PITTORI SCOZZESI

Chi, recatosi, l'anno scorso, a visitare l'Esposizione di Venezia,

girava gli occhi la prima volta nella _Sala R_ ov'era la copiosa e

svariata collezione scozzese, cominciava col sentirsi penetrare da un

sentimento di calma tranquilla, che confinava con la freddezza. E veniva

voglia di domandare: Dov'è il sole? Che cosa hanno fatto del sole questi

bravi figliuoli della poetica Caledonia? — Una grande placidezza di

sonno vegetale pare che incomba alla vita di questi paesaggi e la

protegga e la carezzi blandemente. Emerge la sobria fusione dei colori,

i verdi si intrecciano o si sovrappongono al giallume dei rami secchi e

al grigio delle roccie; i piani degradano o si staccano trapassando d'un

in altro. E tutto questo sempre in modo da far pensare a una dolce

musica d'archi ai quali siano stati messi i sordini..... Ma se l'occhio

insiste un poco, quanta finezza di accordi e quanta vaghezza di gamme

penetranti! Che vita schietta, vigorosa, sinceramente vissuta in quelle

campagne solitarie, e dentro e dintorno a quelle abitazioni umane!

Viene l'idea che tutti questi pittori non abbiano mai pensato a

dipingere per dipingere; ma sì bene per appagare un sentimento che era

dentro di loro e che voleva uscire e distendersi e riposare in un bel

luogo prescelto. Non è questo l'impulso psichico dal quale sarebbe da

augurarsi che nascessero tutte le opere d'arte?

Uno di questi quadri piglia il titolo da un pensiero di Percy Shelley.

“Tosto che le ombre della sera prevalgono, la Luna incomincia il suo

mirifico racconto.„ È un paese di Stevenson Macaulay.

Il disco lunare si mostra fra una nebbia azzurrognola che leggermente

appanna la nitida serenità vespertina. La Luna ha principiato il suo

racconto mirifico e gli alberi l'ascoltano; dei grandi alberi che si

rizzano sui tronchi sottili piantati in un pendìo erboso; e pare che

vogliano spingere in alto, sempre più in alto le chiome diffuse e

tremule per avvicinarsi più che possono alla meravigliosa

raccontatrice...

Talvolta anche la figura umana trionfa nei quadri scozzesi; benchè essi

prediligano questa poesia delle campagne solinghe, ora diffusa nei vasti

orizzonti, ora circoscritta, raccolta e come pensierosa in qualche

insenatura di monte coronata da un castello o in qualche piccola valle

attraversata dalle acque e animata da un vecchio mulino. Nei loro quadri

di figura — o piuttosto con figure — è sempre la medesima arte, accurata

senza leccature, sobria nella tecnica del colore, sincera nello spirito,

cercatrice per istinto e per volontà della intima ed eletta poesia delle

forme. La parte più sana e vivificante dell'apostolato di Giovanni

Ruskin pare veramente che sia passata nell'opera di questi pittori. I

quali non procedono, come i preraffaelisti inglesi, da un motivo formale

di arte antica, adattandolo alla loro estetica particolare e non di rado

anche forzandolo e sofisticandolo; ma attingono dalla viva natura, che

essi studiano e sanno esprimere con un senso di poesia mansueto e

fedele. Perciò i quadri _cantano_ quasi sempre nell'anima di chi sa

guardarli; cantano come un'eco di vecchia ballata, o meglio come una

traduzione visiva di quella lirica “laghista„ che doveva sopravvivere ai

dispregi iracondi di Giorgio Byron e penetrare del suo spirito

dolcemente fantasioso tanta parte della lirica europea.

*

* *

_Sotto la luna_ di Francesco Enrico Newerbey è uno dei quadri della

collezione che seguita più dolcemente a cantare nell'anima di chi lo

osservi senza fretta.

Quattro fanciullette, tenendosi per mano, girano a tondo sulla spiaggia

con un lieve movimento di danza, che anima e atteggia tutte e quattro le

figurine, agili e liete.

Al di là dell'acqua, d'un azzurro cupo, sulla linea netta dell'orizzonte

s'è levato più che mezzo il disco lunare e comincia a rompere le ombre

del piano non interrotto da alberi. Che cosa dice monna Luna a quelle

testoline infantili, che forse non pensano a nulla?... Nella parete

opposta della sala è ancora il Newerbey che ci ferma con quattro occhi —

i due di una bimba e i due di un gattino. — È un dipinto tutto condotto

sulla base monogrammica del turchino, come si compiacquero di fare

alcuni pittori inglesi del secolo passato, sull'esempio del Gaisborough,

il quale ai divieti accademici del Reynolds rispose trionfalmente col

suo celebre _Blue Boy._ Bisogna però aggiungere che il Newerbey procede

con una così signorile incuria dell'effetto immediato, che, alla prima,

lo spettatore del preziosissimo quadretto non bada altro che alla grazia

di quell'amore di bimba e al suo piccolo compagno. A questa completa

dissimulazione dell'effetto _cercato_, l'arte del secolo scorso non

pervenne mai.

