PARTE QUARTA

Come finì poi la collana.

Ancora una volta ho dimenticato la collana. Questo sinistro gioiello

apportatore di sventura lo smarrisco sempre per via. Scompare dai miei

racconti, mi scivola quasi dalla memoria, con la stessa improvvisa

fatalità con cui ho veduto realmente apparire e scomparire e riapparire

il suo freddo splendore nelle circostanze più dolorose che ho

attraversato fino al momento in cui scrivo.

Se fossi un romanziere di grido non mi sentirei molto mortificato per

una distrazione di questo genere, perchè, specialmente in altri tempi,

quando si scrivevano romanzi di intreccio e di immaginazione con molti

personaggi e avventurose vicende (contrariamente a quanto avviene nei

romanzi d'oggi che sono soltanto pieni di belle immagini e di rari

fantocci meditativi e sedentari), accadeva spesso agli scrittori anche

più provetti di perdere per via, non dico una collana, ma addirittura

uno e spesso anche due o più personaggi, che, per ritrovarli, era poi

necessario ricondurre il lettore a fare alquanti passi indietro. Ma se

non voglio, a nessun costo, tralasciare di dire quale sia stata l'ultima

fine della collana di Daria, che fu poi di Silvina, non si creda che io

abbia la pretesa di completare un racconto il quale, d'altronde, non

interessa altri che me, o che stimi la storia di questa collana

indispensabile alla comprensione esatta delle cose narrate fin qui. Al

contrario penso che la storia di Silvina, se dovesse essere pubblicata,

sembrerebbe a tutti abbastanza chiara, nel suo intreccio molto comune e

verosimile oltre che perfettamente vero, anche senza conoscere la fine

fatta da quella sciagurata collana. In questo senso noi ignoriamo fatti

ben più importanti, come sarebbe quello, per esempio, della fine che

potrà fare Silvina allorchè si sarà stancata del principe Stroztki o il

principe Stroztki di lei, e la falsa vita di principessa ch'ella

conduce, tra festini, gioielli ed amorosi capricci, non le offrirà più

alcuno svago. Ma la fine di Silvina, che sarà senza dubbio triste,

appartiene all'avvenire, mentre quella della sua collana si può dire che

appartenga ormai al passato.

Raccontano che vi siano state gemme altrettanto malefiche quanto quella,

e anche più, le quali rovinarono con la loro sinistra influenza regni e

repubbliche, spensero nel sangue intere dinastie, scatenando guerre e

pestilenze, e, precipitate poi nelle profondità dei mari, furono dopo

secoli ripescate, e ricominciarono a seminare sulla loro strada delitti

e sciagure. Ma, per conto mio, spero di non vedere quello smeraldo

rivarcare mai più le soglie di questo mondo, dal quale ora il caso lo ha

allontanato. E fra alcuni secoli, quando ritornerà il suo turno di

maleficio, non sarò certo più io quello che il destino condurrà ad

urtargli contro. Il nostro solo conforto può essere di pensare che una

volta si nasce uomo, e una volta, forse, smeraldo.

*

* *

Quando Silvio, vedendo quale prova d'amore Silvina esigesse da lui, si

decise a trafugare la collana di cui Silvina era tanto ambiziosa, non

pensava certo che con quell'atto di leggerezza avrebbe distrutto per

sempre la propria felicità, già molto pericolante. Più gli era sembrata

opprimente la città la sera innanzi uscendo dall'ospedale, più allora

gli sembrava ospitale, allegra, piacevole. Si sentiva ancora un po'

stordito, ma quello stordimento non era punto doloroso.

A quell'ora le strade erano semideserte, e non s'incontravano se non

ragazzi col naso rosso che correvano a scuola, operai neri e pelosi che

andavano alle officine con le pipe accese e i berettoni di pelo calati

sugli occhi, servette dalle anche rotonde e dai polpacci sodi che,

tenendo le mani avvoltolate nei grembiuli e le sporte vuote appese al

braccio, svolazzavano pei marciapiedi alla volta del mercato. Faceva una

bizzarra impressione vedere tutte le narici, fossero d'uomo, di donna o

di bimbo, fumare come le froge dei cavalli dei fiaccherai che,

trascinandosi addormentati a passo morto lungo le strade, sfiatavano ad

ogni tratto nuvolette di vapore leggiero e bianco; nè più leggiero nè

meno candido di quello che si sprigionava di sotto i coperchi delle

pentole dove bollivano e pipavano le castagne. È divertente, camminando

a quell'ora per la città, osservare le facciate delle case, con tutte le

loro finestre ancora chiuse, e vedere in che modo una qua e una là se ne

spalanchi di botto, con che viso stupefatto ogni uomo, appena sveglio,

guardi il mondo dal suo davanzale come se fosse nuovo, e quanta paura

abbia dell'aria libera della strada, e quanta fretta di rinchiudersi

un'altra volta nel suo piccolo guscio. No, il sole d'inverno non è ben

visto da nessuno.

