XIII.

Mia madre era assopita. Accanto a lei, ai due lati del letto, come i due

angioli oranti ai lati della culla del bambino Gesù in certe oleografie

che si vedono in queste case di contadini, Adalgisa e Maria vegliavano

raccolte il riposo dell'inferma. Esse mi guardarono, interrogandomi con

gli occhi, non osando parlare. Soltanto dopo un poco Adalgisa mi disse

sommessamente:--Tutto il giorno ha chiesto di te prima di assopirsi!

Incontrai mio padre nel corridoio. Egli mi si fermò un istante dinnanzi,

e temetti che volesse interrogarmi. Ma abbassò il capo, e, accigliato,

in silenzio passò oltre. Mi avvicinai a una finestra che s'apriva

sull'aia, e vidi un po' di luce nella stalla, dove certamente Battista

stava rigovernando il letto di Casacca dopo averle versata l'avena nella

mangiatoia. Incominciava a imbrunire. I rami spogli del frutteto erano

così fitti e intricati che non potevo vedere la capannuccia di paglia,

laggiù in fondo, dove Silvina aspettava. Pensai che ella dovesse

sentirsi morire di fame e di freddo, e le mandai Marta con una tazza di

latte caldo, del pane e una coperta di lana.

Più tardi mia madre si svegliò, e noi ci trovammo di nuovo raccolti

intorno al suo letto, come sempre a quell'ora prima di separarci per

andare a dormire. Di solito ella voleva che Maria leggesse forte le

preghiere della sera, e che tutti noi l'ascoltassimo in silenzio, e si

recitasse un _pater_ e un _ave_ insieme con lei, che ella incominciava

con la sua voce velata: _Ave Maria gratia plena..._ Poi invitava mio

padre ad andarsi a coricare, poichè sapeva che si sarebbe alzato all'una

di notte, per assisterla fino all'alba, come faceva ormai da tre

settimane. Anche quella sera ella recitò il _pater_ e l'_ave_, e poi

disse a mio padre di andare a riposare. Ma i suoi occhi lo guardarono

fissamente, con uno sguardo interrogativo, come se attendesse da lui

qualche cosa. Mio padre la baciò in fronte e se ne andò.

Io uscii poco dopo nel corridoio e in punta di piedi cercai di spiare

alla porta della sua stanza. Era buia e non s'udiva nessun rumore. Egli

doveva essersi già coricato. Allora scesi in fretta le scale e, passando

per la dispensa, attraversai il frutteto e trovai laggiù Silvina

rannicchiata in fondo alla capannuccia di paglia, e sentii che era tutta

ghiaccia, e batteva i denti dal freddo. Era buio buio. Inciampavamo

nelle radici degli alberi, affondavamo il piede nei solchi freschi.

Silvina si lasciava trascinare: dovetti più volte sostenerla perchè non

cadesse. Finalmente entrammo in casa, e, rallentando il passo e

camminando in punta di piedi, raggiungemmo la mia camera dove ci

chiudemmo a chiave.

Acceso il lume, Silvina si abbandonò sfinita sul letto, disfatta, e

tremava. Occorse un po' di tempo prima che incominciasse a riaversi e i

suoi occhi semispenti si ravvivassero. Allora, quando vidi che non

tremava più e che avrebbe potuto sostenersi, le dissi:

--Preparati, Silvina. Tra poco ti condurrò da lei...

Uscii per andare ad assicurarmi che nulla di nuovo fosse accaduto in

quel frattempo, e per dare cautamente a mia madre, forse già rassegnata

in cuor suo a non vedere appagato il suo ultimo desiderio, l'annuncio

dell'imminente visita di Silvina. Marta era allora accanto a lei, e

pareva che mia madre la supplicasse, e che la vecchia, curva sul letto,

cercasse amorosamente di confortarla. Quando io entrai, mia madre tentò

di sollevare il capo dal guanciale, e, guardandomi con tenerezza,

sospirò:

--Paris, Paris, conducila subito... Per pietà, non fatemi soffrire

così....

--Sì, le dissi accarezzandola, ora verrà... Ora subito te la conduco...

Rientrato in fretta nella mia camera, con uno stupore angoscioso trovai

Silvina che, seduta dinnanzi allo specchio, stava attorcigliandosi la

treccia intorno al capo e arricciandosi i capelli sopra le tempie. Si

era tolto il cappellino, e, accanto a una borsetta aperta, aveva posato

due o tre scatoline, e un tubetto rosso. Nello specchio vidi inorridito

le sue labbra rosse, appena tinte, i suoi occhi con le ciglia brune e

lucide, le palpebre ombrate di viola.

