I vostri pensieri, Arlecchina, erano quelli di Giacometta ed i miei.

Questo càpita ben di rado, ch'io mi sappia. Avremmo riso sulla faccia a

qualsiasi autorità: perchè lo _champagne_ (e domandiamone perdono, ora,

al sindaco di Ravenna) ci aveva fatto irriverenti.

Arlecchina avrebbe voluto compiere cose pazze; ci propose le imprese

più inverosimili; ma la sua follia provocò la saggezza nostra.

Finimmo per risalire alle nostre stanze, fra la rumorosa attenzione

dei nativi i quali, presi ad uno ad uno, si ritenevano, tutti quanti,

uomini da grande conquista.

Il più bello, fra i molti, un giovanottone scialacquato, dagli

occhietti adiposi, non si tenne dal farsi sentire quando gettò alla

comitiva dei nobili marcantonii questa popolaresca uscita da raffinato

porcaro:

— Io ci spenderei anche mille lire!

La qual cosa piacque ai messeri della bella raccolta, i quali risero

sganasciando, per quella natural compitezza che li faceva signori.

Ora le porte erano chiuse; tutte le lampade accese; le stanze bene

illuminate.

— Che faremo? — domandò Arlecchina. — Io non ho sonno e tu, Giacometta?

— Io?... Posso vegliare fino a domani!

— E voi, Franzi?

— Capirete che io ho meno sonno di tutti!

— Be' — soggiunse Arlecchina. — Se siete tanto desto, signor Franzi,

suggeriteci qualcosa. Vogliamo far qualcosa di molto diverso.

— Guardiamo alle stelle — risposi. — Le finestre sono aperte e tutte le

stelle sono nel cielo in questa notte serena.

— Caro signore — disse Arlecchina — quelle luci da telescopio entrano,

sì, nella nostra serata, ma solo come decorazione. Se credete che si

possa star ferme a contemplare le stelle, povero Franzi, si vede che

siete al solo frontispizio della donna!

— Sentite — disse Giacometta. — Ho un'idea!...

— Quale?

— Andiamo in Pineta!

— A quest'ora?

— E perchè no?

— E dove trovi il meccanico? Poi non mi garba. Io sono molto pigra,

dopo cena — disse Arlecchina. — Piuttosto voi, Franzi, non sapete fare

di meglio che guardare le stelle? Venite qui... mostratemi la mano...

No, quella... l'altra, la sinistra.

Si era lasciata cadere in una poltrona. Giacometta corse a lei e le

sedette accanto, sul bracciuolo.

— Ti intendi di chiromanzia?

— Un poco...

— Allora leggi anche la mia sorte...

Arlecchina, com'era del carattere suo che non concedeva alla serietà il

solo spazio di un minuto, incominciò a raccontare le più matte cose,

tantochè tutto si conchiuse in una risata; poi si levò di scatto e

disse:

— Balliamo!

— Sì! sì! — approvò Giacometta battendo le mani.

— Sapete ballare, Franzi?

— Perfettamente.

— Venite, allora!

— Ma la musica?...

— Un'altra idea!... Aspettate!... Ho veduto, salendo, una chitarra.

Deve essere dell'albergo. Ora vado a prenderla.

E, senza aspettar altro, uscì dalla stanza correndo.

Rimasti soli, Giacometta mi chiamò a sè con un cenno della mano.

Mi accostai. Le sedetti accanto. Ella allora mi abbracciò

abbandonandosi a me come se una grande grande stanchezza la stroncasse.

— Ho tanto freddo, questa sera, Franzi!

— Che cos'hai, piccola cara?

— Non so... vorrei piangere!... Così... con te solo!...

E nascose la faccia contro il mio petto.

— Oh, poter piangere!... poter piangere!...

Le accarezzai i capelli, il piccolo volto contratto.

— Sai che vorrei andarmene?... che non vorrei essere più niente?...

Sarebbe molto meglio anche per te.

— Perchè dici questo? Se la mia vita rimanesse vuota...

Senza alzare la faccia ella levò una mano e la pose contro la mia bocca.

— Non parlare!... Non dire ciò che non sai, povero Franzi!

E si rifugiò nel silenzio, sempre più stretta a me, come se avesse

paura di essere travolta dalla tristezza che le proveniva dal mondo che

non si avverte e che è intorno a noi ad ogni nostro battito di cuore.

Tu scioglievi l'anima tua come un pianto sulla tua povera nudità di

creatura.

Ah! che non c'era più, cara piccina, la tua fantasia regale e il

turbine del tuo senso a condurti e trascinarti per le complicate strade

dei goditori; non c'era più l'irrefrenato desiderio a chiuderti nella

rossa ombra del piacere, a farti perdere ogni riferimento coi giorni

tuoi vissuti e da vivere; a trasportarti verso i fiumi regali ai quali

accorrono le adolescenti che hanno sete di ogni vita, di ogni prova, di

tutto il godimento; non c'era più niente per te...