Alla stessa guisa, Roberto Brough ama di affrontare i più difficili

problemi della luce e li risolve alla chetichella, non avendo mai l'aria

di accamparli con quella ostentazione di cui altri pittori tanto si

compiacciono; ed evitando quei contrasti accentuati, che sono come degli

imperativi categorici vibranti e invadenti dal quadro sulla volontà

dello spettatore. Egli ha insomma il buon gusto (che minaccia di mutarsi

in gusto raro) di considerare ancora la luce come il mezzo della visione

e non come il fine unico dell'arte. Con le identiche massime,

liberamente applicate, dipingono Davide Fulton, Giacomo Paterson, Haig

Hermiston, il Pratt, il Robertson e parecchi altri della nobile schiera,

sviluppando ognuno il proprio valore artistico come una persona bennata

esprimerebbe la indole propria, senza modi studiati e senza violenza.

Il solo, forse, che fa eccezione, è il Brown T. Austin con la sua

_Mademoiselle Plume Rouge_; ma gli si deve anche tener conto della

grande riuscita. Mi assicurano che questo suo ritratto nel 1895 venne

acquistato per venti mila marchi dalla Pinacoteca di Monaco di Baviera,

dopo aver vinta la medaglia d'oro in quella Esposizione. Salute a lui!

Generalmente parlando, i ritratti che contiene la collezione scozzese

manifestano lo stesso procedimento tecnico, volto in particolar modo a

far supporre certe intime qualità d'indole e di pensiero. Io ho sempre

diffidato della esattezza di quella definizione di Hegel, divenuta

oramai un luogo comune: _un ritratto deve essere la pittura di un

carattere_, poichè una bella testa, vera o dipinta, possono essere (e

sono state tante volte!) una grande menzogna psicologica e storica.

L'essenziale è che il ritratto abbia l'apparenza della vita. Con questo

semplice criterio io non dubito di affermare che i ritratti scozzesi,

estendendo il confronto a tutta la Esposizione, stanno sicuramente sulla

prima linea; e arrivo a dire che il ritratto di figura in piedi della

signorina Harvilton, dipinto del Guthrie (uno dei capi scuola) non

isfigurerebbe a collocarlo nelle più celebri gallerie.

Per la intensa e magistrale verità della fattura, bellissima parmi anche

la testa della baronessa Sobrero di Torino, dipinta dal Lavery; il quale

poi nella intera figura d'uomo messa in fondo alla sala si mostra invece

alquanto rigido e legnoso.

*

* *

Da questa pittura scozzese dovrebbe uscire un qualche buono

ammaestramento, quantunque io poco lo speri. I confronti sono qui

numerosi, evidenti e alla portata di tutti. Chiunque, dopo aver

trascorso un'ora dinnanzi ai quadri che ho accennati sopra, passa nelle

altre sale, e si ferma, per esempio, a quelli di Claudio Monet, del

Besnard, del Liebermann, del nostro Gola e di parecchi altri, è

obbligato di accorgersi che egli non è solo in cospetto di ingegni o,

come dicono, di temperamenti diversi; ma che si tratta di una

orientazione completamente dissimile e opposta nell'intendere l'arte.

Luministi, divisionisti, impressionisti, vibrantisti, che vuol dire

tutta questa roba?... Almeno nove volte su dieci, essa non esprime altro

che una cocente inquietudine del successo, cercante il proprio affare

nelle singolarità della tecnica.

Il nostro tempo fra tante belle cose, ha inventato anche la ipocrisia

artistica; e hanno saputo tanto bene convertirla in abitudine, che si

può accompagnare anche ad una certa buona fede.

Ma non venitemi a dire che per rendere fedelmente la luce degli oggetti

o, se meglio vi piace, gli oggetti nella luce, fa d'uopo ricorrere alla

macchia lattiginosa e caòtica del Monet; e che per esprimere una figura

umana all'aria aperta, bisogna adoprare le chiazze paonazze e

sanguinolenti del Lieberman. No! La protesta del senso è troppo

categorica, troppo immediata e concorde. O si tratta di qualche anomalia

visiva e si ricorra all'oftalmico; o signoreggia una illusione

mistificatrice, elaborata con lungo studio di suggestioni, ed è bene

dissiparla prima che si converta in demenza cronica.

