E guarderemo, passando nella
notte, le finestre illuminate
da una gioia che non potremo
sapere...
Ripartimmo, ma io ero più taciturno e l'allegria di Arlecchina non
bastava a distrarmi.
Giacometta mi domandò più volte che avessi. Le risposi sempre vagamente.
Al Piratello, passata Imola, un guasto all'automobile ci costrinse a
fermarci.
Ci avviammo a piedi attendendo che la macchina fosse riparata.
Le parole di Principina avevano innalzata, nel mio povero cuore, la
torre della gelosia e, dentro, c'era l'anima che piangeva.
E soffrivo. Arlecchina mi disse:
— Franzi, oggi siete simpatico come un quaresimale!
Giacometta, indispettita dal mio contegno, soggiunse:
— Lascialo stare. È meglio non occuparsene.
Tale indifferenza accrebbe il mio dispetto.
Avvenne così che il mio ostinato mutismo e la mia faccia oscurata
distraessero compiutamente da me l'attenzione di Giacometta e di
Arlecchina le quali, presesi sotto braccio, se ne andarono innanzi
parlando fra loro e mi abbandonarono alle mie inesplicabili paturnie.
Io camminavo sullo scrimolo di un fosso e venivo guardando le campagne
dell'imolese; ma non mi interessavano; anzi, in quel punto, mi erano
odiose come tutte le cose del mondo.
Giacometta ed Arlecchina ridevano allegramente, un poco più innanzi.
Perchè ridevano?... Evidentemente per accrescere il mio malumore, per
incrudire il mio male.
L'automobile arrivò ed io avevo lasciato dilungare di molto le mie
compagne.
Salii a fianco del meccanico.
Giacometta ed Arlecchina non si vedevano. Possibile si fossero
dilungate di tanto?
Demmo l'avviso con la tromba dell'automobile; si proseguì a passo
d'uomo; ci fermammo.
Dove erano andate?
— Saranno entrate in qualche casa di contadino.
Rifacemmo la strada a ritroso; entrammo in tutte le case; nessuno le
aveva vedute.
— Avranno preso qualche via traversa...
Il meccanico si stringeva nelle spalle; il mio dispetto incominciava a
dileguare.
— E che si fa adesso?
Il meccanico era uno di quegli uomini che non amano assumere
responsabilità. Io solo dovevo decidere.
Sopraggiunse un biroccino con sopravi un fattore rubicondo:
— Scusi... non ha veduto due signorine così e così?
— Macchè!... Neppur l'ombra di una signorina!
Arrivò un'automobile, a precipizio. Ritto in mezzo alla strada feci
cenno perchè fermassero:
— Scusino... non hanno veduto...
Mi mandarono a morire ammazzato. Erano persone molto bene educate.
— E adesso?
Decidemmo di proseguire a passo d'uomo.
La sera si avvicinava.
Ad ogni chilometro una sosta; ad ogni stazione sulla linea del tranvai
Imola-Bologna, una fermata più lunga.
Giacometta ed Arlecchina erano scomparse sulle ali del loro Genio.
Neppure avessero fondato Roma!
Però la cosa incominciava a destarmi una seria preoccupazione. Potevo
io ritornare a Bologna così? Potevo presentarmi in casa di Arlecchina,
o anche dalla placida signora Zeffira senza neppur l'ombra di una
spiegazione da dare?
Dovevo ritrovarle a tutti i costi; pena la mia tranquillità.
Bologna non era ormai lontana più di quindici chilometri.
Per la via Emilia si vedono ceffi di ogni sorta e non solamente gli
zingari passano su questa grande strada miliare.
Poteva darsi adunque che due o più uomini, decisi a tutto, imbattutisi,
in un punto solitario, nelle due giovinette, se le fossero prese.
Tale dubbio mi tormentò ancor più. Dissi:
— Arriviamo fino a San Lazzaro; se a San Lazzaro non le abbiamo
trovate, torneremo indietro.
Il meccanico non era entusiasta e incominciava a diffondersi riccamente
nel campo della bestemmia.
— È inutile bestemmiare, caro Luca!... Tanto bisogna ritrovarle.
Luca era un buon bolognese, di fondo gioviale, ma violento.
L'udii mormorare, all'indirizzo delle due signorine, qualche parola che
non portava i guanti bianchi. Si espresse senza perifrasi. E la cosa
tanto mi dispiacque che poco mancò non ci mettessimo le mani addosso.
Il pericolo fu evitato solo perchè un carro che ci attraversò la strada
ci distrasse.
Com'era ben naturale, tutto il furor nostro compreso si sfogò allora
contro il carrettiere che coprimmo di male parole.
I carrettieri, vuoi per il loro peripatetico mestiere, vuoi per
l'influenza della luna, vuoi per tradizione di classe, certe volte non
sentono e certe altre volte sentono doppio.
Quando non sentono, tutto va bene; ma quando sentono doppio è opinione
comune che le cose finiscano male.
Eravamo ad un paesuccio di cui non ricordo il nome; vicino ad
un'osteria che aveva per insegna un grandissimo gallo.
L'automobile si era fermata.
Il carrettiere era un uomo robustissimo e doveva certo aver vuotato
varî boccali. Lungo la via Emilia sono distribuite numerose osterie per
la inestinguibile sete dei carrettieri.
Michelaccio (il nome lo ricordo perchè lo seppi dopo), quel giorno si
era proposto di essere allegro come a quindici anni e per esser tale,
si era raccomandato al buon vino dei colli bolognesi. Ma detto vino,
più che allegria, gli aveva dato una immensa coscienza di sè stesso,
tanto che Michelaccio viaggiava, quel giorno, sul suo carro, come
l'apostolo e l'imperatore della proletaria grandezza.
Fatto sta che il degno uomo, udite le parole nostre (le quali non erano
ingiustificate!) discese dal carro e brandendo alta una sua nodosa
frusta che si chiama, in Romagna, _parpignano_, si diresse correndo
verso di noi con la ferma intenzione di sottoporci al massaggio
sofferto dalle sue bestie da soma.
Luca ed io, discesi dall'automobile, fummo pronti a scansare, in un
primo tempo, la furia di Michelaccio, il quale continuava per altro ad
avventarcisi addosso con ferma costanza.
La buffa schermaglia non poteva continuare. Già si era venuto formando
un crocchio che assisteva alla scena ridendo.
Non era ammissibile che l'uno dovesse continuare ne' suoi assalti e gli
altri dovessero difendersi senza reagire.
Luca pensò di finirla.
Scelto il momento opportuno, si cacciò sotto, riuscì ad abbrancare
Michelaccio, lo strinse forte e ruzzolarono per le terre.
E Luca stava buscandole. Michelaccio se l'era messo sotto e con i suoi
grandissimi pugni veniva esercitandosi in guisa da cambiare i connotati
al mio povero compagno.
Il suo coraggio non lo salvava.
Fu allora che intervenni.
Mi abbrancai all'industre carrettiere e, invece di esser due, fummo tre
a ruzzolar per le terre.
Ora avviene che la folla, la quale assiste a un litigio, finisca per
eccitarsi a sua volta.
La nostra gente non può non parteggiare.
E anche quella volta parteggiò, ma per Michelaccio. _Noi eravamo
signori!_