Un poco più tardi le strade si animano veramente, quando i carretti

degli erbivendoli e dei merciai aprono il loro commercio, e i portinai,

ramazzato il loro tratto di marciapiede, si dispongono a tener cattedra

di pubblica istruzione, e i commessi di negozio con mazzi di chiavi e

paletti e strani ordegni, come bande di svaligiatori, danno l'assalto

alle botteghe, ne alzano le saracinesche, ne spalancano gli sportelli, e

mettono sulla strada le mercanzie come se fosse roba rubata. Allora la

città perde ogni carattere, tutto è confusione, disordine, tumulto, e

per spiccare su quella marea rumorosa e agitata di gente che invade le

strade, corre, grida, si urta, e più cerca di sopraffarsi più si perde e

si confonde nel caos, non basta più la modesta personalità di ciascuno,

fatta di un certo modo di camminare o di portare il cappello, di un naso

troppo lungo o di un abito bizzarramente tagliato, ma bisognerebbe

essere il Re in persona, in una berlina dorata con sedici pariglie

candide, staffieri in gala, e trombettieri che non si stancassero mai di

soffiare a gote piene nei loro corni d'argento.

Ma Silvio non la pensava così quando, alleggerito del peso della

collana, uscì dal gioielliere e s'incamminò verso un mercante di

pellicce, dove si proponeva di comprare quel pastrano verde con colletto

di lupo e quel berretto di lontra che Silvina gli vide addosso

nell'aprire gli occhi. Silvio credeva che tutti riconoscessero in lui un

uomo straordinariamente ricco e felice; e avrebbe voluto chiedere a

ognuno che passava se la città intera fosse da vendere. Così, ciecamente

beato, a passo di bersagliere, la fronte alta, gli occhi ridenti, se ne

andò, Silvio, incontro alla propria rovina.

*

* *

Due giorni dopo Silvina era fra le braccia del principe Stanislao e con

garbo gli carezzava i riccioli neri della parrucca, senza pensare che da

quelle carezze non gliene poteva venire alcun brivido.--E oltre tutto,

concludeva Silvina, m'ha lasciata anche senza la mia bella

collana!...--Povera Silvina! esclamò il principe, quella collana vi era

dunque tanto cara?--Era il solo ricordo che avessi di mio padre! E poi

dove trovare uno smeraldo altrettanto bello e perfetto? Povero papà mio!

Se lo sapesse!--Infine, Silvina cara, disse il principe, non vi

disperate così. Se non sarà una collana con uno smeraldo altrettanto

perfetto e fulgido, sarà un'altra collana non meno preziosa di quella.

Silvina si consolò. Quel giorno stesso il principe la mise in una bella

carrozza tirata da due focosi cavalli e la condusse di galoppo dal primo

gioielliere della città. Le vetrine di quel gioielliere eran mille volte

più risplendenti della famosa caverna di Alì Babà, perchè vi si vedevano

radunate, in molli conchiglie di velluto violetto, gemme d'ogni

grandezza e colore, dalle quali si sprigionavano, come da un firmamento

di fuochi artificiali, raggi sottili, acuti e tremoli che, attraversando

la strada, s'andavano a rifrangere in variopinte luci sulle facciate

delle case incontro. Erano gioielli finemente lavorati, zaffiri, rubini

e brillanti sposati con opali diafani, perle rosee, cupe ametiste,

trasparenti acque marine, e tutti racchiusi in preziose legature. Alcuni

di essi uscivano per la prima volta dalle mani dell'orafo, tutti

fiammanti e lucidi; altri avevano appartenuto ai Raià delle Indie

Inglesi, all'Imperatrice della Cina o al Sultano dei Turchi, e dalla

loro profondità traspariva, come in certi begli occhi stanchi, una luce

che parea consumata. La folla che passava dinnanzi a quella bottega

tuffava per un attimo le pupille avide e meravigliate nel chiarore

abbagliante dell'oro e delle pietre preziose, e poi s'allontanava

maledicendo il diavolo tentatore che per trascinare gli uomini in

perdizione si serve anche di piccoli pezzi di vetro colorato.

Silvina e il principe avevano chiesto di vedere qualche bella collana.

