener possesso di beni e ne creavano

titoli innumerevoli, agevolava le alienazioni e le traslazioni della

proprietà; i beneficî si trasformavano in possedimenti ereditarî di

coloro che ne avevano avuto investitura. Gli ottimati di Roma, del

cui seno erano usciti i Papi, stendevano avidamente le loro mani sui

patrimonî, e, presto assai, i Pontefici vedevansi costretti di cedere a

buoni patti i beni di san Pietro a uomini del loro partito sotto titolo

di locazioni, perocchè in siffatta guisa eglino pagassero il debito del

loro esaltamento alla sede pontificia, o si cattivassero aderenti. A

impedire questa divisione dei beni della Chiesa, Giovanni VIII volle

dar provvedimento nel Sinodo di Ravenna. Per ragione di patronato

dei maggiorenti, s’era fatta consuetudine, al tempo dei Carolingi,

d’infeudare conventi o chiese a Vescovi, a Conti, financo a nobili

donne; adesso Giovanni proibiva che si dessero in beneficî i conventi

e i beni che erano in quel di Ravenna, nella Pentapoli, nell’Emilia,

nella Tuscia romana e nella longobarda; faceva eccezione per quei soli

che erano dati in servigio speciale della Chiesa romana ad abitatori

del Ducato, o che erano attribuiti alla Camera pontificia[250]. I beni

di appartenenza immediata del fisco pontificio erano così precisamente

denotati: il _Patrimonium Appiae_, il _Labicanense_ o _Campaninum_,

il _Tiburtinum_, il _Theatinum_ (ambidue nel territorio sabinense),

il _Patrimonium Tusciae_, il _Porticus s. Petri_ (città Leonina), la

zecca romana, tutti i balzelli publici, l’imposta di ripatico, il porto

(_Portus_) e Ostia[251]. Fu statuito espressamente che questi patrimonî

non potessero essere ceduti a titolo di feudo. La Chiesa romana voleva

dare i suoi beni in affitto, come fino allora aveva fatto, ma indarno

si adoperava essa a combattere il progresso invadente del principio

feudale germanico, da cui, coll’andare del tempo, doveva derivare

l’alienazione assoluta dei possedimenti conceduti in investitura, e

sorgere un gran numero di pericolosi tirannelli ereditarî.

Posto termine al Sinodo di Ravenna, Giovanni VIII mosse rapidamente

ad incontrare l’Imperatore; con lui s’imbattè presso a Vercelli, e

insieme ad esso andò a Pavia; ma l’annunzio che Carlomanno scendesse

di Germania con un grosso esercito, mise tutte le paure in corpo

all’imbelle Carlo. Lasciò Pavia più presto che in furia, e dopo di

aver fatto che il Papa coronasse in Tortona la moglie sua, se la battè

in Francia, mentre Giovanni, dolente che fosse ita in fumo la impresa

contro i Saraceni onde aveva avuto promessa, se ne tornava a Roma[252].

Ivi, poco tempo dopo, gli giungeva novella che Carlo era morto addì 13

di Ottobre, in quello che fuggiva; alcune polveri che gli mesceva il

suo medico ebreo per guarirlo dalle febbri, lo avevano spedito (così

correva voce) all’altro mondo. Morendo, aveva espresso desiderio che lo

si seppellisse in san Dionigi, ma invece l’Imperatore di Roma fu chiuso

in una botte impeciata e involta di cuoio, e fu sotterrato nel nudo

suolo, in un romitaggio presso a Lione[253].

La morte di Carlo il Calvo recò una subita mutazione nelle cose

politiche. La parte francese soccombette con lui; trionfò la tedesca.

Carlomanno che stavasi con soldatesche nell’Italia settentrionale, si

guadagnava il voto dei Vescovi e dei Conti affinchè lo eleggessero a re

d’Italia; chiedeva al Papa che gli concedesse la corona imperiale, nè

Giovanni VIII poteva far altro che palliare le sue vere intenzioni con

astuzie di negoziati. Lo atterriva il partito tedesco che adesso alzava

il capo; i suoi nemici di Roma, i fuorusciti di Spoleto ne giubilavano,

e Lamberto si rizzava minaccioso. Il Papa, preso di paura, scriveva

adesso a quest’ultimo lettere zeppe di blandizie adulatrici, e ve lo

chiamava unico proteggitore della Chiesa, e difensore suo fedelissimo.

