Non suicidatevi. Sarebbe un
imperdonabile errore.
Era notte alta e ancora giravo per le deserte vie della città semibuia.
Avevo deciso di non ritornare a casa. Dovevo andarmene lontano da tutto
e da tutti; dovevo lasciare, una volta per sempre, la signora Adalgisa
e la piccola città grugnita fra i suoi tre campanili.
Già che la fortuna mi aveva creato libero, dovevo valermi della mia
libertà.
Quante mai volte non m'ero io soffermato, sul tramonto, ad ascoltare
il rombo di un treno che si allontanava verso l'imminente sera? E
quante mai volte, per un senso di penata impotenza, non avevo sospirato
dietro quel rombo che, pareva a me, fosse avviato verso tutte le terre
promesse, verso tutte le musiche lontane? Oh, potersi lanciare nel
solco del sogno; nella luminosa scia della nave che scomparirà fra
breve, che non sarà più niente fra breve ma una esilissima traccia di
fumo nell'ultimo cielo!.
Tutta la mia passionata anima voleva ora, voleva fortemente, non già
per fuggire il dolore, ma per non languire nel dolore. Portarsi via
la propria sofferenza; essere una faccia pallida e ignota nella grande
fiumana degli ignoti, via per le strade della terra.
Io volevo questo.
Quella notte c'era, anche in me, un filo di tragedia.
Sì, signori e signore, io camminavo quella notte, sull'orlo di un
precipizio, perchè Giacometta aveva fatto di me quell'uso che si fa
di una sigaretta che non garba: la si accende appena e la si lascia
incenerire sull'orlo di un portacenere.
Io potevo incenerire mandando il mio esile fiocco di sogni per l'aria;
ma Giacometta non si sarebbe commossa.
Ormai lo sapevo. Ero partito dalla casa di lei irritatissimo contro
me stesso e più che deciso di punirmi perchè non volevo soffrire come
soffrivo.
Questo era il filo di tragedia.
E avevo incominciato a correre per la notte, non per la furia di
arrivare chè non dovevo arrivare proprio in nessun luogo; ma per
stordirmi.
Poi, dopo aver corso per un bel pezzo, l'affanno mi aveva costretto ad
aver meno fretta.
Ma volevo finirla comunque fosse.
Solo mi capitava di non saper sciegliere il modo per porre ad effetto
una tale decisione.
Non avevo neppure una pistola.
Ve lo giuro.
Ero stato, fino allora, un giovane molto calmo e molto lontano da
qualsiasi idea estrema.
Ma allora, che mi sarebbe abbisognata, mi accorgevo di non aver neppure
una pistola.
Allora m'incamminai verso il fiume, ma tornai indietro molto prima di
esservi arrivato. Cioè... sbagliai strada...
Insomma, fa lo stesso! Tornai indietro!
Dopo il fiume mi venne in mente di finirla aprendo il rubinetto del
gas...
Però pensai a tempo che in casa mia non potevo darmi a questo scialo
perchè di gas non ce n'era.
Pensai ancora di gettarmi da una finestra... Ma avevo già provato
un'altra volta e non m'ero fatto niente.
E allora?...
Continuavo a camminare per la notte allorchè mi colpì l'orecchio il
suono prodotto, sul selciato delle vie deserte, da uno di quei pesanti
carri trainati dai buoi, che sogliono usare i contadini del mio paese.
Si udiva il trabalzare delle basse e pesanti ruote da ciottolo
a ciottolo, da buca a buca e si udiva uno scatenìo di ferramenta
accompagnato dal metallico dondolio della _caviglia delle anella_. A
quando a quando i vetri delle finestre vibravano al passare del carro
che pareva scuotesse le piccole case dalle fondamenta.
Un bove muggì. Si udì una porta chiudersi di forza. Sotto la rada linea
dei fanali la strada dormiva luccicando ne' suoi ciottoli.
Poi una voce maschia si levò a cantare. Mi fermai. Musica e parole eran
tutt'uno; semplici e chiare l'una e le altre.
_Torna al tu' paès_
_Girometta..._
_torna al tu' paès..._
Una canzone dei secoli sopra un ritmo malinconico.