Erano seduti dinnanzi ad un tavolo, e il gioielliere, inforcati certi

occhiali azzurri dietro i quali era scomparso il suo sguardo, aveva

incominciato a trarre da uno scrigno di ferro massiccio collane dopo

collane, e veniva ora allineandole sotto i loro occhi, in silenzio.

Prima fu una collana di perle e diamanti neri con qualche rara lacrima

d'opale; poi una collana di perle candide alternate con ametiste e

zaffiri di una profondità notturna; poi ancora una collana tutta di

rubini quadrati ed una di onici e di brillanti. Silvina guardava

estatica quei vezzi degni di una regina e non sapeva dire quale le

piacesse di più; quando, con sua gran meraviglia, vide le mani magre e

tremanti del gioielliere porgerle sopra un piccolo scudo nero una

collana d'oro semplice al cui centro splendeva un superbo smeraldo. Il

suo cuore palpitò. Era quella proprio la sua collana! Il principe

Stroztki disse vedendola:--Non mi sbaglio? Questa, Silvina, sembra tutta

la vostra collana.--Il gioielliere commentò lentamente:--È la meno

preziosa. Ma, per me, la luce di questo smeraldo vale tutte le

altre.--Silvina non sapeva staccare gli occhi da quella pietra verde che

col suo splendore la teneva incantata. Ma chiuse le palpebre e

disse:--No, Stanislao, non è certamente la mia collana.--Ella scelse

invece quella tutta composta di rubini, e volle che subito il principe

gliela allacciasse al collo. Così Silvina rinnegò per l'ultima volta il

suo passato, e la collana di Daria fu nuovamente rinchiusa nello scrigno

del gioielliere.

*

* *

Poco tempo dopo in città scoppiò una sommossa. In una chiara notte di

maggio alcune navi nel porto improvvisamente s'incendiarono e, fumando

come vulcani, vomitavano cenere calda e scintille che il vento faceva

roteare sui tetti come frecce arroventate. Da per tutto si sparse un

puzzo asfissiante di catrame e di pece, e sembrò che la luna, che era

bianca e limpida in cielo, sbavasse sulle facciate delle case e sulle

strade deserte la luce rossa di un sole equatoriale. A quel pauroso

allarme la folla si riversò per le vie e venne gridando sul molo. Ma

quando vide dai silos accorrere un'altra folla urlante che recava

fiaccole accese e scale altissime, indietreggiò terrorizzata, e di nuovo

le strade si vuotarono. Come se un ciclone si fosse improvvisamente

abbattuto sulla città, e per le vie e le piazze corressero fiumi

vorticosi di libeccio, era tutto uno sbatacchiar d'imposte e di finestre

e di porte, che via via si chiudevano con cupi tonfi, soffocando nelle

case e negli anditi bui le voci spaventate delle donne e dei fanciulli,

le rauche bestemmie degli uomini.

Dal porto i rivoltosi salivano a ondate di migliaia, correndo compatti

dietro i portatori di torce. Attraversato il mercato, si precipitavano

in mezzo alle case per vie diverse, gli uni passando per il quartiere

dei cotonifici, gli altri in direzione della cattedrale, altri ancora

verso il quartiere degli armatori e dei banchieri, e tutti andavano poi

a convergere verso il centro della città. Le torce delle prime colonne

erano già consumate e spente, quando ancora le ultime ondate con le loro

fiaccole accese non avevano attraversato il mercato. Dove queste

s'incontrarono con quelle nacquero mischie spaventose. I portatori di

fiaccole, trovandosi improvvisamente di fronte a colonne che

tumultuavano al buio, credettero d'essere caduti in un agguato. In breve

una battaglia furibonda s'impegnò fra le due parti, finchè anche le

ultime torce consumate si spensero e la moltitudine continuò a

combattere furiosamente al buio. Ciascuno credeva di avere di fronte un

esercito di soldati. Da ogni parte si drizzavano barricate. E dietro le

barricate, incuranti di quella inutile strage, i ladri che senza nè

fiaccole nè lanterne nè clamori, alla spicciolata, erano accorsi dai

quartieri più eccentrici al primo odore di tempesta, svaligiavano

tranquillamente le botteghe, caricavano i carretti che s'eran trascinati

dietro correndo, e curvi sotto montagne di fagotti se ne andavano

pacifici per i fatti loro.

