Miei buoni amici. — L’ultima volta che vi ho scritto mi pareva d’essere
giovine ancora; oggi mi sento vecchio, sebbene da quel tempo siano
passati sei anni appena. Fino a poco fa, mi sono creduto padrone della
sorte; non avendo mai dubitato un momento che il voto mio si avesse
a compiere un giorno, ora che finalmente è compiuto, ho paura di
aver sbagliato strada. Ho camminato tutta la vita verso la ricchezza
soltanto; eccomi ricco, non perciò felice. Anzi il contrario, perchè
soltanto ora mi pento di aver sprecato tanta vita e tanto ardore
nell’inseguire un’ombra. Direte: ti rimane però la soddisfazione di
essere riuscito nel tuo intento. No, non mi rimane nemmeno questo. Non
è stato il mio lavoro, non è stata una mia idea a farmi ricco; è la
fortuna cieca ed imbecille, che per un peso me ne mette in tasca cento
mila.
Lo volete sapere? Ho vinto il primo premio in una lotteria. Continua,
in una nuova forma, la mia miseria vecchia. Miei buoni amici, voi non
sapete tutto quello che possa confessare a se stesso un uomo beffato
lungamente dalla fortuna. A me premeva d’essere forte, e perciò di
dimostrarmi sicuro di tutto quanto facevo; ma oggi guardo la mia vita
male spesa e mi confesso a voi, che siete buoni e mi volete un po’ di
bene.
Sì, ho sciupato il meglio delle mie facoltà. Avevo dell’ingegno e che
ne ho fatto? tante cose sbagliate, una sola riuscita: il prestigiatore;
ho avuto e sento di avere ancora un po’ di forza, sono stato amico
della verità, della giustizia, del bene, e non mi è riuscito _veramente
bene_ altro mai che l’inganno, prima in piazza, ora sul palcoscenico;
ebbi sempre il cuore aperto agli affetti, ma per fatalità ho sbagliato
l’amore, e se non fosse di voi, non mi rimarrebbe nemmanco un amico.
Un attento esame di tutto il mio passato mi ha lasciato persuaso d’una
verità che ho notato così sul mio taccuino: “ho visto l’amore generare
il dolore, dalla grave fatica nascere la felicità; e la vita non ha
nulla di meglio che l’amore e il lavoro.„
Ma vuol essere lavoro utile, come quello che si faceva in cerca di
pozzi di petrolio al Canadà, in mezzo ai boschi con l’accetta in pugno
per aprirsi il sentiero, scavalcando le macchie e lasciando lembi di
carne alle spine. O come quello che avevo fatto prima a Nuova York, di
modellare figurine di gesso e venderle in piazza. Ma queste fatiche
mi stancarono, appena potei temere che non mi conducessero diritto
alla ricchezza; e allora disperando di me stesso, tornai di mala
voglia all’inganno più rimunerato del prestigiatore. Spesso vedendo
un facchino vacillare sotto un peso enorme, o un minatore fendere col
piccone il granito del monte, o un contadino vangare al sole cocente,
mi fermai a guardare la loro fatica; non già che mi paresse meno aspra
o meno ingrata, pure mi tratteneva, senza desiderio, senza compianto,
ma non indifferente. Non sapendo nemmeno io che cosa sentissi a
quella vista, qualche volta mi parve di indovinare lo scoraggiamento
per la inettitudine di chi si è posto innanzi agli occhi una meta da
raggiungere, e che intanto si balocca per via, corbellando il prossimo
e un po’ sè stesso.
Dunque finalmente sono ricco! Non quanto ho sognato nell’ospizio, ma
tanto da poter contentare molti dei miei desideri d’una volta se me ne
fossero rimasti.
Ahi! l’infelicità di ognuno è proprio questa, di non desiderare più
nulla quando si ha ottenuto tutto; ma l’infelicità mia è peggio, perchè
all’assenza di ogni bramosia si aggiunge il rimpianto.
Mi dolgo di non essere stato felice, di non avere avuto al mio fianco
una compagna, se non bella e amabile come la tua, ma tale almeno a
cui potessi dire oggi: tu sei invecchiata aspettando il mio amore; ora
questo amore eccolo; è tutto tuo, se ancora lo vuoi.
