Quelle venti o trenta persone, che rappresentavano il _sancta
sanctorum_ del bel mondo veronese, e al _club_ si appartavano per
conversare in un circolo altrettanto intimo quanto ristretto, e che si
riunivano al lunedì dalla marchesa d'Arcole, al mercoledì dalla
generalessa Brocca di Broglio, e al venerdì da madama Kraupen, erano
state scosse nella loro inerte monotonia da una notizia importante: il
conte Andrea di Santasillia ritornava a Verona.
Egli vi mancava già da dieci anni: e per le peripezie che ne aveano
preceduta la partenza, e per il casato suo, forse il più
autenticamente illustre nella pleiade numerosa e problematica dei
conti veronesi, quell'inaspettato ritorno non poteva non mettere il
campo a rumore. Madama Kraupen, la generalessa Brocca di Broglio e la
marchesa d'Arcole meditavano già di rubarselo a vicenda; e ciascuna
delle tre voleva sapere il giorno e l'ora precisa del suo arrivo, per
essere la prima ad invitarlo a pranzo. I gelosi tremavano e i
giovinotti più eleganti cominciavano a mettersi in apprensione,
vedendo apparire nell'angusto firmamento un nuovo astro, che avrebbe
potuto far impallidire i fulgidi colori delle loro cravatte e
minacciare il tranquillo dominio delle loro illecite conquiste.
Ma Andrea di Santasillia era lontano assai dal pensare al subbuglio
ch'era succeduto per lui in quel piccolo mondo. Egli ritornava a casa
sua come in un ultimo rifugio e sempre in cerca di quella pace, che
invano aveva sperato trovare ne' lunghi viaggi in paesi lontani e in
una vita austera tutta dedicata allo studio e al lavoro.
Il suo aspetto era freddo e severo; ma il cuore era tuttavia
sanguinante per quel primo e grande dolore ch'era stato il triste
dramma de' suoi vent'anni.
Rimasto orfano fin da ragazzo, il conte di Santasillia era stato
affidato alla tutela d'uno zio Cardinale, arcivescovo in una
cittaduzza delle Romagne. Però le tradizioni di famiglia,
l'educazione, l'ambiente in cui egli era cresciuto, se pure avevano
fatto di lui un gentiluomo ed un galantuomo, non ne avevano certo
formato un liberale, tutt'altro! Ma pure, intelligente e buono, egli
sapeva stare con tutti, difendendo le proprie convinzioni, ma
rispettando anche quelle degli altri. Bigotto, proprio, non era; era
credente, e se a messa ci andava per conto suo, qualche migliaio di
lire all'obolo le mandava, più che altro, per conto dello zio
Cardinale. Non ostante la scomunica, il giorno dello Statuto, e per la
festa del re, anche dalla loggia del suo vecchio palazzo sul _Corso
Cavour_ si vedeva issata la bandiera tricolore. Insomma, a guardarlo e
a studiarlo bene, c'erano in lui quasi due nature, come due semi in
uno stesso nocciolo: il conte Andrea di Santasillia che sentiva la
seduzione degli studi e della vita moderna, e il pupillo del Cardinale
che, a volte, pativa di scrupoli. Per altro, dacchè il giovinotto era
libero e viveva lontano dalla _Curia_, il conte di Santasillia
prendeva il sopravvento sull'_abatino_, come lo chiamavano qualche
volta gli amici suoi per amabile celia, e come lo chiamava
schernendolo il buon popolo veronese, che lo vedeva di cattivo occhio
per via dei quattrini che mandava al Papa.
_Sportman_ appassionato e di coraggio singolare, il Santasillia si
trovava timido e impacciato soltanto colle donne. Quando una signora
gli parlava, lo fissava in viso, o gli stringeva la mano, arrossiva
come una fanciulla. Se gli amici (lo facevano apposta certe volte in
sua presenza per burlarsi di lui) si mettevano a raccontare qualche
fatterello un po' lesto, egli si sentiva preso da un impeto d'ira che
non sapeva frenare.
Una volta questi suoi amici, che si reputavano, in buona fede,
altrettanti Don Giovanni, perchè avevano pagato il conto della locanda
ad un contralto sfiatato, gli prepararono il brutto scherzo di fargli
capitare nel salottino del ristorante, dov'egli era solito cenare dopo
teatro, una coppia sbrindellata di quelle infelici sirene di
provincia. Ma, per poco, il giochetto non finiva male! In luogo del
timido abatino, i giovinastri si trovarono di fronte al conte di
Santasillia, che in barba ai precetti di mansuetudine insegnati in
seminario, era fermo più che mai a voler cadere, per quella volta, in
peccato mortale, accomodando le partite sul terreno.
Presto presto, gli dovettero fare le scuse.
Ma la ritenutezza del Santasillia non era selvaggio abborrimento della
donna, come succede in alcuni esseri dallo spirito attutito o
depravato. Proveniva, invece, da un senso profondo di rispetto. Nella
donna egli venerava la madre, per un culto di affettuose memorie;
nella donna egli aspettava la sposa, per un intimo sentimento di
amore.
Uggito, quasi offeso dalla volgarità di coloro che lo circondavano,
egli, a poco a poco, se ne allontanò, e cominciò a vivere solitario.
E, a poco a poco, quella solitudine gli riuscì ancora più gradita,
avendo miglior agio per essa di dedicarsi a' nuovi pensieri, a' nuovi
disegni. Ormai la poesia forte e gentile della sua giovinezza aveva
trovato la cara inspiratrice... Ormai non era più solo quando invocava
la benedizione della povera mamma: una testina bionda di fanciulla la
aspettava con lui, dentro al suo cuore.
Andrea cominciava ad amare. Quando, come, era ciò avvenuto?
È una storia umile assai.