Alla prima luce dell'alba gli amici si riconobbero da una barricata

all'altra. Dapprima non credettero ai loro propri occhi, poi si

guardarono in faccia meravigliati, e allibirono. Il primo impulso fu,

nei capitani, di rifarsi una reputazione continuando a combattere fra di

loro. Ma i gregari s'affrettarono a sventolare bandiere e fazzoletti

rossi, e qualcuno certo maledisse il sole il quale impediva che quelle

fiaccole di cenci si spegnessero come s'erano spente nella notte le

torce di resina. Su quella pace presto fatta da nemici che eran partiti

all'assalto sotto la stessa bandiera, spuntarono lampeggiando alla luce

dell'aurora le lance fitte della cavalleria.

*

* *

In una certa grotta scavata nella scogliera, al di là del faro,

Perdifiato, seduto in faccia al mare, aspettava pazientemente che

spuntasse la alba. Il mare era livido e agitato, e vomitava contro lo

scoglio ondate tutte bavose che si rompevano mugghiando sui suoi fianchi

scoscesi. Poi con fischi e singhiozzi assordanti se le risucchiava in

tanti mulinelli vorticosi, e, rigonfiandosi tutto, le risputava

infuriato contro l'alta scogliera. Non si distingueva ancora la luce di

levante, dove il sole insinuava tra cielo e mare la punta d'un raggio

pallido pallido, dalla luce di ponente, dove la mezza luna, ancora tutta

fuori dell'orizzonte quantunque già coricata, guardava di traverso le

ombre a poco a poco sfumare sulla terra. E già i gabbiani, usciti dai

loro nidi, assalivano il vento a testa bassa remando affannati con le

ali tutte distese. Perdifiato, cercando di allontanare dagli occhi i

ciuffi di capelli spioventi che gli impedivano di vedere, malediceva in

cuor suo il boia destino che invece di dargli due ali possenti come

quelle dei gabbiani, gli aveva anche tolta una gamba, per cui egli

doveva tutto fare con una gamba sola, cercando di aiutarsi alla meglio

con una stampella di legno. Almeno la gobba, che il destino, previdente

di ciò che gli sarebbe mancato poi, gli aveva appioppata sul groppone

fin dalla nascita, e di cui egli non sapeva che farsi, avesse potuto

cambiarla con un'altra gamba! Ma no! La gamba se ne era andata sotto un

carro, e la gobba gli era invece rimasta. E lo chiamavano Perdifiato

appunto perchè, camminando con quella stampella e quel fagotto sempre

appeso alle spalle, pareva a tutti che per la gran fatica dovesse

mancargli da un momento all'altro il fiato.

Se avesse avuto tutte e due le gambe come una volta, anche la gobba gli

sarebbe sembrata più leggiera. Ma certo egli non le avrebbe impiegate,

come quegli stupidi gabbiani impiegavano le loro ali, a lottare contro

il vento senza nessuna speranza di poterlo attraversare. Se mai si

sarebbe messo a gareggiare con lui, per fare a chi correva più veloce, e

tanto meglio se il vento, prendendolo in poppa, lo avesse anche aiutato.

Allora non gli sarebbero occorse due ore per arrivare da quella grotta

maledetta al centro della città, e poi altre due ore per mettersi in

salvo prima dell'alba. Ma così conciato, che avrebbe potuto fare di più?

Appena aveva visto fiammeggiare l'incendio nel porto s'era messo a

correre, e, rischiando ad ogni passo di schiantarsi anche quell'unica

gamba che gli rimaneva, aveva fatto salti da cavalletta su per la

scogliera e poi lungo il molo tutto ingombro di travi, di corde, di

àncore, di botti. L'anima agitata gli avrebbe messo le ali ai piedi, se

ne avesse avuti due. Ma a una gruccia, a un povero pezzo di legno, come

poteva mettere un'ala? Sicchè tutto sfiatato, era giunto appena in tempo

a intrufolarsi in una certa bottega che aveva la porta sfondata, giusto

per spigolare quello che gli altri più fortunati, cioè più veloci di

lui, vi avessero per caso dimenticato. Con un moccoletto s'era messo a

frugare, e per quanto quella fosse la bottega di un gioielliere, non

aveva trovato se non un paio di vecchie scarpe, in un angolo, in un

altro una valigia usata, sopra un tavolo una lente d'ingrandimento e un

poco più in là una bilancia di precisione. Nel fondo di uno scrigno di

ferro, che doveva aver dato molto da fare per aprirlo c'era un mucchio

di cartoccini di carta velina che certo erano stati pieni una volta ma

ora parevano tutti vuoti, mezzi strappati e sfatti. Perdifiato,

affondando scrupoloso la mano nel mucchio, credette di sentirne uno

ancor pieno. Allora, per non perdere tempo, aperta la valigia, vi

rovesciò dentro tutta quella carta, e, confidando nella fortuna, così

carico di quel magro bottino prese la via dell'uscita.