Così come canta il popolo, sempre.
Come canta quando non prende a prestito, da chi non ha l'anima sua,
la musica che non vive perchè non rispecchia un po' di universo e non
piange o ride nel cuore delle moltitudini.
_Torna al tu' paès_
_Girometta..._
_torna al tu' paès..._
Mi scendeva al cuore, ascoltando, una più umana quietudine... l'ombra
sacra di un focolare; il sorriso di una placida creatura.
Ma Girometta?... Così appunto le persone del popolo chiamavano la mia
bella crudele.
Girometta!... C'era un sentore di arie lontane, di costumi diversi, di
pace infinita. Girometta dal bel neo a sommo della guancia sinistra e
dalla candida parrucca; Girometta uscita dal chiostro sognando gavotte
ed abatini e cavalieri serventi... Girometta che avrebbe combinato il
suo adulterio con candore monacale, senza pensare al peccato, ma solo
per distrazione come avviene qualche volta quando la vita si aduggia e
il marito diventa una cosa che mangia e dorme e si ricorda di Girometta
solo qualche volta nel giro di una settimana, perchè il letto è tepido
e la giovane moglie non dorme...
Sì, Girometta, sì!..
Tu non potrai essere moglie perchè sei troppo dell'amore. Tu sarai
sempre una spaesata nel regno del matrimonio.
_Torna al tu' paès_
_Girometta..._
_torna al tu' paès..._
Poi l'adolescente che cantava, lasciò morire la sua chiara voce
lentamente nell'ultima cadenza lunghissima e non riprese.
Le case dalle finestre aperte, le vecchie vecchie case della mia
Tebaide, ascoltavano ancora; aspettavano ancora che Girometta
rivivesse, come una volta.
_Torna al tuo paese... Girometta..._
Queste sole parole, queste sole parole udivo e riudivo nel silenzio del
mio essere... queste sole parole come un ammonimento solenne.
_Ma quale era il paese di Girometta?_
Non il mio, non quello dove era nata, non un altro purchessia...
_Quale era il paese di Girometta?..._
Forse stava nel giro di un'ora... forse nel battito di un secondo...
forse nell'ultima stella sperduta in fondo all'universo...
Perchè noi abbiamo inventato le parole per creare confini su confini e
ad un tratto ci accorgiamo di essere al di là di ogni finzione, al di
là di ogni figurazione: soli... ma terribilmente soli nella smisurata
profondità del niente.
Noi stessi qualche volta ci accorgiamo di non avere, di non poter avere
un paese.
Potevo io adunque fissare un luogo dove l'anima di Girometta fosse
apparsa e potesse dimorare in perfetto equilibrio, fusa e confusa con
le cose del mondo?
Ella, in realtà, ritornava di continuo da dove era venuta e cioè
nell'ombra, nel mistero dell'indagabile. Ella si perdeva come era
apparsa e senza saperlo. Ah, Girometta, mio soave mistero stellare, io
allora ti consacravo la mia pena e il mio tormentato pensiero con tale
profonda e spontanea dedizione che facesti male a non accorgertene.
Facesti male perchè questa era _una ricchezza vera_ e, se tu ben
guardi, al mondo, per chi non viva solo per il ventre, non ve ne sono
altre.
Ripresi la strada verso la luce che si annunziava dalle lontananze del
cielo. E camminai, camminai benchè incominciassi a sentirmi stanco.
Un senso di pesantezza mi gravava sugli occhi. Uscii per la campagna.
Sedetti sulla proda di un fosso, vicino a un mucchio di ghiaia.
Incominciarono a cinguettare i passeri. Da una pieve si udì una campana
che suonava l'alba.
Quale era ormai il mio giardino nel mondo?
Mi abbandonai col dorso sul mucchio di ghiaia che non mi parve duro.
Ah Girometta!... In fondo a quale strada eri tu allora?...
Dove andavi... tanto mai lontana... sotto l'alba, con lo squillo di una
pieve?...
Dove... dove andavi tu... Girometta?...
E chiusi gli occhi sulla strada sterminata di Girometta...
E mi addormentai.