Tu ed io, con la nostra sacrosanta e decorosissima miseria che non ci
ha abbandonato quasi mai! Tu, re del volante; io, suddito della penna!
Dapprima la gente, assistendo al nostro triplice pugilato, si
accontentò di urlare; ma poi anche questo le parve poco. E allora prima
uno, poi quattro, poi sei energumeni si staccarono dal crocchio ed
entrarono in lizza.
Dio Onnipotente, quante ne buscai!...
Molte volte, nel corso delle mie esperienze, partito col nobile còmpito
di bastonare, ritornai bastonato; ma quella volta fu un'esagerazione.
Non si può ammettere che un poveruomo solo, debba digerirsi una così
nutrita scarica! Io non mi sentivo ormai salva nessunissima parte del
corpo.
Avevo un occhio enfiato; mi sanguinava la bocca; le spalle e il resto
del corpo non me li sentivo più.
Ormai mi ero detto:
— Povero Francesco Balduino, sei bell'e spacciato. Preparati a far
fagotto e raccomandati alla Divina Misericordia!
Mi sentivo lanciare da destra a sinistra e avanti e indietro, da un
pugno all'altro; da una notevole pedata, a una seconda pedata non
meno notevole. Il mio povero bel vestito era tutto un brandello.
Colletto, cravatta, camicia non esistevano quasi più. Il cappello era
un'immondizia in mezzo alle immondizie, fra la polvere. Non ci vedevo
più, non parlavo più; le mie labbra parevano colpite da improvvisa
elefantiasi. Stavano per scardinarmi i denti e mi avrebber mozzate le
orecchie e il naso se li lasciavano fare.
Fosti contento, Michelaccio, imperator nostro delle carra?... Ti
piacque il festino sulle persone nostre, magnifico cantor della luna
per le tappe miliari delle grandi strade maestre? Ti parve soddisfatta
la nobiltà tua di nuovissimo Re dei boccali e delle moltitudini?
Ci deste addosso in quaranta, figli di cani, e ci volle un bel
coraggio!...
In quaranta: e Michelaccio guidava la ciurma. S'io anche fossi stato
grosso e forte come Gargantua, che avrei potuto fare? Ero invece, come
sono, un uomo di modesta taglia che non può compire l'inverosimile.
Poi quando si è sopraffatti non si reagisce più. Ci si lascia
percuotere come un tappeto; rassegnati a tutto.
Comunque fosse, la fortuna ci venne in aiuto nel momento critico.
Il popolo stava compiendo su di noi le sue vendette socialiste,
allorchè intervenne chi rappresentava ancora un barlume di civiltà:
intendo riferirmi a qualche carabiniere.
Allora la folla ci lasciò stare; ma non si trattava di una grande
generosità.
Ci lasciò stare e tanto Luca quanto io non potemmo rialzarci da terra.
Nello stato semicosciente nel quale mi trovavo ricordo di aver udito
una voce che diceva:
— Li hanno ammazzati!
Allora ebbi il dubbio di esser morto addirittura; uno stranissimo
dubbio che sdoppiò l'essere mio in modo che mi vedevo disteso in terra
e tutto insanguinato e potevo disinteressarmi tranquillamente dei fatti
miei mortali.
Poi ci caricarono in non so quale veicolo e ci portarono via fra i
fischi e gli ululati della folla.
Signori socialisti, questo fu il trionfo di Michelaccio imperatore.
Forse tale fasto non passerà ai posteri, scolpito nel bronzo
dell'avvenire; ma sta di fatto che la folla, non ancora soddisfatta,
fischiò ed ululò al passaggio di due cenci sanguinanti.
Signori socialisti, io sono stato il giullare della mia vita ed
ora sono un uomo che ride perchè nel mondo v'è troppa tragedia per
aggiungervene ancora; ma voi, vi siete resi conto di quello che avete
fatto delle moltitudini, all'infuori di ogni giusta riforma e di ogni
più lontana conquista?...
Avete pensato agli argini per salvare le faticate messi?...
Domani la civiltà potrebbe essere, come noi eravamo, un cencio
sanguinante dietro al quale la scalmanata follia delle moltitudini
ululasse il suo scherno.
Ci guardammo di fra le bozze, i gonfiori, le piaghe e le lividure; ci
guardammo da un occhio solo, Luca ed io, e ci si meravigliò di essere
ancora vivi e di esser vicini.
Eravamo in camera di sicurezza.
Abbandonati su due tavolacci vicini, ci avevano lasciati là come cose
immonde.
Ed era sopraggiunta la notte.
Mi pareva di aver vissuto duecentomila anni e della mia vita non
ci capivo più niente. Solo, a incommensurate distanze appariva un
isolotto, un frammento di memoria.
Ravenna... Giacometta... il giardino di Principina...
Ma l'una cosa non si riconnetteva all'altra. La mia coscienza era a
brandelli.
Luca trovò ancora forza per dirmi:
— Signor Franzi... se non vengono a prendermi... muoio...
Ricordo che risposi:
— Anch'io...
Non rammento quante costole rotte avessimo; ma sono certo che, a
sommarle, facevano un bel numero.
Ricordo ancora che dovevo respirare con somma precauzione per evitare
un dolore cane che, ad ogni respiro, mi trafiggeva la spalla sinistra.
Poi, nel silenzio che si era ormai stabilito, udimmo un rumore insolito
e il rombo di un motore fece levare il capo a Luca.
— Vengono a prenderci... — disse Luca.
Risposi con profonda convinzione:
— Non è vero...
Chi poteva venirci a prendere se eravamo l'ultimo rifiuto della società?
Però i catenacci stridettero e la stanzaccia fu invasa da un fiotto di
gente.
Qualcuno chiese:
— Dove sono?
E un altro:
— Eccoli!
Allora udii una voce cara, una voce nota, che implorava ansiosamente:
— Franzi... Franzi?... Dov'è Franzi?...
E poco dopo Giacometta era china sulla mia mostruosità ed io sentii
sulle mie ecchimosi la carezza del suo respiro.
— Franzi?... Franzi mio?... Amore mio caro?...
Dio ti benedica fino in fondo al tuo cammino, solo per la grande
dolcezza che mi desti allora!
— Come l'hanno ridotto!... Non si riconosce!....
E ti udii singhiozzare.
Invece io ridevo. Ridevo dentro di me di un riso infinito; ridevo
perchè sentivo il mio amore che ritornava come una folata di vento
primaverile verso la mia disperazione.
Se mi avessero calpestato dieci volte tanto, ancora sarei stato felice,
per averti ritrovata...
— Amore? rispondimi!.. Amore?.. rispondimi almeno una parola...
Parlavi basso perchè io solo ti udissi; perchè si creasse il cerchio
soave nel quale due sole anime si illuminano.
— Come stai?... Ti senti molto male?...
— No..
— Puoi parlare?... Puoi parlare ancora, amore mio?...
— Un poco...
Allora volesti accarezzarmi i capelli e, con ribrezzo, ritraesti la
mano insanguinata.
La tua minuscola mano regale, insanguinata!
Ti riudii parlare con qualcuno che non vedevo:
— È ferito anche al capo. Guardate!
E questo qualcuno rispose:
— Ora lo porteremo via.
— Ma non sarà troppo grave?
— Non credo. Lo trasporteremo in automobile.
— Alla villa?
— Sì, alla villa.
— Oh, grazie, grazie!... Volevo chiedervelo come un grande favore, ma
non mi azzardavo!
Quando mi sollevarono dal duro giaciglio ebbi un grido di dolore. Poi
non ricordo che una nebbia di sonno e d'incubo.