Ma il ritorno non era andato così liscio come si poteva sperare. Sotto

un arco buio aveva fatto un incontro che per poco non gli era costato la

pelle; perchè, mentre se ne andava tutto saltellante per la via più

breve, due ombre si eran staccate da un angolo e gli avevano sbarrato il

cammino.

--Olà! diceva una voce rauca, d'uomo, tu prendilo per il collo e tiello

fermo...

E un'altra voce, che pareva di ragazzo, diceva:

--Sbattilo al muro e io lo frugo.

Perdifiato si sentì veramente mancare tutto il fiato che dopo tanto

correre ancora gli rimaneva, e balbettò:

--State boni ragazzi! Per chi mi prendete?

Ma due mani possenti lo afferrarono per le spalle, e altre due mani gli

abbrancarono il ginocchio, e Perdifiato, barcollando, sentì che quello

che lo stringeva alla gamba cercava nell'ombra l'altro ginocchio, per

agguantarlo, e non lo trovava. Intanto quello che lo teneva abbracciato

per le spalle diceva:

--Maggiolino, cavagli questo fagotto che ha sulla schiena!

Allora sentì la stretta del ginocchio mollare, e due mani gli si

infilarono sotto il corpetto e incominciarono a palpargli la gobba.

--Non viene niente! gridò indispettito il ragazzo, che era quello che lo

frugava.

Allora l'altro prese Perdifiato per i capelli e lo scrollò con tanta

forza, che, perdendo l'equilibrio, egli cadde lungo disteso per terra.

--Lasciatemi andare! gemette. Sono un poveraccio anch'io!

In quel mentre s'udì uno scalpiccio di gente che si avvicinava correndo,

e allora quello che gli stava sopra gli assestò un pugno nelle costole,

e se ne fuggì a precipizio seguito dal ragazzo che dileguò subito con

lui nel buio.

Perdifiato rimase qualche minuto immobile, senza respiro, per l'acuto

dolore che sentiva alle costole. Poi, quando non udì più alcun rumore,

cercò di sollevarsi, e palpandosi il fianco sentì che versava sangue.

--Maledetti! gemette. M'hanno bucato!

E premendosi con una mano la ferita, e con l'altra aggrappandosi al

muro, si alzò in piedi, ritrovò la gruccia, la valigia e le scarpe che,

sfuggendogli di mano quando era caduto, erano rotolate poco lontano, e

ansando disperatamente raggiunse la grotta dove Prisca ed Accolito

dormivano ancora ignari di tutto.

*

* *

Ora gli premeva di sapere due cose, e perciò aspettava la luce del

giorno: prima di tutto se in quei cartocci che stavano nella valigia ci

fosse qualche cosa di buono; poi se la ferita che lo faceva soffrire, e

non voleva stagnarsi, fosse grande o piccina, soltanto un graffio oppure

un buco profondo. Finalmente un po' di chiarore si fece nell'aria, e

Perdifiato, rovesciata la valigia in una specie di buca fatta nello

scoglio, incominciò a passare uno dopo l'altro gli involti di carta

velina, e non c'era piega ch'egli lasciasse inesplorata. Con sua

infinita gioia in uno trovò una pietruzza che al tasto e al colore, alla

rotondità, riconobbe per una perla. Era una bella perla bianca, grossa

come un cece. Poi trovò, in un altro cartoccino rimasto intatto, quattro

o cinque pietre giallognole, trasparenti, lavorate come il brillante, ed

erano quattro o cinque topazi. Infine trovò, proprio quando aveva

perduta ogni altra speranza e non rimanevano nella buca se non pochi

straccetti di carta, una collanina d'oro da cui pendeva uno smeraldo

ovale. Perdifiato stava guardando quello smeraldo contro luce per vedere

quanto fosse limpido e trasparente, quando un dolore acuto gli

attraversò improvvisamente il fianco ferito e gli strappò un lamento. Si

rovesciò allora il corpetto, e si vide tutto sporco di sangue. Sotto le

costole gli si apriva un taglio di coltello largo due dita che doveva

essere profondo assai. Perdifiato si arruffò disperato i capelli sulla

fronte e capì che di quel colpo poteva morire. Infatti si sentiva a poco

a poco mancare le forze, e già gli occhi gli si annebbiavano. Chiamò con

tutta la sua voce:--Prisca! Accolito!--e cominciò a tirar sassi nella

grotta per svegliarli.