Dicevagli, aver udito che ei volesse ricondurre nella Città coloro che

gli erano nemici, quei Romani che erano stati scomunicati tre volte;

meravigliarsene, giacchè viveva con lui in buona pace; dispensarsi

di dar accoglimento in Roma così a lui che ad Adalberto, margravio di

Tuscia, che chiamava suo aperto avversario[254]. Rispondeva Lamberto

con disprezzo, e poneva in non cale le forme di onoranza dovute al

Papa, fino al punto da dargli soltanto il titolo di «Vostra Nobiltà»,

come se stato fosse un uomo secolare, e di ciò Giovanni si doleva:

Lamberto poi protestava, che ogni qual volta il Papa intendesse

mandargli suoi legati apostolici, dovesse prima chiedergliene

permissione[255]. Alla fine, Giovanni dichiarava di volerne andare a

Francia, chè di là avrebbe trattato con Carlomanno, perchè soccorresse

alle necessità sue. Diceva inoltre, essere motivo di questo viaggio la

pressura che da due anni sofferiva dai Saraceni, e i continui attacchi

degli inimici interiori della Sede apostolica, che non gli permettevano

di rimanere più a lungo in Roma: e, sotto minaccia di anatema, ammoniva

Lamberto che durante la sua assenza non recasse danno al territorio di

san Pietro, e a Roma, città «sacerdotale e imperiale[256].»

L’imprudente annuncio di un viaggio in Francia, il quale non poteva

avere altro scopo che quello di indurre Lodovico, figlio di Carlo il

Calvo, a levarsi in arme contro a Carlomanno, e forse anche di dare al

Principe la corona imperiale; oltracciò i maneggi che il Papa andava

tessendo in Francia e dei quali s’aveva sparsa la fama, indussero

Carlo a prendere una subita risoluzione. Scoppiata era la peste in

mezzo al suo esercito, e, infermatone egli pure, era costretto a

starsene in Baviera inoperoso, nè poteva muovere contro a Roma; ma

Lamberto e i fuorusciti romani non aspettavano che un cenno di lui per

impadronirsi del Papa. Nel Febbraio o nel Marzo dell’anno 878, Lamberto

comparve di repente davanti a Roma: con lui era Adalberto margravio di

Tuscia, figlio di Bonifacio conte e sposo di Rotilda, ch’era sorella a

Lamberto; col loro seguito venivano gli esuli romani. Senza far mostra

di intendimenti ostili, Lamberto chiedeva di parlare col Papa per

conto di Carlomanno, e Giovanni era obligato di riceverlo nel palazzo

prossimo al san Pietro. Frattanto gli Spoletini occupavano la città

Leonina, e vegliavano con loro guardie alla porta di san Pietro per

impedirne di colà l’accesso ai Romani. Il Papa si vide prigioniero.

Mentre, per incutergli timore, le genti d’arme esercitavano opere di

violenza, Lamberto chiedeva che gli promettesse di eleggere Carlomanno

a imperatore: in tali sensi aveva costretto i grandi romani a dargli

giuramento[257]. Ma Giovanni non si lasciò strappare un’adesione,

nè volle perdonare agli uomini esiliati, laonde per trenta giorni

fu sostenuto in prigionia, e, com’ei si lagnò, fu essa così stretta

e dura, che soltanto dopo ferventi preghiere, gli furono lasciati

accostare maggiorenti romani e vescovi e famigliari suoi; perfino

dovette sofferire penuria di cibo[258]. Lamberto alla fine si partì,

minacciando di tornare, e per verità null’altro ebbe ottenuto che di

aggiunger fiamma all’ira del Papa e di affrettare il suo viaggio in

Francia. Andati che furono gli Spoletini, Giovanni mosse al san Pietro,

fe’ trasportare in Laterano i tesori della Chiesa, velò il maggior

altare con una cortina di cilicio, serrò la basilica, proibì che

v’entrasse pellegrino alcuno, e ne diffuse in tutti alto sgomento[259].

Dopo di avere scritto lettere di doglianza ai Re di Francia e di

Germania, all’Arcivescovo di Milano, a Berengario e ad Engelberga, e

dopo di avere dalla chiesa di san Paolo minacciato Lamberto di anatema,

se per la seconda volta fosse venuto ad assalir Roma, lasciò la Città,

ch’era il mese di Aprile, montò in una nave, e fuggì in Francia[260].

§ 2.

Giovanni al Sinodo di Troyes. — Bosone duca, diventa favorito suo.

— Lo accompagna in Lombardia. — Falliscono i suoi progetti. — Genio

diplomatico di Giovanni VIII. — Carlo il Grosso è fatto re d’Italia,

ed è altresì coronato imperatore a Roma, nell’anno 881. — Giovanni VIII

muore. — Audacia de’ suoi disegni. — Sua indole.