Ma solo la povera anima tua come un pianto sulla tua nudità di creatura.

Nè ti vergognavi di mostrarti così, agli occhi miei di innamorato,

perchè sapevi di trovare non già indulgenza, ma doppio amore, essendomi

tu più vicina, e più semplice: superato ogni artifizio tuo, consapevole

o no.

E allora mi dicesti:

— Voglimi bene, Franzi, anche quando non meriterò più di essere amata.

Perchè io sento che non potrò mai essere di nessuno veramente. Ma per

te ho avuto una gran tenerezza. Se ti farò soffrire è perchè soffro. Il

mio desiderio e il mio cuore sono sempre al di là dell'Oceano, povero

Franzi!... E se io debbo alzarmi e camminare, mentre vorrei tanto

essere morta, è per il mio destino!!... Voglimi bene, Franzi... Forse

non parlerò mai più a nessuno come parlo a te...

In quell'istante, tanto era bella e umana che non mi tenni dal

stringerla a me tanto forte che certo le feci male; ma il mio amore

ruppe il nodo che la legava alla pena ed ella potè piangere tutte

le sue lacrime come una bambina: senza più vergogna, senza più

infingimento.

E così, povero amore, l'anima tua era sulla tua schietta nudità di

creatura.

La voce di Arlecchina, che si avvicinava cantarellando, la fece balzare

in piedi. Si coprì la faccia con le mani e disse:

— Non parlare... non parlare...

Poi corse in camera sua e si serrò dentro.

Arlecchina entrò pizzicando una vecchia chitarra e accennando il motivo

di una canzone spagnuola.

Non appena ebbe serrata la porta, si guardò intorno e domandò:

— Dov'è Giacometta?..

Poi, fissandomi riprese:

— Che cosa avete fatto?... Vi siete bisticciati?...

Non attese risposta, ma, posata la chitarra sulla poltrona, si diresse

all'uscio di comunicazione fra le due stanze e pose una mano sulla

maniglia dell'uscio.

— Giacometta, aprimi!

L'altra non rispose:

— Aprimi! Ho qualcosa di molto urgente da dirti!

Allora la chiave girò nella toppa ed Arlecchina entrò.

Rimasero forse una mezz'ora sole, senza ch'io pure le udissi mormorare;

poi una voce mi chiamò sommessamente:

— Franzi?...

E la porta girò sui cardini senza ch'io vedessi chi la muoveva; come un

soffio inavvertibile la sospingesse così.

Mi affacciai sulla soglia.

La stanza era immersa in una penombra color di rosa. Non vidi nessuno.

Che stava accadendo?

La stessa voce falsata mi disse:

— Prendi la chitarra...

Ubbidii.

— Canta... ma piano... la canzone che dice: _Se tu vorrai la piccola

rosa_...

Sorrisi. Perchè proprio quella?... Quella che diceva:

_Se tu vorrai la piccola rosa,_

_la piccola rosa che non si vede..._

Era una dolce canzone per gli innamorati. Diceva molte cose e ne

lasciava sottintendere moltissime altre. Ma era garbata.

Accordai la chitarra, appena appena; e incominciai con tutta la mia

passione:

_Se tu vorrai la piccola rosa,_

_la piccola rosa che non si vede..._

Allora, da dietro il baldacchino del letto, uscirono l'una dopo

l'altra, Arlecchina e Giacometta.

Lasciai a mezzo il canto incominciato.

Esse aveano i capelli disciolti e tenevano in mano sei rose... sei

rose rosse per ciascuna. E il resto dell'abbigliamento era fatto

per togliere il respiro anche a un giovane contegnoso, assennato e

lagrimevole quale ero io in quel tempo.

Non indossavano esse che la loro compitissima camicia di tela battista,

ultra-leggera; e tale industre cosa, intessuta per amoroso tormento,

era stretta alla cintola da un nastro celeste così che veniva ad

essere come la fugacissima veste di un respiro su tali meravigliose

rivelazioni che i miei larghi occhi si allargarono ancor più, per tutto

accogliere, essi almeno, che non davan sospetto.

Arlecchina mi annunziò che quella che stava per cominciare era la

_Danza delle sette rose_. E non avevan, per ciascuna, se non sei

rose. Ebbene... dov'era la settima?... Che significava il numero

cabalistico?...

Ma andavo cercando la cabala là dove non era che un delicato simbolo...

perchè appunto la settima rosa era quella più in fondo al giardino, la

più timida fra le foglie; e appena in boccio...

La settima rosa che i saggi non seppero noverare fra le meraviglie

del mondo; ma che fu santificata dai sacerdoti degli Incas, i quali la

posero a capo della loro Bibbia come il Verbo; la prima parola sulla

tenebra della terra.