Prisca dormiva profondamente nel suo letto fatto di stracci e di foglie

secche, e sognava di esser presa in mezzo da quattro o cinque giovani

che portavano tutti un garofano in bocca e la volevano ad ogni costo

spogliare. Ella teneva un braccio disteso e la sua bella testa, bruna e

crespa, posata su quel braccio. Si agitava tutta nel sogno e dalle sue

belle labbra sorridenti uscivano di quando in quando piccoli gridi

lamentosi, come se realmente ella si trovasse alle prese con una muta di

innamorati. Uno dei sassi che Perdifiato tirava nella grotta la colpì

alla spalla e la destò spaventata. Ed ella, rizzandosi con un salto a

sedere sul letto, subito con la mano si nascose i piccoli seni tondi e

rosei nella camicia, e si guardò intorno con occhi torvi, come se

contasse di non vedere che nemici. Ma non vide nessuno, se non Accolito

che, coricato al suo fianco, ronfava con le labbruzze aperte e gli occhi

rovesciati, che mostravano fra le palpebre brune un filo di bianco, e

parevano due castagne tagliate. Ma subito dopo udì la voce di Perdifiato

che la chiamava, e curvandosi sopra un fianco, vide anche lui, nell'arco

chiaro della grotta, che si stringeva la faccia con le mani e si torceva

come se avesse le doglie. Ella saltò su in piedi, e infilatosi alla

svelta un gonnellino, scalza andò a vedere che cosa avesse il suo caro

marito per lamentarsi e dimenarsi così.

--Crepa! esclamò poi strofinandosi gli occhi cisposi. Chi ti ha pregato

di andare? Manco se avessi tre gambe invece di una, e un paio di ali

invece di quella gobba dannata!

--Andiamo, disse Perdifiato che non ne poteva più dal dolore, mettimi a

letto e fammi un impiastro...

Prisca lo prese per le spalle e lo trascinò sul letto dal quale s'era

alzata allora. Poi ritornò fuori, e raccolta la perla e la collana con

lo smeraldo e i topazi che erano posati sulla pietra, li mostrò a

Perdifiato e gli chiese:

--Questi cosa sono?

Perdifiato glieli tolse di mano con violenza e senza rispondere li

annodò stretti stretti in un angolo della coperta. Prisca si avvicinò a

un fornello piantato in un angolo fra quattro sassi, su cui stava una

pentola di coccio, e nella pentola c'era un po' di pancotto che

galleggiava in un brodo nero. Prisca prese un cencio e se lo distese

sulle ginocchia. Poi prese un po' di quel pane spappolato e ne fece una

specie di focaccia larga come una mano. Lo involtò bene bene nel cencio

e, sollevato il corpetto di Perdifiato, gli appiccicò l'impiastro sulla

ferita.

--Non aver paura! disse con sarcasmo. L'anima tua da questo buco non ci

passa!

*

* *

Quel giorno trascorse così. Perdifiato si lamentava tutto rattrappito

sul letto. Dopo qualche ora si strappò dal fianco il corpetto,

l'impiastro di pancotto, la cintola dei calzoni, e tutto scaraventò

lontano da sè con ira. Si sentiva bruciare dentro, le viscere, come se

avesse inghiottito e digerito una pietra infernale. I suoi occhi bovini,

tondi e neri, pareva che per il gran dolore gli dovessero schizzar dalla

testa, e che egli picchiasse la testa nel muro appunto per farli

rientrare nelle orbite.

Era giorno di domenica. Prisca prese Accolito e lo portò ad una

pozzanghera d'acqua salata che il mare aveva lasciato nel cavo d'uno

scoglio, e senza pietà gli lavò il viso, le orecchie e le mani, che dopo

quella lustrata brillarono al sole più nere che mai, perchè erano nere

di natura. Anche Prisca era nera. La sua pelle aveva il colore del

bronzo: era bruna e dorata, e lucida più del metallo. Asciugò Accolito

nella sua sottana e poi gli infilò certe brachette di velluto nero e un

camiciottino bianco ricamato. Sulla fronte gli spazzolò bene il ciuffo.

