XIV

Ebbene, sì, avevi ragione,

Giacometta!... Avevi

ragione!...

Il resto della sera non passò troppo lieta.

Giacometta aveva cambiato umore all'improvviso.

Mi ricordo che si parlava di Paolo e Virginia e che io avevo

bonariamente osservato come un amore simile mi sarebbe parso troppo

pastorale, troppo candido...

Giacometta non aveva detto niente; ma io, che la guardavo sempre,

avevo notato una subita ombra negli occhi suoi e la sua fronte si era

leggermente corrugata.

— Ho detto male, Giacometta?

Ella, per tutta risposta, aveva aperto un giornale e si era messa a

leggere.

Gli zii se ne erano andati. Eravamo soli nella sala deserta.

— Giacometta?...

Niente!... Ormai era lontanissima ed impassibile.

— Sei inquieta, Giacometta?... Perchè... Giacometta?...

— Non mi seccare!...

E il silenzio più grande, e la più remota distanza eran discesi fra me

e lei.

Così, senza che una parola fosse stata detta; senza che vi fosse stato

un accenno o il principio di un permale.

Ora leggeva muta e accigliata ed io la guardavo sospirando.

Ciò che si soffre, quando si è innamorati per davvero, è cosa

risaputa, dal più al meno, da tutta quanta l'umanità; ma la sofferenza

si moltiplica e si esaspera là dove un povero innamorato si trova

all'improvviso di fronte a qualche cosa che gli riesce inesplicabile,

che lo sbalestra in un mondo di congetture, in un arruffìo di domande

senza risposta, in un caos nel quale tanto più si addentra quanto più

si sente disperdere. Perchè, in questi casi, l'amore ha la forma e

l'inconcepibile voluttà di un lento suicidio. Un uomo si distrugge e lo

sente... Ma non può farne a meno. Deve amare e morire, deve misurarsi

con la sfinge, deve rispondere alle domande di lei che non ammettono

mai risposta. È tutto un giuoco passionale senza equilibrio nel quale

l'uomo porta quanto ha di energia intellettuale e fisica e la donna

non porta quasi mai niente. O, per lo meno, se porta qualcosa e si

distrugge a sua volta, non è certamente per lo stesso amore.

Ebbene, che avevo detto io, giudicando Paolo e Virginia?... Perchè

sentivo di tornarle uggioso; io sentivo ch'ella mi respingeva da sè,

stanca, annoiata, satura di ogni apparenza e sostanza.

Ella era un'altra creatura con un'anima diversissima da quella che le

avevo conosciuta fino a quel punto.

Mi trovavo per strade e castelli dei quali non avevo immaginato

l'esistenza e in cui, pur dovendo soggiornare, non sapevo come

soggiornare.

E guardavo Giacometta, sospirando sempre più forte, nella speranza

di attirare l'attenzione di lei. Ma è scritto che in amore, salvo

eccezioni singolarmente rare, l'uno dei due debba soffrire; ed è

scritto altresì che quanto più l'uno soffre, tanto più si inasprisca

l'altro nell'esacerbargli la pena.

Questa strana legge presiede l'unione delle anime e dei corpi; ma guai

all'amore che non conosca sofferenza! Niente è più in causa allora; e

nessuna vera gioia può aprirsi alle misere creature senza mutamento.

V'è certamente una muta e oscura e altissima volontà che ci costringe

al dolore, che ci prepara al dolore per guidarci più oltre, sempre più

oltre, superata la nostra miseria, verso la pura gioia che si eterna

nella immensità stellare. Agli occhi che guardano per entro le anime e

i fatti del mondo, questa verità non può sfuggire. Noi siamo a una dura

tormentata prova dal primo all'ultimo giorno del nostro vivere.

E la mia prova, cominciata già con l'inopinato salto che l'amore

m'aveva costretto a fare, si inaspriva ora in più complicate apparenze,

in più sottili dissonanze.

Il silenzio si faceva più penoso, per me, di minuto in minuto: un

silenzio ostile nel quale pareva covasse la tempesta destinata a tutto

travolgere.

