XV

Non suicidatevi. Sarebbe un

imperdonabile errore.

Era notte alta e ancora giravo per le deserte vie della città semibuia.

Avevo deciso di non ritornare a casa. Dovevo andarmene lontano da tutto

e da tutti; dovevo lasciare, una volta per sempre, la signora Adalgisa

e la piccola città grugnita fra i suoi tre campanili.

Già che la fortuna mi aveva creato libero, dovevo valermi della mia

libertà.

Quante mai volte non m'ero io soffermato, sul tramonto, ad ascoltare

il rombo di un treno che si allontanava verso l'imminente sera? E

quante mai volte, per un senso di penata impotenza, non avevo sospirato

dietro quel rombo che, pareva a me, fosse avviato verso tutte le terre

promesse, verso tutte le musiche lontane? Oh, potersi lanciare nel

solco del sogno; nella luminosa scia della nave che scomparirà fra

breve, che non sarà più niente fra breve ma una esilissima traccia di

fumo nell'ultimo cielo!.

Tutta la mia passionata anima voleva ora, voleva fortemente, non già

per fuggire il dolore, ma per non languire nel dolore. Portarsi via

la propria sofferenza; essere una faccia pallida e ignota nella grande

fiumana degli ignoti, via per le strade della terra.

Io volevo questo.

Quella notte c'era, anche in me, un filo di tragedia.

Sì, signori e signore, io camminavo quella notte, sull'orlo di un

precipizio, perchè Giacometta aveva fatto di me quell'uso che si fa

di una sigaretta che non garba: la si accende appena e la si lascia

incenerire sull'orlo di un portacenere.

Io potevo incenerire mandando il mio esile fiocco di sogni per l'aria;

ma Giacometta non si sarebbe commossa.

Ormai lo sapevo. Ero partito dalla casa di lei irritatissimo contro

me stesso e più che deciso di punirmi perchè non volevo soffrire come

soffrivo.

Questo era il filo di tragedia.

E avevo incominciato a correre per la notte, non per la furia di

arrivare chè non dovevo arrivare proprio in nessun luogo; ma per

stordirmi.

Poi, dopo aver corso per un bel pezzo, l'affanno mi aveva costretto ad

aver meno fretta.

Ma volevo finirla comunque fosse.

Solo mi capitava di non saper sciegliere il modo per porre ad effetto

una tale decisione.

Non avevo neppure una pistola.

Ve lo giuro.

Ero stato, fino allora, un giovane molto calmo e molto lontano da

qualsiasi idea estrema.

Ma allora, che mi sarebbe abbisognata, mi accorgevo di non aver neppure

una pistola.

Allora m'incamminai verso il fiume, ma tornai indietro molto prima di

esservi arrivato. Cioè... sbagliai strada...

Insomma, fa lo stesso! Tornai indietro!

Dopo il fiume mi venne in mente di finirla aprendo il rubinetto del

gas...

Però pensai a tempo che in casa mia non potevo darmi a questo scialo

perchè di gas non ce n'era.

Pensai ancora di gettarmi da una finestra... Ma avevo già provato

un'altra volta e non m'ero fatto niente.

E allora?...

Continuavo a camminare per la notte allorchè mi colpì l'orecchio il

suono prodotto, sul selciato delle vie deserte, da uno di quei pesanti

carri trainati dai buoi, che sogliono usare i contadini del mio paese.

Si udiva il trabalzare delle basse e pesanti ruote da ciottolo

a ciottolo, da buca a buca e si udiva uno scatenìo di ferramenta

accompagnato dal metallico dondolio della _caviglia delle anella_. A

quando a quando i vetri delle finestre vibravano al passare del carro

che pareva scuotesse le piccole case dalle fondamenta.

Un bove muggì. Si udì una porta chiudersi di forza. Sotto la rada linea

dei fanali la strada dormiva luccicando ne' suoi ciottoli.

Poi una voce maschia si levò a cantare. Mi fermai. Musica e parole eran

tutt'uno; semplici e chiare l'una e le altre.

_Torna al tu' paès_

_Girometta..._

_torna al tu' paès..._

Una canzone dei secoli sopra un ritmo malinconico.

