Si parla di Dragut, e si mostra in qual concetto lo tenesse il Doria. —
Dragutte vigila per ampliare nel Mediterraneo lo imperio di Solimano. —
Casi di Affrica, città in Affrica. — Arti del Dragutte per
impadronirsene; — capitate male le insidie ricorre alla forza, ed anco
questa mescolata di frode, sicchè all'ultimo riesce, e se ne fa signore;
nè però la regge improvvido o crudele. — Carlo V ordina la impresa
dell'Affrica, e ci prepone Andrea per le cose di mare, e Giovanni della
Vega vicerè di Sicilia per quelle di terra. — Ingiustizia degl'improperi
degli storici anco moderni contra il Dragut. — Dragut nabissa le coste
d'Italia; ruina di Rapallo, e caso dello innamorato Magiacco. —
Gl'imperiali pigliano Monastir, prima la terra, poi la rôcca con la
morte di tutti i difensori. — Il Dragutte infuria su le spiagge
spagnuole per divertire la guerra dall'Affrica e invano. Assedio
dell'Affrica, e sue difficoltà. — Battesi la cortina invano; scalata al
rivellino respinta; pretesti inutili per onestare la disfatta. — Screzio
tra il vicerè della Vega e don Garzia di Toledo. — Le milizie
sconfortate, i capi si rimettono in Andrea, che manda a Genova e a
Livorno a pigliarli; i quali celeremente portati sollevano le speranze
degli assediati. — Disegni del Dragutte di assalire da due parti il
campo; il della Vega avvisato lo previene, fazione contro il Dragut, che
rotto ripara alle navi. — Osservazioni su gli scrittori di varie
nazioni, che parlano di Andrea Doria. — Sortita degli assediati
respinta. — Si delibera l'assalto della terra dal mare. — Il Doria
inventa le batterie galleggianti e come le fabbrica. — S'è verosimile
che inventasse queste batterie don Garzia di Toledo. — Gl'Italiani e i
cavalieri di Rodi assaltano la terra e la pigliano con la morte di tutti
i Turchi. — I cristiani fanno schiavi i cittadini e li vendono; — ma di
ogni altra cosa si trova scarsa la preda. — L'armata imperiale al
ritorno patisce fortuna di mare. — Il Dragutte va a Costantinopoli, dove
propiziatosi Solimano è creato da lui Sangiacco di Barberia. — Il
Dragutte alle Gerbe, va a chiudercelo il Doria; il quale muove
all'ospite del Dragutte turpe proposta e n'è vergognosamente ributtato.
— Il Dragutte gli sguizza di mano con lo stesso strattagemma che adoperò
Annibale a Taranto. — Paolo Giovio attribuisce il medesimo trovato a
Consalvo Fernandez. — Dove e quando morisse il Dragutte. — Fortuna e sua
mutabilità. — Decadenza di Carlo V. — Guerra di Parma; il duca Ottavio
si lega con Francia; papa e impero contra lui; non fanno frutto; il papa
Giulio III perde in cotesta guerra reputazione, pecunia e la vita del
nipote. — Guerra in Piemonte. — Guerra in Germania. — Fuga dello
imperatore da Villaco descritta. — Guerra di Siena. — Cosimo dei Medici
e Piero Strozzi. — Andrea soccorre languidamente Cosimo; alcuni dicono
che salvasse, altri che perdesse navi cariche di grano: come si accorda
la discrepanza. — Gesti gloriosi del Doria in Maremma. — Andrea fugge
davanti Lione Strozzi. — Lione Strozzi va in Ispagna e per poco non
piglia Barcellona. — Rotta di Ponza, dove Andrea Doria perde sette galee
e non soccorre Napoli. — Commissione della Francia al Mormile; che per
astio del principe di Salerno tradisce. — Il Doria tornando a Napoli
libera Orbetello dallo assedio. — Lettere falsate dal Mormile per
rimandare l'armata turca, e corruzioni. — Arimone oratore di Francia per
troppo zelo dà nella pania. — La guerra si volta tutta in Corsica. —
Genova perde tutta la isola tranne Calvi e San Bonifazio. — Mirabile
difesa di San Bonifazio: si rende a patti: opinioni varie intorno alle
cause della resa: i patti non si osservano. — I Francesi rendono la
pariglia allo Imperatore co' falsi sigilli compensando le false lettere.
— Francia offre rendere la Corsica al Senato di Genova, purchè si
stacchi dallo Imperatore; il Senato e Andrea ne ragguagliano Cesare. —
Gagliardi soccorsi di Carlo; anco Cosimo duca di Firenze sovviene la
impresa; provvisioni di guerra e condotte di soldati che fa l'ufficio di
San Giorgio. — Andrea eletto capitano generale riceve lo stendardo di
san Lorenzo. — Cristofano Pallavicino precede Andrea e libera Calvi; —
Agostino Spinola sbarca a Erbalunga e manda il paese a ferro e a fuoco.