Quindi, preso lo specchio, ch'era un pezzo di specchio tutto scheggiato,

lo appoggiò ad un sasso, e, accoccolata, incominciò con il pettine, che

aveva sì o no quattro denti, a districarsi i capelli, fitti e increspati

come la lana. Ma non riuscì che a strappar qualche nodo e a sciogliere

qualche ricciolo, e il resto le rimase tutto raggomitolato intorno al

capo, che sembrava appunto un gran gomitolo di lana. Un nastro giallo se

lo passò sotto la nuca e se lo annodò in due bei cornetti dritti nel

mezzo della fronte. Poi, senza vergognarsi del mare che la guardava con

i suoi mille occhi sfavillanti di sole, si spogliò nuda nuda, e in breve

si rivestì degli abiti di festa, ch'erano certe calze di seta azzurra,

un corsettino di lana rossa e una gonnella nera di panno. Alla cintola

si annodò un altro nastro verde e i piedi li calzò con due belle

scarpette. Così, tutta vestita bene, si accostò al letto dove Perdifiato

non la finiva più di gemere e di agitarsi. Egli stava rivoltato con la

faccia contro la parete e teneva le braccia intorno al capo. La coperta

era tutta ammonticchiata in fondo al letto. Prisca si curvò e cercò quel

nodo che Perdifiato aveva fatto in un angolo della coperta per

racchiudervi la collana e le altre pietre preziose, lo sciolse, e, presa

la catenina d'oro con lo smeraldo, svelta si allontanò senza essere nè

veduta nè udita.

Nonostante i disordini della notte tutti erano per le strade in quel

giorno di festa, e Prisca, tirando per la mano Accolito, non faceva

minor figura delle altre donne giovani e belle che, a braccetto dei loro

innamorati, tutte accese in viso per il sole che incominciava a

scottare, con vestiti e nastri sgargianti, collane e braccialetti d'oro,

se ne andavano dondolando da un marciapiede all'altro. Prisca era

giovane, fresca, diritta, e Accolito non si sarebbe detto suo figlio. Ma

a lei, tutte le altre domeniche, toccava di trascinarsi al fianco di

Perdifiato, che non si staccava un minuto; e camminare tra la folla con

quella gruccia e quella gobba era un tormento. Egli poi non stava zitto

mai, e bastava che uno guardasse la sua donna, ch'egli si metteva a

chiamarla per nome, perchè tutti sapessero subito che quel fiore gli

apparteneva. Perciò quel giorno Prisca andava trionfante e libera, e

tutti potevano guardarla quanto volevano, e averne da lei in compenso

certi bei sorrisi bianchissimi. Ma il meglio sarebbe accaduto in Borgo

S. Angelo, ch'era il quartiere dei ladri, dove Perdifiato l'aveva presa

ragazza.

*

* *

Perdifiato intanto si disperava, solo, nella grotta che già incominciava

a riempirsi di ombra. Egli vedeva l'inferno aperto ai piedi del suo

letto e tutti i diavoli rossi, con le corna e le forche, che ballavano

nelle fiamme. Chiamava Prisca, chiamava Accolito, ma non gli rispondeva

se non la propria voce fatta cavernosa. Aveva sete, e beveva ogni tanto

un sorso d'acqua da un vaso di coccio che aveva accanto al letto. Ma

quell'acqua, che era fredda finchè la teneva in bocca, appena passato il

gargarozzo diventava bollente e pareva piombo liquefatto che gli colasse

nelle viscere. Si sentiva morire. Si abbrancava con le mani alle pareti

scabrose, ma certo sarebbe finito nell'inferno che lo aspettava laggiù

spalancato. Sua moglie e suo figlio l'avevano abbandonato. Forse Prisca,

tanto coraggiosa, avrebbe potuto scacciare quei diavoli rossi, chiudere

quella buca arroventata con delle palate di sabbia! Disperato, egli

invocò la Madonna del Parto, che aveva già salvato Prisca quando aveva

dato alla luce Accolito; e benchè non sperasse più nulla, con sua gran

meraviglia la vide d'un tratto apparire in una nuvoletta candida. Allora

le offrì col cuore tutte le sue ricchezze. La Madonna gli

disse:--Perdifiato, mi darai la collana d'oro con quello smeraldo ovale.

La nuvoletta svanì, e Perdifiato afferrò la coperta e sfece il nodo. Ma

non trovò la collana.

E tutti, vedendo passare Prisca con Accolito, le andavano incontro

allegri, e, guardandola con ammirato stupore, le dicevano:--Oh! fiorita

come una rosa di maggio, la nostra bella Prisca! E il gobbo se l'è

bevuto il mare? Come siamo sgargianti! E questa bella collana, con

questo bello smeraldo, chi ve l'ha regalata? Dalla gobba dello sposo è

uscita? E ridevano, e Prisca rideva più di loro. E gli uni le dicevano,

additando Accolito:--Il fagotto più grosso, manco male, l'hai lasciato a

casa. Ma anche questo fagottello qui, perchè non lo butti in mare?