Giovanni VIII giungeva in Arles, ch’era la festa delle Pentecoste: ivi

lo accoglieva Bosone duca, e gli faceva accompagnatura nel rimanente

del viaggio. Soltanto in sul principio del mese di Settembre s’incontrò

a Troyes con Lodovico re: nel dì 14 di Settembre, dal Concilio che

s’era ivi congregato, scagliò l’anatema contro Lamberto e Adalberto,

contro i proscritti romani e il vescovo Formoso, il quale allora, dopo

lungo ramingare, aveva trovato rifugio presso Ugo abate di san Germano,

ed era stato citato a comparire in persona davanti al Concilio. Indi,

il Papa coronò a re di Francia il balbuziente Lodovico, e trattò con

lui delle cose d’Italia. La inettezza di Lodovico fe’ crollare tutto

l’edificio delle sue speranze; però un uomo di origine nuova, che

accoglieva animo gagliardo, seppe rianimarle. Bosone, il quale portava

titolo di duca di Lombardia, era stato dapprima cognato di Carlo il

Calvo, ed era adesso sposo d’Irmengarda unica erede dell’imperatore

Lodovico II, cui aveva condotto in moglie per mire politiche, dopo di

avere avvelenata la sua prima donna: possedeva grandissima potenza, per

guisa che il Papa lo credeva adatto a tagliar la strada a Carlomanno in

Italia. L’astuto Giovanni confidava di potersi giovare di quell’uomo

ai suoi intendimenti; conchiuse con lui un patto; gli promise

l’appoggio suo perchè ottener potesse titolo di re di Provenza, gli fe’

travedere da lungi il lampo della corona imperiale che avrebbe potuto

toccargli, lo tolse per suo figliuolo di adozione, e n’ebbe promessa

che s’adoprerebbe validamente a suo pro in Italia: vedasi in che

labirinto di intrighi politici le condizioni del principato temporale

spingessero i Pontefici! Giovanni VIII, sitibondo di vendetta, aveva il

sangue ribollente sì, che difficilmente n’ebbero parimenti arse le vene

altri pari suoi; precipitava le cose con passione cieca, laonde i suoi

propositi fallivano, e, appena che aveva tocco il suolo di Francia,

cadeva per sempre dalla sua altezza.

Pressochè un anno fe’ dimora in quel paese; indi, accompagnato da

Bosone, tornò in Italia[261]. A Pavia, tentò di stogliere i Lombardi

dalla fede di Carlomanno, e poichè adesso Engelberga era divenuta

suocera di Bosone, potè giovarsi della influenza di lei; ma i Conti

e i Vescovi dell’alta Italia, capitanati da Berengario di Friuli e da

Ansperto di Milano, non si lasciarono indurre a cambiare re Carlomanno

con un avventuriero. I Vescovi lombardi, massime l’orgoglioso

Metropolita di Milano, erano allora bene alieni dal riverire la

primazia del Papa; miravano con occhio sospettoso ciò ch’ei faceva

nella loro terra, e gli resistevano con ogni maniera di impedimenti.

Senza aver conchiuso cosa alcuna, Bosone tornava pertanto in Provenza,

e Giovanni VIII, senza gloria e amaramente deluso, faceva ritorno a

Roma. Allorchè si leggono le lettere di questo Pontefice memorando,

ei conviene che se ne ammiri la maestria diplomatica. Era nato uomo

di Stato, e possedeva una siffatta valentìa di garbugli politici, che

pochi Papi l’ebbero eguale alla sua. In mezzo a difficoltà gravissime

di cose, le quali avevano cagionato la divisione dell’Impero e

prodotto un gran numero di pretendenti, egli spiava attentamente

ogni combinazione possibile. Conchiudeva e rompeva leghe con coraggio

temerario; preso di temenza dei Saraceni e sperando di ricuperare la

Bulgaria perduta, volle aprirsi la via ad un trattato con Bisanzio, e,

senza provar la menoma dubbiezza nell’animo, riconobbe nuovamente per

patriarca quel Fozio ch’era stato solennemente condannato dalla Chiesa,

e gli diè onoranza di lode. Così sfidò il giudizio del mondo ortodosso

suo contemporaneo, e quello dei posteri, che perciò lo copersero di

imprecazione; ma i vantaggi temporali gli stavano a cuore più assai che

le sottigliezze dommatiche del _filioque_. Era uomo che non sentiva

legge di coscienza; avrebbe forse imitato l’esempio di alcune città

dell’Italia inferiore, e, di nome, avrebbe riposto novellamente Roma

sotto l’Impero bizantino, se tuttavia la cosa fosse stata possibile.

La decadenza miserevole dei Carolingi formava per fermo un acerbo

contrasto collo splendore della dinastia dei Macedoni, i quali,

nell’anno 867, erano saliti con Basilio I al trono di Bisanzio. Se

mai s’era mostrata un’età favorevole a restaurare nuovamente in Italia

la dominazione dei Bizantini, gli era certo l’epoca del reggimento di

questo Principe; ma il disordine in cui egli aveva trovato l’Impero e

il pericolo onde lo minacciavano i Saraceni, gli impedivano di mandare

ad esecuzione siffatto disegno. Basilio si accontentava di celiare con

lettere in cui spargeva il sarcasmo addosso agli Imperatori romani;

prendeva Bari, stendeva la mano su Capua e su Benevento, ma non poteva

impedire che l’eroica Siracusa precipitasse nelle ugne de’ Saraceni,

addì 21 di Maggio dell’anno 878: e il figliuol suo, appellato Leone il

Filosofo, non arrossiva di rimpiangere con lai di molli anacreontiche

la caduta dell’illustre città[262].

