Oh! se voi troverete talvolta,
la settima rosa.. in fondo al
giardino!...
Le due belle stanze ampie, solenni come una veste nuziale del 1850!...
Il compìto signore che ci accompagnava (discendeva egli forse dalla
stessa famiglia dei Rasponi a cui era appartenuto il palazzo adibito
poi ad albergo?) ci annunziò con riverente austerità:
— Qui ha alloggiato Gabriele d'Annunzio! E qui dormì una notte Eleonora
Duse!...
Ci guardammo negli occhi; ma Arlecchina non dimostrava affatto di
esser compresa dal fato che ci destinava gli stessi giacigli nei quali
avevano cercato il sonno i grandi del secolo.
— E nella stanza prossima — soggiunse il compìto signore — ha abitato
Sem Benelli quando era a Ravenna per certe sue ricerche intorno a
Rosmunda.
Allora Arlecchina non si tenne dal domandare:
— Perdoni... e la stanza di Dante Alighieri dov'è?...
Il nostro bel signore sorrise e si inchinò compitamente.
— Quella, cara signorina, è qui vicino — rispose. — Ma non è una
stanza... è un sepolcro!...
— Comunque sia — ribattè Arlecchina — siamo destinati al nido delle
celebrità!
— Se così le piace! — rispose il compìto signore. Poi, disegnato
l'ultimo inchino e l'ultimo sorriso, ci lasciò soli coi nostri nomi
senza diadema; nell'oscurità del tempo e dei tempi.
— Dunque dormiremo nella stanza della divina Eleonora... — gridò
Arlecchina non appena la porta fu chiusa e il compìto signore, lontano.
— E voi, Franzi... voi riposerete la vostra testa, senza alloro, sullo
stesso guanciale che seppe _Alcione_ e _Francesca da Rimini_. Ma ormai
è tardi e dobbiamo andare a pranzo. Che ore sono, Franzi?
— Le sette.
— Arlecchina?... — chiamò Giacometta dalla prossima stanza. — Vieni...
vieni a vedere!...
— Che c'è?... — domandò Arlecchina fuggendo.
Poco dopo le udii ridere; e mi chiamavano:
— Franzi?... Franzi?...
Le raggiunsi. Mi fecero leggere sulla spalliera di un enorme letto
nuziale a baldacchino (antico e solenne come una veste di parata del
1850), una breve iscrizione tracciata a lapis copiativo e in inglese.
Diceva:
«Io, Joe Greeniwood, americano dell'Arizona, ho riposato in questo
letto in una calda notte d'estate, pensando ai miei quattro miliardi!»
— Bel tipo questo signor Joe! — disse Giacometta.
— Non voleva esser da meno degli altri — soggiunse Arlecchina. — La sua
opera era il suo denaro e può dirsi ne avesse una intiera biblioteca!
— Segno dei tempi!
Ma il signor Joe fu presto dimenticato.
— Con che cosa faremo _toilette_ per scendere a pranzo — domandò
Giacometta — se non abbiamo neppure un pettine, nè una spazzola nè un
poco di sapone?
— A questo si rimedia presto — rispose Arlecchina. — Voi, signor
Franzi, siete pregato di lasciarci sole!
— Vi aspetterò nella mia stanza.
— Sta bene! Ma non commettete imprudenze, perchè, come ho potuto
osservare, la porta di comunicazione fra le nostre stanze non è munita
di chiave!
Ci separammo.
Vi udii ridere ancora, verlette della mia dolce giornata; poi mi
chiamaste dal buco della chiave (foste voi, Arlecchina):
— Franzi?
— Eh?
— Siete pronto?
— Ai suoi ordini.
— Allora potete passare.
Dove avevate tolta la nuova veste che indossavate: Giacometta ed
Arlecchina?
Suonava la campana del pranzo; meglio di una campana era il suono
lugubre di un _gong_ che faceva venir in mente una qualche pagoda sulla
vetta di una stilizzata collina.