--Silvina, Silvina, gridai precipitandomi su di lei e pensando che ora

l'avrei uccisa, che hai fatto? Non ti vergogni?

E la scossi violentemente, e avrei voluto schiaffeggiarla, metterla

sotto i miei piedi e stroncarla; ma per volontà di Dio il pensiero di

mia madre non mi abbandonò, e presa una spugna inzuppata d'acqua gliela

strofinai con furia sul viso, e afferrati i suoi capelli glieli

scompigliai.

--Rifatti la pettinatura d'una volta! Non mostrare le tue vergogne!

Nasconditi quella faccia spudorata! le gridai pieno d'odio, incapace di

dominarmi.

Ed ella impaurita dall'espressione del mio viso che doveva essere

atroce, impaurita da quei gesti con i quali la minacciavo, io sempre

così mite, così debole, in fretta in fretta si asciugò il volto, e

nervosa sfece del tutto le sue trecce, e se le ricompose come un tempo,

divisi i capelli sulla fronte, raccolti poi sulla nuca; e quando ebbe

finito si alzò per seguirmi.

Mia madre stava con gli occhi fissi sull'uscio. Quando entrai con

Silvina, ella aprì le braccia e senza parlare, con gli occhi pieni di

lacrime, la chiamò a sè. E quando l'ebbe abbracciata, con tutte le sue

forze se la strinse sul petto e non si distaccò più da lei. Marta

piangeva in un angolo. Io triste, in disparte, contemplavo quella

pietosa scena, con l'orecchio teso sempre all'uscio, timoroso che mio

padre, destato da qualche rumore insolito, potesse allora sorprenderci.

Mia madre e Silvina stettero a lungo così strette l'una all'altra, senza

un movimento, senza una parola. Poi mia madre sciolse il suo abbraccio,

e guardando Silvina che si era sollevata, cercò ansiosamente sul suo

viso non so quale segno che ella sola conosceva, e mormorò:

--Sei sempre la stessa... la mia piccola Silvina....

Silvina abbassò gli occhi: non osò più guardare in viso sua madre. Vidi

la vergogna che quelle innocenti parole produssero in lei e forse capì,

allora, perchè io l'avessi trattata tanto brutalmente poco prima;

l'avessi picchiata e insultata. Mia madre volle che si sedesse sul letto

accanto a lei, ed io leggevo nei suoi occhi una sofferenza penosa,

perchè avrebbe voluto parlarle e non poteva più. Le ultime parole che

ella disse furono appunto quelle:--Sei sempre la stessa, la mia piccola

Silvina... I suoi occhi vedevano ancora lucidamente, la sua intelligenza

era ancora viva, ma non poteva più parlare. Tentava di quando in quando

qualche gesto vago, stringeva le mani di Silvina, e poi con l'indice

teso le faceva cenno di no. Voleva dire:--Non andartene più... non

ritornare via... non mi abbandonare... non abbandonare tuo padre... E

Silvina, osando appena sfiorarla con lo sguardo quando uno di questi

gesti la costringeva ad alzare gli occhi, rispondeva di no col capo, ma

non osava parlare.

Io pensavo quanto quella scena penosa si sarebbe prolungata ancora,

allorchè mi parve di udire nel corridoio uno stropiccio di passi cauti,

e persino il respiro affannoso di un uomo. Mi avvicinai lentamente

all'uscio, lo socchiusi, e guardai da un lato e dall'altro. Ma il

corridoio era perfettamente buio e non vidi nessuno. Quando mi volsi,

mia madre mi chiamò, e presami con fatica una mano la unì alle mani di

Silvina. Voleva dire:--Te l'affido... non lasciarla partire...