Tornato a Roma che trovava tranquilla, perciocchè anche Lamberto

vivesse in temenza di Bosone, Giovanni VIII pensò di prendere

finalmente una risoluzione decisiva. Gli prendeva adesso il ticchio

di rimandar pei fatti suoi il figlio adottivo, e, costretto dalla

necessità, cingeva della corona imperiale Lodovico di Germania,

fratello di Carlomanno infermo[263]. Ma egli voleva almeno un

Imperatore che fosse creatura sua, e pretendeva financo di disporre

della corona regia italica a suo piacimento: così richiedeva il

sistema fondato da Nicolò I, cui egli arditamente intendeva di dare

maggior larghezza. Bandì, per il mese di Maggio, un Sinodo che doveva

congregarsi a Roma, e invitò ad assistervi anche l’Arcivescovo di

Milano. Poichè Carlomanno, così gli scriveva, non può tenere il regno a

causa di sua grave malattia, è assolutamente necessario che voi siate

presente al tempo prefisso, affinchè noi, tutti insieme, possiamo

consigliare sulla elezione di un nuovo Re. Voi non potete perciò torre

uomo alcuno per Re senza l’adesion nostra; avvegnaddio colui che noi

eleggeremo allo imperio debba primamente da noi essere chiamato ed

eletto[264]. Ma il Milanese sprezzò queste pretensioni e non intervenne

al Sinodo, per lo che Giovanni gli scagliò l’anatema.

La partita di scacchi che la diplomazia pontificia andava giocando

senza termine, ebbe esito di questa maniera: i tre fratelli Carlomanno,

Carlo e Lodovico convennero di lasciare Italia al mezzano di loro,

e, ancor nell’anno 879, Carlo il Grosso scese con un esercito in

Lombardia, e cinse a Pavia la corona d’Italia. Non poteva dunque

Giovanni far adesso altra cosa che dare, sebbene a repugnanza, la

corona d’imperatore a questo Principe tedesco, dopochè già lungo tempo

prima aveva negoziato e conferito con lui personalmente a Ravenna, e

dopochè Bosone, il figliuol suo adottivo, era stato da lui proclamato

tiranno, dacchè in Arles si era levato a re di Provenza[265]. Carlo

il Grosso ottenne quanto aveva sperato. Su di lui s’erano riuniti i

voti d’Italia e di Roma; tolta l’imperatrice Engelberga, che era per

lui di pericolo, al suo convento di Brescia, l’aveva fatta condurre in

Germania; e, sull’incominciamento dell’anno 881, veniva a Roma, dove,

senza combattimento e senza fatica, riceveva dalle mani del Papa la

corona imperiale[266]. Ma, anche in questo momento, Giovanni era deluso

nella sua speranza di raccogliere una crociata contro ai Saraceni;

l’Imperatore odiava il passato politico del Pontefice, nè alzava il suo

debole braccio per assisterlo; nella propria impotenza abbandonò Roma

a sè stessa, chè nemmanco una volta spedì suoi legati nella Città, dove

lasciò decadere affatto i suoi diritti imperatorî.

Irrequieto sempre, Giovanni trascorse il tempo rimanente del suo

pontificato movendo lagni sempre nuovi; non ne toglieva di mira

soltanto i Saraceni, ma anche i suoi nemici di Roma e di Spoleto, che

continuavano a premere sulla Chiesa[267]. Per verità, Lamberto, che il

Papa alla mutazione dell’indirizzo politico aveva sciolto dell’anatema,

era morto; ma Guido, succeditore di lui nel Ducato, procedeva con

opera parimenti violenta. Usurpava parecchi beni della Chiesa; e gli

incoli pontificî, condotti prigionieri, stendevano indarno le loro

braccia mutilate verso il Papa, invocandone salvamento[268]. Invano

Giovanni scongiurava l’Imperatore affinchè mandasse suoi legati che

gli restituissero pace nel Ducato, pace in Roma. Le sue preghiere

erano inutili, ed egli andava profondendone di qua e di là, ora al

settentrione ed ora al mezzogiorno, dove avevano similmente fatto

naufragio i suoi arditi disegni, dove Napoli, Amalfi e i Saraceni non

gli davano un sol momento di requie. Finalmente, morte lo liberava dal

peso tormentoso del suo pontificato: passò di vita addì 15 di Dicembre

dell’anno 882. Se sia da credere alla isolata notizia di un Cronista,

gli era primamente propinato un veleno da uno de’ suoi parenti, e,

poichè esso operava con troppa lentezza, gli si fraccassava la testa a

furia di martellate[269].