Io dubito fortemente che siamo in questo secondo caso.

I pittori vedendosi sempre più ristretto a poveri confini l'ufficio

rappresentativo dell'arte e in pari tempo accresciuti paurosamente gli

ostacoli a pervenire in mezzo a tanta folla di competitori e a tanta

indifferenza di pubblico, era non solamente naturale ma inevitabile che

essi, massime nelle opere da cavalletto e da esposizioni, cercassero di

proposito l'alleanza dello strano, si buttassero alle curiosità

funambulesche e alle bizzarrie della virtuosità, facendone il loro

principale tormento. Storia e legge comune a tutte le arti... Chi va

dentro a una moltitudine affaccendata e vuol essere notato a ogni costo,

si aggiusta un naso di cartone o inalbera un pennacchio scarlatto sul

cappello a staio. Così l'artista si mette a combattere e a vincere con

lo stupore, facoltà inferiore dello spirito. Ha bisogno di alleati? Li

troverà facilmente nella critica e nel pubblico. Basterà lasciar

travedere _che non è dato a tutti_ comprendere e gustare certe

_superiori_ preziosità; ed ecco che la finezza dei furbi e la vanità

degli ingenui si mettono nella partita; e il giuoco riesce

infallibilmente.

Ma vi è un guaio nel giuoco; ed è che invecchia rapidamente e bisogna

spesso variarlo; se no se ne avvedono anche quelli che giuocavano in

perfetta buona fede.

Emilio Zola ha raccontato tempo fa nel _Figaro_ che, tornato dopo degli

anni a visitare le Esposizioni parigine, si è sentito prendere da un

senso di uggia profonda dinanzi a tutte quelle tele scialbe e confuse,

nelle quali i pittori, con indagini disperate cercando sopra tutto e

sempre d'imprigionare la luce nella “grand'aria„ finiscono per non

lasciar vedere più nulla. E l'uggia sua era anche aggravata dal rimorso;

e si doleva di essere stato proprio lui il grande istigatore di tutta

quella orgia di luminosità vuota e confusa; proprio lui il consigliere

troppo ascoltato dal Monet, dal Manet, dal Pissarro e compagni, il

predicatore insistente che di altro omai non dovessero occuparsi i

pittori che di aprire una finestra sulla natura. — Un buon affare

davvero! Quando finalmente ha potuto affacciarsi a quella finestra, ha

dovuto anche convincersi che dava sul niente!....

Non credo che le confessioni e le palinodie, per quanto significanti,

producano grandi effetti salutari. Chi ebbe il potere di evocare il

diavolo, difficilmente avrà anche quello di farlo scomparire. Il

confusionismo pittorico procede ora a Parigi più che mai trionfante; e

il soperchio se ne va riversando per di fuori, a grande beneficio di

tutto il mondo incivilito. I pittori dunque seguiteranno a mettersi dei

nasi di cartone e dei pennacchi rossi; e se Emilio Zola insiste, gli

daranno del rimbambito coloro che ieri lo salutavano maestro.

Ma tant'è; a ognuno spetta l'obbligo di continuare l'ufficio suo. La

critica, non “iniziata„, e non sorniona, deve insistere su quello che

crede la verità utile, anche se ingrata e inascoltata. Per questo io ho

voluto un poco insistere su quei bravi pittori scozzesi, che vengono a

dimostrarci in modo così evidente che si può essere, in arte, moderni e

liberi senza rinunziare di proposito al senso comune.

Ma non ho nè anche inteso di proporli a maestri universali e di

acclamarli perfetti. Vi confesso anzi che, dopo il successo veneziano,

ho una gran paura che ci vedremo presto contristati dalla invasione

degli immitatori!... Si sa, per esempio, che questi pittori scozzesi non

solo abborrono da ogni vivacità e da ogni audacia, ma che abbassano e

quasi mortificano per sistema la gamma normale dei colori onde non

correre nemmeno il rischio d'uscire da quella loro sobrietà che ha

sembiante di freddezza.

Invece a noi l'audacia non spiace e l'invochiamo, quando è valido e

sincero argomento di forza; invece noi il sole, il nostro divino sole,

lo vogliamo trionfante nei quadri, come lo amiamo consolatore nella

vita. Quello che non amiamo e non vogliamo è l'Oscar di Ibsen divenuto

simbolo di modernità pittorica, e balbettante con voce di paralitico:

mamma, voglio il sole!

Morti e viventi · 第 12 / 25 题