E anche m’affliggo di non aver dato all’arte o alla scienza la forza
che ho speso per inseguire la felicità senza afferrarla mai. Non sarei
stato felice, perchè me ne mancava il temperamento, ma se non altro nel
mio paese sarei stato buono a qualche cosa, forse uno scrittore onesto
e povero, o un inventore di qualche macchina, o magari un filosofo
solitario poco apprezzato dai contemporanei, ma che avrebbe parlato
forte e lontano alla posterità.
Da una settimana sono in possesso dei miei pesos fiammanti, e già mi
danno battaglia per non sapere che buon uso farne; e mentre nella mia
povertà avevo speso la ricchezza avvenire, dandole tante buone opere da
compiere per me stesso e per gli altri, ora guardando intorno non vedo
gli altri; scendendo in me stesso, quasi non mi ritrovo.
Il mio sogno, ve lo ricordate? era di arricchire più presto, e anche
meglio, cioè con un po’ di soddisfazione, intanto che tu, Desiderio
mio, combattevi ancora per l’arte ed eri giovane e povero, per poter,
io solo, dare un po’ di luce e d’aria alla vostra casa. Ma ora molto
tempo è passato, e voi non avete più bisogno di nulla. Mi par d’udire
la voce mite e buona della tua compagna: “ci sono tanti ammalati
unicamente di miseria; ne guarisca più che può.... Non ha detto così,
signora Speranza?„
Desiderio non resse oltre; tutto il passato che il Coppa era andato
rimescolando, empiendogli il petto di singhiozzi repressi, diè una
lunga voce di pianto.
“Ma no, non ha detto nulla, non dirà più nulla; essa è là sotto, muta,
fredda ma non indifferente... ed ama ancora.„
“Non ha detto così, signora Speranza?
Ci ho pensato, sa? Ma mi sono convinto che per cominciare a guarire
il prossimo ammalato di miseria non sono ricco abbastanza; a fare
l’elemosina, non mi si apre altra via che beneficare un ospedale;
quanto a correre in traccia di miserie vere per portarvi io stesso
il rimedio, non m’illudo già più, ed ho incominciato appena. Mi sono
convinto che siamo tutti quanti un po’ prestigiatori; io trasformo
l’acqua in vino, quando il pubblico mi guarda; ma a quattr’occhi ho
trovato dei compari più forti di me, compari sanissimi, i quali mi
hanno fatto credere d’essere paralitici, zoppi, pieni di malanni e di
appetito, mentre non era vero nulla, vivevano di rendita, erano capaci
di digerire i miei bussolotti.
Non ho rinunziato a fare un po’ di bene, ma mi scoraggiano le prove
fatte fin qui. Una sola mi rallegra, se anche non mi contenta.
Talvolta, dopo aver desinato all’aperto, adocchio un miserabile che
va in giro fra i tavolini, cacciato inutilmente dai camerieri, per
raccogliere croste di pane e mozziconi di zigaro che egli raduna in
una tascaccia; chiedo al mio vicino una moneta per fare un giuoco, la
moneta mi vien data, sparisce, la si trova poi nella tascaccia fra i
mozziconi di zigaro e le croste di pane. Qualche volta veggo splendere
una gioia ingenua sulla faccia dell’accattone: _grazie_, mi dice, e se
ne va allegramente; ma non sempre è così; ieri soltanto ne ho trovato
uno così ladro e così sciocco che sostenne a faccia tosta d’aver avuto
quella moneta da un signore, e giurava su Dio, sulla Madonna, sui
Santi, sulla salute eterna dei suoi morti, perchè aveva paura di dover
restituire la moneta.
Oggi dunque, sono ricco, ma questa ricchezza che ho tanto desiderato
non mi contenta ancora; non mi contenterà mai più, essendo sceso nella
mia coscienza a vedere da vicino che il mio desiderio aveva preso un
nome falso; si doveva invece chiamare la _felicità_.