Giovanni VIII fu l’ultimo pontefice illustre nella serie dei suoi

predecessori; con lui si chiude omai la breve epoca dello splendore

principesco cui s’era sollevato il Papato dopo la fondazione dello

Stato temporale sotto ai Carolingi. Al paro di Nicolò I, lo ispirò

un’altissima coscienza della podestà pontificia; però a null’altro

attese che agli scopi della signoria mondana, e trascinò il Pontificato

nel vortice profondo delle fazioni politiche d’Italia. Egli primamente

aveva fatto suddito a sè l’Impero, ma, al tempo stesso e tutto

d’un tratto, aveva risentito il contraccolpo dell’indebolimento

di quello. L’ambizione dei Pontefici s’adoperava alla distruzione

dell’Impero, eppure essi avevano duopo della potenza imperiale; e

questa contraddizione educava in Roma la più sottile arte diplomatica.

Appena che Giovanni VIII aveva fiaccato l’Impero, pensava egli omai

a rendere il reame italico soggetto a Roma, e massimamente cercava

di innalzare la cattedra di Pietro sulle ruine dell’Impero, affine di

dominare, come sopra a vassalli, sui Vescovi e sui Principi d’Italia,

riunendo questa contrada in una teocrazia romana. Tuttavia, siffatti

progetti audaci non ebbero compimento; il genio diplomatico di Giovanni

VIII, o di altri Papi, non fu capace mai di signoreggiare il caos

delle cose italiche. I Vescovi di Lombardia, i Duchi feudali che la

caduta dell’Impero rendeva tutti strapotenti, i Principi dell’Italia

meridionale, i Saraceni, i Re tedeschi, la nobiltà ribellante di

Roma, tutti questi nemici dovevano esser combattuti ad un tratto; ed

era còmpito soverchio alle forze di un uomo solo. Per quanto pur sia

grave il giudizio che cade su Giovanni VIII, e che in lui condanna

l’indole ambigua, l’animo maestro d’inganni e di sofismi, l’uomo

senza coscienza, convien riflettere che egli fu figlio della sua

età e premuto dalle più desolate condizioni delle cose d’Italia: lo

adornarono rari pregi d’intelletto e un’energia così grande di volontà,

che il nome suo splende con magnificenza regale nella storia temporale

del Pontificato, dove egli siede in mezzo a Nicolò I e a Gregorio VII.

In un tempo in cui s’erano spente le virtù religiose, in cui non si

poteva far altro che navigare con accorte arti in mezzo a mille forze

combattentisi fra loro, Giovanni VIII, se si prescinda affatto dal

mirare all’officio suo sacerdotale, si leva sublime tanto, quanto più

grave fu la debolezza di quelli che gli succedettero nella cattedra

apostolica.

§ 3.

Marino I, papa. — Ripone nuovamente Formoso nel suo vescovato. —

Rovescia Guido di Spoleto. — Adriano III, papa nell’anno 884. —

Decreti a lui falsamente attribuiti. — Stefano V, papa. — Costume

di saccheggiare le case patriarcali alla morte del Papa. — Lusso dei

Vescovi. — Roma patisce di fame. — Carlo il Grosso è deposto. — Fine

dell’Impero de’ Carolingi. — Missione incompiuta d’Italia. — Berengario

e Guido combattono l’un contro all’altro per impadronirsi della corona.

— Guido rinnovella l’Impero franco nell’anno 891. — Stefano V muore.

Nuovo papa fu Marino I, nemico acerrimo di Fozio, in occasione delle

cui controversie egli era stato tre volte a Costantinopoli, in qualità

di nunzio apostolico. Buje sono le circostanze della sua elezione, sì

come oscuri sono i fatti del suo breve pontificato[270]. Dagli Atti

suoi si rileva ch’egli apparteneva alla fazione tedesca avversa a

Giovanni VIII; invero non soltanto si affrettava a condannare Fozio

novellamente, ma scioglieva altresì Formoso del giuramento onde questi

aveva promesso di non riporre mai più il piede in Roma, ed anzi lo

restituiva nel suo vescovato di Porto. Il Papa ebbe coll’Imperatore una

conferenza amichevole in Nonantola, ed ivi gli riuscì di rovesciare il

più fiero nemico dello Stato della Chiesa. Guido di Spoleto fu

accusato di accordi traditori con l’Imperatore greco; Carlo il Grosso

lo depose, e comandò a Berengario conte di muovere contro il Ducato di

lui: Guido fuggente volse i passi all’Italia inferiore per far leva di

Saraceni, in quello che i suoi amici andavano preparando il terreno ad

una ribellione. Questi tetri avvenimenti fanno prova della dissoluzione

che premeva ognor più gravemente sopra Italia[271].