proteggila tu. Allora, soltanto allora, mi ricordai che Silvina prima di

lasciare Silvio gli aveva detto:--Non mi aspettare. Non tornerò mai

più!--e pensai che forse Silvina, sebbene non avesse osato chiedermelo,

desiderasse veramente di rimanere con noi, di non ritornare mai più a

quella vita irregolare che doveva averle procurato più delusioni che

gioie, più umiliazioni che piaceri, forse pentita, quantunque il suo

maledetto carattere le impedisse di confessarlo, d'essersi abbandonata a

quel capriccio, di aver cagionato a sè stessa e a noi tanto male. Forse

la paura di mio padre, il timore di esser trattata duramente da noi, di

esser punita con troppa severità, la rendeva ancora esitante. Forse

orgogliosa com'era, aspettava che qualcuno le parlasse e la pregasse di

rimanere. Davvero avrebbe dovuto lei pregare, inginocchiarsi dinnanzi a

mio padre, invocare il suo perdono. Avrebbe dovuto mortificarsi ed

espiare, almeno con un atto di umiltà, tutto il male che aveva fatto. Ma

mia madre era morente, e mi sembrò che negarle l'ultima gioia,

allontanare anche soltanto da lei di un attimo la possibilità di veder

compiuto il suo ardente desiderio, sarebbe stata una colpa di cui avrei

sentito eternamente il rimorso.

Allora chiamai Marta, e mentre lei, povera donna, cercava di nascondere

le lacrime che dagli occhi colavano sulla sua faccia terrosa:

--Marta, le dissi, va a preparare il letto di Silvina, riordina presto

la sua camera. Silvina rimane con noi.

Poi domandai a mia madre:

--Così, mamma?

Ed ella mi accennò di sì, e portò la mia mano alle labbra che erano

appena appena tepide, la baciò, e con un profondo sospiro chiuse gli

occhi per meglio contemplare quella felicità radiosa in cui si sentiva

rapire.

All'orologio della chiesa suonarono i tre quarti. Tra un quarto d'ora

nostro padre si sarebbe alzato, sarebbe venuto a prendere il suo posto

accanto al letto, dove Marta aveva già silenziosamente preparato la sua

poltrona con i due cuscini, e messo lo scaldino. Allora presi Silvina

per la mano, e, senza che mia madre, assopita, se ne accorgesse, la

condussi via. Passando dinnanzi alla camera di mio padre, in punta di

piedi per non destarlo prima del tempo, vidi le fessure illuminate e lo

sentii singhiozzare.

Mio padre non s'era coricato quella notte. Egli sapeva che Silvina era

venuta. Egli era stato a spiare dietro l'uscio quando avevo introdotto

Silvina nella camera della mamma, e quello stropiccìo, quel respiro

affannoso che m'era parso di udire, era lui che si muoveva guardingo,

lui che cercava di soffocare il suo pianto. Ah! perchè non entrò con

noi, perchè non volle vedere Silvina, perchè l'orgoglio vinse, anche in

quella notte, il suo dolore, ed egli preferì reprimere la sua pietà

anzichè obbedire al suo cuore, si lasciò vincere dalla paura di

mostrarsi debole, anzichè seguire l'impulso generoso che lo spingeva a

perdonare? Forse Silvina sarebbe stata salva, e il male di quei mesi

avrebbe potuto essere in qualche modo riparato, e la sventura si sarebbe

allontanata per sempre dalla nostra casa. Ma mio padre non uscì dalla

sua stanza se non quando udì che tutto era ritornato in silenzio, che

noi ce n'eravamo andati, ed ogni pericolo d'incontrarsi con Silvina era,

almeno per quella notte, scongiurato.

Silvina non volle neppure entrare nella camera che Marta aveva preparato

per lei. Volle rimanere, vestita com'era, in camera mia, e a stento

potei indurla ad adagiarsi sul mio letto e ad appoggiare il capo sul mio

cuscino. Seduto accanto a lei, con il cuore pieno d'angoscia, le

domandavo di quando in quando:

--Rimarrai, Silvina?

Ed ella rispondeva di no col capo, e non mi guardava, non diceva una

sola parola. Gli occhi non le si chiusero mai, neppure per un istante,

finchè la luce di un altro giorno diradò lentamente le tenebre, fece

impallidire la luce della nostra lampada, e allora Silvina si alzò, si

strinse sulle spalle la mantellina, raccolse le sue piccole scatole di

pomata, di belletto, di cipria, abbandonate accanto allo specchio, e

nascose i capelli nella sua cuffiettina di lana. Come la mattina

innanzi, quando ero partito per andarla a cercare in città, il silenzio

notturno fu rotto dalle prime voci umane che risuonavano stranamente

nell'aia, i cani della scuderia abbaiarono, le campane della chiesa si

sciolsero in uno scampanìo lungo e triste.

--Silvina! supplicai ancora, con un singhiozzo.

Silvina varcò la soglia senza neppure voltarsi, e scomparve. Poco dopo

udii la vettura di posta tutta squillante di sonagli avvicinarsi per la

via maestra, l'udii passare al trotto e allontanarsi...

Il perduto amore · 第 35 / 53 题