Guardati dai salti improvvisi,
anche se dovesse chiamarti
Elena argiva.
Giusto in quel tempo passasti dai sedici ai diciassett'anni e
raccogliesti i tuoi cappelli biondi in una nuova acconciatura.
Chi ti insegnava ad essere tanto mai bella, Giacometta, ahi,
Giacometta?...
E il mio cuore, povero e inutile vagabondo, stava sempre alla finestra.
E tu alzavi gli occhi celesti per vedere la mia ammirazione che si
pietrificava nello spasimo. Io stavo diventando un oggetto scemo sul
davanzale di una finestra.
A volte ti udivo ridere di lontano; a volte giungevi di gran corsa
tutta affannata e rossa; a volte parlavi con qualcuno... con chi?...
con qualcuno al di là del vasto giardino, per il mondo. Parlavi ma non
percepivo le parole; udivo bensì la tua giovine calda voce.
Poi ti si disse, e non so perchè, ch'io avevo licenziato qualche parola
rimata per le stampe e ti venne in mente ch'io fossi un poeta, io,
nutrito di onesti legumi e coi miei poveri dieci soldi per settimana! I
poeti portano le corone di alloro ed io avevo un cappelluccio verdino e
tutto spellato come una vecchia gatta e avevo altresì una miseriola di
vestito che quasi quasi non mi copriva niente.
Così le scarpe piangevano dai loro tiranti e la cravattina si faceva
sempre più striminzita e lisa e senza natural colore.
Potevo essere degnamente poeta con simili masserizie? Io ero appena un
povero oggetto scemo sul davanzale di una finestra e avevo le scarpe
solate di bucce di cocomero.
Ma tu mi vedevi e bastava questo perchè il mio affanno crescesse a
dismisura. Poi siccome le alterazioni dello spirito si ripercuotono
nella nostra viva materia, io venivo perdendo l'appetito di giorno
in giorno mirabilmente, il che, per le domestiche economie, non era
trascurabile.
La mia formidabile zia, quando eravamo a tavola, io e lei e Salsiccia,
il gatto rosso, vedendo il mio piatto vuoto, mi chiedeva stridendo:
— Perchè non mangi?
— Non ho fame.
— Bravo! Chi non mangia ha mangiato.
E ciò bastava allo spirito di lei che era altruista, mentre io ero un
languido giovane che dimagriva dietro le meraviglie del giardino di
Giacometta.
E un altro giorno mia zia, la signora Adalgisa, mi disse:
— Tu mi sembri Salsiccia nel mese di gennaio, quando si innamora!
Bisogna sapere che Salsiccia, nel mese di gennaio, diventava il più
brutto e magro ed ispido gatto dei dintorni, forse perchè era troppo
sensibile e si ostinava a voler darsi appassionatamente a chi non
voleva saperne di lui. Ritornava altresì questo gatto, dopo lunghe
misteriose assenze, pieno di guidaleschi e mezzo divorato dai rivali
suoi soffianti.
Il paragone turbò la mia bianca estasi e mi destò nei precordi un senso
di ribellione; ma tacqui perchè la signora Adalgisa non ammetteva le si
potesse dar torto.
Poi, una volta accadde questo. Ero al mio davanzale, quand'ecco venir
di corsa Giacometta.
Il sole faceva della bianca casa di lei, in fondo al giardino, come una
cosa viva. Fiorivan tre mimose lungo il viale dal quale arrivava la mia
creatura, fra il cantare e lo zirlare di tutti i richiami del roccolo.
Quel giorno Giacometta si era vestita come il fiore del lino e aveva
negli occhi celesti l'intiera luce di un mare. La sua biondezza passava
fra sole e ombra sempre illuminata. Io sentivo tutto il mondo vivere e
trasfigurarsi in quella leggera grazia e me ne stavo col più immobile
e pallido volto che abbia avuto mai un povero innamorato giovinetto.
Ad un tratto si fermò proprio sotto la mia finestra che non era alta
più di cinque metri da terra e guardò in su, e sorrise. Io sbiancai ed
impietrii come se fosse per toccarmi l'avventura più terribile della
mia vita.
E Giacometta mi parlò.
— Buongiorno signor... buongiorno signor Coso!...
La guardai come l'ebete guarda la luna e le risposi un buongiorno in
_fa minore_ con una vera voce da lucertola.
Ella sorrideva ancora.
— Perchè non discende in giardino?
Ma poteva darsi tanto?...
Risposi con la stessa accorata malinconia, puntandomi un dito sul petto:
— Io?...
— Sì... lei!...
O cuore della rondine nel cielo!
— Ma... signorina Giacometta... io non conosco nessuno!...
— E che importa?
— E da dove dovrei passare?
— Scenda di lì!...
Misurai la distanza.
— Ha forse paura?...
Mi sentii d'improvviso il cuore di Salsiccia; presi lo slancio e caddi
con discreta leggerezza, dentro un rosaio.
Uscii come un povero Cristo, tutto sgraffiato nelle mani e nella
faccia: Giacometta si affrettò a chiedermi:
— Si è fatto male?... Venga qua, che le tolga le spine.
Le porsi le mani, e, sulla cima di ogni dito, c'era il mio rosso cuore
che ballava la furlana. Mi sentivo arder la faccia ch'era color della
brage.
— Dio... quante ce ne sono!... — disse lei. Ed io dissi:
— Infatti sono molte...
— Le faccio male?
— Non mi pare!
— Povero signor Coso!
Perchè poi, Coso, se mi chiamavo Francesco?
Sentivo le sue mani tepide, fini, delicate sfiorare le mie; vedevo
il suo viso di mandorla, la sua testa bionda china sulle mie mani e
abbrividivo come una minugia.
Ad un tratto mi prese una vampata al capo che mi fece veder tutto rosso
e mi fece dire senza che neppure me ne accorgessi:
— Signorina Giacometta... io l'amo!...
Ella mi guardò dal sotto in su, sorridendo e rispose calma calma:
— E non sa dirmelo un pochino meglio?...
Riprese, dopo un silenzio:
— Tanto l'avevo capito. Lasci stare. Da quando ha preso il suo
domicilio sul davanzale della finestra mi sono accorta ch'ella non
stava là per studiare botanica...
Poi abbandonò le mie mani, rialzò il capo, scosse i capelli dalla
fronte e disse:
— Ecco fatto. Ora sta meglio. Avevo un po' di rimorso per averle fatto
fare quel salto; ma gli uomini mi piacciono alla prova. S'ella avesse
preferito entrar dalla porta di strada come tutti i mamalucchi che
vengono a domandar la mia mano, le avrei riso sul muso. Così la cosa è
diversa. Venga venga; ora le mostrerò ciò che amo.
E mi trascinò via di gran corsa, per i viali del suo giardino incantato.
In tal modo, nonostante la mia timidezza, entrai di un salto nella vita
di Giacometta.