Io pensavo che Giacometta avesse indovinato tutto; che la mia sciocca

zia l'avesse urtata fino alla nausea; che io non potessi apparirle

ormai se non come un povero diavolo che non poteva disporre neppure

della propria volontà.

E non mi dava modo di parlare, evitava guardarmi; si scansava

infastidita, se, per caso, una mia mano, abbandonata sulla tavola,

le sfiorava il gomito sul quale aveva appoggiato il capo, sempre

volgendosi dalla parte nella quale non potevo trovarmi senza possedere

il dono della ubiquità.

— Scusa, Giacometta... che cosa ti ho fatto?

Non rispose.

— Ho detto qualcosa che non ti sia piaciuto?

Voltò il giornale e si chinò ancor più sul medesimo come se tutta la

sua attenzione fosse assorbita chissà da quale racconto.

— Se ho potuto dispiacerti te ne chiedo scusa!

Nè mi accorgevo che la mia sciocca umiltà esercitava su di lei

l'effetto opposto a quello che mi attendevo.

— Dimmi almeno che cosa ti ho fatto?...

Senza levare il capo dal giornale, rispose:

— Mi hai annoiata!... Vuoi saperlo?

Allora vidi tutto il mio mondo crollare; vidi le speranze che m'erano

state sorelle svanire nella livida uniformità della mia povera vita;

tutto mi si chiuse d'innanzi agli occhi della mente e mi sentii davvero

morire in una squallida miseria di anni senza volto perchè senza amore.

Alla mia candida semplicità non poteva apparire se non come definitivo,

l'improvviso atteggiamento di Giacometta.

E certo dovevo esser pallido e stravolto perchè ella volse rapidamente

gli occhi verso di me e si affrettò a riabbassarli sul giornale

accigliandosi ancor più.

— Allora... tutto è finito?... Tutto è finito, Giacometta?...

Rispondimi!...

Si levò; piegò il giornale con minuziosa cura; si guardò intorno e si

mosse per avviarsi.

— Mi lasci così?...

Si fermò appoggiando una mano alla tavola e mi chiese a sua volta con

la maggiore indifferenza:

— Come dovrei lasciarti?

Non solo la sua voce era fredda, ma da tutta la sua persona appariva

una grandissima noia.

— Non so... Credo di non meritare questo trattamento!...

— Quale trattamento?... Io non ti so capire davvero!...

Non aggiunsi altre parole.

Giacometta si avviò, lenta e dinoccolata, verso la porta. Ella era

veramente un'altra creatura e un'anima diversa era in lei. Quale

improvviso dèmone la possedeva? Tutta la sua giovinezza pareva

svanita in un infinito disgusto e pareva che la più amara esperienza

della terribile inutilità della vita l'avesse smagata sì da renderla

insensibile e tanto lontana da ogni cosa e da ogni creatura da non

avvertirne la presenza.

Anche il suo volto non era più quello di una bimba; gli occhi avevano

perduto la loro azzurra e quieta serenità per farsi torbidi e oscuri; i

lineamenti non avevan la morbidezza disciolta de' suoi diciassett'anni,

ma si erano induriti fissandosi in una linea aspra.

Giunse così fino alla porta, camminando come se una suprema stanchezza

la stroncasse e non fosse in grado di muovere il passo sicuro.

Giunta all'uscita si fermò presso una mensola e si guardò nella grande

specchiera situata all'angolo della sala.

C'erano dinnanzi a lei, sulla mensola, tre piccole rare ceramiche. Le

guardò un poco poi con gesto inatteso e rapidissimo, le afferrò l'una

dopo l'altra e le scagliò contro il muro opposto.

Ero sbigottito.

Come se niente fosse pose la mano sulla maniglia della porta; ma, prima

di uscire, si rivolse a me e con voce strascicata disse:

— Vi prego di non ritornare se non sarò io a chiamarvi!

Poi uscì.

Ed io rimasi come il gavitello disancorato che appare e scompare sulla

cresta dei marosi.

Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella! · 第 17 / 51 题