E vedo che anche la ricchezza come l’ho desiderata io doveva venirmi
dalla mia volontà e dalla mia intelligenza; ma per arricchire a questo
modo, come arricchirono tanti, bisognava scegliere una via sola, e
avviarsi per quella senza arrestarsi mai, contento di sapermi ogni
giorno più vicino alla meta. Non perciò sarei stato felice, perchè la
meta era troppo lontana dal desiderio mio. Rallegratevi, amici cari,
che almeno voi siete stati più savi.
Tronco il piagnisteo con una nota allegra; non sono io che rido, è la
sorte beffarda.
Vi ricordate della eredità avuta dalla zia dell’ospizio? Quella calza
incominciata dalla buona donna, è sempre rimasta intatta. Viaggiò
in fondo alle mie valigie e molte volte la guardai per farmi cuore,
pensando che era press’a poco tutto quanto il capitale che il mondo mi
aveva dato per sfidare la vita.
L’altro giorno mi cadde sott’occhio e non mi parlò con parole
amare e forti; mi suggerì invece di servirmi del gomitolo, nella
rappresentazione d’addio facendovi trovare un biglietto da cinquanta
pesos che vi avrei fatto entrare prima per regalarlo poi ai poveri
italiani di Buenos Ayres. I miei giochi me li preparo da me e la cosa
fu lunga. Non sospettereste mai che cosa trovassi in capo al filo?
Un biglietto di cinquecento fiorini austriaci che la povera zia aveva
sottratto all’avidità dei suoi fratelli per favorire me senza svegliare
rancori.
La scoperta m’intenerì e mi fece dispetto, pensando che quella somma
trovata in un buon momento avrebbe forse mutato interamente la mia
condizione.
La mia lettera è già lunga, e ancora non ho detto il meglio. Sappiate
dunque che io abbandono il teatro, e che me ne torno in Italia, e che
non tornerò solo. Ho conosciuto una buona ragazza italiana, povera e
ancora onesta; ha diciotto anni, è bella, andava cantando al suono del
suo mandolino per le osterie e per i caffè. Molti avventori dicevano
che ha una voce meravigliosa, e non è vero; da una settimana non canta
più, perchè io me ne sono impadronito. E come? L’ho semplicemente
comprata da suo _nonno_; i cinquecento fiorini della calza non bastando
al contratto, ne ho aggiunto degli altri in _pesos_. Ed ora Bambina è
_nostra_, perchè voi le vorrete bene. Speranza le farà di mamma, e tu
sarai un magnifico padre. Io non mi conto, perchè non so quello che
farò del rimanente della mia vita, e poi mi conosco tanto da dubitare
di un disegno che ora mi sembra bello bello bello.
Bambina è in festa; l’idea di tornare a Milano che essa ha lasciato a
dodici anni, d’imparare il canto nel Conservatorio e l’organo alla tua
scuola, Desiderio mio, e di non dover più trascinare la sua giovinezza
per le bettole di Buenos Ayres, le sembra un sogno. Facciamo lunghe
passeggiate per la campagna; essa ha la chiacchierina affettuosa
d’una vera bimba; mi narra il suo breve passato con tanta ingenuità da
intenerirmi. Sono convinto che è rimasta onesta per miracolo, o a dir
meglio che la stessa sua ingenuità invece di perderla l’ha salvata.
Ma, quando indovino le trame che erano già state messe in opera per
corromperla, complice il vecchio _nonno_, l’ira mi manda dal cuore una
parola che vorrebbe arrivare fino a Dio.... e forse non arriva. Sì,
ho promesso a me stesso di salvare Bambina; a lei ho detto che se non
potremo farne una gran cantante, almeno a tempo giusto le... daremo
marito. Bambina ha riso e giurato (perchè le hanno imparato a giurare)
che non saprebbe che fare d’un marito. Infine mi pare che sia entrato
un raggio di sole nell’anima mia; non sono proprio sicuro, ma ringrazio
il cielo di avermi dato una buona opera da compiere, un’opera che non
mi lascierà sconsolato, se mi aiutate voi pure.
Partiremo di qui col _Sud America_ fra dieci giorni, che tanti ce ne
vogliono per preparare ogni cosa.
Addio, ottimi cuori; a rivederci presto.