Così come canta il popolo, sempre.

Come canta quando non prende a prestito, da chi non ha l'anima sua,

la musica che non vive perchè non rispecchia un po' di universo e non

piange o ride nel cuore delle moltitudini.

_Torna al tu' paès_

_Girometta..._

_torna al tu' paès..._

Mi scendeva al cuore, ascoltando, una più umana quietudine... l'ombra

sacra di un focolare; il sorriso di una placida creatura.

Ma Girometta?... Così appunto le persone del popolo chiamavano la mia

bella crudele.

Girometta!... C'era un sentore di arie lontane, di costumi diversi, di

pace infinita. Girometta dal bel neo a sommo della guancia sinistra e

dalla candida parrucca; Girometta uscita dal chiostro sognando gavotte

ed abatini e cavalieri serventi... Girometta che avrebbe combinato il

suo adulterio con candore monacale, senza pensare al peccato, ma solo

per distrazione come avviene qualche volta quando la vita si aduggia e

il marito diventa una cosa che mangia e dorme e si ricorda di Girometta

solo qualche volta nel giro di una settimana, perchè il letto è tepido

e la giovane moglie non dorme...

Sì, Girometta, sì!..

Tu non potrai essere moglie perchè sei troppo dell'amore. Tu sarai

sempre una spaesata nel regno del matrimonio.

_Torna al tu' paès_

_Girometta..._

_torna al tu' paès..._

Poi l'adolescente che cantava, lasciò morire la sua chiara voce

lentamente nell'ultima cadenza lunghissima e non riprese.

Le case dalle finestre aperte, le vecchie vecchie case della mia

Tebaide, ascoltavano ancora; aspettavano ancora che Girometta

rivivesse, come una volta.

_Torna al tuo paese... Girometta..._

Queste sole parole, queste sole parole udivo e riudivo nel silenzio del

mio essere... queste sole parole come un ammonimento solenne.

_Ma quale era il paese di Girometta?_

Non il mio, non quello dove era nata, non un altro purchessia...

_Quale era il paese di Girometta?..._

Forse stava nel giro di un'ora... forse nel battito di un secondo...

forse nell'ultima stella sperduta in fondo all'universo...

Perchè noi abbiamo inventato le parole per creare confini su confini e

ad un tratto ci accorgiamo di essere al di là di ogni finzione, al di

là di ogni figurazione: soli... ma terribilmente soli nella smisurata

profondità del niente.

Noi stessi qualche volta ci accorgiamo di non avere, di non poter avere

un paese.

Potevo io adunque fissare un luogo dove l'anima di Girometta fosse

apparsa e potesse dimorare in perfetto equilibrio, fusa e confusa con

le cose del mondo?

Ella, in realtà, ritornava di continuo da dove era venuta e cioè

nell'ombra, nel mistero dell'indagabile. Ella si perdeva come era

apparsa e senza saperlo. Ah, Girometta, mio soave mistero stellare, io

allora ti consacravo la mia pena e il mio tormentato pensiero con tale

profonda e spontanea dedizione che facesti male a non accorgertene.

Facesti male perchè questa era _una ricchezza vera_ e, se tu ben

guardi, al mondo, per chi non viva solo per il ventre, non ve ne sono

altre.

Ripresi la strada verso la luce che si annunziava dalle lontananze del

cielo. E camminai, camminai benchè incominciassi a sentirmi stanco.

Un senso di pesantezza mi gravava sugli occhi. Uscii per la campagna.

Sedetti sulla proda di un fosso, vicino a un mucchio di ghiaia.

Incominciarono a cinguettare i passeri. Da una pieve si udì una campana

che suonava l'alba.

Quale era ormai il mio giardino nel mondo?

Mi abbandonai col dorso sul mucchio di ghiaia che non mi parve duro.

Ah Girometta!... In fondo a quale strada eri tu allora?...

Dove andavi... tanto mai lontana... sotto l'alba, con lo squillo di una

pieve?...

Dove... dove andavi tu... Girometta?...

E chiusi gli occhi sulla strada sterminata di Girometta...

E mi addormentai.

Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella! · 第 18 / 51 题