All’incominciamento dell’anno 884, in cui Marino venne a morte,

saliva alla cattedra pontificia Adriano III romano, abitatore della

via Lata, uomo ispirato a sensi italiani. Neppure della sua elezione

e dello stato in cui era Roma a quel tempo sappiamo cosa alcuna, e

soltanto notizie sparse e slegate dei Cronisti fanno intendere che

nella Città avvenissero de’ tumulti per parte della nobiltà[272]. Di

dubbia verità sono due decreti che si attribuiscono ad Adriano, sebbene

l’indebolimento dell’Impero in questa età offra qualche argomento a

far credere che in realtà fossero promulgati; laonde essi appaiono

essere conseguenza dei principî posti da Nicolò I e dalle Decretali

pseudo-Isidoriane. Adriano vi avrebbe statuito, che il Papa eletto

dovesse ordinarsi anche senza la presenza dei _Missi_ imperiali, ed

avrebbe eziandio proclamato che, dopo la morte di Carlo il Grosso

privo di discendenza, la corona imperiale dovesse toccare ad un

Principe italico[273]. La inoperosità di Carlo, la ruina della casa

de’ Carolingi, la divisione d’Italia tutta abbandonata a sè stessa,

favorivano senza dubbio le speranze dei Duchi italiani, massime di

Berengario e di Guido, il quale ultimo, verso la fine dell’anno 884,

aveva in Pavia ottenuto grazia dall’Imperatore, ed era stato riposto

nella sua ducea. Sul principio dell’anno successivo Carlo il Grosso

tornava in Alemagna per presiedere in Worms a una dieta, che decidesse

della successione all’Impero. Invitava Adriano a prendervi parte, e

questi imprendeva il viaggio, dopo di avere affidato la difesa della

Città a Giovanni vescovo di Pavia, che era venuto quale _Missus_

imperiale; ma per via il Papa moriva, nel giorno 8 di Luglio dell’anno

885, a Villa Vilczachara ossia a San Cesario presso a Modena, ed aveva

sepoltura nel celebre convento di Nonantula[274].

I Romani procedettero, senza frapporre indugi, alla elezione ed alla

consecrazione del suo succeditore. Poichè eglino non badavano punto nè

poco al diritto imperiale di conferma, si rinfranca manifestamente la

credenza che Adriano III avesse promulgato il decreto onde dicemmo; ma

la collera che s’impadronì dell’Imperatore quando seppe della lesione

dei suoi diritti, dimostra che egli non vi aveva in modo alcuno data

rinuncia. Infatti, tosto ch’ebbe udito della ordinazione di Stefano,

mandò nella Città Liutwardo suo cancelliere ed alcuni Vescovi romani,

affinchè lo deponessero. Però, il pronto arrivo di legati pontificî

lo indusse a sensi di pace, dappoichè eglino, coll’esibizione del

documento di elezione, gli dimostrarono che il nuovo Pontefice era

stato eletto coll’osservanza di tutte le buone regole; egli die’ la sua

conferma, ma i Romani, ciò nondimeno, erano riusciti al loro scopo di

un’elezione completamente libera[275].

Stefano V, primamente cardinale dei «quattro Coronati», era romano

di natali illustri, figlio di Adriano abitatore della via Lata, che

allora era il quartiere ove dimoravano gli uomini i quali andavano per

la maggiore. Eletto con volontà unanime, era condotto in Laterano,

assistendovi il _Missus_ imperiale che Adriano aveva lasciato

nella Città. Ei trovava ridotti al verde gli scrigni del palazzo;

avvegnaddio da lungo tempo corresse la consuetudine, che, alla morte

del Papa, famigli e popolani si cacciavano nelle stanze del defunto;

nè quelle soltanto, ma tutto il palazzo saccheggiavano, e ogni cosa

che rinvenivano ivi dentro, ori e argenti, stofferie magnifiche e

gemme rubavano. La strana condizione di anarchia in cui Roma piombava

alla morte di ciascun Papa, dava opportunità a siffatti eccessi. La

morte del Principe cagionava ogni volta una smodata gioia nel popolo,

chè la nave di san Pietro faceva la mostra di una barca in secco,

e le sue ricchezze, non vigilate da padrone alcuno, erano aperte al

saccheggio. Lo stesso avveniva alla morte dei Vescovi nelle città e

nelle campagne; anche i loro palazzi si vòtavano da capo a fondo[276].

Il lusso principesco ond’erano circondati quei Vescovi, contrastava per

fermo colla dottrina del Cristianesimo. Quei signori dimoravano entro

a camere magnifiche, splendenti d’oro, di porpora e di velluti; simili

a principi tenevano mensa servita in vasellami d’oro; i loro vini

bevevano in preziosissimi bicchieri o coppe. Le loro basiliche erano

tetre e nere, quasi che le coprisse la fuliggine, ma le loro «_obbae_»,

ossiano anfore da vino dalle rotonde pance, erano dipinte vagamente.