Così la _Danza delle sette rose_ doveva significare appunto il

mistero della settima sorella, dietro il cancello serrato; del piccolo

fiore del mondo per il quale cantano, combattono e muoiono le turbe

affaticate, dal principio alla fine dei secoli...

Dietro l'invito delle danzatrici ricominciai, pianissimamente, la

canzone interrotta.

Sui sepolcri delle imperatrici e dei re; sulle tombe dei poeti lucevan

le stelle d'aprile, nella gran notte di primavera...

Le finestre erano aperte...

L'alito odoroso dei giardini passava col lume degli astri, nell'ombra

di Ravenna, a chiamar, per amore, le sue belle figliuole dai letti

senza sonno...

Era il tempo dei lillà, della madreselva, dei gelsomini... e, nelle

notti più brevi, si ridestavano le rose...

Anche una musica era per l'aria, una musica da core, sul vento

dell'Adriatico...

O innamorate!...

Cantare ed aver la gola riarsa, questa è una pena nel mondo!

Esse avevano i piccoli piedi nudi...

Si allacciavano, si discioglievano, levavano le braccia, le mani

scuotendo le rosse rose... Seguivano gli armonici sentieri della

grazia...

E il lieve velame, nell'arte dell'atteggiamento, si dissipava...

Noi eravamo tre; ma io solo avevo il mio cuore di giovine che danzava

da solo...

Tutto solo danzava, il mio cuore, la danza della settima rosa!

Udisti tu la mia voce, Galla Placidia, dal tuo mausoleo tutto a

stelle?...

Perchè c'era, quella notte, nell'albergo sacro a un nomade poeta, c'era

il mio delirio...

E l'ombra di due giovanette in fiore...

Prendetemi, cacciatemi pel mondo, fate di me l'ultima strada calpesta,

condannate me solo a tutto il vituperio: ma ch'io mi abbia, al mio

tempo, la giusta grazia e il cuore della settima rosa...

Questo, a suo tempo, chè poi non sia troppo tardi!...

O Ravenna Ravenna, quanta pena m'imponesti in quel tuo aprile; mentre

i poeti e le imperatrici dormivano nella fonda notte...

e ne' tuoi giardini era tornato il rosignolo a cantare...

perchè i bianchi letti delle vergini non fossero più soli soli per le

squallide stanze...

e la morale condiscendesse alla danza inevitabile...

... Per una piccola rosa, nel giardino delle vergini, dietro il

cancello serrato...

... e sul sentiero delle fanciulle in fiore!...

E furono stanche.

Dopo aver volteggiato ed aver teso il giovine corpo nell'arco soave

che si parte dal pollice del piede per compirsi nella fronte riversa

(e i capelli disciolti pareva traessero il capo col loro peso); dopo

aver messo in lume, a parte a parte, la gioia del loro corpo perfetto,

«_la forma che ride_» e, travolte nella follia dell'eccitazione, aver

accresciuto il ritmo della loro danza, affrettata la misura in una

frenesia primaverile d'incontenuto spasimo; stanche alfine, ansimanti

come rondini sbattute dalla raffica, vennero a cadere ai miei piedi,

ridendo ancora, a scatti, per l'affanno che non le abbandonava.

— Franzi... — disse Giacometta. — Cantaci qualcosa che ci riposi un

poco... una canzone vecchia!... Una di quelle di Principina...

— Quale, ad esempio?

— Oh, tu le conosci bene le canzoni di Principina!

— Io?... E perchè?...

— Via, Franzi! È inutile tu finga!

— Scusa, Giacometta... ma perchè dovrei fingere?

— Vuoi non lo si sappia!

— Ma che cosa?

— Ti faccio i miei complimenti perchè sai portare bene la tua parte.

Però non vorrai negarmi che, se io mi sono accorta di te è stato per

Principina...

Incominciai a cantare la vecchia dolcissima canzone che dice:

_« — Dove sei stata questa mattinella?_

_Bondì Mariù!_

_« — Son stata a coglier l'insalatinella,_

_Mio bel marì!_

E tutto riposò nel riposato ritmo sorto da un tempo tranquillo e ormai

troppo lontano.

Poi vollero dormire (o finsero!) e chiusero la porta.

Chiusero la porta come s'io fossi stato una trascurabile cosa che si

lascia in fondo alle scale, rientrando.

Ma non ero ancora fra le coltri quando sentii un sussurro all'uscio del

corridoio. Corsi ad aprire.

Eri tu, Arlecchina, tu che cercavi una cosa dimenticata... che so?...

un pettine.. un nastro... una giarrettiera...

E un poco ti tremava la voce... e facevi piano piano perchè non si

destasse l'altra che dormiva.

E la cosa dimenticata la ritrovammo assieme quella notte...

La ritrovammo insieme, dolcissimamente, brillando tutte le stelle

dell'aprile sui sentieri delle fanciulle in fiore.

Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella! · 第 25 / 51 题