— Andrea sbarca nel golfo di San Fiorenzo, e assedia la terra che porta
il medesimo nome; — poi percosso dalla infinita mortalità muta l'assedio
in blocco. — Manda Angiolo Santo delle Vie ad assalire Bastia, e quegli
piglia la città e la rôcca; volendo poi stravincere a Furiani è battuto
due volte. — Il Thermes tenta offendere di fianco Agostino Spinola. —
Bella azione di Giovanni da Torino che soccorre per forza San Fiorenzo,
e poi n'esce alla scoperta e si salva combattendo. — Andrea si ostina a
rimanere intorno San Fiorenzo in onta alla moria; — il Thermes e il
Sampiero, tentato ogni verso invano per sorprendere la sua vigilanza,
per disperati si ritirano a Corte. — San Fiorenzo viene a patti; Andrea
ne propone dei crudeli: ributtansi; alle istanze dei suoi ricusa cedere
in apparenza, ma in sostanza concede si salvino i fuorusciti côrsi e
napolitani; ma poi si pente; e presi trentatrè Côrsi gli mette al remo.
— I Francesi abbandonano i Côrsi nella pace di Castello Cambrese. —
Andrea ha da levarsi dalla impresa di Corsica per condurre soccorsi a
Napoli; passando presso la torre di Spano, tratto in agguato, perde
quattrocento e più uomini. — Giovannandrea perde una galea a
Portoferraio investendo tra gli scogli; nove ne manda a traverso in
prossimità di Portovecchio: quasi a conforto di tante trafitture di
Andrea il suo nipote piglia poco dopo cinque fuste turche — _Pag._ 254
CAPITOLO XI. Misera condizione di salute dello Imperatore Carlo V. —
Prognostici della sua morte vicina. — Minacce di un frate e fantasimi
della sua mente agitata. — Renunzia a Filippo i suoi stati, meno lo
impero; sua diceria in cotesta occasione solenne. — Differenza tra la
renunzia di Carlo V e quella del Washington: magnanimità delle cause che
mossero quest'ultimo. — Lettera dello Imperatore al principe Doria; gli
raccomanda il figliuolo. — Andrea manda in dono a Carlo V una carta
marina. — Incertezza storica: affermano che Carlo, prima di partire per
la Spagna, renunziasse lo impero al fratello e non è vero: — affermano
che risegnasse gli altri stati a Filippo il 16 gennaio 1556, e non è
vero; che chiuso in San Giusto si staccasse affatto dalle cose mondane,
e non è vero; che il figlio gli facesse stentare il danaro pel suo
sostentamento, e non è vero; che celebrasse l'esequie a sè vivo, e non è
certo; che non potendo accordare due orologi insieme irridesse la sua
presunzione di volere che tutti i suoi sudditi pensassero ad un modo su
le cose di religione, e non è certo: certo il pentimento di non avere
ammazzato Lutero contro la fede del salvocondotto, e certo avere posto
la sua ultima benedizione al figliuolo a patto che sterminasse gli
eretici, e proteggesse la Inquisizione. — Si accenna alla guerra di Roma
contro Paolo IV, e a quella di Francia. — Andrea raccomanda a Filippo II
non sottoscriva la pace di Castello Cambrese, se i Francesi non si
obbligano a restituire la Corsica; e si tenga San Quintino in pegno
dello adempimento del patto, ed è esaudito: — grave di 92 anni si ritira
dal comando, e Filippo accetta per suo luogotenente Giovannandrea
figliuolo di Giannettino. — Andrea i senili ozii svaga ornando la chiesa
gentilizia di San Matteo. — Il gran maestro di Malta propone la guerra
contro ai Turchi di Barberia, lo seconda il Duca di Medinaceli vicerè di
Sicilia, e il re Filippo accoglie la proposta: diligenze e provvedimenti
suoi. — Il duca di Medinaceli è creato capitano della impresa; Andrea
Doria approva la impresa purchè si faccia presto; il Re lo mette a capo
di tutta la flotta; solerzia sua, e del nipote Giovannandrea: ostacoli
per la parte del Vicerè di Napoli, e per quella del vicerè di Milano.