Accolito si metteva a piangere, e allora Prisca gli dava due sculacciate

e gli gridava:--Stupido come tuo padre! Non vedi che te lo fanno

apposta? Ed altri diceva strizzando l'occhio:--Eh! Eh! la nostra bella

Prisca, che collana ha messo su! Le donne, specie le ragazze da marito,

che vedevano come tutti i giovani le corressero dietro a farle mille

grazie, bisbigliavano arricciando il naso:--Ohibò! Dove l'avrà tolta

quella collana? L'avrà mica rubata?

Perdifiato vedeva la buca dell'inferno ai piedi del suo letto allargarsi

sempre più, e gli pareva che le fiamme che ne uscivano fossero lunghe

fino al soffitto. Tutto per quella collana che la Madonna gli aveva

chiesto, e ch'egli non le poteva dare! Eppure l'aveva annodata

nell'angolo della coperta con le altre pietre preziose. Ma ora non c'era

più. Disperato si gettò colla faccia contro il letto e rimase così

irrigidito nello spasimo che gli lacerava il fianco, finchè non gli

parve di vedere, nell'ombra che ormai riempiva la grotta, splendere una

fioca luce. Allora alzò il capo e vide Prisca che, tenendo in mano un

moccolo di candela, stava curva a guardarlo. Ma subito vide anche

pendere dal suo collo lo smeraldo che oscillava come una stella verde, e

con un grido furioso glielo strappò, e, stringendolo nel pugno chiuso,

si rovesciò svenuto sul letto.

*

* *

Quando Perdifiato fu guarito e potè alzarsi dal suo giaciglio, prese la

gruccia e se ne andò in città. Là, in cima a una gradinata altissima,

sorgeva una vecchia chiesa sul cui frontone era scritto a grandi

caratteri: _Virgo tua gloria partus_, dove Perdifiato entrò segnandosi.

La Madonna, che gli era apparsa in sogno vestita di rosa e d'azzurro,

stava ora seduta in una nicchia fra due colonne, tutta coperta di cuori

d'argento, e non aveva quel vestito celeste, ma era tutta di marmo

bianco, salvo il piede che era d'oro. Tante lampade pendevano intorno

intorno alla nicchia e in ognuna brillava tremando una fiammellina.

Contuttociò la nicchia era piena d'ombra. La Vergine aveva in capo una

mitra d'oro altissima, e il Bambino, che ella teneva in piedi sulle

ginocchia, aveva pure una mitra d'oro, ma un poco più piccola. Ma mentre

il pargolo era tutto nudo, la mamma portava sul vestito di marmo una

specie di corazza tutta scintillante d'oro e di gemme, e intorno al

collo dieci file di perle d'ogni grandezza, e alle dita anelli che

splendevano come fari. Perdifiato, prono dinnanzi a quell'immagine, la

contemplava estatico, e si domandava perchè mai la Madonna, che aveva

già tutti quei gioielli meravigliosi, avesse chiesto a lui, povero ladro

di poca fortuna, la sola collana che in vita sua gli fosse riuscito

rubare. Egli cercava una risposta a questa domanda e non la trovava.

Finchè i suoi occhi non si posarono sopra quelle file di perle che

cingevano il collo della Vergine, e allora credette di averla trovata,

perchè veramente eran tutte collane di perle, e non ce n'era nemmeno una

che avesse uno smeraldo. Allora Perdifiato si alzò lentamente, e senza

staccare gli occhi dal volto della Madonna, la quale pareva seguire ogni

suo atto con quelle sue pupille bianche, andò verso un frate che,

pregando a testa bassa, teneva sulle ginocchia un piatto d'argento. Con

un gesto umile, quasi vergognoso, egli trasse di tasca la collana dallo

smeraldo, e, sospirando, la lasciò cadere tra le monete di rame di cui

quel piatto era pieno. Il frate senza interrompere le sue preghiere

assentì gravemente col capo, e disse con un po' più di voce: _Ave Maria

gratia plena, domin... tec... benedi..._ E il resto si perdè in un

bisbiglio.

*

* *

Là, un giorno vuoto, ho riveduto io, per caso, la collana di Daria, la

collana di Silvina. Essa ora appartiene al cielo: è di Dio. Sospesa al

collo della Vergine, sembra risplendere d'una luce dolce e serena, senza

sinistri riflessi. Nessun maligno fascino si sprigiona più dal suo verde

lume. Ed io pensai, riconoscendola dalle sue maglie smaltate e dal

colore della sua trasparenza, che anche Daria, se è morta come disse

Soave, e Silvina che vive ancora, potranno forse un giorno purificarsi.

Il perduto amore · 第 37 / 53 题