Ancora debbo dirvi una parola d'amore, compagne della mia dolce
giornata; per quanto eravate belle quella sera, nell'albergo che porta
il nome di un nomade poeta, in fondo a una città di provincia. Ma tu,
Giacometta, non eri più la stessa; la tua cruda compagna pareva ti
tarpasse un poco le ali, con la sua esuberanza, col suo prepotere di
bella pantera che si sente agile e pronta e non teme rivali. Tu parlavi
molto meno; ridevi, sì, ma il tuo cuore non era con noi. Nella sala
bene illuminata trovammo molta più gente che non la mattina; ma erano
comitive del luogo; erano i rumorosi nativi che si compiacevano di
cenare al Byron per imparentarsi con quel po' di mondanità che poteva
offrire Ravenna.
Il cameriere ci aveva serbato lo stesso posto del mattino.
Il tavolo era coperto di rose (delicata attenzione che commosse
Giacometta); e ci aspettavano due bottiglie di champagne in ghiaccio.
Il desinare fu buono. Voi, Arlecchina, vi compiacevate della gioia
della mensa ed era, in voi, come una raffinata lussuria. La giornata
vissuta fra sole e vento vi era valsa da formidabile aperitivo ed ora
dovevate pensare a ben compensarvi delle forze spese.
Ma tu, Giacometta, dove eri tu coi tuoi grandi occhi color seta
celeste? Ritornavi nelle steppe di nonna Tatiana ad ascoltare il
lamento di una _balalaika_? O era la nostra ghirlandella sospesa sul
ramo più in cima della enorme betulla, che ti faceva pensosa? Perchè
ridevi, ma non eri con noi, non con la nostra allegria, non con l'anima
nostra tutta presente. Certo ti esiliavi per sentirti più tua; o ti
assaliva una fra quelle tue improvvise stanchezze per cui tutta la
vita ti era a tedio e avresti voluto chiudere gli occhi per sempre e
affondare in una immensa eterna pace coi tuoi diciassette anni!
Perchè il tuo viso si faceva più immobile; perchè la tua freschezza si
adombrava e le tue parole cadevano a stento: fredde ed estranee.
E se anche Arlecchina empiva il tuo posto, fingendo di non accorgersi
di ciò che in te tramontava, non lo vedevo io che ero sui tuoi passi
come l'ombra, innamorato di te, qualunque tu fossi e certo sempre a me
più cara.
Poi accostasti la coppa dello _champagne_ alle labbra e volesti berne
ancora e ancora. Io ti seguivo con gli occhi; senza dir niente. Volesti
annegare l'anima tua, nella spuma del vino che reca la leggera ebbrezza
e ritornare tra noi col tuo più rosso cuore.
Ma non eri la stessa! Ora ch'io non so in fondo a quale strada di
stelle tu sia e non ho più speranza di rivederti, ora posso ben dirti
che la tua sùbita folle allegria mi fece pena, perchè ti vestivi di
panni che non erano tuoi e ti falsavi e mi parevi una bella e triste
sorella della _Compagnia del Povero Carnevale_.
Allora veramente mi sembrasti bambina e solo allora provai per te una
grande pena.
Capii la tua precedente tristezza; capii che per un attimo avevi veduto
fino in fondo alla tua povera vita.
Perchè (e non fu che un rapidissimo baleno) poi che il chiaro vino di
Francia ebbe disciolta la prima asperità del tuo carattere e vinto
l'orgoglio e lo sdegno che ti facevano quasi sempre sola; poi che
tutto l'artificio in cui nascondevi, falsandola tante volte, la tua
timida solitudine di adolescente fu debellata, io vidi, ne' tuoi occhi
d'improvviso più fondi e sinceri, una grande triste preghiera; io vidi
una malinconia di pianto apparire nella luce degli occhi tuoi che mi
cercarono come se in me solo potesse trovare riposo il tuo sconsolato
cuore. Allora ritornavi bambina col tuo piccolo novero di anni;
ritornavi sincera e ti sentivi, fuor d'ogni finzione, disperatamente
sola.
Non ti vergognare, anche se puoi ascoltarmi, non ti vergognare ora di
quella tua debolezza improvvisa che ti dette un così caro volto, che ti
fece così umana, così vicina al cuore di tutti, di tutti quanti siamo
su questa povera stella che ci porta nel mistero degli spazi, con lo
stesso destino.
Però non fu che un rapidissimo baleno; tu volevi essere più forte del
cuor tuo di bambina; volevi essere solamente quella Giacometta della
quale ho parlato fino a questo punto, edificando me stesso nel ricordo.
A pranzo ultimato eravamo tutti tre nella stessa sfera; ci potevamo
prendere per mano per la stessa danza.