Giovannandrea prega il Mendozza ammiraglio di rimanere con le galee di
Spagna, ma non lo può svolgere. — A Genova prima mancano i soldati alle
navi, poi le navi ai soldati; raccolti gli uni e gli altri mancano le
paghe: ammottinamento sedato; disastri sul principio del viaggio: la
nave _Spinola_ rompe sul lito con perdita di uomini e di robe. — Quanta
fosse l'armata, e quanto l'esercito. — Ospitale militare in questa
guerra ordinato come non lo fu mai prima di ora; e ci prepongono un
vescovo. — Munizioni di pessima qualità e ne danno colpa ai Genovesi. —
Armata raccolta nel porto di Siracusa tenta uscire ed è respinta;
naufragio di una galea del Doria; va a Malta; poi ne parte e torna
indietro a rimorchiare le navi; ribellioni su le navi, e fatti gravi che
ne avvengono. L'armata giunta alle Gerbe preda navi mercantili; come le
prede spartiscansi, ma non osservati gli ordini si fa un raffa arraffa:
non si attenta assalire due galeotte turche su le quali andavano i doni
del Dragutte a Solimano, ed Uccialy a sollecitare lo invio dell'armata
turca. — I Mori della isola, che ai cristiani alla larga si professavano
amici, vicini gli avversano; così per fare acqua bisogna andarci con lo
esercito ordinato: — altre galee sopraggiunte dopo, volendo fare acqua
con manco riguardo, ne rilevano una dolorosa sconfitta. — Il mare e il
vento procellosi respingono l'armata da Tripoli; — moria fra i soldati e
le ciurme; dopo molte consulte l'armata dal Secco del Palo torna alle
Gerbe. — Battaglia aperta coi Mori, e subito dopo gli accordi, i quali
così increscono agli Spagnuoli, che taluno per rovello si ammazza. — Si
dà mano alla fabbrica del forte; e ordine che vi si tiene; si provvede a
fornire di acqua le cisterne, ma per l'avarizia dei mercanti non si fa
frutto. — Granmaestro di Malta avvertito della prossima venuta della
flotta turca richiama i suoi legni dalle Gerbe; ma vergognando poi ne
rimanda taluni. — Mentre il Duca attende a sollecitare il compimento del
forte, accade tumulto tra Mori e Spagnuoli, con morte e ferite di una
parte e dell'altra; si riconciliano; cerimonie e patti della dedizione
dell'isola al re Filippo. Si sollecita lo imbarco ma è troppo tardi. —
Avvisi spaventosi da Malta. — Giovannandrea intima la Consulta sopra la
sua galea; il Duca prima di lasciare la terra impegna la sua fede ai
rimasti, tornerebbe a pigliarli. — Tra il Duca e Giovannandrea corrono
parole acerbe; proposti da questo parecchi partiti non vengono
accettati. — Ordini funesti; disdette continue; Scipione Doria, commesso
a speculare la notte, per paura non si allarga, sicchè al far del giorno
la flotta turca prima che vista casca addosso ai Cristiani. — Soldati e
marinai cercano scampo col buttarsi in mare, ma i Barbareschi mutata
fede arrivati al lido gli ammazzano; il re del Carvan, e lo infante di
Tunisi mandano avvisi al Duca si guardi dal Xeco. — Rotta dell'armata. —
Giovannandrea investe con la sua galea in terra; per un momento se ne
impadroniscono i forzati, poi casca in potestà dei Turchi. — Perdita di
galee e di navi. — Molte galee si salvano per virtù del commendatore
Maldonato: — parole egregie di questo valentuomo. — Morte di Flaminio
dell'Anguillara. — Virtù del suo buon paggio innominato. — Al duca di
Medinaceli vanno tutte le cose alla rovescia. — La notizia dello
infortunio arriva ad Andrea Doria; sue terribili ansietà. —
Giovannandrea si salva in terra; adunati a consulta i rimasti propone
partiti estremi; il Duca si piega a dargli retta. — Si decide passare
durante la notte su di una fregata la flotta nemica; ma in molti sorge
veementissima l'agonia di seguirli: nobiltà di animo di Don Alvaro
Sandè, che sceglie restare co' compagni. I nostri su nove fregate
tentano una notte il passaggio, e non riescono; sono più avventurati la
seconda volta e riparano a Malta. — Considerazioni di Alfonso Ulloa
scrittore della monografia di questa impresa. — Stato di Andrea Doria:
arriva un corriero, vuole leggere da sè le lettere e non gli riesce:
saputo lo scampo del nipote si leva maravigliosamente in piedi, e
ringrazia Dio. — Cade sfinito; si acconcia dell'anima; consigli che
manda a Giovannandrea; sue ultime parole; ordina essere trasportato alla
sepoltura senza pompa. — Funerali magnifici decretati dalla Repubblica.
— Sue qualità fisiche e morali: costume di vita. — Ultime considerazioni
— _Pag._ 317
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (follia/follía e simili), correggendo senza
annotazione minimi errori tipografici.