Come ai banchetti di Trimalcione, quei Vescovi s’inebbriavano i sensi

alla vista di belle danzatrici e ai concenti di «sinfonie». Fra le

braccia delle loro concubine dormivano oziosi sonni, appoggiando il

capo su guanciali di seta, in letti ornati d’oro con squisita arte; e

mentre i loro vassalli, i coloni e gli schiavi provvedevano ai bisogni

della loro corte, eglino giocavano ai dadi, cacciavano, tiravano

d’arco. Dopo di aver celebrato la messa cogli sproni alle calcagna

e col pugnale al fianco, lasciavano l’altare e le loro cattedre,

montavano in arcione dei loro cavalli, ch’erano tenuti a freno con

briglie d’oro e sellati a foggia sassone, e andavano a dare il volo

ai loro falconi. Allorchè poi viaggiavano, li seguiva il codazzo dei

loro cortigiani, e movevano in cocchî trascinati da cavalli, di cui non

avrebbe avuto a vergognarsi nemmanco il Re di Tracia[277].

Seguito dai Vescovi e dai maggiorenti di Roma, suoi testimonî, Stefano

percorse le vuote camere del _Vestiarium_, e si confortò vedendo che

v’era rimasto un celeberrimo ed antico dono votivo: era la croce d’oro,

che un tempo il grande Belisario aveva consecrato al san Pietro, in

ricordanza della vittoria riportata da lui sopra i Goti[278]. Ma lo

scrigno era vuoto. Conforme all’usanza, il Papa, tosto dopo la sua

ordinazione, doveva presentare il clero, i conventi e le scuole di

Roma di donativi in denaro, ossiano _Presbyteria_, e dispensare pane

e grasce fra i poverelli: ma anche le canove del Laterano erano state

spazzate pulitamente. Mis’egli pertanto mano al patrimonio suo proprio,

e saziò gli ingordi. Così, alla morte di un Papa, Roma godeva di

duplice festa, aveva il saccheggio delle case del morto e i donativi

del suo successore.

Frattanto, dal loro campo del Garigliano i Saraceni si spingevano

avanti nel Lazio e nell’Etruria. Stefano, come aveva fatto Giovanni

VIII, chiedeva soccorso agli Imperatori d’Oriente e d’Occidente,

e ne riceveva da Guido di Spoleto. Prossima era la fine della casa

de’ Carolingi; preparata era la caduta dell’Imperatore, cui tutte

le province disprezzavano; e Guido, il vicino di Roma, era in quel

momento l’uomo più potente che fosse. Il Papa (può darsi che gli

facesse travedere la corona d’Imperatore) lo indusse a muover contro ai

Saraceni; e una vittoria riportata contro di loro sul Liri consentiva

qualche po’ di tregua a Roma[279]. Nel Novembre dell’anno 887 i popoli

tedeschi, nella dieta di Tribur, deponevano Carlo il Grosso, ed a loro

re eleggevano Arnolfo, valoroso figliuolo di Carlomanno. Morto poi, nel

Gennaio dell’anno 888, il meschinello Carlo, gli Italiani si vedevano

privi di imperatore e di re, mentre gli ambiziosi Duchi affilavano i

ferri per disputarsi la corona di Carlo.

Poichè i Carolingi della linea legittima avevano finito di esistere

in Germania (Carlo il Semplice, figlio di Lodovico il Balbo e ancor

fanciullo, era in Francia continuatore di quella sventurata dinastia),

balzavano fuori, d’ogni parte, i pretendenti. Estinto s’era il

principio ereditario del monarcato; i popoli rivendicavano a sè il

diritto di elezione, ossia, più veramente, i Vescovi e i Baroni potenti

dell’antico Impero occupavano i troni. Odone, conte di Parigi, s’era

eretto a re di Francia; la Provenza, ossia l’Arelato, era divenuto

reame di Bosone e di Lodovico suo figliuolo; Rodolfo conte si prendeva

la corona di Borgogna; in Alemagna il bastardo Arnolfo si copriva col

regio paludamento; in Italia finalmente il paragone delle armi doveva

decidere se la corona dei Longobardi e dell’Impero de’ Romani dovesse

toccare a Berengario oppure a Guido II.

Questa terra, tutta straziata dalle divisioni, su cui sorgevano adesso

in folla i tiranni, vedevasi pertanto chiamata dalle necessità sue a

rimuovere per sempre lungi da sè l’influenza del di fuori, a disfarsi

dell’Impero, ed a costituire sè stessa in un regno unito: questa

avrebbe dovuto esser missione di un uomo d’animo grande, ma uomo tale

non si trovava, nè trovarsi poteva. Se Nicolò I, se Giovanni VIII

fossero ancor vissuti, ben avrebbero eglino tentato di fondare una

teocrazia italica, di cui Roma sarebbe stata il centro; ma Stefano

era indole fiacca, e la prevalenza di vassalli innumerevoli che

s’erano fatti independenti, avrebbe soffocato financo il genio di quei

Pontefici arditi. E neppur v’erano allora Principi italiani e nazionali

di stirpe latina, nei quali si potesse riporre fidanza, perocchè in

quel tempo i Duchi possenti fossero di schiatta germanica; laonde

trattavasi di vedere se uno dei due signori più ragguardevoli d’Italia

avesse tanta forza e tanta fortuna da abbattere i suoi emuli o i suoi

avversarî, facendone altrettanti vassalli a sè soggetti.

L’origine illustre ornava Berengario, margravio di Friuli, di più

chiaro splendore, chè egli nasceva di Gisela, figliuola di Lodovico il

Pio, la quale un tempo aveva sposato Eberardo conte. Per lo contrario,

Guido dominava su Spoleto e su Camerino[280], aveva fatto suo pro delle

condizioni orribili dell’Italia meridionale per conquistarsi colà terre

e vassalli, e la vicinanza di Roma, al paro dell’amicizia imposta al

Papa, gli concedevano buon vantaggio sopra di Berengario. Però, la

fortuna de’ suoi successi era impedita in Italia dai disegni ch’ei

coltivava su di Francia, dove un partito condotto da Folco arcivescovo

di Reims, congiunto suo assai potente, aveva gridato re lui, franco

di orrevole prosapia. Ei corse a Francia in fretta e in furia,

lasciò fuggire il corpo per correr dietro all’ombra, e Berengario

fu chetamente coronato re dei Lombardi a Pavia, sull’incominciamento

dell’anno 888. Quanto a Guido, ei tornava indietro coll’inane nome di

re di Francia, e, irritato, moveva guerra contro a Berengario. Dopo

due battaglie sanguinose, restava padrone del campo, indi anch’egli,

nell’anno 889, si prendeva a Pavia la corona regale d’Italia[281].

Però, l’Impero franco continuava ad essere tradizione incancellabile,

e Guido lo restaurò nel suo significato antico, senza che pur gli

balenasse il pensiero di tener conto delle così dette tendenze

nazionali. Infatti, il sentimento di nazione italiana era, in

quell’epoca, fiacco assai: v’aveva una fazione lombarda, una spoletina,

una tusca, che nazionali potevano dirsi sotto un certo aspetto, ma

nazione italiana non v’era nel senso politico e sociale, perocchè

ne mancassero tutti quegli elementi essenziali che sono la comunanza

d’interessi, la lingua, la letteratura, l’unità politica. In Roma, il

Papato, potenza massima d’Italia, forviava dall’idea di nazione, causa

il suo principio di regno temporale; al settentrione e al mezzogiorno

della penisola, i Vescovi, i Duchi e i Conti poderosi, erano tutti

franchi o longobardi, e qua e colà anche greci. Tuttavia, soltanto

addì 21 del Febbraio 891, Guido fu coronato in san Pietro, ed allora un

vassallo dei Carolingi si nomò audacemente «Augusto, grande Imperatore

e pacifico»; e, seguendo il solito stile, segnò i suoi decreti coll’era

del postconsolato[282]. Così, dopo lunghi secoli, l’_Imperium_ fu

dato dagli Italiani per la prima volta ad un potente che, se non era

d’origine latina, era pure della lor terra. Ed allora potè sembrare

che il problema più rilevante il quale affaticasse quell’età, fosse di

vedere se l’Impero rimarrebbe in Italia, e se Guido avrebbe valore di

fondare una novella dinastia imperiale.

Stefano, il quale aveva posto la corona in capo a Guido figliuol suo

adottivo, poteva dire a sè medesimo che compiuti erano gli intendimenti

politici di molti predecessori suoi. La maestà imperiale, fatta

molesta ai Papi, ai Romani ed agli Italiani, era divenuta un’ombra

vana; l’altissima dignità, che posava sulla potenza e sulla grandezza

dell’Impero di Carlo, era adesso discesa ad ornare la personcina minuta

di un Duca, che possedeva qualche territorî nel mezzo d’Italia, e che

conseguiva dal Papa il titolo di Cesare.

Stefano V passò di vita nel Settembre dell’anno 891. Nessun monumento

di lui è rimasto nella Città, avvegnaddio la chiesa degli Apostoli, da

lui edificata a nuovo da capo a fondo, non abbia conservato la forma

antica. Egli illustrava questa basilica, dappoichè era la parrocchia

cui apparteneva la sua nobile famiglia; le case del padre suo sorgevano

in vicinanza di essa[283].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8 · 第 13 / 35 题